Pasolini e Pavia

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Lo scrittore e la campagna pavese, tanto simile a quella dei suoi anni friulani

di Giovanni Giovannetti

Nella città lombarda lo scrittore era venuto per svariate ragioni e diversi incontri pubblici. Ma venne anche in veste di regista: nel 1968, tra Bereguardo e Copiano Pasolini gira molte scene di Teorema, uno dei suoi film migliori: in una ricca famiglia borghese, le incrostature di uno stile di vita avvitato sul calcolo economico, sull’ordine e sul possesso sono mandati a gambe all’aria dall’arrivo di una misteriosa figura messianica, liberatoria e destabilizzante (una manifestazione del sacro, Terence Stamp nel film); al punto che Paolo (Massimo Girotti), il capofamiglia, un ricco industriale, dopo quell’incontro, francescanamente si spoglierà di tutto e donerà la fabbrica ai suoi dipendenti.

pasolini pavia

Perché Copiano? Pasolini va cercando luoghi che gli ricordino la campagna della sua giovinezza al paese materno di Casarsa in Friuli; e il cugino Nico Naldini non esita a indicargli questi campi e queste cascine (a Magherno Naldini, in fuga da Milano, aveva preso casa): sono i paesaggi pavesi di Teorema.

Le comparse reclutate al Pertusati

Lungo la strada provinciale 235, poco prima di Vigalfo riconosciamo infatti l’antica chiesetta della Colombina dove nel film la signora Lucia (Silvana Mangano) fa all’amore con uno studente del posto.
Torniamo ora verso Pavia. Poco prima di Fossarmato un tempo sorgeva la cascina Torre bianca, là dove la serva Emilia (Laura Betti) – che è in odore di santità e si nutre di sole ortiche – finirà col levitare nell’aria di fronte a una folla adorante, che avanza verso di lei come nel Quarto stato di Pellizza da Volpedo.

pasolini pavia

Pasolini aveva reclutato molte di queste comparse fra gli studenti dell’Ateneo pavese nonché fra gli ospiti del Pio albergo Pertusati di Pavia. Laura Betti ricorderà che, «al momento della levitazione, come al solito mancavano i soldi per la piccola folla di comparse che dovevano assistere al miracolo della santa. Franco Rossellini, il produttore, non si perse d’animo e fece irruzione in un ospizio di vecchietti vicino a Pavia urlando per le corsie: “venite! Presto venite! Ci sta una santa che fa i miracoli!”. Caricò i vecchietti nel furgoncino e cominciò subito a far circolare un po’ di fiaschi dì vino e insomma i vecchietti, disposti sotto il tetto da dove io me ne partivo in volo, ci credevano sul serio». Al posto della cascina, abbattuta, ora troviamo un spianata di cemento con attorno quattro villette, un capannone e qualche silos.

La villa alla Zelata

La villa sospesa “su palafitte” dove Lucia si concede all’ospite è alla Zelata di Bereguardo. Qui dimoravano l’allora proprietaria del “Corriere della Sera” Giulia Maria Crespi e suo marito, l’architetto Guglielmo Mozzoni. Anni dopo un piccato Mozzoni lamenterà che «Pasolini si è servito di quell’ambiente per raccontare cose che non sono in accordo con il mio modo di pensare».
In altre scene siamo a Villanterio, nella vicina Sant’Angelo Lodigiano oppure in riva al Ticino. E qui, dalle parti di Bereguardo, forse allo scrittore e regista pareva d’essere sulle rive del “suo” Tagliamento.
Come altre opere di Pasolini, Teorema non avrà vita facile: dopo la “prima” (nel 1968, alla Mostra del cinema di Venezia), la procura di Roma ne ordina il sequestro «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». Al processo veneziano che seguirà il pubblico ministero chiede la condanna di Pasolini a sei mesi di reclusione; il regista verrà infine assolto poiché, recita la sentenza, «Lo sconvolgimento che Teorema provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, Teorema non può essere sospettato di oscenità». Non di meno, al film verrà conferito il premio dell’Office Catholique International du Cinèma, accompagnato dal giudizio entusiasta del presidente della giuria, il sacerdote gesuita canadese Marc Gervais.

pasolini pavia

Dagli al “finocchio”

Marxista senza chiese, Pasolini è costantemente preso di mira, in particolare dagli ambienti neofascisti (ma anche da settori del Partito comunista) e fatto oggetto di una costante campagna di discredito. Come nell’agosto 1968 a Venezia per la “prima” di Teorema, dove viene insultato e minacciato da un manipolo di fascisti: c’era Carlo Cicuttini (uno degli autori della strage di Peteano nel 1972: tre carabinieri uccisi); c’era l’ordinovista trevigiano Roberto Raho, sodale di Carlo Maria Maggi (quel Maggi assolto nel 2005 per piazza Fontana e condannato nel 2017 all’ergastolo quale mandante della strage di piazza della Loggia a Brescia); e c’erano Marcello Soffiati (è l’informatore “Eolo” dei Servizi segreti italiani, americani e spagnoli) e il bombarolo nero Delfo Zorzi, implicato nella strage di piazza Fontana a Milano nel 1969, nella strage di Brescia del 1974 e in altre oscure trame del terrore.
Quel clima ostile a Pasolini ben lo ricorda l’allora esponente del Fuan (l’organizzazione universitaria della destra filofascista) e futuro parlamentare missino Tommaso Staiti di Cuddia, all’epoca studente presso l’Ateneo pavese: «A Pavia organizzai una cosa di cui mi sono pentito. Una sera venne in città Pier Paolo Pasolini a tenere una conferenza. E io e un’altra trentina di ragazzi, ci mettemmo ad aspettarlo con quattro chili di finocchi. Poi, quando lui arrivò, glieli tirammo addosso. Allora Pasolini mi avvicinò e mi disse: “Ma perché non vieni a discutere con noi?” Io in quel momento gli risposi con una banalità qualsiasi. Adesso penso di aver sbagliato».
Era il 22 ottobre 1964, e in via Varese si inaugurava il circolo culturale Labriola. A discutere di “Valori religiosi e marxismo”, con Pasolini c’erano Sergio Antonielli, Pio Baldelli, Michele Ranchetti e Lanfranco Caretti. Presenti in sala, Lucio Mastronardi, Renata Colorni, Alcide Malagugini. Erano altri tempi.

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