«Tra pianti e pianti e pianti»

by

L’invasione italiana della Jugoslavia (seconda parte)

di Giovanni Giovannetti

italiani sloveni

Il 6 aprile cade l’ottantesimo anniversario di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. «Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo reggimento Granatieri di Sardegna.

Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra). Coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani, il questore, con l’ispettore e i tirapiedi, interrogano i prigionieri e li fanno torturare flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).

«Rettili umani immondi»

Quando i detenuti vengono consegnati al Tribunale speciale di guerra, a reggere la pubblica accusa trovano personaggi come il procuratore generale e funzionario dell’Ovra Carlo Fallace (nella sua requisitoria contro 60 sloveni accusati di insubordinazione, Fallace li definirà «un groviglio immondo di rettili umani striscianti nell’ombra e nel fango») o come il tenente colonnello Enrico Macis, altro “criminale di guerra”, altro vessatore impunito (dal novembre 1941 al settembre 1943 questo Tribunale sentenzierà la morte di 83 civili e partigiani).

Questo magistrato non manca poi di manifestare il suo compiacimento per le deportazioni: come scrive il 26 aprile 1943, «nello scorso anno le autorità militari con apprezzato senso di opportunità avevano rastrellato la città ordinando l’internamento di tutti gli uomini dai 18 ai 35 anni». A Macis e Messana la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra addebiterà la fabbricazione di false prove a carico di parecchi imputati.

Macis, ovvero colui che nel 1927 era stato giudice istruttore del Tribunale speciale nel processo del 1927 contro Antonio Gramsci. Passata la guerra, da non credere, questo massacratore di partigiani otterrà la qualifica di “Partigiano combattente”. Non bastasse, nel 1946 l’ufficio informazioni dello stato maggiore dell’Esercito gli commissionerà uno studio sui problemi di carattere giuridico in ordine ai crimini di guerra. Come affidare ad Al Capone uno studio sul consumo illegale di alcolici…

Sempre a Lubiana, negli anni di Messana e di Grazioli, la città è attraversata da veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere a vista i “ribelli”. Sono sorprendenti le analogie con gli assalti paramilitari in Sicilia nel 1946-1947 contro cooperative, Camere del lavoro, sindacalisti ed esponenti della sinistra (verranno uccisi 27 militanti del Pci), anni in cui, nell’isola, Messana ricopre la carica di ispettore capo.

Sì, perché dopo la liberazione ritroveremo i torturatori Messana e Verdiani non in galera, non silenziosamente pensionati, bensì l’uno dopo l’altro a occuparsi di “antimafia” alla guida dell’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia, ovvero a depistare indagini e a coltivare relazioni con latifondisti, mafiosi, monarchici e banditi come Salvatore Giuliano.

Dalle parole di Giovanni De Filippis e dai metodi criminali dei funzionari di polizia e del magistrato competente traspare l’incapacità degli alti comandi di esercitare il controllo del territorio tramite il consenso. E quale sarebbe allora il “piano b”, a fronte del fallimento di una tale assimilazione affrettata e forzata? Ai suoi uomini il generale Mario Robotti parla chiaro: bisogna «far coincidere i confini razziali con quelli politici», ovvero legalizzare la pulizia etnica. Ne conviene l’alto commissario Grazioli che, in una lettera del 24 agosto 1942, sottopone al ministro degli Interni il suo piano di soluzione del «problema» della popolazione slovena: «distruggendola, trasferendola, eliminando gli elementi contrari», ovvero la “soluzione finale”.

In totale, 110mila jugoslavi verranno deportati nei campi di concentramento fascisti in Italia; sui traumi da loro patiti non mancano le testimonianze. Slavko Malnar, croato, ex internato a Gonars, ad Alessandra Kersevan: «Avevo 6 anni e pesavo 13 chili. Con altri bambini cercavamo il cibo nei bidoni della spazzatura. Se trovavamo qualche grosso osso lo spaccavamo per succhiare il midollo. Mia madre era incinta. Mio fratellino è nato il 3 febbraio 1943. È morto qualche mese dopo».

Giovanni Kriskovic, internato a Gonars, in una lettera del 6 gennaio 1943: «…Noi siamo appena vivi dallo scarso cibo: poi “creperemo” di freddo nelle baracche, perché siamo senza stufa».

Maria Troha, internata a Gonars (lettera dell’8 gennaio 1943): «La salute è debole. Muoiono specialmente gli uomini e i bambini; noi lottiamo tra la vita e la morte. Se tu conoscessi le condizioni della nostra esistenza, non crede- resti a te stesso…»

Maria Tomac, internata a Gonars (lettera del 12 gennaio 1943): «…da noi ogni giorno va peggiorando. Ogni giorno muoiono dalle 3 alle 4 persone. Gli uomini cominciano a gon- fiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Anche mio figlio s’è incominciato a gonfiare e sta per perdere la vista. Siamo sempre più deboli; non possiamo stare in piedi dal freddo». Queste missive, scritte in lingua slovena, non arriveranno a destina- zione: gli zelanti burocrati della Commissione provinciale per la censura di Udine hanno provveduto ad aprirle e tradurle, per poi archiviarle.

Mattino in Baracca (Gonars 1943) è una poesia dello sloveno Manko Golar:

È ancora buio. Solo attraverso le sottili fessure
in un tenue filo gocciola nelle baracche il giorno
e irradia i volti spossati,
come se la morte avesse indirizzato i passi tra di noi.

Il tanfo di sudore di quasi cadaveri
si caccia come un cane tra i letti di tavole,
come un incubo si posa sui corpi
spossati dall’eterna attesa.

È ancora buio. Solo attraverso le sottili fessure
in un tenue filo gocciola nelle baracche il giorno,
piano piano, timidamente, per non disturbare
nel sonno i cadaveri spossati.

Ad Arbe è anche peggio: Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (altro “criminale di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».

Numerosi internati ad Arbe – ce lo ricorda Alessandra Kersevan – verranno poi trasferiti in Italia, molti a Gonars. Dal diario del maresciallo della marina jugoslava Franc Ljubič, internato a Gonars e addetto dell’infermeria, 25 novembre 1942: «Questa gente di Arbe… Solo pelle e ossa, madri con i neonati, bambini di 4/5 anni, ragazze di 15/16. All’infermeria è giunta una donna che non ha potuto lavare per quattro settimane il figlioletto di un mese e mezzo. Quando fu lavato era come se rinascesse, però del freddo si vedevano già i segni. Nell’altro settore dell’infermeria, oggi tre morti ed un nato».

Omicidio di massa

Ad Arbe moriranno circa 4.500 internati. E non tragga in inganno la clemenza accordata a 1.500 ebrei riparati in Dalmazia dalla vicina Croazia, sottraendoli momentaneamente ai tedeschi e ai violentissimi Ustaša croati di Ante Pavelic, poiché «l’incertezza dei vertici militari circa la consegna degli ebrei», scrive Davide Conti, è da ascrivere «alle conseguenti reazioni che si potrebbero scatenare nelle milizie cetniche e anticomuniste» di estrazione ultracattolica che sono al fianco dell’Esercito italiano nella guerra antipartigiana: questi collaborazionisti «difficilmente avrebbero accettato un così evidente allargamento del peso politico croato nella regione».

A fronte di una tale deriva, il vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin (uomo di provata fede fascista) nell’aprile 1943 chiede inutilmente al duce che non si brucino case e villaggi, non si uccidano persone, non siano internati i vecchi, gli ammalati, le donne, le fanciulle, ricordando che «gran parte delle case bruciate rappresentano un’inutile distruzione, che ha seminato l’odio contro il nome italiano». In una seconda missiva del 2 settembre al segretario di Stato vaticano cardinale Luigi Maglione, Santin scrive: «Villaggi e case incendiate, famiglie disperse, gente uccisa senza motivo all’impazzata, torture e bastonature violente durante gli interrogatori, arresti di massa, campi pieni di internati spesso tenuti in modo disumano (chi parla ha visto con i suoi occhi) hanno seminato odio, amarezza, sfiducia».

Non fosse arrivato l’8 settembre, tutto questo avrebbe assunto le dimensioni del genocidio. E quindi a buon motivo i generali Gastone Gambara, Emilio Grazioli, Taddeo Orlando, Mario Roatta e Mario Robotti nonché Enrico Melis, Ettore Messana, Giuseppe Gueli e molti altri figurano nell’elenco dei criminali di guerra italiani di cui nel 1945 la Jugoslavia – Stato aggredito e Paese alleato – ha chiesto l’estradizione, per sottoporli a processo. Questi nostri militari e civili sono tra i principali fautori della politica del terrore, in Slovenia e Croazia più che altrove deflagrata, per dirla con Gaetano Salvemini, «nell’omicidio di massa».

E come la si è chiusa questa crudele pagina razzista e criminale della storia nazionale? Provvedendo all’estradizione dei responsabili? Lo imporrebbero le decisioni prese alla conferenza di Mosca dell’ottobre 1943, gli accordi di Teheran tra le forze alleate del novembre-dicembre 1943 e lo stesso trattato di pace del 1947; lo prescriverebbero le disposizioni dell’apposita Commissione istituita dalle Nazioni unite a fine conflitto. Ma incombe la guerra fredda e a Ovest più di altro si teme il moltiplicarsi degli inviti a consegnare i criminali di guerra italiani e tedeschi, ciò che a Londra e a Wasinghton ora si vorrebbe evitare.

Processandone allora qualcuno in una sorta di “Norimberga” all’italiana? (nel frattempo, Roatta è fuggito in Spagna, passando per il Vaticano). Nemmeno per idea. Si legga questa lettera del segretario generale degli affari politici del ministero degli Esteri conte Vittorio Zoppi (regista dell’insabbiamento, altro funzionario di lungo corso mai epurato) al capo di gabinetto del ministero della Difesa ammiraglio Franco Zannoni: il 20 agosto 1949 Zoppi scrive che «la Commissione d’inchiesta che doveva necessariamente svolgere con diligenza il proprio incarico e, tra l’altro, non dare l’impressione di scagionare ogni persona esaminata (il che sarebbe stato controproducente agli stessi fini che ci eravamo proposti di raggiungere nell’insediarla), selezionò un certo numero di ufficiali che furono rinviati a giudizio. Erano i più presi di mira dalla Jugoslavia e nel rinviarli a giudizio ci mettemmo nella condizione di poter rispondere alle richieste di consegna, che innanzi tutto dovevano essere da noi giudicati. Fu spiccato nei loro confronti mandato di cattura, ma fu dato loro il tempo di mettersi al coperto. Taluni sono partiti per l’estero e tuttora vi si trovano in attesa di poter rimpatriare».

Giovanni Giovannetti, Malastoria, Effigie 2020, pp. 9-14

2 – continua

La puntata precedente:

1, «Si ammazza troppo poco»

Nella foto: soldati italiani e civili sloveni.

Una Risposta to “«Tra pianti e pianti e pianti»”

  1. L’occupazione italiana della Jugoslavia | La dimora del tempo sospeso Says:

    […] Tra pianti e pianti e pianti […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: