La morte di Mattei e la pista francese

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di Giovanni Giovannetti

mattei aereo eni

Il 27 ottobre 1962, all’aeroporto Fontanarossa di Catania, un qualcuno rimasto ignoto colloca circa un etto di esplosivo Compound B (come nelle “bombe appiccicose” del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg) sotto il Morane-Saulnier 760/B del presidente dell’Eni Enrico Mattei, che esplode nel cielo sopra Bascapè, campagna lombarda, alla fuoriuscita del carrello d’atterraggio.
Il sabotaggio all’aereo di Mattei è oggi un fatto acclarato. Lo certificano le perizie disposte dal magistrato pavese Vincenzo Calia, che tra il 1994 e il 2003 ha condotto l’ultima indagine su questa tragedia senza però riuscire a dare un nome ai mandanti e agli esecutori materiali. A conclusione della sua lunga indagine, pur non escludendo altre possibili trame, Calia sembra propendere per un complotto interno all’Eni. Ma nei quarant’anni che la precedono, prevale la vulgata dell’incidente, ascrivibile al maltempo o a una incauta manovra del pilota.

La pista francese

Erano in molti ad avere Mattei in antipatia, sia in Europa che negli Stati uniti: dalle compagnie appartenenti al cartello delle “sette sorelle” a chi, anche in Italia, mal tollerava quel suo intrepido panarabismo.
E forse non per caso intorno al Morane-Saulnier 760/B del compianto presidente dell’Eni in quei giorni orbitano parecchi francesi, a partire dal possibile autore dell’attentato. In Lamia (un libro, inedito in Italia, uscito nel 1970 negli Stati uniti e nel 1972 in Francia), l’ex agente dei Servizi francesi Philippe Thiraud de Vosjoli (poi passato alla Cia) scrive che a sabotare l’aereo di Mattei all’aeroporto di Catania sarebbe stato «Laurent», un appartenente al “Comitato”, un segmento “coperto” dello Sdece (il controspionaggio francese), vocato all’eliminazione fisica degli avversari. La mattina del 27 ottobre, “Laurent” sarebbe salito sull’aereo di Mattei senza essere notato, riuscendo a manipolare la strumentazione. Una ipotesi, questa, che l’inchiesta di Calia giudica poco credibile. Al contrario, lo storico e politologo Giorgio Galli invita a non sottovalutare quello che Vosjoli ha scritto nel suo libro.
Altro indizio: il giorno prima del gran botto una persona con evidenza assai vicina a Mattei segnala all’ambasciata francese a Roma gli orari e gli spostamenti top secret del presidente dell’Eni in Sicilia. E subito dopo la caduta dell’aereo a Bascapè, l’Aeronautica militare chiamerà sul luogo del disastro il colonnello dei Servizi francesi André Thoulouze, quel Thoulouze che, stando a una fonte di Paolo Morando, il 27 ottobre era forse all’aeroporto di Catania là dove avviene il sabotaggio. Morando ne parla nel suo libro su Cefis, uscito quest’anno da Laterza, ricordando che il colonnello era solito sorvolare il Mediterraneo in cerca delle barche con le armi per il Fronte di liberazione nazionale algerino sostenuto da Mattei, che mitragliava.
Aggiungeremo che a periziare i resti del Morane-Saulnier presso l’Officina Riparazioni Motori di Novara (Aeronautica militare) provvedono fra gli altri Bernard Peru e Guy Darteyron, due tecnici della società francese Turboelica, costruttrice dei reattori. E sin qui nulla di strano. Ma da subito in Piemonte accorre l’ingegner Jean Betheuil, emissario del ministero della Difesa francese. Quasi a dire che, per l’occasione, Betheuil rappresenta il suo Governo; e pur anelando la verità sull’accaduto, l’ingegnere non sembra interessato a divulgarla.
Quale verità? Per primi i tecnici d’oltralpe noteranno tracce di fusione su un elemento di comando, tale da accreditare una esplosione a bordo. Ma lo sforzo congiunto di francesi e italiani – come lamenta Calia – è semmai proteso a «rendere compatibili dati inconciliabili», cioè a depistare. Di conseguenza, i membri della Commissione governativa d’inchiesta, istituita dal ministro della Difesa Giulio Andreotti la sera stessa della sciagura, insisteranno su un supposto malore del pilota o qualche suo altro privato accidente.
E l’ipotesi di un attentato? Un dettaglio, ma pur essendo il Morane-Saulnier di Mattei un aereo civile, la Commissione chiamata a indagare è militare.

Depistaggio di Stato

Al lavoro realmente svolto dai commissari accenna tuttavia un opuscolo celebrativo dell’ottavo reparto dell’Aeronautica militare di stanza a Novara, recuperato da Calia: si legge che fra le varie ipotesi prese in considerazione, le due più accreditate erano la manomissione dell’altimetro e una bomba a bordo. Dunque se ne parlò, eccome! Ma «delle ipotesi di sabotaggio formulate dai tecnici del reparto tecnico a spiegazione della caduta dell’aereo», rileva Calia, «non vi è alcuna traccia nella relazione della Commissione di inchiesta e negli atti del procedimento penale, nonostante durante gli esami fosse presente il colonnello Isidoro Capucci, componente della stessa Commissione ministeriale».
Che dire poi del protocollo dell’International Civil Aviation Organization (I.C.A.O.) sugli incidenti aerei, ampiamente disatteso. In esso fra l’altro si raccomanda:
– l’ascolto dei testimoni, da cercare «anche a molte miglia di distanza» (i testimoni verranno o ignorati o indotti a mentire);
– di «non mettere due superfici fratturate a contatto fra loro, se debbono essere successivamente esaminate. Non lavare i rottami sporchi prima dell’esame» poiché si verrebbero ad eliminare «evidenze di vitale importanza» (i resti dell’aereo verranno abbondantemente lavati e poi stipati alla rinfusa in casse di legno);
– di esaminare e fotografare in loco «strumenti, superfici di comando, rotture sospette, documenti di bordo» nonché «la posizione di tutti i comandi, interruttori e fusibili» e infine stabilire se «porte e finestre sono stati soffiati via».
Ma di quanto era prescritto poco o nulla è stato fatto.
Per tacere delle indagini mediche: secondo i commissari, «non sono state trovate tracce di schegge metalliche conficcate nei resti cadaverici». Una affermazione risolutamente smentita dai periti che a quell’epoca esaminarono i resti umani («per la verità non fu effettuato alcun accertamento che potesse validamente risolvere il dilemma», ammetterà in seguito il professor Tiziano Formaggio) e, nuovamente, dall’esame sui resti di Mattei e del pilota Bertuzzi disposto nel 1995 da Calia.

La borsa di Mattei

La sera stessa della tragedia, una tiepida manina provvede ad alleggerire il contenuto della cassaforte di Mattei presso la sede Snam di San Donato Milanese. Altri a Bascapè sono alla sfacciata ricerca della sua borsa, così sfacciata da provocare l’indignata reazione del professor Michele Salvini, che di Mattei invece cerca i resti: «si scavava soprattutto nella buca principale», dirà a Calia il 2 febbraio 1995, ma il professore deve rilevare «con disappunto che gli spalatori erano alla ricerca soprattutto di una valigetta».
A noi che siamo di un’altra generazione, quel lontano episodio ricorda qualcosa di più recente. Sì, a noi ricorda il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo là dove, con una carica di esplosivo, la mafia ammazza conto terzi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Sul luogo dell’agguato in via D’Amelio prima ancora della Polizia arrivano i colleghi del Sisde (il Servizio segreto civile) che si disinteressano dei morti e vanno in cerca della sua borsa con l’“agenda rossa”, quella su cui il magistrato siciliano aveva appuntato ciò che ormai gli era chiaro sui rapporti tra Mafia e Stato.
Al dunque, cosa può contenere la borsa di Mattei? Corrono voci su un incontro riservato di Mattei con emissari libici, egiziani e tunisini proprio il giorno prima di morire, in vista di un colpo di Stato in Libia contro re Idris (Italo Pietra lo ha definito «una specie di Cln allargato del Maghreb»), ovvero per deporre colui che nel 1957 aveva disatteso l’accordo con l’Eni – ormai raggiunto ma ancora da formalizzare – aprendo così le porte del Fezzan alle sole compagnie americane. Come si legge in un “appunto informale” del Sisde di Palermo datato 13 gennaio 1984 (lo ha trovato Aldo Giannuli), in quell’occasione Mattei avrebbe versato all’emissario dei congiurati un acconto di cinquecento milioni dei tre miliardi pattuiti, in cambio dell’esclusiva di ricerca e di sfruttamento per l’Eni del petrolio libico.
Re Idris a parte (il monarca verrà detronizzato nel 1969 dal colpo di Stato militare guidato da Mu’ammar Gheddafi), quanto si racconta di quel giorno sembra la trama di un romanzo di le Carrè. Ma qualcosa di non detto dev’essere accaduto, tanto che lo stesso accorto Calia ritiene «non improbabile» che tra le ore 11 e le ore 14.30 del 26 ottobre 1962 «Mattei si sia segretamente incontrato con qualcuno a Palermo». Fosse vero, probabilmente di quell’incontro si sarebbero avuti riscontri nelle carte che Mattei recava con sé.
A Bascapè la borsa sarà infine recuperata. Era in fondo alla buca, tra i rottami dell’aereo caduto. Verrà consegnata a qualcuno, e di nuovo s’inabisserà. Se a San Donato Milanese o a Langley negli Stati uniti (qui tiene casa la Cia), non è dato sapere.

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