Storia avventurosa di Bananopoli

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dal nostro inviato Giovanni Giovannetti

La pianta romana di Bananopoli «svetta verso le nubi con una fitta trama di torri» scrive il Petrarca al Boccaccio «e dispone verso ogni direzione di una vista senza impedimenti e libera, tanto che non so se alcuna città, tra quelle poste in pianura, ne abbia una più aperta e piacevole».
Da allora molta acqua è passata sotto il ponte sul Tesino, quello vecchio – ferito ma non ucciso da fuoco “amico” nell’ultima guerra – e quello nuovo, che pure è detto vecchio. Invece di rimettere una sull’altra le sue toste pietre antiche e mantenerlo pedonale, i geniali genieri lo hanno rifatto camionabile, portando il traffico ad accalcarsi lungo il cardo cittadino, così che Bananopoli ora dispone di un ponte medievale in meno e di molti problemi alla viabilità in più.
Non di meno, del “sacco” urbanistico faranno le spese molti storici palazzi dati per “vecchi”: «All’abbattimento del primo», dirà entusiasta l’assessore ai Lavori pubblici e prenditore in proprio, «inevitabilmente gli altri seguiranno come birilli». Bavetta alla bocca e mano sul cuore, lato portafoglio, l’intrepido assessore immagina cubature su cubature di edificato e un’autostrada in vece del cardo, a spaccare in due una città sulla carta grande tre volte l’attuale.
Altri tempi si dirà, di quando l’antico passava per vecchio, e pure il ponte nuovo. Tempi in cui i prenditori si potevano accordare con la pubblica amministrazione nell’abbattere, facciamo qualche esempio, un trecentesco edificio sul decumano e un medievale isolato là dove il decumano incrocia il cardo. Demolite di soppiatto anche le presenze coeve dell’edificio neoclassico sul lato nord di Piazza grande. Insomma, un “sacco” devastante, ben più gravoso dei bombardamenti “alleati” di dieci-vent’anni prima.

Ma chevvogliono queste minchie di Arecchi e quell’altro lì, Ignazio Stabile quando scrive di «esempi aberranti di violazione delle norme edilizie e di deturpazione ambientale…» qui bisogna rinnovaaaare e il nostro interesse è l’interesse della città. Paceamen se aumenta lo squilibrio con le periferie, cresciute a macchia d’olio senza asili, scuole, strade, negozi. L’economia deve girare e pecunia non olet, i soldi non hanno odore. Che questi due si facessero un giro nel centro cittadino, tra le sessanta banche e i di molto strani movimenti di capitali e forse capiranno.
Guidetti, Vanzina, Saiti, Körting, Meta, Ghisio, Vigorelli, Snia Viscosa, Fivre, Necchi… Le fabbriche, quelle sì cadono come birilli, ma si deve pur campare. Ben venga allora la piccola o grande rendita parassitaria legata all’indotto universitario e sanitario. E se ci sai fare, col tempo puoi anche salire di livello comprando e vendendo suoli: una botta a chi di dovere e in un amen te li ritrovi da agricoli a edificabili.
E poi chissenefrega di questo Petrarca e della sua «vista senza impedimenti». Roba vecchia vecchia vecchia. E allora brindiamo a dieci cento mille segni del progresso come palazzo Alfa, tredici piani per tredicimila metri cubi di vetro e acciaio, tanto che lo hanno ribattezzato il “palazzo di vetro”. Questa sì che è trasparenza. E se ne diano una qualche ragione i talebani ambientalisti, i baluba di sinistra e tutti ‘sti altri culattoni che chiocciano «abuso edilizio abuso edilizio…» Guardassero in casa loro, al numero diciassette di viale della Libertà, a quell’alveare per sciùri costruito dal grande elemosiniere della politica banana: alla faccia del regolamento e senza dare troppo dell’occhio, l’elemosiniere ha bellamente aggiunto due piani. E l’opposizione? Muta come un pesce muto. Andate allora in quel verminaio e domandatevi come mai qui ha preso sede la federazione provinciale del partito del popolo banano. Come mai?

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