Le foibe prima delle foibe

by

di Giovanni Giovannetti

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Vent’anni di assurda repressione culturale e militare del Fascismo nelle terre slavofone di oltre Isonzo, e il conseguente acceso rancore che un tale delirante comportamento ha nel tempo alimentato. Ne scrive Adriano Sofri nel suo libro Il martire fascista (Sellerio, 2020), e parla quasi da testimone poiché negli anni Trenta del Novecento sua madre è stata maestra in un paesino del Carso triestino, le stesse terre dove Sofri ha trascorso una parte dell’infanzia e dell’adolescenza. L’autore prende di petto l’intera vicenda, a partire dall’assassinio il 4 ottobre 1930 a Verpogliano-Vipacco (Vrhpolje-Vipava in sloveno) presso Gorizia del maestro elementare siciliano Francesco Sottosanti, convinto fascista e padre di quel Nino Sottosanti detto “Nino il mussoliniano” che più avanti nel tempo, infiltrato tra gli anarchici, vedremo coinvolto nella strage di piazza Fontana a Milano.

Odorosi alias Smerdel

Stando alle cronache slovene dell’epoca, Francesco Sottosanti viene preso a fucilate perché, da non credere, «succedeva regolarmente che il maestro sputasse in bocca ai bambini se pronunciavano anche solo una parola slovena, e per giunta li costringeva a ingoiare lo sputo. Dal momento che Sottosanti era anche tubercoloso, si può capire che oltraggiosa provocazione abbiano costituito le sue azioni tra la popolazione». Il maestro, scrive Sofri, era solito apostrofare i piccoli allievi dando loro dei «fottuti sloveni, porci maledetti»; e «chiunque avesse pronunciato solo una parola slovena veniva punito con 20 o 40 colpi sulle dita e, se questo non bastasse, l’insegnante li picchiava sulla bocca, sicché i bambini tornavano a casa spesso tutti insanguinati».
Tutto vero o quasi, e lo confermano i documenti di parte italiana visti da Sofri. Ma c’è un ma… A vendetta consumata emergerà che il responsabile è sì un Sottosanti, ma suo fratello Ugo, il segretario politico del Fascio di Vipacco che, nell’ottobre-novembre 1929, lo aveva sostituito nell’incarico scolastico. E per la verità, a detta di molti, il maestro Francesco era persona piena di entusiasmo, ben vista dagli stessi genitori. Insomma, un malaugurato scambio di persona nella replica violenta alle violenze fisiche e psicologiche a cui erano sottoposti dei bambini e una comunità che già deve assistere impotente alla italianizzazione forzata dei nomi dei villaggi, delle vie, delle lapidi nei cimiteri e degli stessi cognomi di famiglia; con risvolti a volte grotteschi: come scrive Sofri, «è leggendario il caso di un certo Smerdel, italianizzato in Odorosi».
Non è quindi una “semplice” vendetta a ristoro delle malefatte compiute dal maestro: i giustizieri di Sottosanti hanno un nome, una storia e un credo politico. Sono Tone Černač, 23 anni, e Danilo Zelen, 25 anni. Appartengono al gruppo Tigr, un movimento che da subito combatte il fascismo con le armi e la guerriglia (Zelen, che era il capo politico del Tigr, morrà undici anni dopo nella lotta di Liberazione) e l’esecuzione di Sottosanti genera sgomento tra gli insegnanti mandati a colonizzare queste terre e tra altre categorie professionali.
Ma pur nell’evidenza del movente politico, in galera verranno portati tre padri dei bambini sloveni maltrattati e altri assolutamente innocenti, noti all’autorità giudiziaria per aver denunciato le malefatte del maestro supplente. Sono le stesse denunce che mesi prima hanno convinto l’autorità scolastica a rimuoverlo dall’incarico. Ugo Sottosanti (che comunque non era tisico) viene anche scaricato dal partito e per forza di cose deve tornarsene in Sicilia.
Il caso Sottosanti rappresenta pur sempre un’eccezione, ma nulla pare più odioso dell’educazione unidirezionale dei bambini di lingua e cultura slovena da parte di uno Stato che, prendendo a pretesto la presunta superiore civiltà romana, dal 1923 vieta loro anche l’uso della lingua madre, chiamando fascistissimi maestri doc digiuni della lingua slovena (l’unica che i bambini parlano) a soppiantare quelli del posto, trasferiti d’ufficio lontani da casa in sperduti paesi del Regno oppure indotti a migrare. Un percorso tracciato da anni, quanto meno dal Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 tra Italia e Regno di Serbi Croati e Sloveni, che dispone il passaggio sotto la sovranità italiana di circa 300mila Sloveni e 170mila Croati.

«…insetti a muffire nell’ombra»

Un baluardo ai peggiori intendimenti del regime sono i parroci di lingua e cultura slovena, ma dai Fascisti questi neo-italiani sono considerati una razza retrograda, senza civiltà, senza lingua e senza nazionalità (così li definisce un articolo del “Popolo d’Italia” il 7 settembre 1930). Del resto intervenendo a Pola nell’autunno 1920, Mussolini ha già detto chiaro che «di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone». A Mussolini il 4 febbraio 1921 farà eco un editoriale del “Popolo di Trieste”: «…Stieno buonini gli slavi. Noi siamo disposti a non accorgerci che simili insetti vivano in mezzo a noi, a patto che gli insetti restino a muffire nell’ombra. Altrimenti mediteranno amaramente sulle conseguenze…»
Praticando su di loro la violenza, il Fascismo ha educato questi Sloveni e Croati d’Italia alla violenza e nelle ore del settembre 1943 il conto lo pagano un po’ tutti: lo paga chi porta una uniforme (gerarchi, militari, guardie comunali, guardie carcerarie, ecc.) e lo paga qualche civile (pubblici funzionari, ufficiali giudiziari, esattori delle imposte, ex squadristi, confidenti dell’Ovra, collaborazionisti, proprietari terrieri, ecc.) a torto o a ragione ritenuto filofascista.
Dopo due anni di scellerata e violenta occupazione nazifascista della provincia di Lubiana e venti anni di razzismo italiano a spese degli s’ciavi (con vari artifici fiscali, il fascismo ha espropriato le terre dei piccoli contadini croati e sloveni per consegnarle ad altri «di pura razza italiana»), siamo ora alla resa dei conti: con l’arrivo momentaneo delle formazioni partigiane in Istria dopo l’8 settembre 1943 (e dopo la liberazione di Trieste da parte dell’Esercito jugoslavo nel maggio 1945) – nonostante le disposizioni, che consigliano equità e prudenza – a volte prevalgono i risentimenti collettivi incontrollati, a sommarsi con gli arresti, i processi sommari e le vendette personali dovute a screzi o conflitti d’interesse. Queste inutili violenze, duramente biasimate dall’“alto”, inevitabilmente indeboliranno la forza contrattuale dei liberatori / occupatori di Trieste al tavolo parigino in cui si decide il destino della Venezia Giulia e dell’Istria (e Tito ne è consapevole).
Ma tra questi armati rancorosi e crudeli, va detto (ce lo ricorda Giacomo Scotti, uno dei più attenti studiosi di questa materia ardente in Dossier Foibe, Manni 2005), sono pochi, davvero pochi i partigiani. E ancor meno i comunisti italiani, lì per lì contrari ad una resistenza armata nell’Istria nonché alla sua unione con la Croazia (in linea con il segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, proponevano di rinviare a fine guerra ogni contenzioso territoriale). Per questo motivo i comunisti italiani sono marginalizzati, quando non avversati, dal Partito comunista croato. Come ha scritto Dušan Diminic (uno dei massimi dirigenti del Partito comunista croato, partigiano in Istria nel settembre 1943), sin dai primi giorni «apparve evidente che non tutti i compagni italiani capivano la nostra lotta di liberazione. Il primo col quale venni in contatto fu l’italiano albonese Aldo Negri, all’epoca comandante [partigiano] di Albona. Il nostro movimento non gli era chiaro per niente, lo considerava panslavismo. Voleva perciò lasciare il suo servizio, portarsi in Italia e là combattere, come disse, per il comunismo. Gli spiegai i nostri obbiettivi e gradualmente cominciò a capire. La stessa cosa avvenne con i compagni di Rovigno. Una cosa però era evidente: per tutti loro era difficile accettare che l’Istria non fosse più italiana, ma fosse annessa alla Jugoslavia» (in Scotti).

Operazione “Istrien”

Da subito i tedeschi si riaffacciano aggressivi sul litorale istriano. L’11 settembre 1943 una colonna motorizzata viene affrontata dagli insorti e da soldati italiani in una sanguinosa battaglia al bivio di Trizzano a sud del fiume Quieto, e di nuovo al canale di Leme e presso la zona carbonifera dell’Arsia.
Il 2 ottobre, guidati da “ascari” fascisti del posto, colonne tedesche partite da Trieste, Fiume e Pola sciamano impietose nei villaggi dell’interno massacrando e bruciando (è la cosiddetta operazione “Istrien”, al superiore comando di Erwin Rommel).
Villanova del Quieto, Grisignana, Pisino, Salambatti, Carmedo, Albona, Grisilli, Gimino, Cressini… come scrive Scotti (si riprende un esempio fra i tanti), a Cressini questi criminali in divisa rinchiudono in una casa tre madri con cinque bambini, poi gettano una bomba dalla finestra e appiccano il fuoco. Davanti al villaggio, due sorelle sono uccise, i loro corpi sono gettati su una pila di paglia e bruciati.
In un documento del 28 gennaio 1944 di penna Ustaša (i fascisti croati amici di Hitler e di Mussolini), la narrazione dell’orrore non è da meno: si legge infatti che a Gimino i tedeschi «hanno ucciso 15 bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i bombardamenti, in totale 241 persone. Nella vicina Coppellania di Cere, che conta 1.300 anime, hanno ucciso due donne e sessantadue maschi. Non si sono mai preoccupati di accertare se qualcuno fosse partigiano o no, ma hanno fucilato a casaccio come a loro piaceva. In molte case hanno mangiato e bevuto abbondantemente e poi, andandosene, hanno ammazzato uno o due castigliani». Non mancano le cronache di violenze a donne e ragazze, e l’annotazione che nel villaggio di Parizi gli unici sopravvissuti sono «due maschi, ottantenni».
Insomma, la sola operazione “Istrien” costa la vita ad almeno tremila persone (e diversi partigiani fucilati dai tedeschi poi gettati in foiba passeranno per vittime della “violenza slava”).
E chi ricorda, solo due anni prima, la deportazione di oltre centomila civili croati e sloveni negli sgangherati campi di internamento fascisti: nel solo campo sull’isola di Arbe morranno quasi cinquemila persone, costretti in tende, e non baracche, nel rigido inverno (come li vediamo nella foto qui ripresa). Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in soli trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (nell’elenco dei “criminali di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».
E chi ricorda, lo ribadiamo, il pianificato genocidio culturale delle minoranze slovene e croate della Venezia Giulia (allargato, dal 1941, ai territori occupati): chiusura coatta delle scuole dove si insegna il croato e lo sloveno; vietato l’uso di queste lingue negli uffici pubblici e nei luoghi di lavoro; chiusura di 31 giornali; scioglimento di circa 400 circoli ricreativi, ecc. Sono anche vietate le scritte in lingua s’ciava sulle pietre tombali… Insomma, il Fascismo ha vietato loro di comunicare e, fosse possibile, persino di pensare nella lingua materna. «È lecito invadere le case, i campi, le chiese di questi slavi e imporre loro con le rivoltelle in pugno di non amare, di non pensare e di non pregare in slavo?» si domanda allora, sin dal 1921, lo scrittore triestino Giani Stuparich, medaglia d’oro al valor militare.

Partirà, la nave partirà…

Chi si ricorda di loro? Nessuno può vantare l’esclusiva del lutto, e le sofferenze e i diritti di sloveni e croati vilipesi e massacrati non sono da anteporre a quelle dei civili italiani ammazzati o indotti a partire. Ma se tuttora è salda la memoria dei quattrocento istriani infoibati e dei quasi 300mila «naufraghi nella tempesta della pace» (è la poetica citazione ripresa dal cinegiornale “Settimana Incom” del 21 febbraio 1947 sui profughi giuliano-dalmati), pochi rammentano, rimanendo in Istria, le brutalità patite dagli «allogeni» (così erano chiamati). Tutti “banditi”? Quasi tutti erano civili inermi.

Una Risposta to “Le foibe prima delle foibe”

  1. roberto Says:

    grazie per questi contenuti. si può essere più o meno d’accordo, ma sono sempre stimoli utili e preziosi.

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