Mostra sul Leonardo “pavese”: dagli all’assessore

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di Giovanni Giovannetti

Un vecchio detto recita saggiamente che sbaglia solo chi fa. E forse ha sbagliato il Comune di Pavia a credere che a una mostra sugli anni pavesi di Leonardo si potessero affiancare le opere di artisti contemporanei che al genio vinciano (e pavese, e vigevanese, e milanese d’elezione) hanno inteso rivolgere un loro devoto omaggio creativo.
Ma l’errore degli errori parrebbe essere stato un altro: quello di adombrare la possibilità di esporre a Pavia niente meno che la “Isleworth Mona Lisa”, un dipinto attribuito a Leonardo, opera ascrivibile al periodo “pavese” del Maestro toscano. E come è noto, sono vergati a Pavia anche i suoi magnifici disegni anatomici e forse il celeberrimo “Uomo vitruviano”, nonché il dipinto del “San Girolamo” e molti altri suoi incompiuti progetti (quello del “gran cavallo”, lo sappiamo, guarda al pavese Regisole, così come taluni suoi disegni di chiese a croce greca paiono accostabili al progetto dell’erigendo Duomo pavese. Senza dimenticare la sua “Città ideale”, i navigli, ecc.)
Quanto alla “Isleworth Mona Lisa” o “Gioconda pavese” (un ritratto di Isabella d’Aragona, la giovane moglie di Gian Galeazzo Sforza marginalizzata col marito nella prigione dorata del Castello visconteo di Pavia) ne hanno impedito l’esposizione problemi non superabili nel poco tempo a disposizione. E così in mostra non rimane che un qualche tributo novecentesco, vale a dire la cornice senza il… quadro.
Tutto questo è davvero “terribile” e ora l’opposizione consiliare di centrosinistra al Mezzabarba (che quando era al governo ha tenacemente evitato di mostrare il benché minimo interesse sui trascorsi pavesi dell’italiano più famoso al mondo) chiede al sindaco di centrodestra la testa dell’assessora Mariangela Singali poiché, dicono, tutto questo suo agitarsi intorno a Leonardo è costato alla collettività quasi 400 mila euro (?).
Strano destino quello delle “assessore”. Ne ricordiamo infatti un’altra, la grande filosofa Silvana Borutti, appartenente al fronte opposto del centrosinistra, assai caparbia nel sostenere, solo una manciata d’anni fa, il cosiddetto “Festival dei Saperi”, la cui prima edizione era costata quasi un milione e 400mila euro in pubblico denaro (!?!).
Per la verità, Borutti altro non era che l’incolpevole foglia di fico d’alto censo messa a coprire una vergognosa partita di giro: emergerà che una parte cospicua di questi denari erano serviti a onorare taluni debiti pregressi contratti dal Partito democratico della sinistra e dalla Margherita (oggi Pd) con tipografi, creativi, centri di ricerca e altri “amici” nella onerosissima e privatissima campagna elettorale vinta nel 2005 da Piera Capitelli, la sindaca di cui per l’appunto l’inconsapevole professoressa Borutti diverrà assessore o assessora: ecco dunque a referto tipografie come la Nuova Ata di Genova (49.940 euro, che a suo tempo aveva curato la stampa dei materiali elettorali di Capitelli) e, altro esempio, Call centre come la Digis di Campochiaro (36mila euro), che pure ha contribuito al successo elettorale della Piera.
E se una parte del budget speso oggi per Leonardo è servito ad arredare alcuni spazi espositivi, che ne è – tornando al Festival dei Saperi e limitandoci a un solo esempio – che ne è, dicevo, delle 151 bandiere e dei 13 parallelepipedi-libreria costati al contribuente qualcosa come 144mila euro? Li avevano definiti un «patrimonio durevole di Pavia» ed erano costati quasi quanto il passivo della mostra su Leonardo, quantificabile in 177mila euro.
Aggiungo che, a differenza del benemerito Festival, la mostra sul Vinci non ha certo goduto di buona stampa. Un acceso livore sembra manifestarlo proprio “la Provincia Pavese”, quel foglio locale che, va pur detto, anni prima si era mostrato assai generoso con il chiacchierato Festival della Piera. E si capisce: il “busiardin” ha collezionato 97.200 euro di buoni motivi per simpatizzare: è la cifra che, in vista del Festival, l’amministrazione Capitelli ha versato in pubblicità al gruppo “Espresso”, di cui il foglio pavese era sino a ieri la locale articolazione.
Concludo con un breve accenno al budget a suo tempo conferito alla Wam&co di Stefano Francesca (quasi 500mila euro), ovvero a colui che del tribolato Festival è stato l’organizzatore, e della campagna elettorale di Capitelli è stato il conduttore. Francesca si era persino fregato il logo del Festival, disegnato dallo studio Lupi e pagato con fondi pubblici comunali. A questa e ad altre notizie il “busiardin” non ha mai dato spazio. Del resto, Francesca ne avrebbe volentieri concesso l’utilizzo al Comune di Pavia… previo esborso. Qualcuno lo ha impedito.


Post scriptum

Mostra su Leonardo: un’occasione perduta? Una cosa va subito detta: per la prima nazionale della “Isleworth Mona Lisa” (di produzione tutta pavese), un budget 400mila euro sarebbe parso anche modesto. Ma le cose hanno preso un’altra piega e ora, in mesi di pandemia e di fermo scolastico, si grida allo scandalo per i pochi visitatori. Mancata comunicazione? Biglietto d’ingresso troppo oneroso? A contenere il “danno” sarebbe bastato accordare per tempo condizioni di favore alle scolaresche d’ogni ordine e grado (ingresso gratuito in Santa Maria Gualtieri e prezzo simbolico di un euro per la mostra nel suo insieme).
Altri comuni hanno inteso celebrare l’anniversario della morte di Leonardo finanziando piccole e grandi iniziative con fondi statali e regionali; ma i progetti erano da presentare per tempo, e l’amministrazione Depaoli, pur sollecitata, non lo ha fatto. Si poteva approfittarne per rendere disponibili in forma virtuale i codici della biblioteca viscontea del Castello pavese, ora in microfilm, un luogo notoriamente frequentato da Leonardo. Altro progetto di modesta spesa, quello di un percorso vinciano in città: al Castello in piazza Duomo in Santa Maria alle Pertiche, a Canepanova, a palazzo Bottigella, lungo il naviglio, lungo il Ticino ecc. si potevano collocare targhe con la riproduzione dei disegni del Vinci relativi ai luoghi, accompagnandoli con le descrizioni offerte da lui stesso e dal Petrarca.

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