Bananopoli

by

di Giovanni Giovannetti

Dopo 26 querele ricevute da affaristi, politici, mafiosi e loro lacché – sempre con intenti intimidatori e tutte archiviate – cambiato il clima, il Tribunale di Pavia ora mi condanna in primo grado ad un cospicuo risarcimento pecuniario all’ex sindaco pavese Alessandro Cattaneo (più volte sorpreso a pasteggiare con mafiosi apicali come Pino Neri e i suoi amici costruttori) per un articolo in cui ho deriso gli elevati premi di risultato del Comune a due dirigenti indagati. Quell’articolo – una corrispondenza da Bananopoli – si concludeva con la parafrasi di alcune frasi celebri dello scrittore Mario Puzo. E questa è l’introduzione a Bananopoli, ovvero alla mia Memoria difensiva ignorata dai giudici, la documentata requisitoria verso chi mi preferirebbe diffamatore. La metto in vendita solidale a 100 euro la copia, così da sostenere almeno questo primo onere pecuniario, da versare subito.
Ne approfitto per ricordare che per acquistare Bananopoli ci si può rivolgere direttamente all’autore (giovanni.giovannetti@gmail.com, disponibile a portarvelo a casa di persona). Copie si trovano anche presso la libreria Clu in via San Fermo a Pavia (chiedere di Marco).

Il 18 maggio 2018 il giudice monocratico del Tribunale di Pavia Rosaria D’Addea mi ha condannato in primo grado a un cospicuo risarcimento pecuniario all’ex Sindaco Alessandro Cattaneo, ritenendo diffamatorio un mio articolo in cui deridevo gli elevati premi di risultato elargiti dal Comune a due dirigenti comunali indagati. Quell’articolo – una corrispondenza da Bananopoli – si concludeva con la parafrasi di alcune frasi celebri di Mario Puzo.
Curiosamente, il Gip dello stesso Tribunale due anni prima ha ritenuto di archiviare ben quattro querele – di Alessandro Cattaneo, Dante Labate, Luigi Greco e Giuseppe Neri detto Pino – relative a un volantino in cui, ben di peggio, ho fatto i nomi e i cognomi di chi aveva reso la pubblica amministrazione pavese permeabile alla penetrazione di mafiosi del calibro di Pino Neri, l’ex capo-reggente della ‘Ndrangheta lombarda e sponsor elettorale del giovane Sindaco (nel 2009 Neri era fresco reduce da 9 anni di reclusione per narcotraffico; oggi sconta una seconda condanna a 18 anni per associazione mafiosa).
Altrettanto curiosamente, Cattaneo sporge querela «in qualità di Sindaco pro tempore e rappresentante legale del Comune di Pavia». Ma nel Decreto di citazione a giudizio si legge che il querelante non è il Sindaco ma lo stesso Cattaneo come persona fisica («evidenziata la parte offesa in: Cattaneo Alessandro, nato a Rho…», scrive il distrattissimo Pm Roberto Valli). La differenza non è da poco: poiché Cattaneo inoltra la querela non a titolo personale ma «nella qualità di legale rappresentante pro tempore della persona offesa» (il Comune di Pavia), questo Decreto era ed è da ritenersi nullo.
Va pure rilevato che all’Atto di querela non viene allegata l’obbligatoria delibera di Giunta che l’autorizza, e già questa mancanza poteva bastare a invalidarlo (come si legge nello Statuto del Comune di Pavia, ignorato da Cattaneo e dai giudici pavesi, «La Giunta autorizza il Sindaco a stare in giudizio», art. 22 comma “i” , e il Sindaco «rappresenta in giudizio l’Amministrazione comunale, previa deliberazione della Giunta municipale», art. 23 comma “h”).
Ma ancora più curiosamente, il 10 luglio 2015, nella sua prima udienza la giudice D’Addea ha affermato che la diffamazione è indubbia, come se anziché giudice fosse la parte civile o il pubblico ministero. Per la precisione, secondo D’Addea «non vi è dubbio che il reato per cui si procede oltre che offendere l’onore e il decoro del Comune di Pavia […] può ledere gli interessi anche di terzi», ritenendo offesa e danneggiata «anche la persona di Alessandro Cattaneo» (Verbale di udienza 10 luglio 2015, p. 10). Il più che compianto avvocato Franco Maurici (era purtroppo per l’ultima volta in un’aula di tribunale; morirà due mesi dopo) si è girato sussurrandomi: «incredibile, questo giudice ha già emesso la sentenza».
Di questo ed altro si tornerà a parlare in sede d’appello, vale a dire in “campo neutro”. Al momento, e laconicamente, non resta che prendere atto che chi ha più volte pasteggiato al desco dell’ex capo della ‘Ndrangheta lombarda… chiuso due occhi su due sul sacco della città… finto di non sapere e di non vedere le ruberie in Asm (la società multiservizi controllata al 95,7 per cento dal Comune di Pavia; ruberie per quasi due milioni di euro) ora siede in Parlamento; chi invece tutto questo lo ha denunciato ora viene condannato.
Insomma, a Pavia sembrano di nuovo prevalere gli “intoccabili” come già una decina d’anni prima, quando il Tribunale pavese era stato paragonato dall’ex Sindaco Elio Veltri al “porto delle nebbie” del Palazzo di Giustizia romano, là dove tutto veniva insabbiato. Quelle di Veltri nel settembre 2008 in Consiglio comunale sono parole pesanti ma, indiscutibilmente, a quel tempo qualcuno aveva abbassato la guardia favorendo, sia pure inconsapevolmente, gli affari illeciti e alimentando il già diffuso senso d’impunità.
Dato il clima, forse non è per caso se la notizia dell’operazione antimafia Crimine-Infinito (e degli arresti di Carlo Chiriaco, Francesco Bertucca e Pino Neri su ordine della Procura milanese antimafia) in piazza del Tribunale a Pavia è arrivata solo il 12 luglio 2010, la tarda sera prima.

Come è immaginabile, dopo la sentenza di primo grado che mi condanna, al Cattaneo non resta che gloriarsene ma facendola, nel gioire, fuori dal vasino: in una sua dichiarazione ad un free-press locale si legge infatti che «questa sentenza mette finalmente ordine in una serie di tristi vicende…»
E quali sarebbero le tristi vicende? Quel suo triste indugiare al desco del narcotrafficante Pino Neri, da poco uscito di galera?
Quel suo circondarsi di tristi amici degli amici come Carlo Chiriaco, condannato a 13 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa?
O l’avere intorno tristissimi amici degli amici, come il presidente della Commissione comunale Territorio (e socio in affari di Neri) Dante Labate o come l’assessore ai Lavori pubblici (e socio in affari di Chiriaco) Luigi Greco?
Ma forse l’ex Sindaco allude al triste tentativo mafioso di penetrare la sfera pubblica pavese, a quell’intendimento fermato dai magistrati antimafia milanesi e non da lui, che al contrario li ha benevolmente accolti tutti quanti prima tra i suoi candidati, poi tra i consiglieri e gli assessori (come recitano le motivazioni di condanna al processo “Crimine-Infinito”).
Niente, nell’intervista non c’è nulla di tutto questo, nessuna autocritica. Leggetela, e vedrete Alessandro Cattaneo condensare il suo svettante nanismo nel dire che «qualcuno ha deciso di fare politica utilizzando il fango. Una stagione buia e triste e un modo di fare politica che però» lui stesso decreta «sconfitto due volte: dalla sentenza di un giudice e dall’elettorato» (“Il Settimanale pavese”, 24 maggio 2018, p. 7). Come se una tale circoscritta sentenza favorevole, per quanto strombazzata a più non posso, potesse in un battito d’ali cancellare la marea montante delle schifezze di cui la sua Amministrazione si è resa triste protagonista per cinque anni: la pagina più buia – quella sì – della recente storia cittadina, la più ammorbata da mafie, corruttele, scandali e ruberie peraltro nemmeno lambiti da certa stampa locale, la più naturalmente infingarda e baciapile, la più incline a non disturbare gli inserzionisti e i loro referenti politici tacendone le malefatte, se non a babbo morto, quando sono ormai argomento di cronaca giudiziaria.
Ripercorro tutto questo nella mia Memoria difensiva: le fonti sono i documenti dell’indagine Crimine-Infinito e le motivazioni dei vari gradi di giudizio di questo fondamentale processo antimafia (che ha visto condannare Carlo Chiriaco e Giuseppe Neri detto Pino o Pinuccio) nonché la cospicua documentazione sui principali scandali urbanistici cittadini, denunciati pubblicamente e in sede giudiziaria proprio dagli «infangatori» di cui parla Cattaneo. Fra l’altro, l’ex Sindaco non fa che ripetere ciò che prima di lui hanno detto i mafiosi condannati e i loro lacché tuttora a piede libero, assieme a taluni fiduciari comunali a libro paga dei cementificatori paladini dell’urbanistica creativa.

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