Un forse utile ripasso

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di Giovanni Giovannetti

Tra gli arrestati di questi giorni a Parigi c’è anche il quasi ottantenne e malato Giorgio Pietrostefani, esule in Francia dopo la tormentata condanna definitiva a 22 anni di reclusione quale mandante dell’omicidio, a Milano, nel 1972, del commissario di polizia Luigi Calabresi. Ne ho scritto in alcune pagine del mio Malastoria, che qui ripropongo in sintesi.

Poco prima di essere ucciso il 17 maggio 1972, il commissario milanese di polizia Luigi Calabresi stava indagando su un traffico d’armi e di esplosivi internazionale che vede coinvolti ambienti atlantici, circoli neonazisti tedeschi e Ustaša croati.

E va ricordato che (lo scrive l’ex ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani nel suo libro Politica a memoria d’uomo) una parte dell’esplosivo poi usato per la strage di piazza Fontana a Milano «venne fornita a uomini di Ordine nuovo da un agente nordamericano. Ma non era della Cia, proveniva da una centrale tedesca [la base di Bad Tolz, dove si addestravano le forze non convenzionali italiane] in cui operavano americani e tedeschi».

Venti giorni prima di morire il commissario Calabresi scrive un dettagliato rapporto, collegando il traffico d’armi ed esplosivi con piazza Fontana. Questo rapporto scompare, assieme alle carte di una sua personale ricerca sulle bombe alla Banca dell’agricoltura.

Vai a sinistra

Per l’assassinio di Calabresi (ingiustamente ritenuto il maggior responsabile della morte dell’anarchico Pino Pinelli) verranno infine condannati a 22 anni di reclusione Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, tutti esponenti di Lotta continua: il primo come esecutore materiale, Pietrostefani e Sofri come mandanti. Sono chiamati a correo da Leonardo Marino, autoaccusatosi di aver guidato l’auto usata per la fuga. E questa è la “verità” giudiziaria, poiché i tre si son sempre dichiarati innocenti.

E infatti, sulla vicenda Calabresi, molte tessere faticano a trovare un posto. A partire proprio da Marino (pizzicato dai Carabinieri dopo alcune rapine a mano armata per “autofinanziamento” personale), sulla cui “crisi di coscienza” permangono ampie zone d’ombra: che dire dei suoi numerosi colloqui mai verbalizzati con il colonnello dei Carabinieri Umberto Bonaventura della divisione Pastrengo (17 giorni in mano a costoro) prima della confessione “ufficiale” al giudice Ferdinando Pomarici? Quando ancora era tenente, il Bonaventura è stato collaboratore del generale piduista Giovan Battista Palumbo nonché collega di Michele Santoro, quel tenente colonnello dei Carabinieri amico del criminologo nazifascista Aldo Semerari e processato a Trento proprio su denuncia di Lotta continua (e i Carabinieri, taluni Carabinieri, sembrano avere un conto aperto con Lc).

Che dire anche delle numerose contraddizioni in cui Marino è incorso in sede dibattimentale? Come se qualcuno lo avesse preventivamente “imboccato”.

E che dire dei circa 200 milioni in lire misteriosamente piovuti dal cielo sull’indebitato Marino (non era il bottino delle sue rapine), guarda caso nell’imminenza di quel suo “pentimento”.

Curiosamente, Marino ha chiamato i suoi due figli Adriano (in onore di Sofri) e Giorgio (come Pietrostefani). Marino, un teste che nell’ottobre 1992 la Corte di cassazione, a sezioni riunite, ha definito assolutamente non credibile.

Svolta a destra

«Secondo me non è Sofri il mandante dell’omicidio Calabresi», dirà il 7 aprile 2004 il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga: «lui però, probabilmente, sa chi è stato a uccidere il commissario». Comunque sia, più d’uno sembra trarre sollievo dalla sua eliminazione. Ma con il clima che grava intorno a Calabresi, è ampiamente possibile che la mano omicida sia di qualcuno – verosimilmente dell’area di Lotta continua – che lo ha ritenuto un atto di giustizia; per dirla con Sofri, l’azione di chi «disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Quella violenza torbida, cieca e di Stato che, dopo piazza Fontana, dopo piazza della Loggia e dopo l’Italicus favorirà in molti ragazzi intossicati da tanta cattiveria la deriva della lotta armata: se lo Stato tira bombe e ammazza allora ci dobbiamo difendere, si sentiva dire. Nei tristi giorni di piazza Fontana anche l’editore Giangiacomo Feltrinelli maturerà la scelta della clandestinità.

Ma in un primo tempo le indagini sulla morte di Calabresi guardano a destra, in particolare dopo l’arresto dei neofascisti Gianni Nardi, Bruno Stefàno e della tedesca Gudrun Kiess Mardou (compagna del Nardi) il 22 settembre 1972 al valico di Brogeda, tra Como e la Svizzera. I tre sono a bordo di una Mercedes carica d’armi, esplosivo e munizioni. Secondo l’estremista di destra e collaboratore di giustizia Aldo Tisei, il camerata «Concutelli riferì di un traffico d’armi tra l’Italia e la Svizzera e disse che Nardi, Stefàno e la Kiess abitualmente portavano armi in Italia» per conto di Ordine nuovo; e poiché «Calabresi aveva scoperto questo traffico» i tre, sempre stando a Tisei e Concutelli, lo eliminarono.

Nella abitazione di Nardi verrà trovata una piantina della zona di via Cherubini a Milano, dove Calabresi sotto casa viene ucciso, e una giacca simile a quella indossata dal killer. E in carcere, la Kiess avrebbe rivelato a un’altra detenuta che alla guida dell’auto dei killer di Calabresi c’era proprio lei, peraltro sprovvista di patente. Inutile sottolineare che, stando a tre testimoni oculari, alla guida di quell’auto Fiat 125 blu rubata c’era una donna, ritenuta molto somigliante alla Kiess.

Si aggiunga infine che una nota del Sid definisce Gianni Nardi «grosso trafficante d’armi». Il terrorista nero (e gladiatore, col numero di codice 565-N) risulterà molto somigliante al photofit dell’assassino di Calabresi e sarà poi riconosciuto da molti testimoni oculari.

Insomma se, come è probabile, non sono stati loro a uccidere Calabresi, quanto meno lo andavano prefigurando.

La cornice a questo triste disegno sembra infine fornirla l’ex capo del reparto D del Sid generale Gian Adelio Maletti a Daniele Mastrogiacomo (che nell’estate del 2000 lo intervista per “la Repubblica”), riferendo dei numerosi carichi di esplosivo, destinati all’arcipelago ordinovista, che «arrivavano dalla Germania via Gottardo direttamente in Friuli e in Veneto» poiché «la Cia voleva creare, attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto di questo scivolamento verso sinistra».

Al processo contro Bompressi, Pietrostefani e Sofri si verrà anche a sapere che i proiettili del delitto Calabresi erano stati venduti a un’asta della Polizia; i suoi abiti distrutti.

Salutati i reperti, salutiamo ora il trafficante d’armi e uomo dei Servizi e di Gladio Gianni Nardi: riparato in Spagna, muore nell’isola di Palma de Majorca il 10 settembre 1976 in un ben strano incidente stradale provocato da un camion: “strano”, poiché Nardi non ha mai avuto la patente e si sussurra che sia stata una finzione. Morto o meno, il gladiatore scompare, portando con sé parecchi segreti sullo stragismo di Stato e sulle incursioni mercenarie di Gladio in giro per il mondo.

Giovanni Giovannetti, “Malastoria”, pp. 286-89 e p. 596

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