Il nini muàrt

by

di Giovanni Giovannetti
Pasolini, Gladio, La macchinazione

Se vivi a Pavia e dintorni segnati questa data: martedì 11 ottobre alle ore 21.30 al cinema Movie Planet di San Martino Siccomario è in programma La macchinazione, film di David Grieco sugli ultimi mesi di vita di Pier Paolo Pasolini. Lo introdurrò io, con aggiornamenti su quanto di nuovo sta emergendo sull’omicidio politico di uno dei più vivaci intellettuali italiani del Novecento. I pochi minuti a disposizione non mi consentiranno affondi. Ai miei quattro lettori in rete dedico allora le notizie – inedite – contenute nell’inchiesta che segue, sugli anni friulani di Pasolini; su chi davvero, tra il 1949 e il ’50, lo indusse a fuggire da Casarsa. Buona lettura.

Pier Paolo Pasolini era nell’atlantico mirino di taluni precursori di Gladio sin dagli anni post-bellici in Friuli. Dopo aver misurato il suo crescente carisma, la sua decisa capacità oratoria e la forza affabulatoria dei suoi manifesti murali (scritti a mano in lingua friulana; lui stesso – neo-segretario della sezione comunista di San Giovanni di Casarsa – li esponeva nella loggia rinascimentale del paese), questi ambienti attaccano Pasolini. Prima lo minacciano, «che la smettesse di far politica e si ritirasse a vita privata»; poi, strumentalizzando a fini politici i cosiddetti “fatti di Ramuscello” (una masturbazione collettiva con minorenni poco più giovani di lui), provano a delegittimarlo, inchiodandolo alla croce dei “sentito dire” spacciati per “prove”. Del resto è troppo pericoloso averlo tra i piedi in quel territorio etnicamente misto che, osserva Alessandra Kersevan in Porzûs (Kappa Vu, 1995), «per i futuri gladiatori doveva essere considerato “cosa nostra”».

Da Porzûs a Petrolio

Per Pasolini, la Resistenza è paradigma dell’altrettanto confuso “misto” tra reduci badogliani, cattofascisti e repubblichini che seguirà, all’insegna dell’anticomunismo. Ne scrive anche in Petrolio – l’incompiuto romanzo «“summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie» scrive a Moravia, un libro che lui stesso ritiene «molto politico» – a proposito di Enrico Mattei (presidente dell’Eni, “Ernesto Bonocore” nel romanzo) e di Eugenio Cefis, alias “Aldo Troya”, «vicepresidente dell’Eni, destinato a diventare uno dei personaggi chiave» di questa sua ultima opera.
Quanto al «misto» e alle ambiguità della Resistenza, un’altra scottante verità preme tuttavia a Pasolini: la verità sulle relazioni intercorse tra la brigata partigiana Osoppo in Friuli e la Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, tanto che, per saperne di più (e «solo Borghese poteva sapere la verità sui contatti fra la Decima e i partigiani», disse Pasolini al presidente del Fuan romano Paolo Frajoli), nel 1971 lo scrittore chiese di incontrare il principe filo-golpista. Purtroppo Borghese era ormai latitante in Spagna.
La Resistenza in Val d’Ossola (dove Cefis ha “combattuto” tra i partigiani “bianchi”) come specchio di quella in Friuli? Giorgio Galli sostiene che Eugenio Cefis “Alberto”, Francesco De Gregori “Bolla” e Italo Pietra “Edoardo” (un comune passato all’Accademia militare di Modena e nel Servizio informazioni militare, i servizi segreti fascisti) vennero introdotti dal Sim nella Resistenza rispettivamente in Val d’Ossola, in Friuli e nell’Oltrepò pavese (Lo Stato parallelo, Chiarelettere, p. 112). De Gregori muore assassinato a Topli Uork (Porzûs) nel febbraio 1945 (diciassette partigiani osovani ammazzati da altri partigiani fra il 7 e il 18 febbraio 1945; tra loro Guido Alberto Pasolini, fratello di Pier Paolo); Cefis e Pietra seguiranno Mattei all’Eni. Si ritiene che Cefis fosse anche a capo della loggia massonica segreta P2, almeno sino a quando – come recita una informativa del Sismi – nel 1977 «ha abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli».
La morte dei partigiani “Ermes”, “Bolla” o “Enea” a Porzûs e a Bosco Romagno in Friuli per mano di «garibaldini degeneri» è assimilabile alla morte dei fratelli Di Dio a Gola di Finero in Piemonte? Chi ne ricavò vantaggi, personali o politici?
Su come si arrivò all’eccidio friulano è noto; il perché invece è questione tuttora aperta.
Sappiamo che, tra i partigiani “bianchi” della Osoppo uccisi nel febbraio 1945 da gappisti italiani a Porzûs e dintorni, c’era anche il fratello di Pasolini, Guido, nome di battaglia “Ermes”. Sappiamo, come scrive Guido a Pier Paolo, che «si propone l’assorbimento della nostra divisione da parte della Armata slovena» e che «il vice comandante “Bolla” (Osoppo) [nome di battaglia di Francesco De Gregori, zio del cantautore] pone un energico rifiuto». Noi, continua Guido, «a fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo “straccio rosso”».
Questa lettera fu consegnata a Pasolini da Nico Naldini solo dopo la morte di Guido (il cugino l’aveva avuta da «un amico»). Conosciamo anche la netta condanna di Pier Paolo dell’eccidio: «essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente» (lettera a Renato Serra, 21 agosto 1945). Sappiamo che la formazione paramilitare segreta Organizzazione O (precursore di Stay Behind o Gladio in Friuli, con un organico di circa 6.000 effettivi, tutti o quasi tutti confluiti in Gradio a partire dal 1956) era composta prevalentemente da reduci della Osoppo. Non possiamo tuttavia sapere se nelle pagine mancanti di Petrolio che avrebbero dovuto essere dedicate al passato partigiano di Cefis, possa aver trovato spazio anche questa triste frattura interna alla Resistenza italiana.
La morte del fratello segna profondamente Pier Paolo. L’8 febbraio 1948, nel terzo anniversario dell’eccidio scrive una lunga Lettera aperta al Direttore de “Il Mattino del Popolo”, un’appassionata ricostruzione politica e morale dei fatti di Porzûs. Pasolini ricorda Guido con accenti toccanti, argomenta anche sull’«utilità della morte», ma rifiuta di relegare questo sangue entro la dicotomia buono-cattivo che fa «trasferire tutto l’episodio senza limitazioni su un piano di patriottismo in funzione anti-slava e anti-comunista», come invece sarebbe piaciuto a Giovan Battista Carron, democristiano, prima delegato politico della “Osoppo” – il partigiano “Vico” – e uomo di collegamento con tedeschi e fascisti (ma non sono i nemici?) poi, dicembre 1945, entrato nell’organizzazione paramilitare clandestina anticomunista “Verdeazzurra”, aggregata al famigerato Terzo corpo Volontari della libertà, affine a Gladio; eletto deputato alla Costituente, attraverso l’Ufficio per le Zone di Confine Carron fa da raccordo tra Roma e il Friuli (è lui «l’amico» da cui Naldini ha avuto la lettera di Guido al fratello).
Pasolini non testimonierà al breve processo di Brescia per Porzûs (9-20 gennaio 1950); ma intervenendo l’8 febbraio del ’48 sul “Mattino del Popolo” lo scrittore non fa sconti nemmeno al Pci: «Contro una tesi retorico-patriottica dei democristiani si trova una tesi dialettica dei comunisti (che preferiscono però passare sotto silenzio la questione) ugualmente inaccettabile. […] I miei compagni comunisti farebbero bene, io credo, ad accettare la responsabilità, a prepararsi a scontare, dato che questo è l’unico modo per cancellare quella macchia rossa di sangue che è ben visibile sul rosso della loro bandiera…»
«…accettare la responsabilità»; il dovere morale della verità… se ne ritrova l’eco nella «…forza di dirvi colpevoli» di Una polemica in versi, poesia che Pasolini scrive nel 1956 dopo i fatti d’Ungheria (su “Officina” n. 7, novembre 1956).
Nel ’48 già milita nel Pci. Carron – scrive Enzo Siciliano in Vita di Pasolini (1995) – dice «a Naldini che sarebbe preferibile il cugino la smettesse con la propaganda comunista» così da evitare «perniciose reazioni». Bonario avvertimento o tagliente minaccia? A parlare è il neo-deputato democristiano o il componente apicale di una organizzazione paramilitare segreta?
Qualche mese dopo, una denuncia «dalla voce pubblica» per corruzione di minori e atti osceni (i ricordati fatti di Ramuscello; venne assolto in appello) provoca l’immediata espulsione di Pasolini dal partito. Perde anche il posto di insegnante a contratto alla scuola media di Valvasone. L’accusa fu strombazzata dagli strilloni del “Messaggero Veneto” fin sotto casa sua a Casarsa: «Grave denuncia a carico di un letterato», titola il 28 ottobre il “Messaggero”; «Professore denunciato per immoralità» legge il padre Carlo Alberto Pasolini quel giorno sul “Gazzettino” (alla successiva assoluzione, i giornali non dettero alcuno spazio).
«Caro Carlino», scrive Pasolini il 31 ottobre 1949 a Ferdinando Mautino (l’ex capo di stato maggiore della divisione Garibaldi Natisone, nome di battaglia “Carlino”; lo stesso Mautino che aveva orchestrato la sua espulsione dal Partito comunista «per indegnità morale e politica»), «circa tre mesi fa, come forse sai, sono stato ricattato da un prete: o io la smettevo col comunismo o la mia carriera scolastica sarebbe stata rovinata. […] Un mese fa un onorevole democristiano amico di Nico» ovvero Carron «mi avvertiva molto indirettamente che i democristiani stavano preparando la mia rovina: per puro odium theologicum – sono le sue parole – essi attendevano come iene lo scandalo che alcune dicerie facevano presagire».
In Pasolini Requiem, Barth David Schwartz aggiunge che «Carron era inoltre disposto ad avvicinare il vescovo locale per chiedere che intercedesse presso i parroci della zona affinché parlassero ai genitori per convincerli a dimenticare l’accaduto. Nico portò l’offerta a Pier Paolo, che la rifiutò». Tanto basta per indurre Nico Naldini ad ascrivere l’«amico» Carron tra coloro che hanno «cercato di venire in aiuto a Pasolini al momento della denuncia per i fatti di Ramuscello» (Lettere 1940-1954, Einaudi, p. 410). Insomma, Naldini toglie all’onorevole democristiano la divisa mimetica del componente di una organizzazione segreta, inducendo così in errore altri autorevoli biografi di Pasolini, come Enzo Siciliano e lo stesso Schwartz. Colposa sciatteria o doloso depistaggio?
L’alto prelato del ricatto è don Antonio Volpe, ritenuto a capo di una brulicante rete di “confidenti” ramificata in ogni paese del Friuli, fiduciario dell’arcivescovo di Udine Monsignor Giuseppe Nogara (fautore dei gruppi paramilitari poi confluiti in Gladio). Don Antonio viene segnalato dalla Kersevan quale «solerte raccoglitore di “prove” contro i garibaldini nella vicenda di Porzûs» nel tentativo di processare tutta la Resistenza “rossa” in Friuli; fa da sfondo il malcelato proposito della messa fuori legge del Pci per alto tradimento, proprio a partire dai fatti di Porzûs. Monsignor Arcivescovo vedeva invece con favore una santa alleanza tricolore tra partigiani osovani e fascisti all’insegna dell’antislavismo e dell’anticomunismo (chi dunque ha tradito?), poiché il maresciallo Tito «agogna questa provincia», come scrive l’8 luglio 1945 al sostituto della segreteria di Stato vaticana Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI. Di più: nel 1951, al processo di Lucca su Porzûs (dopo Brescia il dibattimento viene trasferito in Toscana) riferirà che «la Osoppo era sorta in funzione anticomunista» ovvero come antagonista di altri partigiani. Stride allora quanto si legge nelle righe a Montini che precedono, là dove, ben poco patriotticamente, Monsignore manifesta «forti preoccupazioni» a fronte dell’intendimento angloamericano «di lasciare il governo della provincia di Udine alle autorità italiane», ponendo fine ad «ogni controllo» straniero sul Friuli. Sarà, ma in quelle valli contese, presso Tarvisio albergano anche i poco spirituali interessi dei comaschi Nogara (e non è detto che Pasolini ne fosse a conoscenza): dal 1924 al 1933 Bernardino, fratello del monsignore, ricopre infatti la carica di presidente e amministratore delegato della compartecipata Società Mineraria del Predil (alcune cave di zinco e piombo); incarico poi trasferito al figlio ingegner Giovanni, che lascerà nel 1956, l’anno dopo la morte di zio Giuseppe.

Biglietto di sola andata

La mattina del 28 gennaio 1950, con la madre Susanna Colussi, Pier Paolo fugge da Casarsa e si trasferisce a Roma, proprio dove, sotto il cupolone bramantesco, il poliedrico Bernardino Nogara aveva nel tempo costruito un impero industriale-finanziario-immobiliare in nome e per conto di Santa Madre Chiesa.
Al fratello dell’arcivescovo di Udine, papa Pio XI aveva infatti affidato la somma di «1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidati al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire» (così recita l’art. 1 della convenzione finanziaria allegata ai Patti lateranensi del 1929) che il capo del Governo Mussolini aveva elargito allo Stato pontificio, a ristoro dei danni subiti con la fine del potere temporale.
Per gestire quel tesoretto venne istituita l’Amministrazione speciale della Santa Sede per le Opere di Religione (dal 1942 rinominata Istituto Opere di Religione, di cui oggi è tristemente noto l’acronimo Ior), affidandola a Nogara. L’ingegnere chiese e ottenne dal papa carta bianca, arrivando ad investire parte di quel denaro in armamenti: «bombe, carri armati, pistole e contraccettivi», scrive lo storico britannico David Yallop nel libro In nome di Dio (1985); manufatti non esattamente in linea con la morale cattolica… E «quando nel 1935 Mussolini ha bisogno di armi per la campagna d’Etiopia» scrive Claudio Rendina ne L’oro del Vaticano (2010), «gliene arriva una buona quantità dalla fabbrica di munizioni acquistata da Nogara per la Santa Sede, che così si trova a finanziare un’operazione bellica».
Tutto questo agitarsi rende al Vaticano tanti quattrini, ricollocati nell’acquisto di altri immobili, altro oro, altri terreni e soprattutto banche – affidate al conte Franco Ratti, nipote di Pio XI – e compartecipazioni in una moltitudine di industrie (dall’Italgas alla Breda, dalla Dalmine alla Società Elettriche Italia centrale, dalla Società Agricola Lombarda alle Officine meccaniche Reggiane, da Ferrorotaie alla Snia Viscosa, ecc.) nei cui consigli d’amministrazione trovano posto i principi Carlo, Marcantonio e Giulio Pacelli – nipoti e fiduciari di Pio XII – fianco a fianco con taluni maggiorenti del regime fascista.
Bernardino Nogara morirà nel 1958, lasciando nelle casse vaticane 500 milioni di dollari in capitale finanziario, a sommarsi con i 940 milioni di dollari del portafoglio dello Ior (la stima è di Yallop). Secondo il discusso arcivescovo di New York, cardinale Francis Spellman, «dopo Gesù Cristo la cosa più grande che sia capitata alla Chiesa cattolica è Bernardino Nogara», il cosiddetto il «banchiere di Dio»; pochi anni dopo lo si dirà anche del piduista siciliano Michele Sindona, banchiere della mafia e consulente finanziario di Giovanni Battista Montini (Giuseppe Caprio, altro porporato, ritenne Sindona «inviato da Dio per aiutare la nostra Chiesa»).
«Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro?», domandava cristianamente monsigor Paul Marcinkus (al centro dei principali scandali finanziari vaticani), rispondendo poi a se stesso: «Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria». Il cardinale devoto al denaro e alla Massoneria avrebbe volentieri aggiornato gli stessi dieci comandamenti, a partire dal primo: «Non avrai altro Dio all’infuori di me» (denaro a parte), poiché la Vaticano Spa, scrive Gianluigi Nuzzi nel suo celebre libro, «è ormai una realtà nel panorama finanziario mondiale».
È in questo intrico di personaggi, di complicità, di contraddizioni, di terreni interessi e di trame concatenate che via via mette il naso Pasolini. Ma non cita mai i Nogara: in comune c’è il solo contesto, e non è da poco.

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Una Risposta to “Il nini muàrt”

  1. Paola Calzolari Says:

    Molto interessante, da rileggere perché assai ricco e complesso

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