Dove sono finite le biblioteche scolastiche?

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di Annalisa Testa *

Massimo Bucchi

Sono stata assunta all’età di 25 anni in un liceo della mia città, avevo vinto un concorso come assistente di biblioteca. Con entusiasmo sono entrata in quell’immenso edificio moderno, costruito da poco e inaugurato l’anno precedente. Mi sembrava di essere diventata di nuovo un’alunna, in effetti la mia età non si discostava molto da quella degli studenti che frequentavano l’ultimo anno.

I volumi erano circa 4000, la maggior parte non catalogati, c’era un bel lavoro da fare. Un manifesto con le regole di classificazione decimale Dewey era appeso alla parete: 100 per la filosofia, 200 per la religione, 300 per le scienze sociali, fino ad arrivare alla mia divisione preferita, 800 per la letteratura. Lo osservavo spesso e aspettavo il momento in cui tutti i volumi della biblioteca sarebbero stati correttamente allineati negli armadietti di metallo e di vetro comprati per l’occasione. Una bella spesa per la scuola, ma ne era valsa la pena.

La biblioteca era frequentata da studenti bisognosi di consigli per le loro ricerche, oppure stanchi dalle lezioni e in cerca di una breve pausa, un saluto veloce, un racconto della giornata appena trascorsa, un resoconto di una situazione familiare lasciata in sospeso la volta precedente, una condivisione del risultato ottenuto nell’ultima interrogazione. Frammenti di vita vissuta a comporre un quadro, un’opera d’arte.

A fine giornata arrivava Marco, sulla sua sedia a rotelle, spinto dall’amico di turno. Veniva in biblioteca ad aspettare il nonno, ci vedevamo tutti i giorni e passavamo insieme del tempo: era un tempo fuori dalla realtà, una bolla in cui lui mi raccontava tutte le teorie filosofiche di cui era appassionato. Frequentava il primo liceo, conosceva sicuramente più cose di me, sviscerava tutto con una profondità d’animo che mi lasciava incredula, quasi stordita. Condividevamo il fascino che esercitava su di noi la teoria degli universi paralleli, ne parlavamo spesso, ognuno rilanciava su possibilità sempre più avveniristiche.

Un giorno tiepido di primavera di qualche tempo dopo, la mamma mi raccontò che quelle furono le sue ultime parole… mondi paralleli, aveva detto, lo aveva ripetuto tante volte prima di andare via.

La biblioteca pullulava di attività: gli editori presentavano i loro libri e venivano organizzate conferenze su temi diversi, tanti erano gli incontri con gli scrittori a cui partecipavano gli studenti e i loro docenti, alimentando il dibattito sull’uno o sull’altro argomento.

Dopo cinque anni, la biblioteca contava quasi cinquemila volumi, tra acquisti e donazioni, tutti classificati e al loro posto.

Dopo cinque anni, venne emanata una legge dello Stato, la legge n. 124 del 1999, che all’art. 8 stabiliva il trasferimento del personale di ruolo dipendente dagli enti locali, tra cui gli assistenti di biblioteca delle istituzioni scolastiche statali, nei ruoli del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). In sostanza, un assistente di biblioteca, in virtù della legge menzionata, diventava dal 1° gennaio 2000 un assistente amministrativo, veniva a fare parte quindi del personale di segreteria della scuola in cui era in servizio, senza opzione di scelta… Non esisteva più la figura professionale di bibliotecario nelle scuole statali.

Dopo cinque anni, lasciai la mia biblioteca e fui costretta a ricominciare la mia vita lavorativa all’interno della segreteria scolastica del mio stesso liceo. Era il primo gennaio 2000. Ero diventata un’assistente amministrativa.

La finestra del mio ufficio era di fronte alle vetrate della biblioteca, da lì riuscivo a scorgere i grandi tavoli di legno circondati da sedie e la mia vecchia postazione, il PC, la stampante, il catalogo per soggetti e il catalogo per autori, alcuni armadietti, la raccolta della Gazzetta Ufficiale che con tanta ostinazione avevo deciso di conservare, nonostante ne comprendessi la facile sostituzione con un archivio informatico, di recente creazione. Tutto era lì, immobile, ogni cosa al suo posto, come se ad un tratto la vita che la animava, le parole che riempivano lo spazio, la vivacità, il vociare in mezzo ai tanti tentativi di far rispettare il silenzio non fossero mai esistiti. Le luci spente decretavano la fine, una fine inaspettata e imprevista.

Con il tempo, il Liceo diventava ogni anno più frequentato, le prime classi che si formavano erano sempre più numerose, la tendenza era quella di soddisfare la richiesta del territorio, questo volevano i dirigenti scolastici. La scuola, intanto, si articolava nei diversi indirizzi: sportivo, architettonico, con potenziamento della lingua straniera; le aule non erano più sufficienti ad accogliere gli alunni, quelle dedicate al disegno, grandissime e luminosissime vennero via via divise per raddoppiarne il contenuto, un contenuto che nel tempo assumeva una connotazione numerica, più che umana.

E arrivò quel giorno, temuto e previsto; quando accadde, sentii una contrazione allo stomaco, un desiderio di non esserci, di non ascoltare, di non vedere. Era la fine dopo la fine, da quel momento non si sarebbe più potuto tornare indietro, e dire che ancora ci speravo, che qualcosa potesse cambiare, che qualche mente illuminata potesse ripristinare una realtà positiva e costruttiva. La biblioteca venne adibita ad aula, vennero dismessi i grandi tavoli di legno e sostituiti da banchi biposto, il manifesto delle regole di classificazione Dewey rimosso e poi gettato, al suo posto una lavagna interattiva. A fare da cornice, armadietti ricolmi di libri, chiusi.

Dall’osservatorio delle mie carte, registravo i cambiamenti e cercavo di far sopravvivere un’idea di scuola, così come l’avevo sempre desiderata. Con i miei amici, gli insegnanti con cui tante volte avevo vissuto lo spazio e il tempo in biblioteca, condividevo questo obiettivo; con fatica in alcuni momenti, con determinazione in altri, lottavo per costruire una scuola che avesse la dignità del suo nome. Ancora oggi, tra le circolari da interpretare, i protocolli da eseguire, le norme da applicare, inseguo con fiducia il mio sogno, quello di una biblioteca come centro culturale in cui far convergere le proposte di attività da integrare con quelle scolastiche, un crocevia di possibilità da cui docenti e alunni possano attingere opportunità per ampliare il sapere; una biblioteca che rappresenti un porto sicuro per gli studenti, in cui si costruisca un ponte tra il libro ed il suo contenuto, affidato nelle mani del bibliotecario: una persona, non uno schermo, non un programma informatico, capace di infondere negli studenti la curiosità per la conoscenza, che è consapevolezza, competenza, esperienza…vita.

*Annalisa Testa è assistente amministrativa presso un Liceo Scientifico dei Castelli Romani.

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