Lidia a modo mio

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Pavia, febbraio 2021

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Lidia

Ciao, sono felice che siamo qui assieme, condividere un’emozione comune fianco a fianco è una sensazione bellissima. Vorrei fosse questa sensazione a suggestionare la trama e i colori del tappeto emotivo che sta tessendosi qui ora.
Prendo parola con la gratitudine d’avermi concesso la possibilità di farlo. Il tempo che vi chiedo lo utilizzerò per raccontare Lidia a mio modo.

Mamma ed io l’abbiamo conosciuta perché siamo stati vicini di casa. L’ho adorata subito perché scherzava con me con una malizia dolce che mi ha sempre fatto sentire un po’ più sicuro di me. Le ho voluto bene perché era una persona che mi ha trasmesso il brivido della ricerca di se stessi a costo di dover affrontare il pregiudizio della gente che cataloga qualsiasi donna dai capelli rosso acceso come puttana nella loro accezione del termine. Violenti.
Per affrontare il pregiudizio ci vuole coraggio, il grande coraggio che Lidia m’ha insegnato bisogna avere per provare ad essere liberi. Ma il coraggio non basta, serve anche la stabilità, una base sicura, un’ossatura abbastanza spessa da reggere il confronto con l’inevitabile dubbio che oggi ti viene dopo esser passato dal dispositivo sociale, un dubbio insidioso che ti induce a sospettare di essere tu quella sbagliata e che in fondo non vali niente.
Lidia quando veniva a prendere il caffè da noi si lamentava spesso dei giudizi della gente, e per quanto facesse la dura, dietro un viso schietto e vitale che si raccontava che in fondo non gliene fregava nulla dei giudizi, c’era una sofferenza che non voleva svelare nemmeno a se stessa. Giudicherò chiunque provi a farsi un’immagine inaccurata di Lidia, chiunque ne infanghi la memoria, chiunque attribuisca racconti assurdi ad una vita che per me e non solo, è stata esempio di convinzione coraggio forza e bellezza.
Il suo punto debole era il valore che dava a sé stessa, è questo che l’ha fregata. Perché non credeva in sé stessa? Una persona che emana una tale energia positiva all’esterno, come fa ad avere un buio così profondo dentro di sé? Come poteva non riconoscersi nella positività che evocava nelle persone che la circondavano, come ha fatto a non riconoscere d’essere una bella persona e in quanto persona fino in fondo portatrice dei diritti fondamentali d’un esistenza umana, tra cui l’avere una relazione sana a fianco di un’altra persona che ti rispetta, che ti valorizza che ti accoglie per come sei e che s’impegna con te in un reciproco imparare ad amarsi.
Parlare con lei era arricchente, era stimolante, era una persona intelligente e riflessiva. Credeva in quello che faceva, in parte ci sublimava ciò che non riusciva ad affrontare nella vita, ma questo non esauriva la sua fede. Se penso in maniera un po’ antiblasfemica a Lidia come portatrice di una fede direi che la fede per lei era il rispetto per la vita e la lotta contro l’oppressione, temi comuni alle passioni che coltivava, sentimenti che l’avrebbero portata ad essere qui ora per ricordare un’altra vittima di un’ ideologia dalle mani assurde che porta le persone a schiacciarsi tra loro.
Su una cosa non andavo d’accordo con Lidia. Questa va raccontata dall’inizio perché è una storia simpatica. Dopo qualche bicchiere, Lidia mamma e Fra passeggiando per il centro si sono imbattuti in una sede di casapound. L’incontro ha acceso una discussione fra loro portando il gruppo a schierarsi come segue: da una parte Lidia sosteneva che bisogna permettere che ogni idea abbia il suo spazio per potersi esprimere mentre la rimanente coppia cercava di dissuaderla con fare battagliero. A Lidia ho lanciato tante volte la discussione e ho constatato che non ha mai cambiato posizione su questo, secondo me non è un dettaglio da sottovalutare.
Riporto le più convincenti parole di Wikipedia che sostengono che Karl Popper osservasse che «l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa sia condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta». Per focalizzare meglio ciò che intendo dire devo raccontare un’altra breve storia.
Una volta in un locale ho trovato scritto «Do, allievo di Me-Ti, interrogato su cosa ponesse limite al dubbio rispose “il desiderio di agire”». Lidia ha posto un gradino troppo avanti l’asticella del dubbio ed è arrivata a farsi manipolare nel suo agire dubitando addirittura del suo sentire, che le stava dicendo che quello che stava sentendo era male. La violenza non va tollerata.
È stato certamente difficile confrontare il suo sentirsi con il suo modo di rappresentarsi nel mondo, è difficile percepirsi degne d’affetto in un contesto dove si viene allevate secondo la massima cattolica per cui per essere accettata devi accettare d’essere umiliata ferita tradita torturata e infine crocefissa, senza mai passare dal tuo desiderio.
Se posso pensare di dire qualcosa di utile in questo spazio è gente, nessuno ha il diritto di farci stare male, ma soprattutto nessuno ha il diritto di dirci cosa sia doloroso o meno nella vita per noi, sono i nostri corpi i custodi della vera verità, solo sui nostri corpi possiamo contare per capire come percepiamo il mondo, è una questione fisiologica, nei nostri corpi risiede il codice cifrato del nostro desiderio e per schiudere lo scrigno bisogna ascoltare attentamente i suggerimenti che ci vibrano le nostre emozioni.
La mia emozione dominante ora è la rabbia, è lì rossa, accesa, che vuole prendere in mano le redini delle mie azioni; una rabbia che viene dal lutto. Ma cos’è il lutto? Un giorno un grande cane anziano, nero e fiero m’è passato di fianco rallentato dagli acciacchi e girandosi m’ha ricordato tantissimo uno dei miei tanti nonni che non ci sono più, mi sono sentito come se ci fosse lui lì davanti. Ho capito in quel momento che lo spirito di una persona sopravvive in noi in quello stato d’animo che percepivamo in sua presenza. Uno spirito incarnato in un’altra persona. Ecco, se qualcosa occorre fare con la rabbia allora che sia un’utile bellezza, che diventi la forza per conservare nella memoria la bellezza che una persona ci ha mostrato. Il lutto è possibile solo se prima c’è stato un incontro con la bellezza dell’altro, solo se c’è stato, in una delle sue infinite manifestazioni, l’amore.
Ragazze Ragazzi, vi prego, impariamo ad amarci prima di tutto come persone e non pensare che l’amore vada riservato solo alle relazioni di sottogruppo perché come diceva un Saggio, l’amore per una persona sola è una barbarie perché si esercita a spese di tutti gli altri, anche l’amore per Dio. Amiamo la vita per quello che è ossia una meravigliosa occasione che il caso ci ha offerto di divertirci e stare bene con le altre persone attorno a noi in quello che in fin dei conti non è altro che un gioco.
Mettiamo in circolo le cose che sentiamo attraverso uno dei mezzi più potenti che la natura si sia inventata: la comunicazione. Le parole sono magiche, creano il mondo. Oggi filtriamo il mondo attraverso grate di parole che usiamo per definirci gli uni con le altre, per essere più tranquille e tranquilli di relazionarci tra noi. Sotto quest’aspetto siamo agli stessi livelli del medioevo nonostante ci arroghiamo il diritto di appropriarci della definizione della parola “civilizzazione”.
Il mondo è le parole che lo descrivono. Per avere un mondo bello dobbiamo produrre bei suoni, dobbiamo dire parole belle, dobbiamo inondare le città di racconti felici di persone che cercano se stesse sostenute dal cerchio delle amicizie, o di persone tristi che si raccolgono attorno ad un comune bisogno e assieme imparano a portare avanti le loro voci.
Dobbiamo raccontarci ciò che viviamo nell’ottica di rendere tutto un po’ migliore di come l’abbiamo trovato e dobbiamo vivere secondo per secondo perché in un attimo ci potrebbe sfuggire tutto dalle mani.
Smettiamo di suddividere la violenza in infinite sottospecie perdendo di vista che esiste solo una violenza, quella contro le persone, una violenza quotidiana e oppressiva che si replica in quel meccanismo perverso che vuole che sia un altro individuo a determinare le nostre azioni, se non la nostra vita.
Amare vuol dire far esistere le differenze nella loro potenza.
Mamma e Lidia condividono la capacità di instaurare relazioni positive con gli altri animali. Ieri sera a tavola con mamma e le amicizie si parlava di questo tra le varie cose e, parlando, mamma ha detto che lei ama le persone come ama i cani. I cani sono tutti diversi per colore altezza suono e frequenza dei guaiti carattere emotività sguardo. Imparare ad amare le persone come mia mamma ama i cani sarà la rivoluzione che verrà e che faremo anche in nome di Lidia.

(Lettera firmata)

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