«Si ammazza troppo poco»

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di Giovanni Giovannetti

Ripropongo da oggi e fino al 6 aprile, a cadenza periodica, alcune pagine dal mio Malastoria su uno dei momenti più odiosi (e scantonati) della recente storia italiana: l’occupazione italiana della Jugoslavia, di cui tra qualche giorno cade l’ottantesimo anniversario.

6 aprile 1941. Al fianco di Germania e Ungheria, l’Italia invade la Jugoslavia. Occupiamo la provincia di Lubiana, ampie parti della costa dalmata, alcune isole e le bocche di Cattaro. Comandante supremo della Seconda armata (il cosiddetto Supersloda: “Comando Superiore di Slovenia e Dalmazia”) è il generale Mario Roatta.

Quello della 3c

La carriera di Roatta (e di molti suoi ufficiali subalterni come Taddeo Orlando) è costellata di gravi crimini di guerra. Nel 1936-’37 Roatta lascia temporaneamente la guida del servizio segreto militare (Sim) per assumere il comando del Corpo truppe volontarie italiane (Ctv) schierate da Mussolini al fianco dei nazionalisti di Francisco Franco nella guerra civile spagnola. Nel marzo del 1937 il nostro generale viene amaramente sconfitto a Guadalajara dalla dodicesima brigata internazionale di cui fa parte il battaglione Garibaldi, formato prevalentemente dai volontari italiani antifascisti guidati dal repubblicano Randolfo Pacciardi e dal comunista Ilio Barontini; quel battaglione che Carlo Rosselli ha contribuito a rendere popolare in alcuni articoli per “Giustizia e libertà”, l’autorevole rivista degli antifascisti riparati a Parigi.

All’autore di quegli articoli il nostro vendicativo generale la farà subito scontare. Roatta è infatti implicato nell’omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli (barbaramente uccisi a Bagnoles-de-l’Orne il 9 giugno 1937, poco dopo il loro ritorno in Francia dal teatro di guerra spagnolo), l’anello di una catena di comando che dai sicari, reclutati nell’estrema destra francese, porta al ministro degli Esteri Galeazzo Ciano e forse a Mussolini.

Questo fedele servitore del fascismo concluderà la sua carriera criminale proprio nella provincia di Lubiana emanando, il 1° marzo 1942, la famigerata “circolare 3c” contro la popolazione civile slovena, condensata in un opuscolo di circa 200 pagine, distribuito a tutti gli ufficiali: temendo la resistenza sociale forse più di quella armata, nella sua “circolare 3c” Roatta dispone rappresaglie, incendi di case e villaggi, razzie, torture, esecuzioni sommarie, la cattura e l’uccisione di ostaggi, internamenti di civili e militari nel campo di concentramento nell’isola di Arbe (Rab) in Croazia e in quelli di Gonars in Friuli, Monigo presso Treviso, Chiesanuova di Padova o Renicci d’Anghiari in Toscana. Se possibile, queste misure saranno rese ancora più draconiane dalle circolari integrative del comandante dell’undicesimo Corpo d’Armata generale Mario Robotti, altro delinquente («si ammazza troppo poco», dirà), e dell’alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli (è nell’elenco dei criminali di guerra italiani).

A questo coeso drappello si deve aggiungere il generale dei Carabinieri e dei Servizi Giuseppe Pièche, molto legato a Roatta sin dai tempi della guerra di Spagna e arrivato nei Balcani subito dopo l’occupazione italiana della Jugoslavia per capitanare uno speciale servizio segreto anticomunista e organizzare la milizia terrorista Ustaša del dittatore croato Ante Pavelic. E si badi, a usare la mano pesante con i civili non sono solo le Camicie nere di Mussolini ma uomini dell’Esercito fedele al re e alla corona, che vedono gli sloveni in particolare e gli jugoslavi in generale come dei selvaggi piantagrane, alieni e inanimati: uno sguardo deumanizzante, l’alibi per ogni sorta di arbitrio.

A morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria

Stando all’ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno Tone Ferenc, nella sola provincia di Lubiana verranno «fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati e massacrati in modi diversi. 900 invece i partigiani catturati e fucilati. A loro si devono aggiungere oltre 7.000 persone in gran parte anziani, donne e bambini morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente moriranno più di 13.000 persone su 340.000 abitanti, il 3,8 per cento della popolazione». A questo triste bilancio aggiungeremo l’incendio di 3.000 case, l’internamento di 33.000 persone, la distruzione di 800 villaggi. La Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra ha inoltre accusato Roatta e sodali di aver ampiamente disatteso la seconda Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi; di aver ordinato l’internamento dei componenti di intere famiglie e villaggi e di aver consegnato i civili incolpevoli ai tribunali militari; di aver ordinato che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che, per rappresaglia, si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento.

Che dire di più? In applicazione delle severe disposizioni di Roatta, la notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 Lubiana è posta in stato d’assedio e i Granatieri di Sardegna capitanati da Orlando, affiancati da collaborazionisti sloveni, rastrellano per settimane con «metodo deciso» migliaia di civili (un quarto degli uomini validi «prescindendo dalla loro colpevolezza» dirà Orlando) e 878 di loro vengono internati nei campi di concentramento. Altri rastrellamenti avverranno tra il 27 giugno e il 1° luglio – con il fermo di 17mila civili – e dal 21 al 28 dicembre, con l’arresto di oltre 500 persone; tra loro donne, vecchi e bambini. Pochi, i più fortunati, li deporteranno in alcune città del Nord Italia. Ma in questa “strategia della snazionalizzazione” – come l’ha chiamata Davide Conti – sono 25mila gli sloveni internati in duecento lager in Italia e sul posto, a morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria (per Robotti erano «inconvenienti igienici»).

Come si legge in una relazione del 9 settembre 1942 di Roatta a Robotti, «si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in posto con popolazioni italiane». Altri rastrellamenti seguiranno nei centri più importanti del Paese, e gli stessi militari italiani la racconteranno impunemente come un’opera di «bonifica etnica».

Giovanni Giovannetti, Malastoria, Effigie 2020, pp. 7-9

1 – continua

Una Risposta to “«Si ammazza troppo poco»”

  1. L’occupazione italiana della Jugoslavia | La dimora del tempo sospeso Says:

    […] Si ammazza troppo poco […]

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