Tu chiamale se vuoi, raccomandazioni

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di Giovanni Giovannetti

Sabato 29 ottobre su “Alias”, dorso culturale del “Manifesto”, è uscito questo mio articolo sui primi anni romani di Pasolini. 

«Il mio calvario qui a Roma continua; in questo momento non ho la più debole speranza di un impiego», scrive Pasolini nell’ottobre 1951 a Giacinto Spagnoletti. E a Carlo Betocchi: «Le cose continuano per la loro brutta piega: niente impiego, nessuna speranza di sistemazione». Fuggito a Roma da Casarsa con la madre Susanna, lo tormenta una disperante condizione economica.
I suoi biografi scrivono che nella capitale Pasolini venne aiutato dai democristiani. È pur vero che a loro si rivolse, e infatti nelle Lettere (pubblicate da Einaudi nel 1988) il nome del conterraneo deputato democristiano Giovan Battista Carron ricorre più volte: lettere al cugino Naldini (febbraio 1950: «Scrivi a Carron chiedendogli da parte mia scusa per non aver ancora risposto alla sua lettera, e come scusante, accennagli alle mie attuali condizioni») e alla madre (27 settembre 1950: «Uno di questi giorni telefono a Carron, chissà che qualcosa non si ottenga»).
Chi è Carron? Veneto ma residente a Udine, è un esponente di spicco proprio degli ambienti che provarono con successo a delegittimare Pasolini in Friuli, inducendolo alla fuga dopo i “fatti di Ramuscello” (una masturbazione collettiva con minorenni poco più giovani di lui). Carron era stato delegato politico della formazione partigiana Osoppo – il partigiano “Vico” – e uomo di collegamento con tedeschi e fascisti (ma non erano i nemici?); poi, dicembre 1945, entra nell’organizzazione paramilitare clandestina anticomunista Verdeazzurra, aggregata al famigerato Terzo corpo Volontari della libertà, affine a Gladio; eletto deputato alla Costituente, attraverso l’Ufficio per le Zone di Confine Carron fa da raccordo tra Roma e il Friuli.
È dunque a questo paramilitare che Pasolini pensa di rivolgersi per trovare occupazione remunerata. E d’altro canto Carron – in quell’Italia delle raccomandazioni e dell’esercizio clientelare del potere – lo ambirebbe in debito con lui e tra i testimoni dell’accusa al processo lucchese per l’eccidio di Porzûs (febbraio 1945: diciassette partigiani osovani ammazzati da altri partigiani fra il 7 e il 18 febbraio 1945; tra loro Guido Alberto Pasolini, fratello di Pier Paolo), ciò che avverrà il 26 settembre 1951. In aula dirà che nulla poteva riferire poiché all’epoca era a Casarsa, concludendo con la formula di rito: «chiedo che i colpevoli siano puniti».
I contatti tra Pier Paolo e l’onorevole proto-gladiatore sono a lungo tenuti da Nico Naldini, ma a Roma il rapporto si fa sempre più diretto: presso il gabinetto Vieusseux si conservano sette lettere di Carron a Pasolini, scritte tra il 17 gennaio e il 14 luglio 1951, e un biglietto, del 1964, di felicitazioni per Il Vangelo secondo Matteo e per la contemporanea uscita di Poesia in forma di rosa.
Manca tuttavia la lettera che Pasolini dice d’aver ricevuto da Carron prima del febbraio 1950, quando Pasolini era ancora a Casarsa. E nei due volumi einaudiani delle Lettere, a cura dello stesso Naldini, non se ne leggono di Pasolini al democristiano; solo citazioni in missive alla madre o al cugino: «Le chiedo, d’accordo con Carron…», scrive Pasolini a Naldini nel luglio 1951, alludendo a lettere o telefonate, o anche incontri tra i due. Pasolini sta sollecitando Nico ad «andare dalla signora Amodeo, a portarle la lettera che accludo. Le chiedo, d’accordo con Carron, di andare lei dalla madre di Ridomi. Le ho detto tutto sinceramente delle mie condizioni: se chiede altre notizie a te, dagliene (e fa un po’ anche tu una mezza tragedia, come consigliava Carron). Il nome di Carron nella lettera non l’ho fatto: tu, a voce, puoi farglielo, raccomandandole però di non parlarne, neanche con la madre di Ridomi».
Ridomi non è – come equivoca Barth David Schwartz nel suo bel libro Pasolini Requiem – «uno dei ragazzi di Ramuscello»: il friulano Cristiano Ridomi (ex diplomatico, ex giornalista del “Corriere della Sera”, ex addetto stampa del primo ministro Alcide De Gasperi) dal 17 maggio siede al vertice della Rai e l’onorevole Carron sta provando a raccomandare Pasolini per un posto nella neonata tivù di Stato; in fondo, era pur sempre il fratello di un martire osovano: «Caro Pasolini» scrive Carron il 2 giugno 1951 «non vorrei che Lei ritenesse che io l’abbia dimenticata. Purtroppo Ridomi tornò a Roma solo dopo la mia partenza. Né era a Roma quando io vi feci una scappata il 30 o il 31 del mese scorso. Sia sicuro che non mollo. A me freme vederLa un poco – per quel poco che fosse non tanto conta più al cuore – almeno un poco tranquillo». 20 giugno 1951: «oggi sono tornato alla Rai e nuovamente non ho trovato Ridomi, che è in Svizzera fino al 25-26. Naturalmente, ritornerò»; il 14 luglio Carron scrive a Pasolini d’aver «parlato a lungo con R.», rimproverandolo altresì d’averlo «fatto precedere da una raccomandazione udinese non buona. […] Tutto non è perduto. E io sono a sua completa [sottolineato due volte] disposizione. Ne sia certo. Ma si faccia vedere».
L’onorevole Carron fallirà nel suo peraltro tiepido intento di piazzare in Rai lo squattrinato conterraneo «disperatamente disoccupato». Lo stipendio fisso verrà lo stesso, grazie, si direbbe, al ferrarese Casimiro Fabbri, funzionario del ministero della Pubblica istruzione nonché poeta (con Canti del Velino figura nella rosa dei finalisti al premio Viareggio del 1959), che a Pasolini sembra lanciare l’agognato salvagente: «Dopo che ci siamo lasciati ieri sera» scrive Fabbri a Pasolini il 19 agosto 1951 «ho pensato subito di fare qualche cosa per lei. Premetto che io non ho nessun potere ma per casi come il suo sono riuscito a ottenere una sistemazione anche definitiva. […] Ho da farle qualche proposta» così da «farle ottenere o un impiego privato o un incarico scolastico. Io abito in via Faggi 93, int. 12, che è la seconda via a sinistra, oltre piazza dei Mirti (può venire in bicicletta e lasciarla in custodia alla portiera)».
Carla Fabbri, figlia minore di Casimiro (all’epoca tredicenne) ricorda che «Pasolini venne poi in bicicletta». E se non si conservano lettere di Pier Paolo a Casimiro è perché i due non di rado «si vedevano personalmente o si sentivano al telefono».
E tuttavia Pasolini, nell’autobiografico profilo pubblicato in Ritratti su misura (1960), dice che a procurargli un lavoro era stato il poeta e ispettore scolastico Vittorio Clemente: «ero disoccupato, ridotto in condizioni di vera disperazione: avrei potuto anche morirne. Poi con l’aiuto del poeta in dialetto abruzzese Vittorio Clemente trovai un posto di insegnante».
Si spiega, poiché Fabbri e Clemente erano molto amici. Nel post scriptum Fabbri dice che a breve s’incontrerà «con un dirigente» per l’appunto Clemente «al quale eventualmente proporrei lei per un lavoro che le dirò». Detto fatto, il poeta abruzzese introdurrà Pasolini alla scuola media parificata “Francesco Petrarca” di Ciampino, periferia romana. Qui insegnerà dal dicembre 1951 al 1953. Lo stipendio è modesto, ventisettemila lire mensili. Ma, scrive Siciliano, «fu la salvezza».
Pasolini sta per diventare Pasolini, e da subito non manca di spendersi in manovre “politiche” d’avvicinamento a questo o quell’altro più o meno remunerativo premio di poesia, ad integrare il magro stipendio (una storia «ridicola e senza dignità. Ma ci vivo…», scriverà nell’estate 1952 a Luciano Serra) nonché a dispensare o sollecitare favori: «Lei può fare una telefonata “di raccomandazione” a Migliorini?», chiede il 17 dicembre 1954 al grande filologo Gianfranco Contini, «sto cercando un altro posto; e so che un posto sta prendendo figura tra il personale dell’Enciclopedia. Lo so per mezzo di un mio amico d’infanzia, Medici, che, appunto con l’appoggio di Migliorini, lavora lì. Perciò mi son dato da fare, per pietà dei miei e di me stesso: presso l’On. Ferrabino (presidente dell’Enciclopedia) mi sono fatto sostenere da un mio conoscente friulano, il Senatore Tessitori, il quale ha avuto da Ferrabino (e me ne ha fatto prendere visione) caldissime assicurazioni». E Contini ne parlerà, inutilmente, a Migliorini («Ho telefonato a Migliorini, nella tenue speranza…», scrive l’illustre studioso il 21 dicembre a Pasolini).
Bruno Migliorini, già redattore capo all’Istituto per l’Enciclopedia italiana, era ordinario di Storia della lingua italiana a Firenze; il friulano Tiziano Tessitori era stato animatore del movimento autonomista La Patrie dal Friûl, a cui tra il 1945 e il ’47 aveva aderito Pier Paolo. Il futuro ministro, in un primo tempo prova a “raccomandarlo” nuovamente in Rai («In relazione alle premure rivoltemi Le comunico di aver vivamente segnalato la Sua aspirazione al Presidente della Rai», scrive Tessitori a Pasolini il 20 novembre 1953), nulla ottenendo: «Illustre Senatore, ho ricevuto la Sua pregiata lettera in data 20 corr. con la quale mi segnala il prof. Pier Paolo Pasolini che aspira ad essere assunto presso la Rai come impiegato», replica il giorno successivo il presidente Ridomi, e tuttavia «devo farLe presente al riguardo la impossibilità di dare favorevole corso al desiderio del Suo raccomandato non procedendo la nostra Società ad alcuna assunzione».
Nel novembre 1954 Tessitori prova allora a bussare alla porta della Treccani: «Posso però riferirLe che, dopo il colloquio con Ferrabino, ho buona speranza che Lei possa essere assunto alla Treccani», scrive poi a Pasolini. Speranza vana: il 4 dicembre il neo-presidente dell’Enciclopedia italiana segnala a Tessitori che «attualmente i posti sono tutti occupati. Perciò il prof. Pasolini dovrà attendere che una eventuale estensione dei nostri lavori ci costringa ad allargare i quadri. Ciò è tutt’altro che impossibile. Non dubitare che tengo in molta evidenza la tua segnalazione», scrive Aldo Ferrabino nel cestinarla.
Se è vero che furono i democristiani a muoversi in orbita clientelare per Pasolini, è altrettanto vero che nulla di concreto Pasolini ne ricavò.

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