«Parlami di te…»

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Un ricordo di Mino Milani

di Giovanni Giovannetti

Mino Milani

«Non ti offendi se non ti accompagno…» Me lo dice salutandomi, in quel nostro ultimo incontro di qualche settimana fa. Complice la pandemia ci si vedeva ormai di rado ma ci si vedeva, per due chiacchiere su come va il mondo o per le bozze dei libri da mandare in stampa o per quelli solo da immaginare. A mezzogiorno la conversazione proseguiva davanti a un piatto fumante e poi in soggiorno, se d’inverno intorno al camino acceso, sorseggiando una grappa.

Quel nostro primo incontro

Sarà stato il 1975 e a quell’epoca collaboravo in veste di fotogiornalista alle testate del gruppo “Corriere della Sera”. La curiosità mi aveva spinto a passare per la redazione del “Corriere dei Ragazzi” in via Scarsellini a Milano; sia mai che anche lì ci fosse un qualche spazio per le mie cose. Mi indicano la stanza di un signore in giacca e cravatta. È gentile, guarda i miei lavori e prende a farmi domande: «Quanti anni hai» «Di dove sei?» «Che ti aspetti dalla vita?» «Ah, sei di Pavia. Sai, anch’io sono di Pavia. Che mi dici della nostra città?» Ma che ti frega, dico tra me, se mio padre lavora alla Necchi o se mio nonno era un famèi. Dimmi semmai se c’è spazio qui da te per uno che da bimbetto leggeva fumetti, sì, ma roba tipo “Capitan Miki” o “Blek Macigno” mannaggia, e ben di rado posava gli occhi sull’assai più colto “Corrierino”.
Ai libri di Tommy River sono arrivato più tardi, ma ricordo – siamo all’incirca nel 1965 – d’aver avuto per le mani Pavia e i suoi territori nel Risorgimento d’Italia e Mille860, due saggi storici alquanto intriganti, usciti nel centenario dell’Unità nazionale e letti qualche anno dopo senza troppo badare all’autore. E ora parlando del più e del meno con questo giornalista cortese e incravattato vengo a sapere che quell’autore l’ho davanti a me.

Piccola città bastardo posto

Gli anni passano, Mino è intanto tornato a Pavia, mentre io percorro la Vigentina in senso opposto. Lui è l’ormai celeberrimo autore di Fantasma d’amore. Io – sempre più affascinato dal mondo del libro (e sempre meno dalla fotografia) – mi risolvo a fondare le edizioni Effigie, e uno dei primi libri reca proprio la prefazione di Mino Milani.
Entrambi si collabora alla “Provincia Pavese” di cui lui stesso per qualche tempo era stato il direttore. E così – sono gli anni Novanta del secolo scorso – non manco di coinvolgerlo nella stesura di una Foto Storia Pavese, uscita poi sul quotidiano locale a dispense settimanali.
Nel frattempo da Ponzio si stampano i primi “libri di San Siro”, uno all’anno; e sono avvincenti thriller, romanzi gotici, storie di mistero e di avventura in cui i documenti relativi a un’epoca remota – lettere, cronache, fonti d’archivio – vengono trasformati in un racconto carico di suggestione e dalle conseguenze a volte inaspettate altre volte drammatiche. Fa qui la sua prima comparsa un claudicante funzionario della Imperiale Regia delegazione di Polizia del Lombardo-Veneto, quel Melchiorre Ferrari fiero protagonista di indagini d’ambientazione ottocentesca, scritte con piglio narrativo e precisione storica.
Belli i “Libri di San Siro”, ma scontano il limite di una distribuzione esclusivamente locale, addirittura cittadina. Una tradizione che fra l’altro si interrompe nel 2002.
Si interrompe ma non si conclude: dopo qualche anno convinco infatti Mino a ripartire, dando ai “Libri di San Siro” una nuova veste grafica e la distribuzione nazionale, alternando cioè le nuove storie alla riscrittura di quelle già uscite ma note solo localmente, al solito pubblicandole per la ricorrenza del Santo patrono di Pavia.
Lo sollecito anche a porre mano a un libro di ricordi «alla Milani». Così nel 2004 arriva in libreria Il mio cielo d’oro, pagine ariose e limpide su luoghi, figure, episodi della storia di Pavia, mescolati ad aneddoti, a riflessioni sull’allora e ora, a giudizi – quando occorre impietosi – sui concittadini. Di due santi i cui resti riposano in Cielo d’oro, Agostino e Severino Boezio, sono qui rilette alcune pagine mirabili.
Da questo momento, i nostri incontri si faranno sempre più frequenti: «Parlami di te…», mi diceva, e poi: «Che si dice in città?» E guai mettere del tempo fra un incontro e l’altro: «Dove sei Primula rossa? Dai, passa da me che mangiamo qualcosa…» In una foto lo vediamo attendere al suo proverbiale risotto e così, pasteggiando, sono nate due opere monumentali come la riscrittura in un solo volume della Storia avventurosa di Pavia, uscita nel 2014 e, quattro anni dopo, l’altrettanto voluminoso Come è bella l’avventura, la sua biografia per immagini, un libro che condensa il suo lascito di uomo e scrittore. Un’opera, quest’ultima, che ha richiesto un attento lavoro di ricerca, poiché nella sua lunga vita Mino ha firmato un numero impressionante di soggetti, adattamenti, sceneggiature per fumetti, feuilleton, commedie e altre narrazioni a sfondo storico, fantastico, realistico, indifferentemente. E sai le complicazioni per noi curatori, chiamati a misurarci con la vasta quanto robusta opera di questo cottimista della pagina: abbiamo infatti scoperto che interi numeri del “Corrierino” Milani se li era scritti praticamente da solo, alternando il suo nome ad altri di fantasia: Eugenio Ventura e Pietro Selva sono gli pseudonimi più utilizzati; ma Milani è anche Billy Danning, lo Storico, Mungo Graham Alcesti, Stelio Martelli, Trentuno Maggio, Peter Dan, Francesco Marsi, Stefania Stefani, Peter Holeinone… Insomma, un vero ginepraio, e se poi ne siamo venuti a capo lo si deve alla sua straordinaria memoria.

Vittoria!

Caro Mino, ora te ne sei andato. Come non tornare al ricordo dei nostri viaggi fuori porta, motivati dall’uscita di questo o quel tuo libro: a Verona, dai comuni amici salgariani… Nella “mia” Lucca, per il Lucca Comix & Games… In Val Seriana, per una rassegna che gli amici bergamaschi hanno voluto dedicarti… Al “Bologna Children Book Fair”, per una giornata in tuo onore… O quella volta che, sempre a Bologna, ti hanno voluto festeggiare alla Festa dell’Unità: la serata non era delle più miti e tu, infreddolito uomo di destra, hai trovato ristoro al caldo di un maglione inneggiante all’Unione sovietica.
Ma ora è il tempo del congedo, caro Mino, e se non puoi accompagnarmi alla porta «…no, non mi offendo».
Lo bacio sulla fronte, lui alza l’indice e il medio a dire “Vittoria”e io lascio commosso quella stanza, perché, come ogni volta, so che potrebbe essere l’ultima.
Ora riposa in pace, caro padre-amico-fratello. Ovunque tu sia, abbi cura di te.

(nella foto, Mino a Pieve di Compito, il mio paese natale in Toscana, di fronte al cippo che ricorda i caduti delle due guerre. Caduti come lo zio Quirico, soldato del Regno, morto di stenti in un campo di concentramento nazista).

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