C’era un popolo in Italia

by

“Do you hear the people sing? Singing a song of angry men?
It is the music of a people who will not be slaves again” (Les Mirables)

di Marco Bonacossa

C’era una storia fatta di albe fredde nelle campagne di un’Italia unita solo nelle cartine geografiche.

Milioni di uomini e donne al canto del gallo si alzavano ed armati di falce e zappe andavano nei campi per far crescere così tanto ben di dio che avrebbe potuto saziare il mondo intero. Quelle invece erano le terre del padrone che con gli stivali puliti, la camicia bianca e un cavallo nero veniva a dare ordini ricordando che loro, i lavoratori, erano roba sua. Le sue bestie da soma.

Per tredici, quattordici ore la terra veniva amata e lavorata da chi non aveva niente, se non la prole. Cominciarono a chiamarsi proletari.

Dalle città e dalle officine qualcuno cominciò a predicare un nuovo vangelo. Venivano promesse l’uguaglianza, la libertà, diritti. La rivoluzione. Parole, sogni, miraggi. Come l’America. Qualcuno però ha creduto nell’America e ci è andato. Qualcuno è rimasto e ha pensato che un nuovo dio, il proletariato, non sarebbe poi stato così male.

Da domani se passa il padrone non ci togliamo più il cappello. Vogliamo anche lavorare di meno. E vogliamo anche più pane. Una lotta non è dura se non fa paura e le tasche del padrone si svuotano a forza di andare nei bordelli delle città e a fare offerte alla chiesa. Dio vi benedica signor conte. Assolvetemi padre. Voi già devolvete molti denari in beneficienza, siete assolto dai vostri peccati. Amen.

Le braccia incrociate non raccolgono più il grano, non strappano la gramigna e le vacche si lamentano per il latte non munto. Da soli non facciamo niente. Uniti possiamo tutto. E se il padrone si arrabbia? E se si arrabbia a noi cosa cambia? Solo noi conosciamo questa terra e come si lavora. Ha bisogno di noi. Vedrai che cede.

Sette giorni di braccia incrociate, di pance vuote, di mantelle e vestiti luridi e bucati. In testa i pidocchi, nello stomaco niente, nel cuore sogni d’amore e di rivoluzione.

Qualcuno ha visto il padrone venire verso la cascina. Insieme a lui però erano in tanti, tutti a cavallo, tutti in divisa, tutti armati.

Signor conte, ci siamo noi soldati del regio esercito e le nostre armi per ristabilire l’ordine. Prima di venire qua il parroco ci ha dato la sua benedizione. Quelli sono senza dio, si fanno chiamare socialisti. Grazie ragazzi. Allora diamogli questo socialismo. Di legnate.

Tra la nebbia e il frinire dei grilli da una parte uomini vestiti di grigioverde con i fucili a tracolla, dall’altra uomini, donne, vecchi e bambini con i rastrelli e la rabbia nelle mani. L’esito è scontato.

E’ una battaglia che è andata persa, non la guerra.

Lo spettro si aggira per l’Europa e fa paura. Nelle campagne, nei quartieri proletari si aggirano persone che hanno imparato a leggere e scrivere e dicono parole che arrivano prima al cuore che al cervello. Come al mare, durante la tempesta, si solleva una nuova onda. Ma nessuno di loro aveva mai visto il mare. Nessuno di loro aveva mai visto oltre il campo e la chiesa del paese. Nessuno di loro sapeva leggere e scrivere. Nessuno di loro conosceva qualcosa di diverso dalla fame e dal lavoro. Eppure tutti sapevano che bisognava lottare. Eppure tutti sapevano che nel mondo c’erano altre persone sfruttate come loro. E che le catene andavano spezzate per tutti e non solo per sé stessi.

Si dice che il re voglia mandarci tutti a combattere in guerra contro l’Austria e la Germania. Cosa faccio nonno? Non ci andare nipote. Ribellati. Alla tua età abbiamo scioperato una settimana. Ci hanno sparato contro i soldati e tuo padre è morto. Non è cambiato molto. Anzi, quasi niente.

Ma se ora tu andassi a fare quello che gli assassini di tuo padre ti ordinano, non faresti un torto a te stesso, ma a tutto il proletariato. Pensaci.

Da lontano il sibilo del treno dei soldati che vanno al fronte. Carne da macello per gli interessi dei potenti. E’ il popolo l’agnello sacrificale. Qualcosa dovremmo pur fare.

Deposta la zappa, si prende ago e filo. C’è una bandiera rossa da cucire. Ci sono treni da fermare e binari sui quali stendersi. Nessuno deve andare alla guerra.

L’arresto, la prigione, il fronte, le ferite, i morti. Anni di follia. I padroni hanno giocato con le nostre vite. Loro non c’erano in trincea. Noi sì.

Si torna a casa, ma niente è più come prima. Di notte gli incubi della guerra, di giorno i sogni della rivoluzione. Occupiamo i campi, occupiamo le fabbriche. Siamo tanti, siamo forti. In Russia ce l’hanno fatta, hanno ucciso lo zar. Ora tocca a noi.

Uno dei nostri ha tradito. Si è messo con i padroni. Ha gettato la bandiera rossa e ha messo la camicia nera. Si chiama Benito Mussolini.

Signor conte, con suo padre c’era l’esercito. I tempi cambiano, ora è lei il padrone e l’esercito che ci difende dai senza dio si chiama fascismo. Lei lo sa bene, la chiesa è povera e deve pensare alle anime, può solo pregare, ma le camicie nere hanno bisogno anche del suo aiuto. Una piccola offerta e che dio la benedica. Amen.

Olio di ricino, fiamme, bastoni, sogni svaniti e compagni spariti. Chi morto nel corpo e sepolto in tombe anonime, chi morto per il mondo e rinchiuso in prigione o al confino. Qualcuno è scappato all’estero, chissà se mai tornerà.

Venti anni di oblio, di adunate, di folle oceaniche, di discorsi al balcone e di un impero ritornato sui colli di Roma. Un paese in divisa e l’altro ridotto al silenzio. Poi la guerra, le sconfitte, i soldati congelati in Russia o dispersi in Africa. Una sera d’estate l’ubriacatura. Si abbattono i vessilli del regime caduto come un castello di carte. Neanche il tempo di riprendersi dalla sbronza che bisogna imparare il tedesco per sopravvivere.

Ci si incontra, di nascosto, in case anonime. Qualcosa dobbiamo pur fare. Dobbiamo riconquistare la libertà. Dopo la notte dovrà sorgere il sol dell’avvenire. I compagni chiusi nelle prigioni piangono per le torture, altri viaggiano con gli ebrei sui treni diretti in Germania e Polonia. Noi siamo qua. Saliamo in montagna e armiamoci.

Nessuno vuole più la guerra, nessuno vuole più il duce, tutti odiano i tedeschi. Sono tanti i giovani che disertano e salgono in montagna. Non sono tutti compagni. Tanti lo sono, altri credono soltanto che l’essere umano sia nato libero e che tale debba rimanere.

D’estate scendiamo dai monti e andiamo a liberare frazioni e paesi, catturiamo armi ai fascisti e uccidiamo i tedeschi. Lo facciamo per la libertà. Lo faccio per mio nonno, ucciso per lo sciopero nei campi, e per mio padre costretto a combattere sul Carso. Lo faccio per me, per i compagni e perché i miei figli possano nascere in un’Italia libera. E dopo la libertà voglio che sorga il sol dell’avvenire, la rivoluzione.

L’inverno è duro. Si gela. Il freddo e i tedeschi sono temuti alla pari. La neve è nostra nemica. Bisogna stringere i denti quando riusciamo a non farli battere. Arriverà la primavera. La rossa primavera.

Ad aprile i tedeschi e i fascisti scappano. Siamo tanti. Cantiamo. Sorridiamo. Beviamo. Le donne sono tutte belle. Costruiremo un paese nuovo, migliore. Vedrai.

Nelle piazze carri pieni di fucili. File di giovani, di uomini e di donne con un fazzoletto rosso al collo depongono le armi. Un soldato americano assiste distratto a quel funerale laico. Non capisce quando qualcuno di loro piange. Strabuzza gli occhi quando qualcuno di loro bacia il mitra. Non è solo una stagione che finisce. Ma è un sogno: la rivoluzione. Qualcuno ci crede ancora. Qualcuno ha capito. Ora c’è rimasto il gran partito. Un monolite con delle fessure. Il nuovo orizzonte verso il quale voltarsi e consegnarsi.

Le fabbriche sono i nuovi campi. Ore di lavoro sottopagato, chi protesta muore di fame, chi tace si ammazza di fatica. Nessun diritto. Il signor conte ha venduto i terreni e ha aperto due aziende metalmeccaniche. I padroni di ieri ora si chiamano industriali. Gli sfruttati di oggi si chiamano operai. Cortei, manifesti, bandiere rosse e piazze piene per una nuova libertà.

Papà, ma anche tu hai preso le armi per fare la rivoluzione. Dimmi cosa c’è di diverso. Di diverso c’è che noi lottavamo contro i nazifascisti. Quando nel ’68 occupavi l’università non protestavo. Ma ora no. Come hai detto che vi fate chiamare? Brigate Rosse? Ma andiamo. Finirete con l’inimicarvi tutta la classe operaia. E ricordati una cosa: chi usa le armi prima o poi uccide qualcuno. E quello è il punto di non ritorno. Non ce l’abbiamo fatta noi a far la rivoluzione, non crederete di poterla fare voi. Non andrete da nessuna parte.

Le parole d’ordine sono sempre le stesse: rivoluzione e riscossa del proletariato. Ma ora nei cuori c’è solo tanta rabbia e non esiste più il sol dell’avvenire, ma il presente. Scritto con il piombo dei proiettili delle P38. Compagni e fascisti muoiono negli scontri del sabato pomeriggio. Politici e poliziotti muoiono per volontà di direzioni strategiche di autoproclamate avanguardie proletarie. Dietro di loro all’inizio qualcuno, poi nessuno. Combattenti solitari di un’immaginaria guerra che produce tragedie vere.

Qualcuno muore con la pistola in mano, qualcuno è sepolto dagli ergastoli, qualcuno ritrova la ragione, qualcuno trova la sua via nel bucarsi.

Passano gli anni. Cade il muro. Persino il partito non esiste più. Ha cambiato nome. Ha cambiato pelle. Ci si trova nelle commemorazioni. In quelle giornate saluti e canti sono ammessi. Qualcuno lo fa sorridendo, qualcuno per tradizione, qualcuno con una lacrima che scende sul viso.

Quello delle televisioni ha vinto le elezioni. E’ caduto e si è rialzato. Tre volte. Ora non c’è più, ma c’è la sua eredità culturale, se così possiamo definirla.

Papà, voi avevate il partito, ma la mia generazione, fatta di giovani precari ed altri emigrati, che cosa ha?

Non era poi così grande quel partito, figlio. Prima parlava di rivoluzione e poi chi come tuo zio, sbagliando, ha creduto troppo in quelle parole prima lo ha accusato di essere un fascista, poi un compagno che sbagliava e dopo lo ha abbandonato e venduto alla polizia. Io invece gli sono rimasto fedele, al partito, e senza discutere niente un bel giorno ci ha detto che il rosso non era più di moda. Non era poi così grande quel partito. Non avete bisogno di quello voi. Dite soltanto la verità. E’ l’ultimo atto rivoluzionario. E’ la base di ogni rivoluzione passata e futura. Da soli non fate niente. Uniti potrete fare tutto.

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