13 dicembre 1981. L’ordine regna a Varsavia

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Cade in questi giorni il quarantesimo anniversario del colpo di Stato militare in Polonia.
di Giovanni Giovannetti

La notte tra sabato 12 e domenica 13 dicembre 1981 in Polonia scatta la repressione. Verso mezzanotte, i reparti speciali della milicja irrompono nella sede di Solidarność. in tutto il Paese sono arrestati gli oppositori del regime. A Gdańsk vengono incarcerati tutti i sindacalisti. Si vedono i carri armati percorrere le strade. Verso le 2 di notte, è tutto finito. alle 6 di mattina, per circa 20 minuti, il generale Jaruzelski parla alla radio: annuncia la costituzione di un consiglio militare di sicurezza nazionale e proclama la legge marziale. Il discorso del primo ministro viene ripetuto più volte durante la domenica: «cittadini e cittadine della Repubblica popolare polacca», scandisce con sguardo algido il generale plenipotenziario, «mi rivolgo a voi come soldato e come capo del governo polacco. Mi rivolgo a voi per motivi di gravissima importanza. la nostra patria è sull’orlo dell’abisso. Il patrimonio di generazioni, l’edificio polacco, risorto dalle ceneri della guerra, viene nuovamente distrutto. Le strutture dello Stato hanno cessato di funzionare. All’economia agonizzante vengono inferti nuovi colpi. Le condizioni di vita impongono alla gente un peso sempre più gravoso. Nelle fabbriche e in molte case polacche si alzano le barriere di dolorose divisioni. Il clima di conflitto ad oltranza, di incomprensione e di odio semina la devastazione psichica, uccide le tradizioni di tolleranza. gli scioperi, la conflittualità permanente, le azioni di protesta sono diventate la norma». Per Jaruzelski «non il governo bensì Solidarność ha disatteso gli accordi, e non giorni, ma ore separano la Polonia dalla catastrofe».

Tutti in casa

A mezzogiorno, annunciatori in divisa militare comunicano dagli schermi della televisione le disposizioni del consiglio militare di sicurezza: coprifuoco dalle ore 22 alle 6 del mattino; è vietata ogni riunione, raduno, dimostrazione, anche se a carattere sportivo o di spettacolo; sono autorizzate solo le funzioni religiose nelle chiese; è vietata la diffusione di qualsiasi pubblicazione, è permessa solo la stampa di partito e militare; ogni polacco dovrà sempre portare con sé documenti di identità; chi risiede in zona di confine deve chiedere il permesso di residenza permanente o temporaneo; chi intende lasciare il luogo di residenza per più di 48 ore deve richiedere uno speciale permesso; si è decisa la censura sulla corrispondenza e sulle conversazioni telefoniche; tutti i pacchi saranno controllati. Gli apparecchi ricetrasmittenti, le armi da fuoco, i fucili da caccia o per attività sportive devono essere consegnati alle autorità; si proibisce la navigazione sotto qualsiasi forma nelle acque del Baltico e in quelle interne. Per chi rifiuta di rispettare i nuovi regolamenti c’è la pena di morte.
Lech Wałęsa si è intanto rifiutato di collaborare: viene subito internato nella residenza governativa di Arłamów, presso Warszava, e vi rimarrà per quasi due anni. L’ex capo del Governo Edward Gierek e alcuni suoi ex collaboratori sono arrestati come responsabili della disastrosa situazione economica della Polonia.I pochi dirigenti sfuggiti all’arresto incitano dalla clandestinità gli operai polacchi allo sciopero generale.

Solidarietà?

Da ogni lato del pianeta si levano parole di condanna per per la legge marziale in Polonia e l’invito al ripristino delle libertà civili e sindacali. Ma tutto sommato, «per il poco che riuscivamo a capire, sembrò che i governi occidentali emettessero un sospiro di sollievo», scrive Jaruzelski nelle sue memorie. Del resto, come giustificare il comportamento americano? Pur conoscendo il piano nei suoi minimi dettagli, l’amministrazione Reagan nulla ha fatto per impedire il colpo di Stato. E come biasimare la condanna solo formale della socialdemocrazia che governa la Germania occidentale?, un Paese legato da forti interessi economici con l’Urss, specie in campo energetico, nonché molto esposto nel credito finanziario alla Polonia; è inutile sottolineare che l’eventuale bancarotta della Polonia avrebbe trascinato con sé un certo numero di importanti banche occidentali. E la Germania dell’ovest, pur indotta a cullare la prospettiva in una evoluzione riformistica della crisi, sa che la Polonia potrà essere solvente solo se interverrà economicamente l’unione sovietica.
In Italia, da subito il Partito comunista italiano manifesta la sua «netta condanna», poiché quanto è successo vanifica «i tentativi di risolvere politicamente la crisi della Polonia, con la partecipazione responsabile di tutta la società e attraverso un processo di effettiva democratizzazione» (dichiarazione del 13 dicembre 1981). Il 30 dicembre il Pci va molto oltre: «bisogna quindi prendere atto che anche questa fase dello sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua forza propulsiva, così come si era esaurita la fase che vide la nascita e lo sviluppo dei partiti socialisti e dei movimenti sindacali raccolti intorno alla Seconda internazionale». E ancora, puntando la penna più a Est: «il Pci non sottovaluta il ruolo che l’Unione sovietica svolge a livello mondiale. Questo ruolo talora converge con gli interessi di quei Paesi e popoli che si battono contro l’imperialismo e i regimi reazionari, per la liberazione e l’indipendenza nazionale, talora entra in contrasto con questi stessi interessi, quando non li viola apertamente, com’è il caso dell’intervento militare nell’Afghanistan». È lo strappo finale dei comunisti italiani da Mosca, a ribadire l’urgenza per l’Europa di una “terza via” poiché «inaccettabile è ogni separazione tra socialismo e democrazia, tra forme di proprietà e di controllo sociale dei mezzi di produzione e forme di organizzazione democratica del potere politico».
Ma è così scontata l’ombra del leader sovietico Leonid Brežnev in cabina di regia? Si verrà a sapere che Jurij Andropov, suo successore nel 1983, nella sessione del politburo del 10 dicembre 1981 ebbe a dire che «se anche la Polonia finisse con l’essere governata da Solidarność che così sia», poiché «oggi si rischierebbero sanzioni politiche ed economiche da parte dell’occidente che renderebbero difficili le cose per noi».

 

Intervista a Jaruzelski

L’immagine di Wojciech Jaruzelski rimarrà per sempre quella televisiva del generale in divisa che, la mattina del 13 dicembre 1981, annuncia la proclamazione della legge marziale. Lo abbiamo incontrato a Roma nell’autunno del 1992, in occasione dell’uscita dell’edizione italiana delle sue memorie: «Lo stato di guerra fu inevitabile, era il male minore. Non fu colpo di Stato, perché io ero il primo ministro legalmente riconosciuto anche dalla comunità internazionale e la Costituzione mi consentiva di ricorrere all’intervento militare per fronteggiare una situazione che si faceva ogni giorno più grave. L’Unione sovietica ci aveva tagliato il 50 per cento delle forniture di gas e il 70 per cento del petrolio, e minacciava il blocco totale a partire dal gennaio 1982. Ci avrebbero affamati. Insomma, una vera catastrofe, aggravata dagli aumenti salariali e dal contemporaneo calo di 18 punti della produzione industriale. Da molto tempo si erano intensificate le manovre militari del Patto di Warszawa lungo i nostri confini. Oggi sappiamo che già un anno prima a Mosca c’era un articolato piano di invasione della Polonia, ipotesi per noi inaccettabile. Un rischio concreto, nonostante il contemporaneo impegno dell’Armata rossa in Afghanistan, nonostante la crisi economica e tecnologica, campo nel quale la Russia ormai da tempo era stata superata dagli Stati uniti. Allora decidemmo di fare da soli, per evitare una nuova Ungheria o una nuova Cecoslovacchia, a noi e a loro. Solidarność era un movimento che pervadeva tutto e che sul piano politico era di destra, addirittura reazionario; invece sul piano socioeconomico era populista, sinistroide, anticomunista. Di conseguenza, chiunque attaccasse il comunismo era un buon alleato; Solidarność era una coalizione come quella tra Stalin Churchill e Roosevelt, in cui ognuno trovava il suo posto, dall’antisemita Jurczyk al progressista Kuroń, in nome della lotta contro il Male. Ma esiste un effetto boomerang, perché sorge il dubbio che questo soggetto politico una volta al potere non si comporti come un “comunista”, ma molto peggio. Quanto a Wałęsa, era effettivamente un moderato, particolarità che apprezzo. Però era anche difficile da capire. Quando qualcuno dice “bianco” la mattina e “nero” la sera, è arduo comprendere a che cosa vuole arrivare.
Oggi penso che lo stato di guerra del dicembre 1981 abbia evitato una pericolosissima reazione a catena assai più traumatica, che avrebbe aggravato il conflitto tra i due blocchi. Venti anni dopo, il nostro mondo è radicalmente cambiato grazie alla spinta propulsiva di Solidarność, ormai esaurita, e grazie a chi ha saputo governare la transizione democratica degli anni Ottanta e Novanta».

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