La guerra “santa” del partigiano Mattei

by

di Giovanni Giovannetti

sfilata liberazione

Il partigiano Enrico Mattei (nome di battaglia Monti oppure Este o Marconi, come la nonna Ester Marconi) era un industriale di un certo nome. Subito dopo l’8 settembre 1943 (è la data in cui viene reso noto l’armistizio con gli anglo-americani; ne consegue l’occupazione tedesca dell’Italia), Mattei sale in montagna a Roti Valdiola presso Matelica nelle Marche; si dice per evitare di intrattenere rapporti commerciali con i tedeschi. Poi eccolo sui monti dell’Oltrepo pavese, dalle parti di Sant’Eusebio, poco distante dalla via Emilia, in una vecchia riserva di caccia. Milano è a due passi, e questo cattolico malizioso e dinamico, dotato di sorprendenti capacità organizzative e senso pratico, su indicazione di Enrico Falk, di Mario Ferrari Aggradi e del vicesegretario della neonata Democrazia cristiana Orio Giacchi, nel maggio 1944 viene messo a capo dei partigiani Dc – non più di duemila ex ufficiali monarchici, chi fedele al Re e chi alla istituzione monarchica – in seno al Comando generale del Corpo volontari della libertà (Cvl), accanto a figure militarmente e politicamente preparate come il comunista Luigi Longo, l’azionista Ferruccio Parri o il badogliano generale Raffaele Cadorna.

Cattolici e democristiani

La guerra sta finendo e a Milano, al Comando generale del Cvl Mattei va riposizionandosi: pur di accreditarsi sul piano militare, nell’inverno 1944-1945 il rappresentante dei non numerosi democristiani militarmente attivi non esita a dichiararsi referente politico anche delle formazioni apartitiche ma di orientamento cattolico operanti in Val d’Ossola e in Friuli, annettendole allo scudo crociato.
Mattei trova il modo di gloriarsene al primo congresso nazionale che la Democrazia cristiana tiene a Roma dal 24 al 28 aprile del 1946: in quella sede parla di 65mila partigiani combattenti raggruppati in 181 brigate; di 1.976 caduti; di 2.439 feriti; di 33 prigionieri, concludendo che «ogni nostra formazione fu un miracolo di equilibrio e di moderazione, pur nella arroventata atmosfera del combattimento, pure a contatto con quell’acre propaganda di odio e di crudeltà con cui il governo repubblicano tentava di avvelenare gli spiriti della gioventù italiana. Questi nostri partigiani, che, grazie alle loro convinzioni religiose e alla mitezza dei loro costumi, stabilirono dovunque furono presenti un ordine civile cristiano, ci dicono con il muto ma eloquente linguaggio delle loro gesta che non bisogna disperare, che sono ancora per noi disponibili nel fondo della nostra natura e della stirpe italica inesauribili valori divini e umani, affidandoci ai quali ogni rinascita sarà possibile».
E torna in argomento il 18 novembre 1951, deponendo al processo lucchese per i fatti di Porzûs in Friuli (diciassette partigiani nazionalisti ammazzati in Friuli da altri partigiani “rossi” fra il 7 e il 18 febbraio 1945): «Io ero a capo delle formazioni democristiane che raggruppavano non solo le Brigate del popolo, che erano tre divisioni, ma anche il Raggruppamento Di Dio, che era forte di nove divisioni e faceva capo alle Fiamme verdi che io rappresentavo, e le Brigate Julia nonché altre formazioni che erano nel Veneto: il tutto per un complesso di circa 30.000 uomini». E già si passa dai 65mila del congresso democristiano a «circa 30.000 uomini» di Lucca.

Nel nome Di Dio

Il mito populista di Enrico Mattei nasce quindi da un bluff poiché, a dire le cose come stanno, il 17 marzo 1945 il Raggruppamento Di Dio e la divisione Tito Speri delle Fiamme verdi, al comando del generale Luigi Masini Fiore, sottoscrivono una intesa operativa a partire dal «carattere prettamente militare delle loro formazioni» e manifestando la «sfiducia sull’efficienza degli attuali organi preposti dal C.D.L.N. a compiti militari» (ovvero in Enrico Mattei fra gli altri) e «la mancanza di una effettiva unità tra le formazioni del C.V.L. per una efficiente campagna di liberazione». Il documento prosegue denunciando varie inadempienze, come l’«insufficiente assegnazione di fondi presumibilmente in conseguenza di una sproporzione valutativa a favore delle formazioni a tendenza politica».
Questo accordo è indirizzato “per conoscenza” anche al ministero della Guerra: se ne ricava che i firmatari ritengono di doversi relazionare direttamente con il Comando militare del Governo del Sud e con i Servizi alleati, bypassando il Cln.
Vanagloria o meno di Mattei e di altri democristiani («sono formazioni formalmente apolitiche ma sostanzialmente nostre», scrive da Lugano Edoardo Clerici ad Alcide De Gasperi il 18 marzo 1945), che vi fosse stato accordo o raccordo politico tra il Raggruppamento delle divisioni Di Dio operante tra la Lombardia e il Piemonte e la neonata Democrazia cristiana è nei fatti: dopo una trattativa condotta in Svizzera, l’accordo viene sottoscritto a Roma da Aminta Migliari Giorgio, dal segretario Dc Alcide De Gasperi e dal delegato Dc presso la giunta militare del Cln romano, il braccio destro di don Luigi Sturzo Giuseppe Spataro il – attenzione alla data – 24 aprile 1945.
Ed è proprio come la dipinge Mattei, sì, ma a guerra ormai finita. Si legge infatti che «il partito Democristiano si impegna di rappresentare il Raggruppamento Di Dio in seno al Cln» nonché a premere sul ministero della Guerra affinché nel dopoguerra la Di Dio diventi «una unità dell’Esercito regolare italiano».
Nel 1947, il futuro presidente dell’Eni darà vita alla Federazione volontari della libertà (Fvl), l’associazione dei partigiani cattolici che si contrappone all’Anpi e ai partiti di sinistra. Sfruttando la propria nomea di alfiere della partigianeria cattolica e anticomunista, alle elezioni del 18 aprile 1948 l’ex partigiano Marconi entra in Parlamento, sia pure per il rotto della cuffia: con 13.483 voti è infatti il penultimo dei 18 deputati democristiani eletti nel collegio Milano-Pavia. E come si legge nelle Memorie di Paolo Emilio Taviani, Mattei era anche un reclutatore per Gladio. A lui si era rivolto proprio Taviani per cooptare nella struttura clandestina anticomunista di Stay behind alcuni tra i più fidati ex partigiani “bianchi”.

Nella foto: iI Comando generale del Corpo volontari della libertà apre la sfilata del 6 maggio 1945 a Milano. Da sinistra, Mario Argenton, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo, Enrico Mattei e Fermo Solari. In seconda fila si riconoscono Aldo Lampredi (a sinistra, con l’impermeabile bianco), Giovanni Battista Stucchi e Walter Audisio (ultimo a destra, dietro a Mattei).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: