Un’altra condanna per l’Italia

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per acque non depurate e mancanza di fognature
di Paolo Ferloni

È trascorso meno di un anno da quando la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia perché in larghe zone venivano superati in continuazione per molti anni i valori limite fissati per le particelle PM10 dalla direttiva «qualità dell’aria», in tranquilla ignoranza e in pieno menefreghismo della Direttiva 2008/50/CE, in particolare nelle regioni del Nord di lavoratori e di benestanti, che poi sono state anche le zone più colpite dalla pandemia del Corona virus nel 2020.
Occorre accorgersi ora di un’altra sentenza, emessa dalla Sezione sesta della medesima Corte di Giustizia il 6 Ottobre 2021 (il testo completo in https://www.eius.it/giurisprudenza/2021/529) che condanna l’Italia per inadempienze nel settore della depurazione delle acque reflue a seguito di una causa avviata da tempo, dal 2014.
Ritenendo insufficienti i chiarimenti forniti in proposito dall’Italia nel corso della fase preliminare del procedimento, la Commissione europea il 15 Luglio 2019 ha proposto dinanzi alla Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo il ricorso per inadempienza (causa C-668/19).
In questo caso la Commissione ha rilevato lacune e violazioni di una normativa ben più antica stabilita dalla CEE, la n. 271 del lontano 1991, che dava agli Stati membri una scadenza ragionevole per adeguarsi, cioè fino al 2005. Se si vanno a cercare fognature efficienti e depuratori dopo ormai trent’anni centinaia di cittadine, città e siti italiani ne sono ancora sprovvisti: ad esempio Trieste, Alassio, Venezia, Matera. Catanzaro, Pisa, Pistoia, per citare soltanto alcunì luoghi famosi che (s)figurano nei lunghi elenchi della sentenza.
La provincia di Pavia e il suo capoluogo stavolta non sono toccati, di pavese negli elenchi risulta soltanto il comune di Miradolo Terme. Con una punta di satira storica si potrebbe ricordare che Pavia aveva già fognature geometriche, spaziose ed efficienti quando fu costruita e amministrata dai Romani circa duemila e cento anni fa, e aveva solo qualche migliaio di abitanti. Ma in parte l’ odierna Lombardia è ancora purtroppo inadempiente: alcune città tra cui Bergamo, Lonato, Rovato, Lumezzane, Edolo e alcuni siti come il Lago di Varese e il Lago di Como, che vantano bellezze ambientali e attività di rilievo turistico, nei trent’anni trascorsi dal 1991 non sono riusciti a dotarsi di depuratori adeguati alle necessità di smaltimento e trattamento dei rifiuti liquidi scaricati degli ‟abitanti equivalenti” domiciliati nei loro territori o che li visitano e vi transitano.
La Lombardia rimane poi responsabile, in parte, anche del notevole inquinamento da fosforo e azoto causato dagli eccessi di fertilizzanti che il Po, con i suoi affluenti, trasporta nella valle padana e riversa nel mare Adriatico.
Per il momento la grande stampa nazionale non si è ancora accorta della condanna della Corte di Giustizia (ne ha parlato invece Radio Popolare la sera del 6 Ottobre in un giornale-radio), e non si hanno commenti del ministro per l’ambiente (che adesso si chiama ministro per la transizione ecologica). Né delle autorità regionali interessate.
La Repubblica italiana è condannata alle spese, come recita l’ultima riga della sgradevole sentenza.

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