Basta Pasolini

by

di Giovanni Giovannetti

Cosa sanno i ragazzi d’oggi del suo pensiero politico? Conoscono le sue ancora attuali requisitorie corsare e luterane sul divenire di questo nostro Paese?
Cosa sanno sui mandanti e gli esecutori materiali di piazza Fontana a Milano nel 1969 (17 morti e 88 feriti), di piazza della Loggia a Brescia nel 1974 (8 morti e 102 feriti), del treno Italicus nel 1974 (12 morti e 48 feriti), del Rapido 904 nel 1984 (16 morti e 267 feriti)? Cosa sanno della bomba alla stazione di Bologna nel 1980 (85 morti e 200 feriti)?
La risposta è oggi nelle carte processuali di valenti magistrati che, a partire dalle singole stragi, nonostante i depistaggi hanno saputo ipotizzare un unico disegno eversivo, collegando poi il livello operativo degli esecutori a quello organizzativo e strategico dei mandanti nelle istituzioni.
Davvero, a fronte di tutto questo, la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione? Davvero tutti i partiti hanno sempre potuto concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come leggiamo all’articolo 49? E l’ordinamento delle Forze armate? si è sempre informato allo spirito democratico della Repubblica, come vorrebbe l’articolo 52?

Sovranità limitata

Pasolini afferma di credere nella politica, nei princìpi “formali” della democrazia, nel Parlamento e nei partiti; e senza indugi attacca il nuovo Potere (con la maiuscola) dalla prima pagina del maggiore quotidiano della borghesia italiana, mostrandosi intuitivo giornalista d’inchiesta e valente politologo capace di vedere le profondità. Cosa può aver percepito o saputo sui burattinai massoni e di Stato che, frantumando ogni barriera tra politica e criminalità, in forma occulta hanno governato la drammatica stagione dello stragismo? lo scrive, anzi, lo grida in alcuni tra i suoi ultimi corrosivi articoli per il “Corriere della Sera”, e in particolare nell’ormai famoso articolo Cos’è questo golpe, quello che comincia con “Io so”:

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
(“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974)

Tutto vero, tutto scritto nel 1974, ben prima che le tessere di questo orribile mosaico trovassero una loro collocazione giudiziaria. Per farsi un’idea sintetica della situazione, già allora poteva bastare Pasolini.
La politica di avvicinamento al Pci perseguita da Aldo Moro suscitava fiero allarme sia nei settori più reazionari dell’imprenditoria e dell’apparato statale sia nel partito armato Brigate rosse: una prospettiva che lo stesso Moro pagherà con la vita.
Ma, scrive il capo della P2 Licio Gelli nello Schema R (Schema di massima per un risanamento generale del Paese, dell’agosto 1975), «occorre fare presto» poiché «la formale accettazione della via parlamentare quale unico modo per giungere al potere» se collegata alla «grave crisi economica finanziaria in corso» e alla «conseguente esasperazione di conflitti politici e sociali» può favorire la crescita elettorale delle forze di sinistra, acquisendo elettori tra i ceti medi prima ostili, poiché «il Pci ha dimostrato di saper abbattere le barriere psicologiche e le preclusioni politiche» cristallizzate nell’accordo di Yalta del febbraio 1945. Anzi, per la P2 il voto alle Regionali del 15-16 giugno 1975 (con il 33,46 per cento, +5,60, il Pci aveva quasi raggiunto la Dc, scesa al 35,27, -2,46) già raffigura l’inquietante volontà o, meglio, il pericolo «di un reale e radicale rinnovamento»: un mutamento del senso comune misurabile anche con la vittoria dei “no” ovvero del “sì al divorzio” (nel referendum del 12 maggio 1974), nonostante Dc e Vaticano.
Occorre quindi fare presto, ma senza impaludamenti golpisti; pur presa in esame in ambito Nato, l’idea di un colpo di Stato venne infine scartata dagli inglesi del Western European Department (Wed) del Foreign Office, che la ritenevano avventurosa e controproducente. Lo si legge in questo loro documento:

Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che una operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il controllo sulla macchina del governo. Inoltre la pubblica opinione dei Paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa. […] Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’Urss sul lungo periodo.
(Il golpe inglese, “la Repubblica”, 13 gennaio 2008)

Pareva al momento prematura anche «la possibile variante di una neoformazione di destra la quale permetta il recupero e lo scongelamento dei due milioni di voti moderati affluiti al Msi fra il 1971 e il 1972», scriverà Gelli in un suo Memorandum sulla situazione politica italiana (venne sequestrato a Maria Grazia Gelli nel luglio 1982) poiché «siffatta variante andrebbe fortemente colorita di antifascismo». Inutile qui sottolineare la simmetria con la nascita nel 1994 di Alleanza nazionale, il nuovo partito di destra guidato dal formattatore del Msi Gianfranco Fini. A rimorchio dell’ex delfino del fascistissimo Almirante troviamo Publio Fiori (tessera P2 n. 1878) e Gustavo Selva (tessera P2 1814).
E balza subito all’occhio anche l’analogia tra il piduista Piano di rinascita democratica (di caratura ben superiore alle approssimative analisi sociopolitiche dei documenti che lo precedono) e la realtà odierna: al capitolo Procedimenti (paragrafo 1d) la P2 fra l’altro invita a perorare la «nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra e Dc di sinistra), e l’altro sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e democratici della Destra nazionale)».
Occorre fare presto, e per Gelli «l’unica alternativa valida per la lotta al comunismo resta la Dc», il partito dei notabili e delle clientele che Pasolini vuole invece mandare a metaforico processo nei suoi dibattuti editoriali sul “Corriere della Sera”. Dunque occorre fare presto, poiché riorganizzare un partito che somma correnti più litigiose dei polli di Renzo è lavoro di anni e i Cosacchi, stando a Gelli, sono al confine.
Metafora o realtà? Che la tanto brandita invasione sovietica fosse da tempo un pretestuoso artificio lo conferma assai autorevolmente proprio il capo di Gladio generale Gerardo Serravalle: «lo scenario del Patto di Varsavia» osserva il generale, semmai «prevedeva l’apertura di sorpresa di profondi corridoi nel territorio della Germania federale» e dunque «sembra realistico pensare che l’Italia non potesse costituire obbiettivo strategico di una guerra limitata. Escludendo per puri motivi di buon senso un attacco da parte dell’Austria e della Jugoslavia, nelle valutazioni dello Stato Maggiore del Patto il nostro fronte era considerato secondario con obbiettivi del tutto sussidiari e sempre nel contesto di eventi bellici di respiro globale». Un’opinione condivisa dagli ambienti Nato. Nel suo libro Gladio (Edizioni Associate, 1991), Serravalle ricorda anche la scarsa attitudine delle forze armate sovietiche a muoversi combattendo in montagna, e dunque «il vero ostacolo non sarebbe stato di natura politica ma ambientale»: entrando dal Brennero o da Tarvisio, «le possibilità di manovra, con i carri uno dietro l’altro in fila» sarebbero state pressoché nulle. (pp. 64-65)

La piramide rovesciata

La penna che verga il Piano è forse di Francesco Cosentino (tessera P2 n. 1608), giovane segretario particolare di Enrico De Nicola dal 1946 al 1947, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per Roberto Calvi (banchiere legato da temerari rapporti con il bancarottiere Michele Sindona e il Vaticano, tessera P2 n. 1624), questo alto funzionario dello Stato era il numero due della Loggia P2: subito dopo Andreotti, prima di Ortolani e Gelli.
Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito».
Comincia nel 1975 quella presa o pretesa del potere con altri mezzi e apparenze che vedrà capifila ancora uomini della P2, e fra loro Silvio Berlusconi, confratello dal 1978. Lo ha recentemente confermato Ezio Cartotto (ex fedelissimo del Cavaliere) retrodatando il progetto di Forza Italia proprio al 1975-76: «dopo l’eventuale golpe», racconta Cartotto, «il potere sarebbe passato nelle mani di un governo di transizione. Un esecutivo non interamente militare, ma con una forte presenza di generali. Sarebbero state varate le necessarie modifiche costituzionali. Dopodiché, dopo un paio d’anni, si sarebbe tornati alla democrazia» con la formazione di comitati, equivalenti ai Clubs berlusconiani del 1994 (Maria Elena Scandaliato e Andrea Sceresini, Cartotto: «nel 1976 Berlusconi aveva fondato i comitati “genitori” di Forza Italia», “Il Fatto Quotidiano”, 21 febbraio 2013). Della «necessità di costituire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in clubs territoriali e settoriali», al solito ha già scritto Gelli nel suo Memorandum.
Il 21 marzo 1975 nasce anche Fininvest, la telegenica fabbrica del consenso e del potere, controllata da Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria, che tre anni dopo avvierà il noto impero televisivo nel segno del coevo Piano di rinascita democratica.
Entrambe le controllanti appartengono alla costellazione di Bnl Holding, banca assai generosa con Cmc (la fittizia società commerciale che ha dato copertura alla Cia in Italia) e con Eugenio Cefis; banca sotto controllo piduista: piduisti il direttore generale Alberto Ferrari (tessera P2 n. 1625), il responsabile dei Servizio titoli e Borsa Mario Diana (n. 1644), il direttore centrale delle filiali Bruno Lipari (n. 1919), il direttore centrale per gli affari generali Gustavo De Bac (n. 1889). Piduista anche il direttore generale di Servizio Italia Gianfranco Graziadei (n. 1912) nonché, notoriamente, Silvio Berlusconi (n. 1816).
Le fiduciarie Bnl Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria ricorrono anche nelle speculazioni immobiliari romane con al centro il Vaticano, proprietario di circa un quarto dell’intero patrimonio fondiario. Nel gennaio 1977, cioè vent’anni dopo il famoso articolo di Manlio Cancogni sulle trame immobiliari vaticane (Capitale corrotta uguale nazione infetta, “l’Espresso”, 11 dicembre 1955) l’illecito mercimonio fu argomento di una altrettanto ben fatta inchiesta di Paolo Ojetti sul settimanale “Europeo”, la cui pubblicazione causò l’immediato siluramento del direttore Gianluigi Melega da parte dell’editore piduista Rizzoli (Paolo Ojetti, Vaticano Spa, “l’Europeo”, 7 e 21 gennaio 1977): si venne a sapere di “pie” istituzioni trasformate in sedi bancarie, alberghi o centri commerciali e direzionali (anche il palazzo in cui, a un prezzo irrisorio, Rizzoli pensava di trasferire la sede romana della casa editrice). Insomma, se ne mutava la destinazione d’uso senza versare il dovuto o dichiarare le plusvalenze.
Nel piano piduista, una particolare attenzione è dunque riservata ai media. Il Piano di rinascita prefigura la dissoluzione «della Rai-tv in nome della libertà di antenna […] in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Dispone anche l’acquisizione di «alcuni settimanali di battaglia» e «almeno 2-3 elementi per ciascun quotidiano o periodico» ai quali «dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici» prescelti.
Come affondare il coltello nel burro, e infatti nell’elenco degli iscritti alla P2 sequestrato nel 1981 ci sono 22 giornalisti, da sommare ad 8 direttori di testata, 7 funzionari della Rai-tv e qualche editore.

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7 Risposte to “Basta Pasolini”

  1. Giancarlo Gallucci Says:

    Condivido in toto quanto pubblicato da GG, un’annotazione personale. Dopo il referendum del 1946 che proclamò la Repubblica Terracini aveva proposto di eliminare fisicamente i gerarchi fascisti, “qualche migliaio”, perchè come illustrato si sarebbero infiltrati nei partiti, e guarda caso nella DC.

  2. Gilda Massari Says:

    la formazione del Governo Gentiloni è il risultato di una diretta conseguenza dei suddetti eventi

  3. ggiovannetti Says:

    Cara Gilda, vero!

  4. Harielle Says:

    E’ stato un grande poeta, regista e pensatore, capace di prevedere i pensieri e i comportamenti del suo Paese, consapevole che siamo, cito, “senza memoria”, ahimè,e quanto aveva ragione|!

  5. Brugnoli Augusto Says:

    Con l’eliminazione fisica dei gerarchi fascisti il “democratico” Terracini avrebbe iniziato degnamente la storia di questa finta e sanguinolenta repubblica di assassini.

    • Anonimo Says:

      Brugnoni questa Repubblica è costata centinaia di migliaia di morti, innocenti civili e partigiani,nonchè nazifascisti che l’hanno provocata.

      • Brugnoli Augusto Says:

        Si ma questa repubblica a me sembra più una dittatura plutocratica e in tutte le dittature chi dissente come Pasolini viene eliminato, inoltre in barba alla costituzione siamo in guerra con mezzo mondo, se a lei questa repubblica piace se la tenga … io mi dichiaro prigioniero politico.

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