Il gioco della mosca Ceta

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Che cosa è il CETA? E serve agli europei?
di Paolo Ferloni

Il lungo e complesso meccanismo del Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), cioè Accordo Economico Commerciale Globale tra Canada ed Unione Europea, avviato nel 2009   in piena crisi economica mondiale e negoziato in segreto fino al dicembre 2015, sta arrivando alla fase finale, in cui l’Unione Europea potrebbe definitivamente approvarlo. Il Presidente della  Commissione, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ne ha proposto formalmente l’approvazione il 5 Luglio scorso, e la commissaria per il commercio, Cecilia Malmström, l’ha definito “una pietra miliare della politica commerciale europea”, mentre ormai sale la protesta in tutta Europa.
Anzi, secondo i dirigenti della Commissione l’Accordo potrebbe entrare già provvisoriamente in applicazione, ed essere applicato anche se lo approva soltanto la Commissione, senza ratifica da parte degli Stati membri. Perché tanta fretta di applicarlo?
Perché secondo la Commissione esso porterebbe una serie di benefici all’Europa, come si legge nel sito http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm, in cui sono esposte poche brevi frasi di rito a favore del trattato, per far capire agli ignari quali vantaggi commerciali ne trarrebbero gli operatori europei ed i posti di lavoro in Europa. Questo programmatico ottimismo regna in tutti i rapporti e testi prodotti da Bruxelles, citati nel sito, come se la crisi non ci fosse.
Meglio dei burocrati di Bruxelles, sulla retorica dei posti di lavoro come appare dalle politiche di governi come quelli di Renzi e di Hollande possono esprimersi i giovani ed i lavoratori italiani e francesi. Sul politico democristiano di lungo corso Junker, già noto come favoreggiatore di facilitazioni fiscali quando era primo ministro del Lussemburgo, basta consultare la voce di Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Claude_Juncker) e sugli “speciali meccanismi di elusione fiscale elaborati e portati avanti dal Lussemburgo” è il caso – come europei – di calare un velo pietoso, anche se invece sarebbe bene che dei bravi giornalisti investigassero a fondo nei “vantaggi” di tali meccanismi e nelle dichiarazioni dei redditi di chi ne approfitta nei vari Paesi, non solo in Lussemburgo. E sarebbe ancora meglio se si trovasse il modo di eliminare i paradisi fiscali e di perseguire ai livelli europeo e nazionale gli evasori.
Con simili precedenti nel suo curriculum politico non pare che Junker – in sostanza un “re travicello”, avrebbe detto il Giusti – possa promettere e far prevedere grazie al CETA vantaggi per i lavoratori, mentre piuttosto egli può rappresentare un buon imbonitore per i dirigenti e gli amministratori di banche e grandi imprese, i cui profitti forse gli sono più presenti e più chiari, nel quadro della lotta di classe globale non dichiarata ma sferrata dai neoliberisti per arricchirsi contro i poveri del pianeta e per impoverire sempre più il pianeta stesso e sprecare le sue risorse senza riguardi per le future generazioni. In questa smania di arricchire i già ricchi è chiaro con chi è schierato Junker e da che parte sta la Commissione, pagata dai contribuenti europei ma infiltrata dai lobbisti di multinazionali e società finanziarie.
Ci sarebbe una prima domanda demografica e geografica molto elementare su cui tutti sorvolano quando si parla di CETA: perché mai l’Unione Europea, con 508 milioni di abitanti, un territorio di 4.325 milioni di km2, e un PIL di 16 miliardi di USD (nel 2015) si pone il problema di facilitare i commerci con il Canada, Paese nordico con 35 milioni di abitanti, 9.985 milioni di km2 e 1,5 miliardi di USD di PIL? Non è chiaro che il Canada è un nano demografico anche se è un gigante territoriale? Forse perché il Canada, oltre ad essere uno dei Paesi avanzati a più bassa densità di popolazione del mondo (3,4 abitanti per km2) è anche uno dei più ricchi, con un PIL per abitante di oltre 50000 dollari all’anno, e in Europa vi sono (grandi) imprese capaci di proporre grandi progetti e realizzare grosse infrastrutture ed enormi profitti senza troppo curarsi di aspetti ambientali e di tradizioni locali, pronte ad andare ovunque pur di fare affari.
Per di più in Canada sono basate numerose e importanti multinazionali statunitensi, che senza bisogno del più insidioso trattato TTIP tra UE ed USA (sui gravi rischi del quale sarà opportuno ritornare) potrebbero sfruttare il CETA per proporre e imporre politiche industriali, economiche e sociali di loro gradimento a qualche (piccolo) Stato europeo non particolarmente attrezzato per resistervi o difendersene. Come lo Stato italiano del resto, sempre piccolo se si tratta di difendere i lavoratori e sempre pronto se c’è da correre in aiuto dei vincitori e dei ricchi.
In particolare le multinazionali americane, attive in territorio canadese, potranno citare in giudizio le aziende europee in tribunali privati internazionali di arbitraggio (avete letto bene: privati !), avvalendosi della clausola ICS (Investment Court System) ovvero il sistema giudiziario privato arbitrale per la difesa degli investimenti: con trattative tra privati, i soldi si difendono. Invece i lavoratori e i comuni cittadini no. Ma soprattutto si eludono i tribunali statali.
Peraltro tra i consumatori canadesi si è osservato che già il trattato NAFTA, firmato nel 1992 tra Canada, Messico e USA, non è risultato davvero vantaggioso né per i canadesi né per i messicani, ma ha portato maggiori benefici al partner più ricco e più grande, cioè agli Stati Uniti.
Insomma è facile prevedere, se il CETA fosse in vigore e fosse applicato, comode agevolazioni per la grande finanza, le grandi industrie e i grossi flussi commerciali, soprattutto quelli gestiti da americani e canadesi, con effetti o nulli o deleteri sulle condizioni economiche e sulla qualità della vita delle fasce più modeste delle popolazioni europee e con rischi più elevati per le piccole e medie  imprese europee e per i prodotti di piccole popolazioni marginali e meno capaci di competere a livello globale. Tutto ciò sotto il generico e retorico cappello dell’espressione “commercio e sviluppo sostenibile”, che va di moda qui e in Europa, e che mai come in questo contesto appare per quello che è: un ossimoro insostenibile e un falso problema.
In un lavoro recente su TTIP e CETA, Adoracion Guamàn Hernandez, professoressa di Diritto del Lavoro in Spagna alla Università di Valencia (Lex Social, Vol. 6, n. 2, pagg. 123-144, 2016) pone due buone domande: «le previsioni delle clausole poste dalla Commissione sono sufficienti a proteggere i diritti di lavoratrici e lavoratori entro le dinamiche di creazione di macrostrutture di commerci e investimenti?» e «quali sono gli effetti negativi dell’insieme delle disposizioni contenute nel trattato CETA sui diritti associati al lavoro?». La studiosa spagnola osserva che nel mondo su 625 trattati di libero commercio (TLC) regionali ratificati al 2016, dei quali 406 sono in vigore, soltanto 58 contengono clausole relative ai diritti dei lavoratori.
Leggiamo in questi dati due punti per noi ben chiari: 1. in tutto il pianeta dirigenti e imprenditori si sono dati la libertà di commerciare e guadagnare, ma non hanno mai dedicato in passato particolare cura ai diritti di chi lavora, produce e commercia per loro; 2. i governi poi si sono disinteressati del fatto che negli accordi commerciali non si parlasse di diritti dei cittadini, tollerando che essi siano liberi di lavorare in condizioni scadenti o cattive, comunque gradite alle multinazionali.
Viste le disparità delle normative vigenti sulle due sponde dell’Atlantico, con il CETA ci si potrebbe dunque aspettare un abbassamento degli standard europei di protezione dei lavoratori, un aumento di disuguaglianze e una “americanizzazione” del diritto del lavoro. Poi per la questione delle controversie tra investitori privati e Stati, si può considerare come utile esempio la causa, tuttora pendente, tra Véolia ed Egitto. Questo e altri casi presenta l’articolo di Benoît Bréville e Martine Bulard (le Monde Diplomatique, Giugno 2014) tradotto in italiano con l’arguto titolo “Tribunali pensati per rapinare gli Stati…” nel sito   http://www.infonodo.org/node/40370.
In conclusione dalle esperienze precedenti di vari trattati di libero commercio TLC, tra cui segnatamente il NAFTA tra Canada, USA e Messico, si impara che la “liberalizzazione” regionale dei commerci ha prodotto effetti esattamente contrari a quanto la retorica dei promotori prometteva: incremento di disuguaglianze, aumento di benefici delle élites dirigenti, stagnazione dei salari, crescita di disoccupazione, violazione di diritti sindacali e diminuzione della capacità di negoziazione colletttiva dei lavoratori. Le promesse, si sa, sono frottole suggerite alla Commissione dai lobbisti “liberisti” che la frequentano, e dai Commissari, “liberisti” anche loro, fatte proprie.
Resta dunque una sola domanda, politica, ai governanti dell’Europa: dalla storia recente dei Paesi europei e del mondo, e dai numeri delle statistiche economiche, non s’impara proprio nulla?

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