Ceta senza paraocchi

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Chiediamo al Parlamento europeo di bocciarlo!
di Paolo Ferloni

Tempo fa si è proposto su queste colonne un interrogativo: Cosa è il CETA? E serve agli europei? (Direfarebaciare, luogo di sconfinamenti, 1° ottobre 2016) e ci si chiedeva, in caso di non ratifica del trattato da parte degli stati membri, e di sola approvazione da parte della Commissione: perché tanta fretta di applicarlo?
Nel frattempo, ben consapevoli del fatto che l’acronimo CETA (per Comprehensive Economic and Trade Agreement) e il contenuto stesso del trattato sono pressoché ignorati dagli italiani, popolazione, autorità e governanti compresi, abbiamo cercato di capirne qualcosa di più, stimolati anche dai fatti avvenuti in Belgio in Ottobre. In quel piovoso e felice Paese (in cui la divisione tra valloni e fiamminghi è meno evidente ma più incancrenita di quella, si fa per dire, tra Trentino e Alto Adige) il 14 ottobre il senato della Vallonia aveva votato contro la firma del CETA, bloccando così la ratifica del trattato da parte del Governo belga.
In Belgio la Vallonia è regione minoritaria, con circa 3 milioni e mezzo di abitanti di lingua francese e tedesca, più poveri dei maggioritari fiamminghi. Ma forse sono più svegli, se i cittadini ed i parlamentari valloni si sono accorti dei guai che l’accordo potrebbe portare agli europei, e in particolare alle minoranze regionali. Come nella favola di Andersen Gli abiti nuovi dell’imperatore c’è un bambino che grida: «L’imperatore è nudo», perché nudo lo vede coi propri occhi, così il senato della Vallonia aveva votato fuori dal coro conformista dei fiamminghi e dei governi europei con paraocchi, tutti accecati come quello italiano.
Dopo la figuraccia internazionale fatta fare dal Belgio alla Commissione europea e al presidente Junker, nei giorni seguenti si scatenò una corsa di tutti i poteri forti belgi ed europei a pressioni d’ogni sorta per far recedere la Vallonia dal suo voto contrario. Trattative convulse con la delegazione canadese produssero un testo che Commissione e governi hanno definito più accettabile, sicché il senato vallone il 28 Ottobre a maggioranza ha dato parere favorevole, con i voti contrari dei Verdi, e domenica 30 ottobre il canadese Trudeau poteva firmare con Junker il testo finale del CETA, che entra in vigore provvisoriamente per un periodo di due anni. Invece di ringraziare la Vallonia per aver espresso il suo sincero disaccordo contro un trattato dannoso, i governi europei si sono allineati, ciascuno con i doverosi paraocchi, alla linea della Commissione.
Si è già osservato che secondo la Commissione il CETA darebbe una serie di benefici all’Europa, come dice il sito http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm, in cui sono appiccicate poche frasi di rito per spiegare i vantaggi commerciali che ne avrebbero gli europei e i posti di lavoro in Europa. Dunque i parlamentari europei a Strasburgo sarebbero fortemente incoraggiati a votare a favore del trattato.
Nel tentativo di capire se si tratti di frottole o illusioni, ci si è imbattuti in internet in utili materiali, consistenti in interviste con rozze invettive di tale Donald Trump, all’epoca candidato presidente dato per perdente, contro i trattati internazionali quali il NAFTA, il TPP e il TTIP riguardanti gli USA (ma non il CETA: gli Stati Uniti infatti non c’entrano formalmente col CETA). D’altro lato si è trovato un approfondito studio economico, ricco di tabelle e grafici, pubblicato in rete nel Settembre scorso (ultima versione del 19 ottobre 2016) da Pierre Kohler e Servaas Storm, studiosi americani di una Università privata, la Tufts University di Medford nel Massachusets, dal titolo appunto “C.E.T.A. without blinders”, al quale si rimanda il lettore privo di pregiudizi, attento e curioso, sul sito http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf.
Si troverà in quello studio una corretta considerazione del tutto generale su quanti e quali effetti possa consentire la liberalizzazione dei commerci sul benessere interno statico di un Paese in condizioni di pieno impiego, effetti che risultano così piccoli da essere quasi trascurabili, tanto da essere definiti il “piccolo segreto sporco” da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008.
Alla validità di questa critica che inficia ogni accordo internazionale basato sulla liberalizzazione globale dei commerci tra Paesi sviluppati che godano di felici condizioni di piena occupazione (e non è certo il caso di numerosi Paesi europei, tra cui l’Italia) si aggiunge la considerazione che di paraocchi si sono dotati gli autori dei rapporti elaborati per conto della Commissione, i quali dovevano argomentare l’utilità del CETA sia sotto il profilo economico sia per dimostrare il supposto incremento di posti di lavoro che esso avrebbe promosso.
Invece lo scenario e il modello di simulazione da oggi al 2023, proposto dai due autori citati nei grafici di figura 4 a pag. 28 del loro rapporto, dimostra che il CETA produrrà una diminuzione della proporzione del reddito da lavoro in percentuale del PIL sia per gli stati membri europei, Italia compresa, sia per il Canada, mentre molto modesta – ironia della sorte – sarebbe la dercrescita del Regno Unito, dove però la maggioranza al referendum del 23 giugno scorso ha deciso di uscire dall’Unione economica europea. Quindi il CETA sarà dannoso sia per l’Europa, sia per il Canada: cioè stupido.
I risultati negativi dello studio citato sono del resto in accordo con le esperienze precedenti di vari trattati di libero commercio tra cui – per non andar lontano – il NAFTA in vigore dal 1994 tra Canada, USA e Messico, contro il quale si è scagliato in recenti interviste Donald Trump. Forse senza valide ragioni, se si calcolano i vantaggi ottenuti da imprese statunitensi che hanno stabilito fabbriche in Messico, dove la manodopera percepisce salari più bassi. Ma con qualche ragione se si pensa che quelle delocalizzazioni hanno lasciato disoccupati molti cittadini degli Stati Uniti, che si sono impoveriti.
Cioè si vede che la “liberalizzazione” regionale dei commerci ha prodotto effetti esattamente contrari a quanto la retorica dei promotori prometteva: incremento di disuguaglianze, stagnazione dei salari, crescita di disoccupazione, diminuzione della capacità di negoziazione colletttiva dei lavoratori, a fronte di un solo beneficio principale, l’aumento di redditi delle élites dirigenti.
Si capisce bene allora a cosa servirà in Europa e in Italia il CETA. La conclusione senza paraocchi dice che servirà a configurare quella contro-lotta di classe dei ricchi contro i poveri che, come acutamente osservava Luciano Gallino, sociologo, scrittore e professore emerito dell’università di Torino scomparso nel Novembre 2015, le classi dominanti nel mondo hanno deciso di sferrare contro le classi subalterne per recuperare i privilegi persi in Europa con le lotte operaie e contadine dal dopoguerra fino agli anni Ottanta.
Noi cittadini possiamo dunque chiedere ai nostri parlamentari europei di bocciarlo, se per avventura vogliono davvero rappresentare non gli interessi di qualche lobby finanziaria o bancaria o di alcuni dirigenti industriali soltanto, ma quelli degli elettori e dell’intero Paese.

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