Ciao, Mino

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di Giovanni Giovannetti

La notizia è di quelle tristi. Poco fa è mancato Mino Milani. Con Salgari è stato il più grande scrittore d’avventura del Novecento italiano.
Novantaquattro anni e una vita vissuta pienamente. Nato a Pavia il 3 febbraio 1928, qualche giorno fa Mino Milani aveva sobriamente festeggiato il compleanno nella sua abitazione di piazza San Pietro in Ciel d’Oro, pranzando con la cognata Anna e i nipoti Marcella e Carlo. Fisicamente non era messo bene, ma lo sorreggeva una invidiabile lucidità.
Le sue giornate si fa presto a raccontarle: sveglia alle sette, colazione, uno sguardo ai giornali, quattro chiacchiere in famiglia, la visita di qualche amico e per Mino si è già fatto mezzogiorno, l’ora per un pranzo leggero e poi un liquore digestivo davanti al camino, la “pennica”, la fisioterapia e la lettura di qualche classico o di un libro di storia. Scrivere ormai gli costava fatica e, dati i tempi, le uscite pomeridiane o serali erano da evitare; così Mino ne approfittava per fare ordine tra le sue carte o per godersi il calore del camino acceso o un film tra amici.

1928, l’altro ieri

L’altro ieri il termometro ha lambito i venti gradi. In quel 3 febbraio di novantaquattro anni fa invece nevicava fitto fitto. Guglielmino lo vediamo paffuto e morbido in una fotografia del 1928; e poi nel 1935 a Ponte di Legno, in uno scatto di papà Carlo, diplomato ragioniere. La madre Piera Castelli era invece figlia di uno tra i più affermati imprenditori edili italiani di nome Guglielmo, come Guglielmino detto Mino.
L’infanzia trascorre serena, a scuola, al mare di Celle Ligure o di Sestri Levante in Liguria, o tra i monti di Ponte di Legno in Lombardia, là dove il padre aveva avuto trascorsi militari. Siamo al tempo delle prime letture, come Cuore del De Amicis. Fino a quando non arriva Salgari, che lo introduce all’avventura e per Mino le cose cambiano. Ma è tempo di guerra, e quelle travolgenti storie sono ormai superate dalla realtà: «si ascoltavano, dette a mezza voce, storie che nei deserti della Libia o nel fango ghiacciato dell’Albania», raccontava Milani, «affrontavano avventure non cercate, non volute e con ben altro compenso che la conquista di Mompracem». Sono gli anni del fascismo. Mino era balilla (dagli otto ai quattordici anni, bambini e ragazzi prendevano il nome di “balilla”, dai quindici ai diciotto quello di “avanguardista”): calzoncini grigioverde, camicia e fez neri, fazzoletto azzurro, come in una foto scattata il 6 maggio 1936: quel giorno, come lui stesso ha raccontato, «le sirene delle fabbriche suonarono fuori orario: i nostri soldati erano entrati ad Addis Abeba. Da allora, un accidente, le guerre non hanno mai smesso di accompagnarmi». Dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, sede del Gran Consiglio del fascismo, il 10 giugno 1940 Benito Mussolini annuncia infatti l’ingresso in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista. Il discorso del duce lo si ascolta alla radio e nelle piazze, gremite all’inverosimile da una folla eccitata e plaudente. In Piazza Grande a Pavia c’è anche il dodicenne Mino Milani, in divisa da balilla. Un’euforia presto destinata a spegnersi.
Ma i tamburi di guerra battono anche il tempo delle sue letture fatali: Cuore di tenebra di Joseph Conrad; La vita semplice di Ernst Wiechert; e poi Martin Eden di Jack London. Dopo gli anni di liceo al “Foscolo” Mino entra in Università, facoltà di medicina; ma l’anatomia umana non fa per lui e presto abbraccerà le Belle lettere, laureandosi il 28 giugno 1950. Intanto, nel 1946 ha pubblicato la sua prima novella sul “Ticino”, il periodico della diocesi di Pavia, e otto anni dopo eccolo esordire sul “Corriere dei Piccoli” di Giovanni Mosca, il giornale sul quale lo scrittore pavese si è dannato anima penna e corpo per oltre vent’anni, venendo nel contempo celebrato come uno dei più felici inventori di storie e personaggi. Per il “Corrierino” Milani scrive un numero impressionante di soggetti, adattamenti, sceneggiature per fumetti, feulletton, filastrocche, commedie e altre narrazioni a sfondo storico, fantastico o realistico, indifferentemente.

Libri, che passione

Nel 1957 dall’editore Cino del Duca esce Il cuore sulla mano, il suo primo libro di racconti: «Erano storie di quegli anni, quelli prima del boom economico, quando l’Italia era ancora un Paese in gran parte contadino e nelle città, assai meno trafficate d’automobili, di moto e di motorini, la vita non aveva né il ritmo né lontanamente spirava il benessere che sarebbero venuti tra breve». Molti altri fortunati libri seguiranno (dalle saghe cavalleresche medievali a Efrem soldato di ventura, da Tommy River a Martin Cooper, e poi tanti fumetti), ma la svolta si ha quando, dimessosi dal “Corrierino”, nel 1977 Milani pubblica da Mondadori Fantasma d’amore, il suo romanzo per adulti di maggior successo: «un romanzo di fattura rara e singolare che ha la forza e la malia dei miti antichi», ha scritto Antonio D’Orrico. Da questo libro, nel 1981 Dino Risi ricaverà un film di successo con Marcello Mastroianni e con una toccante e melanconica Romy Schneider.
Le fortune editoriali di Milani non si limitano alla sola narrativa. In orbita saggistica, nel breve spazio di questa pagina ci limiteremo a ricordare l’avvincente biografia critica di Giuseppe Garibaldi (pubblicata da Mursia nel 1982, a cento anni dalla morte dell’“Eroe dei due mondi” e tradotta anche in Cina) e la monumentale Storia avventurosa di Pavia, uscita in tre parti dal 1987 al 1989 presso Ponzio e nuovamente nel 2014 da Effigie, in un volume impreziosito da centinaia di immagini.
Molto altro saremmo tenuti a dire, ma qui ci fermiamo, riprendendo ciò che Mino Milani scrive in conclusione di Come è bella l’avventura, la sua altrettanto monumentale biografia per immagini: «Qualcuno mi domanda, ogni tanto, “progetti per il futuro?” e mi costringe a rispondere: “Alla mia età, c’è solo il passato” ma subito aggiungo: “e il lavoro” e poi ci prendo gusto e continuo: “la pallida e bella signora in nero verrà a mettermi in riposo, a togliermi dalle mani il compito cui attendo; ma non può fare altro che così interrompermi, come io non posso fare altro che lasciarmi interrompere, perché in ozio stupido ella mi può trovare”, ed essendo queste parole troppo belle per me, specifico che sono, con qualche parola cambiata, di Benedetto Croce». Grazie, Mino. Grazie di tutto.

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