«Il peso del sacrificio che il partito ti chiede»

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Una lettera inedita di Aldo Moro a Enrico Mattei pochi giorni prima della tragedia di Bascapè
di Giovanni Giovannetti

lettera Moro

La morte violenta del presidente dell’Eni Enrico Mattei resiste tra i misteri insoluti della più recente storia italiana. Il 27 ottobre 1962 il bireattore che lo porta da Catania a Milano esplode nel cielo di Bascapè, poco distante dall’aeroporto di Linate, per una bomba innescata dall’apertura del carrello d’atterraggio: «Il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutt’attorno», riferiranno alcuni contadini del posto.
Erano in molti a volerlo eliminare: la Cia, le principali compagnie petrolifere private, l’Oas francese, i Servizi inglesi, settori di Confindustria e ambienti politici italiani. Ma come ho scritto su queste pagine il 22 ottobre scorso, va sempre più profilandosi un’altra verità, che porta dritta dritta a Parigi, alla sede lo Sdece, il controspionaggio francese.

Caro amico ti scrivo

In questi giorni sto lavorando a un lungo saggio sul compianto presidente dell’Eni. Sto anche aiutando un amico videomaker, Salvatore Diodato, che su Mattei va invece imbastendo un documentario. E Salvatore aiuta me, socializzando i documenti che via via lui riprende all’Archivio storico dell’Eni di Castel Gandolfo: documenti come la relazione a Mattei del vogherese Giuseppe Ratti, il suo “ministro degli esteri” di ritorno da Mosca; alcune incantevoli lettere del sindaco di Firenze Giorgio La Pira; la lettera dell’Oas, l’Organisation de L’armée secrète che, nel luglio 1961, minaccia di morte Mattei e qualche altra preziosa missiva.
Ma ecco affiorare un documento inedito di grande rilevanza: una lettera che il segretario politico della Democrazia cristiana Aldo Moro scrive a Mattei il 19 settembre 1962. Ebbene, cinque settimane prima della tragedia di Bascapè, Moro chiede a Mattei, a nome del partito, di fare un passo indietro e lasciare la presidenza dell’Eni:

«Carissimo, ti dò il benvenuto a Bari che deve molto alla tua intelligente ed ardita iniziativa ed alla tua affettuosa comprensione. Di quel che hai fatto e farai con spirito amichevole desidero ancora ringraziarti con tutto il cuore. Ho ancora meditato sulle cose che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro e, naturalmente, sul peso del sacrificio che il partito ti chiede. A mente fredda e sulla base delle più compiute informazioni da te fornitemi ho dovuto ancora concludere che è questa ancora la via migliore. Ogni decisione, ed anche questa, comporta certo uno svantaggio ed in esso, credimi, io metto in primissima linea il tuo disappunto, anzi il tuo evidente e comprensibile dispiacere. Lo noto personalmente e mi pesa molto. Ma, credi, nella situazione attuale non c’è di meglio da fare. La tua rinuncia contribuisce a consolidare una situazione assai fragile e spegne una polemica astiosa che ti avrebbe ancor più amareggiato, e con te le tue idee e le tue importanti iniziative. Sembra di perdere ed invece si garantisce e si consolida. Ho l’impressione che non si canterà vittoria. Aggiungi dunque anche questa alle tue benemerenze; alla tua silenziosa fedeltà; al tuo servizio prezioso nell’interesse del paese. Grazie, caro Mattei, con i più affettuosi sentimenti. Aldo Moro»

In area cattolica il presidente dell’Eni era inviso a tanti. Per l’ultra-liberista don Luigi Sturzo lo statalista Mattei rappresentava una sorta di cavallo di Troia del social-comunismo. Ma in quegli anni Cinquanta concorrono a difenderlo figure altrettanto carismatiche come De Gasperi, Fanfani, Boldrini, La Pira, Bo, Dossetti, Gronchi e Vanoni, solo per citarne alcuni.
E tra i nemici di carta di Mattei, va almeno ricordato il duro attacco personale e politico che un campione della borghesia e tutor del capitalismo lombardo, il “liberista” Indro Montanelli, rivolge a Mattei in cinque articoli sul “Corriere della Sera” usciti tra il 13 e il 17 luglio 1962, accusandolo delle peggio malefatte. Mattei replicherà il 27 dello stesso mese, sempre sul “Corriere”, elencando le «numerose inesattezze e deformazioni della realtà» scritte da Montanelli sul prezzo del metano, sul petrolio sovietico, sugli accordi con Iran ed Egitto, sui punti di attrito con le “Sette sorelle” e sul reale indebitamento dell’Eni (circa la metà di quanto indicato), consigliando infine all’«articolista» di scegliere con più cura le sue «fonti e i suoi eventuali consiglieri».
L’«ingegnere» stava anche particolarmente antipatico a una figura di rilievo del partigianesimo bianco come padre Innocenzo Maria Casati, che in una «lettera riservata» ai «democristiani cattolici» aveva chiesto la sua destituzione dall’Eni (nell’occasione – lo segnala lo studioso Paolo Gheda – Mattei verrà difeso dall’arcivescovo ambrosiano Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI).

La svolta

In Italia si era alla vigilia di importanti cambiamenti politici e di inedite aperture a sinistra, favorite da uno scenario internazionale che nel gennaio 1961 vede l’elezione di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza degli Stati uniti. Prestando orecchio alle (presunte) determinazioni aperturiste del nuovo inquilino della Casa bianca, al congresso democristiano di Napoli del gennaio 1962 Aldo Moro aveva ottenuto il mandato per negoziare l’accordo di governo con il Partito socialista. Da quel momento non è solo l’Oas/Sdece (o settori della Cia, di concerto con la Mafia) a volere lo scalpo di Mattei; anche per i vertici del suo partito l’intraprendenza del presidente dell’Eni rappresenta una minaccia da contenere, con le buone o con le cattive. Questo segnale, chi lo sa se solo politico, è colto per tempo da Moro che, vista la situazione, lo esorta inascoltato a dimettersi.
Disponendosi allo scontro (il suo mandato triennale era in scadenza), Enrico Mattei ha intanto nascosto a Matelica, in casa del fratello Italo, alcuni dossier “scottanti”. Ma a quella data i suoi sicari sono già posizionati e pronti all’azione, chi a Catania chi a Roma.

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