Lugano bella

by

Pasolini e il passaggio di proprietà del “Corriere della Sera”
di Giovanni Giovannetti

Dal 1974 il “Corriere della Sera” passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli (Angelo Rizzoli, tessera P2 n. 1977) di cui Bruno Tassan Din (tessera P2 n. 1633) è direttore generale; in realtà i soldi li mette Eugenio Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi della Montedison International holding di Zurigo e la promessa – disattesa – di ripianare il 50 per cento dell’assai elevato debito del quotidiano.
L’accordo tra Montedison International Establishment di Vaduz e Rizzoli International, discretamente sottoscritto a Lugano il 6 agosto 1975 (attenzione alle date: tre mesi dopo ammazzano Pasolini), garantisce un finanziamento di 10 miliardi e 650 milioni di lire per l’acquisto dell’intera proprietà, nonché prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno, suddivise in comode rate trimestrali di 650 milioni. Ma il patto svizzero subordina altresì al gradimento di Cefis il capo redattore delle pagine economiche del “Corriere”; impone anche a tutte le pubblicazioni del Gruppo editoriale “Corriere della Sera” di svolgere, a decorrere dal 1° luglio 1975, «una intensa costante azione volta a sostenere, con ogni più opportuno intervento ed iniziativa, l’attività industriale e commerciale di Montedison Spa e dell’intero suo gruppo».

Come corsari

Dal oltre due anni Pasolini è tra i più letti e discussi collaboratori del “Corriere”, di cui è ormai un polemista di punta. I suoi spiazzanti articoli sono spesso ospitati in prima pagina dal direttore Pier Leone Mignanego detto Piero Ottone e creano dibattito, incuneandosi nella «coscienza infelice della borghesia, con i dubbi, e le inquietudini, che almeno la parte più illuminata si poneva» (Giovanni Raboni). Inutile sottolineare che, sul “Corriere”, Pasolini va in una direzione ostinatamente contraria ai proponimenti dei reali proprietari; Pasolini, che volentieri baratterebbe «l’intera Montedison per una lucciola». Anzi, datano a quei mesi il cambio di opinione a favore del compromesso storico di Berlinguer («quel “compromesso” realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo», scrive il 14 novembre 1974 in un passo del celeberrimo Che cos’è questo golpe?) ed alcuni tra i suoi più espliciti affondi “corsari” e “luterani”; invettive che tanto infastidiscono gli amici democristiani di Cefis.
Pasolini descrive un nuovo Potere violento e totalizzante, del tutto esemplificabile nel timoniere di Montedison. Va anche raccogliendo notizie su di lui, il neo-padrone occulto del “Corriere” nonché figura-chiave del romanzo che sta scrivendo: Petrolio.
La sua defenestrazione parrebbe dunque tra le meno esternabili premesse all’intesa; ma serve prudenza, poiché il rilancio dell’indebitato quotidiano (finalmente prossimo alle 700mila copie di vendita) era proprio da ascrivere alle scelte editoriali di Ottone: come avrebbe reagito questo nostro Re Mida se gli avessero imposto la rinuncia a Pasolini?
Ottone nulla sapeva di accordi occulti. E ben di meglio o peggio era intenzionato a dare sempre più spazio allo scrittore sotto contratto (in cantiere c’era anche una rubrica letteraria dal titolo leninista di Che fare?)
Tolto di mezzo Pasolini, derubricata la sua morte a una storia tra “froci”, il valente direttore avrebbe potuto anche limitarsi alle sentite condoglianze. E con l’inconsapevole Ottone ben saldo alla guida è d’incanto simulata la continuità della linea editoriale e un indolore planar morbido tra le fauci della P2: «Mi sta bene che faccia lo stesso giornale» dirà Andrea Rizzoli, il padre di Angelo, al direttore del “Corriere”, «ma non potrebbe avere verso Montedison un occhio di riguardo, per esempio come “La Stampa” lo ha per la Fiat?» «No», rispose Ottone, e in Rizzoli ne presero atto, taluni ridendo sottecchi.
Sono solo apparenze: ne offre un eloquente riscontro il Contratto di somministrazione pubblicitaria tra Rizzoli e Montedison (21 settembre 1976), laddove l’editore si impegna a fornire nei propri quotidiani e periodici «una rappresentazione esauriente, serena e obbiettiva della somministrata e del Gruppo Montedison, evitando atti e testi redazionali in contrasto, e comunque» tali da arrecare danno, anche indiretto, all’immagine di Montedison e relative controllate, sia pure «compatibilmente con la funzione e il ruolo rivestiti da un grande quotidiano a diffusione nazionale»: migliora la forma, ma la sostanza è speculare a quella dell’accordo sottoscritto l’anno prima.
Ottone lascia per suo conto nel 1977. Gli subentra Franco Di Bella (tessera P2 n. 1887); neanche il tempo d’insediarsi e il neo-direttore va a Canossa da Licio Gelli, scrivendo al “Venerabile” il 23 dicembre 1977: «Ambirei moltissimo essere ricevuto da Lei […] sia per dissolvere qualche ombra, sia per realizzarla più compiutamente sulla situazione e sulle prospettive […] Mi creda, con rinnovata e affettuosa devozione»; e il 20 marzo 1978: «…I frutti del rinnovamento si stanno vedendo e quasi tutto si deve a Lei…». Gelli a Di Bella il 22 maggio 1981: «Guardi che se Lei vuole rimanere a dirigere quel giornale, deve fare quello che le dico».

Bella ciao

Per la verità, il primo tentativo di acquisto del “Corriere” da parte di Cefis risale al 1972, poco dopo l’insediamento a Montedison, quando Giulia Maria Crespi ne era ancora elettiva proprietaria. Lo racconta lei stessa nell’autobiografico Il mio filo rosso (Einaudi, 2015): «Venne da me Luchino Dal Verme [già glorioso comandante partigiano nell’Oltrepo pavese], che oltre ad essere mio cognato è una persona che stimo moltissimo», scrive la signora: «a nome di Italo Pietra mi viene a riferire a chiare lettere che Cefis sarebbe interessato all’acquisto del “Corriere”, in modo totale o anche parziale» (gli ex partigiani Cefis e Pietra, lo ricordiamo, avevano condiviso l’appartenenza al Sim – i servizi segreti fascisti – e poi all’Eni). Andò che «la trattativa si arenò molto velocemente, perché quando il presidente della Montedison si trovò davanti alla clausola del potere editoriale, fece subito marcia indietro». Sarà solo questione di tempo.
Cefis arriva così a controllare buona parte della stampa italiana, garantendosi uno smisurato potere personale: oltre al milanese “Corriere della Sera”, tiene in mano i romani “Messaggero” e “Tempo” nonché il settimanale “Tempo illustrato”, senza tralasciare un contributo finanziario al nascente “Giornale nuovo” dell’amico Indro Montanelli. Tutto questo a spese di Montedison: ben 90 miliardi di lire, in ampia parte provenienti da fondi neri. Inutile sottolineare che l’acquisto di giornali non sarebbe tra le missions del gruppo, di cui la chimica pare ormai soltanto un pretesto.

La grande fuga

Nel 1977, a soli 56 anni, improvvisamente Cefis abbandona la direzione di Montedison e ripara a Lugano (il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia al fuggitivo: «Che fa? Se ne va? Ma lei non era quello che doveva fare il colpo di Stato?»).
Una informativa del Sismi (il servizio segreto militare) indica in Cefis il vertice della cupola piduista. Il presunto capo della P2 ha infine «abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli». Da una seconda nota del 17 settembre 1982 si apprende che «intensi contatti sarebbero intercorsi in Svizzera, fino al mese di agosto u. s., tra Licio Gelli ed Eugenio Cefis, presidente della Montedison International».
Cambia il timoniere, non cambiano gli intendimenti; anzi, diventa persino impudente il trattamento “di rispetto” che la stampa rizzoliana riserva ai confratelli piduisti, nella continuità tra il sistema di potere di Cefis e quello gelliano. Come dimenticare la famigerata intervista di Maurizio Costanzo (tessera P2 n. 1819) a Licio Gelli, il 5 ottobre 1980 sul “Corriere della Sera”: nel citare massoni “di livello” come Cagliostro e Garibaldi, Gelli attacca lo Statuto dei lavoratori; si dice favorevole alla pena di morte; invoca una repubblica presidenziale sull’esempio di De Gaulle; fa a pezzi la Costituzione («un abito liso e sfibrato») caldeggiandone la «completa revisione».
Fuori Cefis, dal 31 dicembre 1978 Montedison Holding Company Zurigo e Montedison International Establishment Vaduz revocano l’accordo. Porte chiuse ai Rizzoli anche da Istituto mobiliare italiano (Imi) e Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità (Icipu) – entrambi pubblici – che in un perfido gioco delle parti, deliberatamente negano finanziamenti al gruppo editoriale. La situazione si fa drammatica e Angelo Rizzoli si vedrà costretto a batter cassa, con la mediazione di Umberto Ortolani (tessera P2 n. 1622), alla Banca Nazionale del Lavoro di Alberto Ferrari, al Monte dei Paschi di Siena di Giovanni Cresti e a Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano (con la compartecipazione vaticana dello Ior). Sono tre banche sotto controllo piduista.
Lo scacchiere Propaganda 2 non muove il solo “Corriere”: il 10 ottobre 1979 inaugura le pubblicazioni “L’Occhio” di Maurizio Costanzo, che, osserva Teodori, «diviene la voce diretta della Loggia esprimendo il massimo della sua linea politica un anno dopo in occasione del caso D’Urso» (il funzionario del ministero di Grazia e Giustizia rapito il 12 dicembre 1980 dalle Brigate rosse, “condannato a morte” e infine liberato il 15 gennaio 1981), invocando il ritorno al codice di guerra, l’instaurazione della pena di morte e la sospensione temporanea di alcune garanzie costituzionali. Insomma, ogni occasione è buona per legittimare uno Stato autoritario e forcaiolo.
In Svizzera Cefis coltiva l’ossessione di cancellare ogni traccia del suo passato: come ricorda Mario Pirani, ex dirigente Eni, «Cefis appariva a tutti molto misterioso, quasi a volere confermare le proprie origini di ufficiale del Servizio informazioni militare (Sim). Aveva persino proibito che apparisse la sua immagine o il suo nome sui giornali». Così anche Troya, alias Cefis, in Petrolio: «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare nell’ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».

Advertisements

Una Risposta to “Lugano bella”

  1. Brugnoli Augusto Says:

    Gli obbiettivi dei massoni piduisti di allora sono gli stessi obbiettivi che cercano di perseguire i massoni attuali a livello europeo con gli atti di terrorismo finto-islamico (guarda caso tutti i finti-terroristi perdono il documento d’identità, quando si dice il caso!), l’obbiettivo è sempre lo stesso: annullamento delle libertà democratiche, misure repressive e stato di polizia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: