L’Italia del boom

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Bologna, 2 agosto 1980
di Giovanni Giovannetti

Per lo studioso fascista  Fabio De Felice, «una strage non ha senso se non vi è chi può coglierne gli effetti politici» (lo disse al suo giovane discepolo Paolo Aleandri). Alla stessa filosofia stragista sembra ispirarsi il responsabile del controspionaggio di Verona colonnello Angelo Pignatelli detto «nembo Sid», a processo nel 1978 per favoreggiamento dopo la mancata strage di Trento (18-19 gennaio 1971).

Il creativo

Una potente bomba al pendolo era stata posta in un cestino davanti al tribunale, dove era previsto un presidio per un processo, poi rinviato, a militanti della sinistra rivoluzionaria. Al primo urto la bomba – oltre mezzo chilo di dinamite – sarebbe esplosa, provocando una strage. «…l’esplosivo messo in casa non vale niente, vale pochissimo. L’esplosivo piazzato in qualche posto vale moltissimo», dirà Pignatelli per telefono con lucido cinismo ai due presunti sicari: «Il fatto psicologico ha la sua importanza e voi dovete essere gli inventori, gli sperimentatori». Per i fatti di Trento l’agente del Sid andrà a giudizio assieme al colonnello dei Carabinieri Michele Santoro (omissione di atti d’ufficio, falsa testimonianza e favoreggiamento), al vicequestore Saverio Molino (omissione di atti d’ufficio, falsità materiale commessa da pubblico ufficiale, falsa testimonianza e favoreggiamento) e ai due con cui era a colloquio, Sergio Zani e Claudio Widmann. Al solito, il 22 dicembre 1977 gli imputati verranno provvidenzialmente assolti (pena simbolica solo per Zani).
La denuncia era partita il 7 novembre 1972 dalle pagine di “Lotta Continua”.
Il colonnello Michele Santoro è lo stesso Santoro legato da stretta amicizia al criminologo nazista Aldo Semerari. Secondo lo studioso dei Servizi segreti Giuseppe De Lutiis «questi legami, presi singolarmente, possono anche non rappresentare un fatto rilevante, ma sono tali e tanti da costituire, essi stessi, la prova di un disegno che ha unito fra loro episodi lontani nel tempo e nello spazio» (Giuseppe De Lutiis, introduzione a La strage, Editori Riuniti 1986, p. XXVI).

Il criminologo

Il 28 agosto 1980 Semerari verrà arrestato dai giudici che indagano sulla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna. Sarà infine prosciolto per insufficienza di prove; e tuttavia, nella loro Sentenza-ordinanza, i magistrati bolognesi Vito Zincani e Sergio Castaldo (14 giugno 1986) scrivono che, secondo il neuropsichiatra e massone Ferdinando Accornero, il Semerari era «piduista, ed aveva contatti con Licio Gelli». Era stato introdotto alla P2 da Giordano Gamberini, Gran maestro di Palazzo Giustiniani e sodale di Roberto Ascarelli, colui che introdusse Gelli a Gamberini (Procura della Repubblica di Bologna, Verbale d’istruzione sommaria. Ferdinando Accornero al giudice Libero Mancuso, 11 febbraio 1985).  L’iscrizione del criminologo alla P2 viene ribadita ai giudici bolognesi il 23 marzo 1985 da Francesco Siniscalchi: «Semerari venne “iniziato” alla Massoneria nella loggia Pitagora di Roma che faceva capo a Palazzo Giustiniani. Nel corso degli anni Sessanta il suo fascicolo personale venne avocato dalla Corte centrale del Grande Oriente a seguito di una procedura di carattere disciplinare; da allora si sono perse le tracce di quel fascicolo. Intorno al 1969 venimmo a sapere che il prof. Semerari era stato messo in contatto con Licio Gelli tramite il Gran Maestro Gamberini. Preciso che all’epoca non si parlava ancora di loggia P2 né di Licio Gelli, ma di un «raggruppamento» che si riuniva nello studio dell’avv. Roberto Ascarelli in Piazza di Spagna n. 9 [in realtà 72a]. Quando scoppiò lo scandalo P2 con il sequestro delle schede, Semerari si mostrò intimorito e si mise in contatto con l’avv. Cuttica, già di Piazza del Gesù e poi passato «all’orecchio» del Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, che all’epoca era il generale Ennio Battelli, che aveva origini di destra e non ha mai smentito di aver fatto parte delle brigate repubblichine».
Quanto dice Siniscalchi verrà poi confermato da Carlo Semerari, fratello di Aldo, nel 1988: «mio fratello era iscritto al Grande Oriente d’Italia da molti anni. Vi fu poi il passaggio alla loggia massonica P2, ma non posso collocarlo nel tempo». Infine, lapidario, lo ha ammesso lo stesso Licio Gelli nel 2011, in una intervista al settimanale “Oggi”: Semerari? «era iscritto alla P2» (Raffaella Fanelli, Intervista a Licio Gelli, “Oggi”, 15 febbraio 2011).
Aldo Semerari, scrivono i magistrati bolognesi, albergava «all’incrocio tra formazioni della eversione di destra, ambienti della criminalità organizzata e frange degli apparati di sicurezza» rendendosi disponibile, all’occorrenza, a perizie psichiatriche compiacenti non di rado suggerite, si legge, dal capo della P2 Licio Gelli, che a lui si rivolgeva quando ne aveva bisogno.
Secondo il collega psichiatra Romano Falchi, il Semerari «aveva rapporti stretti con i boss malavitosi, ma anche con i più accesi fascisti, e poiché era portatore di ideologie antisemitiche e anticomuniste, ho avuto più volte la convinzione che egli intendesse amalgamare il mondo della eversione di destra con quello della malavita organizzata, dentro e fuori dal carcere». Sedicenti fascisti e criminali: come il “misto” dei sicari di Pasolini.
Al processo di Latina contro lo scrittore, Semerari (autore di una incredibile perizia “a distanza” su Pasolini) era manovrato dall’avvocato Giorgio Zeppieri, membro di Cmc – una società commerciale di copertura della Cia – e sodale di Rocco Mangia, il legale andreottiano che qualcuno metterà a disposizione di Pelosi, indicato come l’assassino di Pasolini e recentemente scomparso. L’avvocato Zeppieri, instradato dai Servizi italiani, è il playmaker di quel tentativo quanto meno di delegittimare moralmente Pasolini. Proprio come si legge in un “Piano” del Psycological Strategy Board datato 15 novembre 1951: «Gli Stati Uniti contribuiranno a screditare le figure di spicco del Partito comunista gonfiando scandali» (Psycological Strategy Board, Fondo “Papers of Harry Truman” presso la Harry S. Truman Library, Independece, Missouri – scatola 24, fascicolo “354 panel C”, 15 novembre 1951, “Plan B”). Questo organismo, istituito con direttiva presidenziale il 4 aprile 1951, era composto dal sottosegretario di Stato, dal vicesegretario della Difesa e dal direttore della Cia.

All’armi siam…

Sempre meglio, si dirà, che ucciderli tutti, come nell’ottobre 1943 si riproponeva l’Office of Strategic Service, precursore della Cia: «eliminare dal mondo politico italiano tutti i filocomunisti; finanziare squadre di uccisori reclutandole fra ex fascisti e gangster di professione, utilizzandole per attentati ad alte personalità di governo e per stragi ai danni della popolazione civile sotto false insegne che indichino come responsabili i comunisti» (Documento Oss 99355, 24 ottobre 1943, in “Maquis-Dossier”, giugno 1985). La prima parte di questa criminale direttiva troverà attuazione nella strage di Portella della Ginestra in Sicilia, là dove i «gangster di professione» della banda mafiosa di Salvatore Giuliano, in concorso con l’Oss e con la rete eversiva del principe calabrese Valerio Pignatelli, il 1° maggio 1947 sparano su un corteo di lavoratori uccidendone 11 e ferendone una trentina (è la sanguinaria replica al successo delle sinistre unite nel Blocco del popolo alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile: 9 per cento in più rispetto al voto della Costituente). Alla strage di Portella seguono, il 22 e il 23 giugno, gli assalti squadristi della banda Giuliano a cooperative e sedi comuniste: Partinico (due morti e tre feriti), Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale, Cinisi. La parte finale deflagra poi nello stragismo di Stato, il 12 dicembre 1969 a Milano, con la bomba “atlantica” alla banca nazionale dell’Agricoltura, attribuita agli anarchici. Secondo l’agente dei Servizi italiani Gian Adelio Maletti (era tra i condannati per il depistaggio sulla bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano, scappò in Sudafrica), pare improbabile che di queste bombe nulla sapessero la Cia, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e il suo segretario di Stato, il massone Henry Kissinger; il gioco, dirà Maletti, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti (Daniele Mastrogiacomo, Maletti, la spia latitante: la Cia dietro a quelle bombe, “la Repubblica”, 4 agosto 2000).

La lunga scia di sangue

Diamo qui un sommario elenco cronologico delle più recenti stragi o tentativi di stragi di Stato italiane.
– 25 aprile 1969: bomba al padiglione Fiat della Fiera di Milano (diversi feriti gravi ma nessun morto); un’altra bomba viene disinnescata all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale.
– 9 agosto 1969: esplodono otto bombe su diversi treni, che provocano dodici feriti.
– 12 dicembre 1969: bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano (17 morti, 88 feriti); una seconda bomba inesplosa viene trovata nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Altre esplosioni a Roma, una presso la Banca Nazionale del Lavoro tra via Veneto e via di San Basilio (13 feriti); altre due nei pressi dell’Altare della Patria (4 feriti).
– 22 luglio 1970: un treno deraglia sui binari sabotati nei pressi della stazione di Gioia Tauro (6 morti, una sessantina i feriti).
– 18-19 gennaio 1971: mancata strage davanti al Tribunale di Trento, là dove stava per transitare un affollato corteo studentesco. Nell’istruttoria del 1976-77 della magistratura trentina vengono incriminati dapprima uomini dell’Ufficio “I” (Informazioni) della Guardia di Finanza e poi un colonnello del Sid (Angelo Pignatelli), un colonnello dei carabinieri (Michele Santoro) e un vicequestore della Polizia (Saverio Molino) insieme a due informatori (Sergio Zani e Claudio Widmann).
– 31 maggio 1972, una Fiat 500 imbottita di esplosivo salta in aria a Peteano; muoiono 3 carabinieri, feriti altri due.
– 7 aprile 1973: il terrorista nero Nico Azzi, del gruppo milanese La Fenice, collegato a Ordine nuovo, rimane ferito in Liguria dall’esplosione di un detonatore mentre, dentro a un gabinetto del treno direttissimo Torino-Roma, tentava di innescare una carica di tritolo.
– 17 maggio 1973: fingendosi anarchico, l’informatore della Cia nonché gladiatore Gianfranco Bertoli (era legato anche ai congiurati della Rosa dei venti) lancia una bomba a mano sulla folla durante una cerimonia davanti la Questura di Milano, provocando 4 vittime e una quarantina di feriti.
– 28 maggio 1974: durante una manifestazione sindacale in Piazza della Loggia a Brescia, una bomba dentro a un cestino porta rifiuti uccide 8 persone, un centinaio i feriti.
– 4 agosto 1974: una bomba esplode sul treno Italicus nei pressi di San Benedetto Val di Sambro in provincia di Bologna, provocando 12 morti e 105 feriti.
– 20 novembre 1974: a Savona (collegio elettorale del ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani) un ordigno ad alto potenziale provoca la morte di Fanny Dallari e il ferimento di altre 11 persone.
– 8 marzo 1980: fallisce un attentato all’abitazione dove Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare sulla P2, viveva con la sorella.
– 30 luglio 1980: a Milano un’autobomba esplode in piena notte davanti a un ingresso laterale di Palazzo Marino, sede del Comune; danni ingenti, nessun ferito.
– 2 agosto 1980: bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna; 85 morti e circa duecento feriti.
– 23 dicembre 1984: una bomba esplode su una carrozza del Rapido 904, ancora presso la Grande galleria dell’Appennino a San Benedetto Val di Sambro; 17 morti, più di duecentosessanta feriti.

Tora tora

Lo stesso colpo di stato di Borghese era fissato per il 13-14 dicembre 1969, subito dopo la strage di piazza Fontana a Milano, in accordo con il capo del Governo Mariano Rumor che, a seguito di quella bomba, avrebbe dovuto proclamare lo stato d’emergenza. Ma all’ultimo momento Rumor si tirò indietro, e il golpe venne rimandato.
Fu quindi riprogrammato la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, con il beneplacito, lo vedremo, degli americani. Nuovamente rientrato, provarono allora a derubricarlo a «golpe da operetta», il gesto temerario di un manipolo di intrepidi nostalgici attempati.
Ben diversamente lo ha puntualizzato nel 1995 il giudice milanese Guido Salvini: «in ogni parte d’Italia erano mobilitati cospicui gruppi armati: centinaia di uomini a Venezia, centinaia di civili e militari a Verona, decine di uomini addirittura nelle sperdute località intorno al Trasimeno. Era garantito l’appoggio in forze delle organizzazioni storiche della criminalità organizzata, mafia e ‘ndrangheta, incaricate a Roma come in Calabria dei lavori più “sporchi” quali l’eliminazione di alte personalità istituzionali, come il capo della polizia Angelo Vicari, evidentemente non allineato alla congiura, e la cattura degli esponenti dell’opposizione» (Sentenza-ordinanza di Guido Salvini, 24 marzo 1995, p. 282).
I congiurati entrarono in azione occupando il ministero degli Interni e riproponendosi l’occupazione degli Esteri e della Difesa, del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, della Questura di Roma, della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, delle sedi Rai di via Teulada e di via del Babuino, del Centro radio-collegamenti del ministero degli Interni a Monterotondo, del Centro radio ripetitori del ministero degli Interni ad Anzio, della centrale elettrica di Nazzano presso Roma. Sicari della Mafia si disposero a uccidere il capo della Polizia Angelo Vicari (Pasolini: «Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari»).
Coinvolti in tutto questo il Battaglione guardie di Pubblica sicurezza di Roma al comando del maggiore Enzo Capanna col benestare del colonnello Domenico Barbieri; il gruppo della Forestale di Rieti agli ordini del colonnello Luciano Berti (197 guardie su 14 camion. Pasolini: «Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale [in provincia di Rieti] (mentre i boschi italiani bruciavano)»); un reparto di Carabinieri guidato da un ufficiale dell’Arma; il Primo raggruppamento Granatieri di Sardegna; il Reggimento Cavalleria Lancieri di Montebello; il Primo reggimento Bersaglieri di Aurelia. Accanto a loro, militanti del gruppo neofascista Avanguardia nazionale (furono i primi ad entrare in azione, occupando nottetempo il Viminale. Presente anche almeno uno dei possibili sicari di Pasolini). E ancora Pasolini: «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)».
È inoltre ipotizzabile «il coinvolgimento dell’organizzazione Gladio», come ha scritto l’oncologo Adriano Monti, che ebbe parte attiva nel cosiddetto “golpe dell’Immacolata”, «dato che i deportati avrebbero dovuto essere concentrati presso una base militare in Sardegna, a nord di Alghero» ovvero il campo di addestramento dei gladiatori a Capo Marrargiu (Adriano Monti, Il golpe Borghese. Un colpo virtuale all’italiana, Lo Scarabeo 2006, p. 56) nonché a Decimomannu, sempre in Sardegna, a bordo di quattro aerei militari.
Non è poi da escludere «che Borghese abbia trovato a quel tempo anche finanziamenti presso Cefis (Eni?) e Monti», come si legge in una relazione dello spione freelance Guido Giannettini al capitano Antonio Labruna del Sid.
L’occupazione del Viminale nella notte di Tora Tora ricorre anche nelle confidenze in carcere di Pierluigi Concutelli all’ex capo dei Mar Carlo Fumagalli, per due mesi nella stessa cella all’Asinara: stando a Fumagalli, il killer di Ordine nuovo «era riuscito ad entrare al Viminale con un gruppo di militanti provenienti dalla palestra di via Eleniana così impadronendosi “di circa una trentina di mitra e non di uno solo: come da versione ufficiale – e di essersi anche impadronito di una somma di denaro pari a più milioni». Per Concutelli, il principe Borghese, si era rivelato «un traditore per il fatto che aveva abbandonato i suoi uomini proprio quella notte lasciandoli privi di ordini, defilandosi all’ultimo momento, privilegiando le proprie esigenze di denaro poiché si era indebitato per circa 150 milioni con una Banca di Roma e che era pervenuto quella notte stessa a un contatto con Andreotti, il quale gli promise di sostenere la sua situazione finanziaria in cambio di una immediata interruzione dell’iniziato colpo di Stato. Disse che oltre ad ottenere il ripiano del debito da Andreotti ottenne dallo stesso anche del denaro necessario per espatriare poi finendo in Spagna, dove era stato raggiunto dalla “vendetta” dei neri colà residenti tra cui il Delle Chiaie all’epoca in Spagna, che aveva deciso di avvelenarlo». Sempre secondo Fumagalli, anche in Spagna il Concutelli altro non era che il braccio armato di Stefano Delle Chiaie, «in un contesto ove il Concutelli medesimo e gli altri militanti, esaudendo specifiche richieste dei Servizi di sicurezza locali, avevano commesso omicidi, azioni sporche in danno prevalentemente di militanti dell’Eta basca».
Insomma, quella notte destra eversiva, Massoneria occulta, Servizi devianti, Servizi atlantici, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, criminalità comune, settori del mondo industriale e un futuro capo del Governo hanno sincronizzato il loro passo contro lo Stato di diritto.
Altro che «golpe da operetta»: secondo De Lutiis, fu invece «uno dei più seri e pericolosi tentativi eversivi avvenuti nell’Italia repubblicana» (De Lutiis, I Servizi segreti in Italia, p. 119). Questo giudizio vede concorde Arnaldo Forlani: in un comizio tenuto a La Spezia il 5 novembre 1972, il segretario Dc aveva alluso al golpe Borghese, definendolo un «tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti». In quell’occasione Forlani si era spinto a dire che questo golpe aveva «trovato della solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno, ma anche in ordine internazionale: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso», alludendo qui alle tangibili coperture atlantiche, e forse ad Andreotti (dal febbraio 1972 Andreotti è il capo del Governo, il primo dei suoi sette mandati).
Arnaldo Forlani parrebbe al corrente delle condizioni imposte ai golpisti da Herbert Klein, assistente del Segretario di Stato americano Henry Kissinger:
– Non debbono assolutamente essere impegnati né civili, né militari americani di stanza in Italia nelle basi Nato.
– L’operazione deve prevedere la partecipazione attiva dei Carabinieri, dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica.
– Ad operazione conclusa, si auspica la costituzione di un governo presieduto da un politico che goda la fiducia Usa, appartenente alla Dc,. Costui deve impegnarsi ad indire elezioni generali entro l’anno.
– Le elezioni dovranno svolgersi in pena libertà, ma escludendo le liste comuniste ed estremiste di sinistra ed anche eventuali liste di appoggio camuffate (Monti, Il golpe Borghese, p. 55; De Lutiis, I Servizi segreti in Italia, p. 117).
Si ha infine notizia di incontri riservati tra Borghese e alti esponenti del dipartimento di Stato Usa e delle forze Nato; ne erano stati cerimonieri Adriano Monti (incaricato dei contatti con gli ambienti americani) e l’ex capo del controspionaggio della Cia e membro dei Cavalieri di Malta (e della Ur-Lodge Three Eyes) James Jesus Angleton, quel vecchio e fraterno amico del “principe nero” che nel 1945 lo aveva salvato dalla fucilazione, portandolo in salvo a Roma travestito da ufficiale americano. Lo ammette lo stesso Borghese in una sua lettera-testamento sui fatti del ’70, lettera in cui fra l’altro parla di un incontro avuto con Gilberto Bernabei (consigliere giuridico di Andreotti), lo stesso Andreotti e un fantomatico «generale S». Andreotti, scrive Borghese, «si è finalmente impegnato».
7 dicembre 1970: l’hanno chiamata la “notte di Tora Tora”. Scalpitava Andreotti e scalpitava Borghese, annodati nel complotto a criminali fascisti e mafiosi d’alto lignaggio come Salvatore Greco, Giuseppe Calderone, Giuseppe Di Cristina, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontade, Giuseppe Nirta, Giorgio e Paolo De Stefano. Ma per Andreotti, Bernabei, Sindona, Confindustria, Snia, Pirelli, Gelli e taluni loro prezzolati pennivendoli in giornali e tivù, in quella notte dell’Immacolata ci fu solo «un golpe da operetta».
Giocando acutamente d’anticipo, nel 1974 lo stesso Andreotti (tornato ministro della Difesa in un breve Governo Rumor, 14 marzo-23 novembre 1974) chiederà al fido Gian Adelio Maletti (tessera P2 n. 1610) un dossier sull’eversione in Italia a partire dal 1970; dopo averlo alleggerito di alcuni nomi – così da coprire Licio Gelli e la P2 – lo consegnerà all’altrettanto fido Claudio Vitalone, all’epoca pubblico ministero nell’istruttoria romana sul golpe Borghese.
«In quel rapporto», disse Maletti a “Repubblica”, c’era «la prova del coinvolgimento di alti ufficiali delle nostre forze armate» (Daniele Mastrogiacomo, Maletti, la spia latitante: la Cia dietro a quelle bombe, “la Repubblica”, 4 agosto 2000) nei tentativi di golpe. Un nome su tutti, quello dell’ammiraglio piduista Giovanni Torrisi, all’epoca candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa e successivamente nominato capo di Stato Maggiore della Marina (in carica dal 1º agosto 1977 al 31 gennaio 1980), che aveva preso parte alle a riunioni segrete per la preparazione del Golpe insieme ai maggiorenti di Avanguardia nazionale.
E pur in mancanza di prove dirette, che il mandante della bomba di piazza Fontana a Milano fosse l’US Army Intelligence Agency (il servizio segreto militare statunitense, una emanazione del Pentagono) sta scritto nell’istruttoria su Piazza Fontana del giudice Salvini.
Quella strage, si sa, venne da subito attribuita agli “anarchici”; si voleva giustificare presso l’opinione pubblica la sospensione di alcune garanzie costituzionali così da consentire il passaggio alla Repubblica presidenziale.

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3 Risposte to “L’Italia del boom”

  1. garagistablog Says:

    Complimenti Giovanni! Nel rinnovarti i miei auguri di Compleanno, Ti informo che ho terminato di completare i documenti che vorrei consegnarti brevi mano; da domani 05 Luglio alla sett. prossima saresti disponibile? Le mie questioni sono roba da provincialotto in confronto a quanto esattamente citato in questo articolo, però, in piccolo, avendoli vissuti direttamente, mi permettono di capire molte sfumature.

  2. sconfinamenti Says:

    Ora sono in Toscana. Torno a fine agosto. Grazie e ciao.

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