O che bel castello

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di Tino Cobianchi

Martedì 13 dicembre alle ore 17, presso la Biblioteca universitaria di Pavia (palazzo Centrale di corso Strada Nuova 65), si terrà la presentazione de Il castello, nuovo “libro di San Siro” di Mino Milani. L’autore ne parlerà con Cristina Scalabrini e Beppe Benvenuto. Intanto si legga questa bella recensione al romanzo, a firma di Tino Cobianchi.

 

È uscito il nuovo e attesissimo “libro di San Siro” di Mino Milani. Grazie alla gentilezza dell’autore abbiamo potuto leggere in anteprima Il castello e con piacere lo presentiamo. Non volendo privare i lettori di scoprire in che modo il commissario Ferrari riesce a ritrovare armi rubate nel vicino Regno di Sardegna mentre è sulle tracce di un pericoloso evaso, anziché accennare alla trama, facciamo conoscere i vari protagonisti che dividono la scena con l’indiscusso mattatore Melchiorre Ferrari, il fidato Steiner («ragazzo sei la mia consolazione»), Ziller, Rovati e Rovida.
Questa scelta non è solo un semplice escamotage, ma si presta bene perché ne Il Castello forse in più che in altri libri “di San Siro”, lo scrittore ritaglia un ruolo non solo di comparsa a diversi personaggi. Il primo a entrare in scena è Ireneo Lanati, noto come Balnéger che «aveva cominciato a mettersi nei pasticci da ragazzino, passando velocemente dai furtarelli ai furti, per fatalmente giungere alla rapina, senza con ciò trascurare truffe, frodi, imbrogli, pestaggi a pagamento e via dicendo»; in procinto di essere giustiziato riesce a scappare «evadendo alla maniera classica, segando cioè le sbarre della finestra con una lima».
Una parte importante è svolta da Cesare Lombroso, qui studente all’Università e non ancora famoso psichiatra e antropologo criminale. Milani gli affida il compito di far conoscere in nuce le sue teorie («il crimine è una malattia con cui si nasce: lo si porta scritto in viso») a uno sbigottito Ferrari. Inizialmente perplesso dalle innovative idee del brillante assistente di Pratner e uscito «da quella sorta di strano incantesimo», il commissario ne intuisce la validità e, a modo suo, le utilizza. Mariani Pietro detto Marianètu è invece il contadino che a sua insaputa e per un’ossessione, «qualcuno grida di notte e non lo lascia dormire», offre a Ferrari il filo per risolvere i misteri (e i guai) che incontrerà visitando il castello «e tutto quanto di triste sta attorno» appena fuori Pavia dove si scorge che «il Ticino laggiù in fondo appariva d’un cilestrino vago e insignificante».
Un ruolo non secondario lo svolge Angelo Bassini, noto «mazziniano, garibaldino, reduce di guerra» e amico di Ferrari; le sue preziose informazioni aiutano il commissario a fare chiarezza sul contrabbando di armi che alimenta le fobie mazziniane del barone Ziller e preoccupa il governo di Torino che «aveva mandato in missione il Commissario superiore Molinatti» a Pavia.
La parte di prima donna è di Teresina, mascolina e affascinate nipote del barcaiolo Balestra, «ragazza di poco più di vent’anni, bella anzi prorompente, dai capelli color del grano maturo, dagli occhi neri» che affascina non solo il buon Ferrari ma anche il compassato Lombroso e i questurini messi sulle tracce di «quella sorta di inno alla giovinezza».
Enrico Trespi è un misterioso possidente bresciano esperto in armi; la sua spregiudicatezza e audacia darà molto filo da torcere al commissario Ferrari costringendolo persino a trascorrere una notte all’addiaccio, mentre il suo fascino colpirà il cuore di Teresina.
Il filo rosso che lega indizi, intuizioni e personaggi (se ne incontreranno altri in veste di preti, secondini, contadini, vetturini, fabbri e barcaioli) è magistralmente intrecciato e narrato da Mino Milani. Attraverso i monologhi notturni del commissario corroborati dall’immancabile bicchiere di cognac, lo scrittore compone l’intricato puzzle con il quale Ferrari porta a termine le sue faticose e movimentate indagini al castello, riuscendo altresì, e il lettore scoprirà come, ad anteporre le ragioni del cuore a quelle di Stato.
Il libro è arricchito da pregevoli descrizioni che rappresentano il vero e proprio valore aggiunto del romanzo. Ne citiamo un frammento che, con un tocco di poesia, coglie e descrive bene la filosofia, lo stile e il modo di essere del commissario Ferrari: «Seguirono lunghi temporali agostani, e gli usignoli smisero le loro melodie più presto del solito, né le ripresero se non quando il cielo tornò azzurro e limpido, ma di quel colore magico e languido che preludeva all’autunno. Quella era la stagione prediletta da Ferrari. Non s’era mai curato di pensarci su bene, ma in fondo avrebbe voluto che l’autunno durasse tutto l’anno. Quando poteva, se ne andava zoppicando lentamente per le stradine silenti e in ombra per buona parte del giorno … non c’era bisogno di correre a cercare le cose necessarie: se dovevano venire, sarebbero venute. Di ciò era certo. Vero o no, che malgrado fosse zoppo, lui arrivava dappertutto?».

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