Galeotto il cotechino

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Al Cattaneo non far sapere quanto è buona la caciotta con le pere
di Giovanni Giovannetti

Come taluni sanno, dal 2013, vigilia di elezioni Amministrative pavesi, l’allora sindaco più amato o trombato d’Italia dispose querele per chiunque solo immaginasse di accostarlo agli ambienti mafiosi che, nel 2009, contribuirono alla sua vittoria elettorale.
E dire che mai caciotta calabrese di fossa fu più indigesta poiché, un anno dopo l’elezione, il suo nome (e il nome di amici assessori e altri amici degli amici) emerse tra quelli citati nei cospicui faldoni dell’indagine Infinito: Alé Cattaneo non viene indagato ma la stessa Alta Corte, nel ratificare condanne e biasimi, il 30 aprile 2015 afferma che alle elezioni amministrative 2009 Pino Neri – ovvero il sodale ‘ndranghetista del candidato sindaco – si era «avvalso della forza derivante dal gruppo mafioso che ha alle spalle, e di cui è esponente di rilievo, per condizionare il libero esercizio del voto e alterare il meccanismo democratico della competizione elettorale».
Non solo Neri: un altro condannato per fatti di mafia, Carlo Antonio Chiriaco, lo si ricorda tra i più vivaci coordinatori della sua campagna elettorale.
La Sentenza dell’Alta Corte di Cassazione che ha ratificato la condanna a 18 anni di reclusione per Pino Neri (capo reggente della ‘Ndrangheta in Lombardia) e la condanna a 13 anni per Carlo Antonio Chiriaco (concorso esterno in associazione mafiosa), a pagina 145 dunque si sofferma sui rapporti tra Neri e la sfera politica pavese in vista delle elezioni Amministrative 2009: un rapporto, sottolinea, che «prescinde dall’accordo mafioso, o dal voto di scambio» e la conseguente «promessa di una qualche utilità»: no, come si legge il voto alla coalizione guidata da Alessandro Cattaneo si colloca entro l’orizzonte di più generali «interessi del gruppo mafioso», mira al futuribile «perseguimento di vantaggi illeciti» da coltivare entro un medesimo blocco sociale, facendo sistema con esponenti della classe dirigente locale, “blocco” cementato dai rapporti di reciproca convenienza.

Le buone pietanze

Ancor oggi il mancato sindaco non manca di decantare le «buone pietanze» che l’accolsero a casa del Neri, a motivo del loro primo incontro. E galeotto fu il cotechino. Al Cattaneo tanto piacque da non potersi astenere dall’accogliere altri inviti del capo bastone, da poco tornato in libertà dopo una condanna a 9 anni di carcere per narcotraffico: limitando l’orizzonte al maggio-giugno 2009, il futuro capo dell’esecutivo comunale si vide almeno quattro volte con la figura apicale della ’Ndrangheta lombarda, per cene o sobri aperitivi elettorali accompagnati dal tradizionale nonché bene-augurante “taglio della caciotta”, rito calabrese di letizia e amicizia. All’incontro con gli amici degli amici, Cattaneo si recò insieme al comune conoscente Francesco Rocco Del Prete, candidato di Neri, uno tra i più solerti fiancheggiatori del giovane sindaco più che mai incline, disse Gian Carlo Abelli (uno dei suoi padrini politici), «a lasciarsi guidare».
Cinque mesi dopo aver brindato insieme all’imberbe candidato – eletto, dice la Cassazione, con i voti della mafia – il 31 ottobre 2009 Pino Neri innalzerà di nuovo alto il suo calice al Circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano, al summit mafioso per festeggiare la ritrovata concordia tra le “Locali” padane e la terra madre dopo l’omicidio di “compare Nuzzo” Carmelo Novella.

Oltre il ponte

Insomma, anche a Pavia, scrivono i magistrati antimafia, «ciò che distingue la criminalità comune dalla criminalità mafiosa è la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali, di costruire rapporti di reciproca convenienza. Si tratta di legami strumentali, poco stabili, privi di contenuto affettivo (a differenza dei legami che si instaurano tra gli appartenenti all’associazione), ma che creano obbligazioni reciproche estremamente vincolanti. Tali rapporti si possono ricondurre alla nozione di “amicizia strumentale” caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”. […] I mafiosi hanno interesse a instaurare questi rapporti in quanto ciò consente loro di aumentare il proprio capitale sociale (e di conseguenza anche quello dell’associazione); di entrare a far parte della rete di rapporti del soggetto, con ulteriore incremento della rete di rapporti; di porsi come punto di raccordo tra le reti di rapporti facenti capo ai vari individui con cui entrano in contatto, esercitando una sorta di mediazione tra ambienti sociali».
Dall’inchiesta antimafia emergerà che il Presidente della Commissione comunale Territorio Dante Labate (amministrazione Cattaneo) era tra i soci dell’Immobiliare Vittoria, riconducibile a Pino Neri. L’assessore ai Lavori pubblici della Giunta Cattaneo Luigi Greco – poi nominato capo di gabinetto del sindaco – era in rapporti con Pino Neri, nonché socio in affari di alcuni prestanome di Chiriaco. L’assessore alla Mobilità della Giunta Cattaneo Antonio Bobbio Pallavicini lo sorprendono invece nei migliori ristoranti della Locride in compagnia del capo bastone lombardo-calabrese. Il consigliere comunale Valerio Gimigliano lo ritroveremo tra i suoi amici e frequentatori.
Ma guai a menzionarli in relazione a fatti di mafia: Cattaneo, Neri e sodali ti inondano di querele – il riverbero di tutto questo lo si vedrà nel Piano di governo del territorio (Pgt); nell’illecita assunzione di dirigenti compiacenti; nel patto non scritto di spartizione criminale della cosa pubblica per aree d’influenza che – garante il sindaco Cattaneo – ha consentito fior di ruberie (basti citare il suo colpevole mancato controllo su Asm o sulle politiche urbanistiche); nella sedicente cultura “politica” di una pubblica amministrazione per niente impermeabile alla colonizzazione mafiosa.

Vota Mafia?

Mi sia dunque consentita una piccola chiosa sull’azione legale brandita per dissuadere chi denuncia il malaffare alla procura e in articoli e libri. In questi anni ho ricevuto 27 querele (26 archiviazioni e un rinvio a giudizio, per aver ironizzato sul Cattaneo in una parafrasi letteraria). Quattro tra le più recenti querele (da Cattaneo, Luigi Greco, Dante Labate e Neri) prendono di mira un mio volantino titolato «Vota Mafia?» col quale ho segnalato agli elettori l’apostolato di taluni candidati sorpresi in rapporti con maggiorenti mafiosi.
Soffermiamoci allora sul volantino. Nella Richiesta di archiviazione del 15 gennaio 2015 allegata al Decreto di Archiviazione (16 marzo 2016), il pm pavese Mario Andrigo osserva che «il volantino “incriminato” non faccia altro che riportare accanto al nome di ciascuno dei candidati menzionati una breve sintesi di quanto è emerso nell’ambito delle indagini condotte dall’AG di Milano […] In tale situazione non può esservi dubbio alcuno che il Giovannetti, nel contesto del predetto volantino, abbia riferito fatti veri, in quanto direttamente tratti dal contenuto degli atti – non più coperti da segreto dopo l’esecuzione delle ordinanze cautelari – del processo milanese Crimine-Infinito».
Il dott. Andrigo prosegue riconoscendo che i fatti narrati «paiono aderenti a fatti e vicende concrete, riferibili tutte al contenuto degli atti giudiziari ed al ruolo di amministratori pubblici e – più in generale – di soggetti politici impegnati nella consultazione elettorale dei querelanti (escluso il solo Neri)».
Assai dura è infine la critica del magistrato pavese a Cattaneo e agli altri politici pavesi presi di mira dal volantino: «Cattaneo, Greco e Labate, in definitiva, dovevano e devono considerarsi soggetti passivi di quel diffuso controllo di “eticità” e “moralità” auspicato da Paolo Borsellino e tradotto in atto dal volantino di Giovannetti, anche e soprattutto con riferimento alle condotte e frequentazioni non penalmente rilevanti ma pur sempre tali da gettare ombre e/o dubbi sulla loro limpidezza».
Se nel testo per il quale sono a giudizio io ho inteso ironizzare, meno incline al riso appare dunque il biasimo alla sfera pubblica pavese formulato dal Pm Mario Andrigo (e dal Gip Luisella Perulli, che ha decretato l’archiviazione il 16 marzo 2016), ribadendo, lo si è visto, quello espresso dall’Alta Corte di Cassazione.

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