Alluvioni

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Aree inondabili in Italia: uno studio per prevenire le alluvioni
di Paolo Ferloni

È stato presentato dal Ministero per la Transizione Ecologica il 17 Novembre scorso a Roma alla stampa e agli operatori ambientali il Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati predisposto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A). Ricco di tabelle e grafici, il testo mira a dare un quadro generale delle conoscenze sulle condizioni di pericolosità e di rischio di alluvioni nel Paese, nel contesto più ampio del dissesto idrogeologico, entro il quale i fenomeni più appariscenti sono proprio le alluvioni.
Esse non soltanto hanno impatti particolarmente gravi sul territorio, ma minacciano di diventare sempre più frequenti a seguito dei cambiamenti climatici e degli eventi catastrofici che questi inducono sul pianeta. I climatologi ormai avvertono che se si studia l’ andamento delle piogge si assiste, anche in varie regioni italiane, a mesi, se non stagioni intere, di siccità, a cui fanno seguito improvvisi temporali massici che lasciano cadere in poche ore, o giorni, quantità di acqua pari a quelle che in passato scendevano in un anno intero, come è accaduto da ultimo anche in Sicilia.
Partendo dalla normativa di riferimento, e in particolare da come il dissesto idrogeologico venne già definito nel Decreto Legislativo n. 152 del 2006, il Rapporto sottolinea la necessità di applicare in Italia a tutti i livelli, sia nazionale sia regionale sia locale, la Direttiva Alluvioni 2007/60/CE in un dettagliato quadro conoscitivo che da un lato sia unitario e aggiornato, e d’altra parte tenga conto delle tormentate vicende storiche delle alluvioni in molte regioni del Paese.
Come suggerisce l’introduzione, ‟L’approccio che la Direttiva europea 2007/60/CE indica per la mitigazione del rischio di alluvioni per la salute umana, l’ambiente, il patrimonio culturale e le attività economiche è quello di una gestione coordinata, articolata e integrata basata sulla conoscenza”. Dal punto di vista di metodo appare chiaro quindi che un Comune, una Provincia e una Regione, se vorranno attuare le linee suggerite dalla Direttiva, non potranno più procedere approvando Piani regolatori o grandi progetti di nuovi impianti o logistiche in modo non coordinato, senza ‟valutare le condizioni di pericolosità e di rischio del territorio, sulla base di quanto accaduto nel passato a causa di eventi alluvionali e di quanto potrebbe accadere negli scenari futuri, anche in prospettiva delle mutate condizioni imposte dai cambiamenti climatici”.
Appare ovvio che l’attuazione pratica della Direttiva richieda il coordinamento delle attività di tutti i soggetti coinvolti a livello locale, distrettuale, regionale e nazionale.
Nella provincia e nella città di Pavia, come è noto, la relazione, o meglio la convivenza, tra la popolazione ed i corsi d’acqua è storicamente sempre stata segnata dal rilevante valore economico, militare, paesaggistico di fiumi e canali, ma insieme gravata e funestata da allagamenti, inondazioni, alluvioni.
Dunque sarebbe molto interessante approfondire qui, tra il Pavese, la Lomellina e l’ Oltrepò, gli aspetti locali toccati nel Rapporto e nella Direttiva citata, per prospettarsi e configurare prevenzioni e sviluppi in cui non ci si trovi impreparati davanti alle conseguenze, in parte imprevedibili, dei cambiamenti climatici sui quali giustamente il Rapporto non manca di attirare l’attenzione di amministratori, operatori e cittadini.

 

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