Le verità stanno nella penombra

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di Giovanni Giovannetti

Se leggere è utile, rileggere può essere utilissimo. Diamo allora conto di quanto è scritto ne Il superpotere di Peter & Wolf (Pierino e il Lupo; era il nome dato a una rubrica su “l’Espresso”), un libro a metà strada tra il saggio e il romanzo, pubblicato nell’ottobre 1975, forse con l’intento di aggiornare ciò che, sul capitalismo italiano, si legge in Razza padrona di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, uscito l’anno prima. Il superpotere abbraccia un arco temporale di pochi mesi, quelli subito dopo le elezioni regionali del giugno 1975 che vedono l’affermazione del Pci (+ 5,6 per cento).
Pierino e il Lupo scrivono che il Partito comunista italiano ha investito soldi non suoi nell’acquisto di azioni Fiat tramite due finanziarie di Bologna, fino a trasformarsi nell’azionista di riferimento del gruppo torinese (e Eugenio Cefis, avversario di Gianni Agnelli, è forse tra gli occulti registi della scalata). Si legge poi di un dossier su Cefis curato dal segretario generale della Fondazione Agnelli Ubaldo “Baldo” Scassellati, un volume rilegato in pelle volto «a dimostrare cinque cose: i limiti della politica industriale di Montedison; gli espedienti attraverso i quali questo gruppo si era ingigantito; l’equivoco rapporto pubblico-privato esistente all’interno di esso; la strategia multinazionale; la pericolosità di Cefis, campione della borghesia di Stato cresciuta sotto l’ombrello del potere politico».
Questo dossier sparirà, per ricomparire poco dopo nelle mani del presunto massone cardinal Agostino Casaroli, a colloquio immaginario con Cefis sui guai di Montedison; la conversazione si risolve così:

«Vede, caro Dottore, non si poteva consentire che aziende come le sue andassero, come dice lei, a… ramengo. Il Governo ha dato ordine alla Banca d’Italia di procedere al congelamento dei debiti della Montedison e la Banca d’Italia ha trasmesso l’ordine alle Banche che vi avevano anticipato i soldi».
«Quindi… la Banca d’Italia è il mio nuovo padrone», balbettò pallido il capo di Foro Bonaparte.
«No!» ribatté Casaroli. «La Banca d’Italia, a sua volta, ha ceduto tutte le quote a due nostre finanziarie».
«Con sede… a Bologna?» gemette il Dottore.
«Nel Liechtenstein», precisò il monsignore, sfogliando voluttuosamente il volume in pelle scura.
Il dottore si alzò lentamente, barcollava. Non vedeva l’ora di andarsene. Quasi sulla porta si girò e chiese: «I mille miliardi chi ve li ha dati?»
Casaroli rispose: «Non sono dollari, ma petroldollari».
«Di Sindona e dei suoi amici americani?»
«No, di Maometto e dei suoi nipoti sceicchi», disse il monsignore sorridendo.

Il socio africano

Solo Fiction? No, semmai solo voci di Borsa. L’idea romantica di un azionariato popolare sulla maggiore industria privata italiana è suggestiva quanto inverosimile (e già quella dei dossier che spariscono per riapparire in mano ad alti prelati in Vaticano lo è di meno: si pensi ai documenti di Roberto Calvi). Ma sui petroldollari, i due visionari autori de Il superpotere non sono poi così lontani dal vero: nel dicembre 1976, dopo quasi due anni di segrete trattative, la Lybian Arab Foreign Investment Company (Lafico) – articolazione finanziaria del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi – acquisterà per 415 milioni di dollari (360 miliardi di lire) il 10 per cento del pacchetto azionario della Fiat, gravemente indebitata: seimila lire ad azione, 12 volte il prezzo nominale del titolo, quattro volte la quotazione in Borsa del momento: insomma, un vero affare, condotto a buon fine sotto l’attenta regia del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia.
Tra i soci Fiat, Gheddafi è ormai secondo solo all’Ifi, la finanziaria della famiglia Agnelli, e a rappresentarlo nel Cda di corso Marconi entrano il presidente della Libyan Arab Foreign Bank Abdullah Saudi e il vice governatore della Banca centrale libica Regeb Misellati, due distinti e informati signori che mai battibeccheranno sulla gestione; due che, a Torino, «si comportarono come banchieri della migliore scuola ginevrina o londinese» (parola di Gianni Agnelli).
Per i libici l’ingresso in Fiat è infatti una operazione dal significato politico: un accredito da mostrare a chi li accusa di favorire il terrorismo.

Ustica

Premeranno sul management Fiat una sola volta: dopo l’abbattimento del Dc 9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980 e – forse la stessa notte, forse no – della caduta di un aereo militare libico a Castelsiliano, sulle montagne della Sila in Calabria. Proprio Misellati chiederà all’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti di intercedere presso i Servizi segreti italiani per recuperare i resti del Mig 23 libico caduto. Come ha detto Romiti, «Sappiamo che il Mig fu restituito». Restituito solo in parte, poiché molte componenti rimangono a disposizione dell’Aeronautica militare e dei Servizi segreti inglesi, tedeschi e americani. Secondo il giudice Rosario Priore, incaricato dell’indagine su Ustica, «Nell’agosto dell’80 il responsabile dell’attività internazionale di questa impresa, successore proprio in quel mese di Romiti alla presidenza del “Comitato mezzi e sistemi per la difesa”, tal Pignatelli Nicolò, accompagnò Romiti dal Direttore del Sismi Santovito. In questo incontro si parlò tra l’altro della questione del recupero dei rottami di quel velivolo. Esso Pignatelli fu investito della questione tra quella fine d’agosto e la prima decade di settembre da Misellati Rageb, vice governatore della banca nazionale libica e “rappresentante dell’azionariato libico”. Questo “senior” – superando il rappresentante libico a Torino, certo Montasseri – richiese che dell’operazione si occupasse la Impresit, azienda Fiat specializzata nelle grandi costruzioni. Pignatelli comunicò la richiesta a Romiti che nulla obiettò; affidò l’incarico all’amministratore delegato dell’Impresit; furono compiuti sopralluogo e previsione dei costi, previsione che superò il mezzo miliardo. Di tutto fu informato Romiti. L’iniziativa però cadde e Pignatelli seppe che l’operazione era stata affidata e portata a termine da un’impresa calabrese» in odore di mafia: la Elifriuli, incaricata del recupero, aveva dovuto rinunciare dopo le numerose minacce ricevute (e la ditta francese Ifremer, incaricata del recupero dell’aereo civile abbattuto ad Ustica, è ritenuta da Priore in collegamento con i servizi segreti francesi).
Col tempo l’abbraccio a Gheddafi si renderà sempre meno opportuno. S’intende, politicamente inopportuno: dagli Stati Uniti il presidente Ronald Reagan lo accusa di finanziare ed ispirare il terrorismo arabo, minacciando il boicottaggio dei suoi prodotti; e nel 1986 il socio libico controlla il 15,19 per cento delle azioni ordinarie Fiat e il 13,09 di quelle privilegiate. A questo punto la Fiat non può far altro che riacquistare il pacchetto. Ai libici il decennio con Agnelli ha fruttato qualcosa come tremila miliardi di lire.
Non è finita: quindici anni dopo il Governo di Tripoli metterà in cassaforte il 5,31 per cento della squadra di calcio della Juventus (dal dicembre 2001 la Juventus era quotata in Borsa). Motivo per cui Saadi Mu’ammar Gheddafi, figlio terzogenito del dittatore e sedicente calciatore, si toglierà il capriccio di calcare in due occasioni, sia pure per qualche minuto, i campi verdi della serie A italiana, indossando le maglie di Perugia e Udinese.
Oltre alla quota in Fiat, il Governo libico ha posseduto l’1,256 per cento di Unicredit, equivalente a 611 milioni di euro; lo 0,58 di Eni, per un valore di 410 milioni; il 2 per cento di Finmeccanica, 40 milioni di euro.

Buonanotte senatore

Ma torniamo al 1975 e ai valenti Pierino e il Lupo. In Conclusione (così titola l’ultimo capitolo del Superpotere) ecco Giulio Andreotti a mani incrociate sorridere ripensando ai grandi rivali, quei due che volevano mettere le briglie a tutti e invece si son ritrovati con le stanghe sul collo: «Chiusi a sinistra dai “giovani leoni” delle Botteghe Oscure e a destra dal realismo vaticano» Agnelli e Cefis «si erano eliminati vicendevolmente come gli scorpioni nella bottiglia». In mezzo, a mediare, non restava che lui, Andreotti. L’onorevole guardò l’orologio, erano le ventuno e trenta: «Alla stessa ora un’automobile scura di grande cilindrata avanzò verso l’ingresso del ristorante “Le coq d’or” sulla Flaminia vecchia. Il direttore del locale (uno dei più esclusivi della capitale) accompagnò premuroso sulla soglia gli ospiti. Aprendo la portiera posteriore dell’auto, l’uomo disse: “Buonanotte monsignor Casaroli, buonanotte senatore Pecchioli”».
Il piemontese Ugo Pecchioli è uno tra i comunisti più vicini a Mosca e ai Servizi. Sono gli anni della cosiddetta “solidarietà nazionale” o, per dirla con Massimo Teodori, della «degenerazione del sistema democratico in partitocratico», dei mutati rapporti di forza e della collaborazione “comunista” alla sfera governativa (alle elezioni regionali del giugno 1975 10.148.723 italiani, il 33,6 per cento, votano Pci, + 5,6 per cento; e alle “politiche” del giugno 1976 – le prime a cui possono votare i diciottenni – si registra un ulteriore passo avanti: 12.614.650 voti comunisti, il 34,37 per cento, + 7,22). Il Pci è sempre più forza di governo in numerose amministrazioni locali: di sinistra con Psi e Psdi, e di centrosinistra con la Dc.
Il Pci esulta, ma è in difficoltà, poiché il mandato dei ceti medi e della borghesia, che hanno votato numerosi per la falce e il martello, non è la rivoluzione o il cambiamento ma l’ordine. E si prefigurano anni di tediosi sacrifici. Sono anche anni di inediti rapporti tra Pci e Servizi: è il lascito, scrive l’ex ufficiale del Sid Nicola Falde in un suo memoriale, «dell’intesa stabilita in quell’epoca tra Maletti, che riesce ad accreditare una sua affidabilità democratica a sinistra», e i senatori comunisti Pecchioli e Arrigo Boldrini, il carismatico partigiano Bulov.

Sei stato nominato

È forse interpretabile in questo modo il sostanziale laissez-faire del partito sulle nomine di chiacchierati piduisti in delicati settori della sicurezza nazionale? Come la designazione nel 1977 dei generali Giuseppe Santovito (tessera P2 n. 1630) a capo del Sismi, di Giulio Grassini (tessera P2 n. 1620) al Sisde – i servizi segreti riformati – e del prefetto Walter Pelosi al Cesis, l’organismo di coordinamento e controllo dei primi due.
E tra le altre nomine ricorderemo almeno quelle del generale Pietro Musumeci (tessera P2 n. 1604) a capo dell’ufficio controllo e sicurezza; del colonnello Sergio Di Donato (tessera n. 1683) all’ufficio amministrativo del Sismi; del commissario di pubblica sicurezza Elio Cioppa (tessera n. 1890) al coordinamento Sisde per l’Italia centro-meridionale; del maggiore Vincenzo Rizzuti (tessera n. 2098) a capo della segreteria di Grassini. «E così i “servizi riformati” che avrebbero dovuto interrompere una lunga serie di “deviazioni”», complice il Pci, scrive Massimo Teodori, «nascono con un tasso di infiltrazione piduista superiore a quello, già molto alto, degli anni precedenti».
Il Pci non ha nulla da obiettare nemmeno sul passaggio di proprietà del “Corriere della Sera” né, più in generale, sulle malefatte di Gelli e della P2.

La fonte “Marte-Uranio” del Sid si chiama Claudio Martelli

Va esaurendosi la spinta propulsiva della rivoluzione russa del 1917 (la “Rivoluzione d’Ottobre”) e il Pci sta cambiando pelle, stemperando progressivamente la critica al capitalismo e accettando convintamente l’appartenenza dell’Italia all’area atlantica; tanto che, ad una tribuna politica, il 15 giugno 1976 Berlinguer dice chiaro che «è più conveniente per noi socialisti nella libertà stare sotto l’ombrello Nato». E oggi sappiamo che Mosca era d’accordo: ne dà notizia lo storico Roberto Gualtieri, che ha potuto consultare alcuni documenti inediti del Pci ed altri provenienti dagli ex archivi sovietici: quell’intendimento non solo non urtò i dirigenti sovietici, ma li trovò d’accordo. Non fu, insomma, una sorta di pre-strappo, anzi avvenne al culmine della ricucitura post-Sessantotto, anno della condanna da parte del Pci dell’invasione di Praga.
Mentre il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko parla il linguaggio degli affari con i vertici della Fiat e dei maggiori gruppi industriali europei – proponendo loro materie prime in cambio di tecnologie –, Berlinguer prova a dare fiato al progetto dell’eurocomunismo assieme al Pc francese di Georges Marçais e a quello spagnolo di Santiago Carrillo.
Aveva dunque ragione la ben pagata fonte Sid “Marte-Uranio”, ovvero Claudio Martelli che, analizzando i rapporti tra l’Est e l’Ovest europeo, trova il tempo di osservare che l’Unione sovietica muove pugne di conquista economica, come già in Finlandia, e non militare. Al tempo stesso, il Pci smette di prestarsi ad alibi per quel sistema di potere che aveva costruito la sua rendita di posizione sull’anticomunismo interno e sul “pericolo rosso” internazionale.
Passo dopo passo, si aggiornano dunque le relazioni politiche ed economiche tra il Pci e il Pcus: la democrazia è ora tenuta a piattaforma del socialismo, così da non alterare gli equilibri internazionali.

Compagno massone

E in Italia il comunista Giorgio Napolitano può invocare – d’accordo con Henry Kissinger – quel “clima morale superiore” caldeggiato un po’ da tutti, anche da Gianni Agnelli. Nel 1978 lo stesso Napolitano può finalmente recarsi negli Stati Uniti e prende accordi rimasti segreti. E a quel viaggio, stando a quanto si legge in un libro di Gioele Magaldi, parrebbe risalire l’affiliazione alla Massoneria (Ur-Lodge Three Eyes) del futuro presidente della Repubblica. Un altro storico dirigente del Partito comunista, Giorgio Amendola, sarebbe tra i confratelli euro-atlantici della Ur-Lodge Lux ad Orientem. Magaldi (e su di lui non sono piovute querele), aggiunge a questo elenco anche Massimo D’Alema, affiliato alle Ur-Lodges Pan Europe e Rosa-Stella Ventorum.
L’affiliazione latomistica di Napolitano sarebbe avvenuta a Washington. «Dopo una forza di pre-iniziazione esperita nelle vicinanze della Yale University, a New Haven, Connecticut» Napolitano, scrive Magaldi, «fu cooptato dalla prestigiosa Ur-Lodge sovranazionale denominata Three Architects o Three Eyes appunto nell’aprile 1978, nel corso del suo primo viaggio negli Stati Uniti». Quanto ad Amendola, sarebbe stato introdotto «direttamente dal massone Zbigniew Brzezinski», consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e uomo forte della politica americana e internazionale (Magaldi, Massoni, Chiarelettere, pp. 96 e 448).
In sostanza, pur emarginato dal governo del Paese, il Pci entra di prepotenza in quel sistema di potere che, proporzionalmente al peso politico, gestisce le cariche, amministra le clientele e riscuote le mazzette, sia localmente che su scala nazionale.

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Una Risposta to “Le verità stanno nella penombra”

  1. Augustus rex iudeorum Says:

    Tutto chiaro, il disegno politico della P2 viene portato a compimento inesorabilmente che lo si voglia o no. Dal 1945 ad oggi ci governa una dittatura segreta alla quale solo pochi e in modo violento hanno cercato di ribellarsi, ma inutilmente. L’alternativa di un cambiamento democratico e’ una favola a cui solo i bambini possono credere.

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