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C’era un popolo in Italia

28 novembre 2016

“Do you hear the people sing? Singing a song of angry men?
It is the music of a people who will not be slaves again” (Les Mirables)

di Marco Bonacossa

C’era una storia fatta di albe fredde nelle campagne di un’Italia unita solo nelle cartine geografiche.

Milioni di uomini e donne al canto del gallo si alzavano ed armati di falce e zappe andavano nei campi per far crescere così tanto ben di dio che avrebbe potuto saziare il mondo intero. Quelle invece erano le terre del padrone che con gli stivali puliti, la camicia bianca e un cavallo nero veniva a dare ordini ricordando che loro, i lavoratori, erano roba sua. Le sue bestie da soma.

Per tredici, quattordici ore la terra veniva amata e lavorata da chi non aveva niente, se non la prole. Cominciarono a chiamarsi proletari.

Dalle città e dalle officine qualcuno cominciò a predicare un nuovo vangelo. Venivano promesse l’uguaglianza, la libertà, diritti. La rivoluzione. Parole, sogni, miraggi. Come l’America. Qualcuno però ha creduto nell’America e ci è andato. Qualcuno è rimasto e ha pensato che un nuovo dio, il proletariato, non sarebbe poi stato così male.

Da domani se passa il padrone non ci togliamo più il cappello. Vogliamo anche lavorare di meno. E vogliamo anche più pane. Una lotta non è dura se non fa paura e le tasche del padrone si svuotano a forza di andare nei bordelli delle città e a fare offerte alla chiesa. Dio vi benedica signor conte. Assolvetemi padre. Voi già devolvete molti denari in beneficienza, siete assolto dai vostri peccati. Amen.

Le braccia incrociate non raccolgono più il grano, non strappano la gramigna e le vacche si lamentano per il latte non munto. Da soli non facciamo niente. Uniti possiamo tutto. E se il padrone si arrabbia? E se si arrabbia a noi cosa cambia? Solo noi conosciamo questa terra e come si lavora. Ha bisogno di noi. Vedrai che cede.

Sette giorni di braccia incrociate, di pance vuote, di mantelle e vestiti luridi e bucati. In testa i pidocchi, nello stomaco niente, nel cuore sogni d’amore e di rivoluzione.

Qualcuno ha visto il padrone venire verso la cascina. Insieme a lui però erano in tanti, tutti a cavallo, tutti in divisa, tutti armati.

Signor conte, ci siamo noi soldati del regio esercito e le nostre armi per ristabilire l’ordine. Prima di venire qua il parroco ci ha dato la sua benedizione. Quelli sono senza dio, si fanno chiamare socialisti. Grazie ragazzi. Allora diamogli questo socialismo. Di legnate.

Tra la nebbia e il frinire dei grilli da una parte uomini vestiti di grigioverde con i fucili a tracolla, dall’altra uomini, donne, vecchi e bambini con i rastrelli e la rabbia nelle mani. L’esito è scontato.

E’ una battaglia che è andata persa, non la guerra.

Lo spettro si aggira per l’Europa e fa paura. Nelle campagne, nei quartieri proletari si aggirano persone che hanno imparato a leggere e scrivere e dicono parole che arrivano prima al cuore che al cervello. Come al mare, durante la tempesta, si solleva una nuova onda. Ma nessuno di loro aveva mai visto il mare. Nessuno di loro aveva mai visto oltre il campo e la chiesa del paese. Nessuno di loro sapeva leggere e scrivere. Nessuno di loro conosceva qualcosa di diverso dalla fame e dal lavoro. Eppure tutti sapevano che bisognava lottare. Eppure tutti sapevano che nel mondo c’erano altre persone sfruttate come loro. E che le catene andavano spezzate per tutti e non solo per sé stessi.

Si dice che il re voglia mandarci tutti a combattere in guerra contro l’Austria e la Germania. Cosa faccio nonno? Non ci andare nipote. Ribellati. Alla tua età abbiamo scioperato una settimana. Ci hanno sparato contro i soldati e tuo padre è morto. Non è cambiato molto. Anzi, quasi niente.

Ma se ora tu andassi a fare quello che gli assassini di tuo padre ti ordinano, non faresti un torto a te stesso, ma a tutto il proletariato. Pensaci.

Da lontano il sibilo del treno dei soldati che vanno al fronte. Carne da macello per gli interessi dei potenti. E’ il popolo l’agnello sacrificale. Qualcosa dovremmo pur fare.

Deposta la zappa, si prende ago e filo. C’è una bandiera rossa da cucire. Ci sono treni da fermare e binari sui quali stendersi. Nessuno deve andare alla guerra.

L’arresto, la prigione, il fronte, le ferite, i morti. Anni di follia. I padroni hanno giocato con le nostre vite. Loro non c’erano in trincea. Noi sì.

Si torna a casa, ma niente è più come prima. Di notte gli incubi della guerra, di giorno i sogni della rivoluzione. Occupiamo i campi, occupiamo le fabbriche. Siamo tanti, siamo forti. In Russia ce l’hanno fatta, hanno ucciso lo zar. Ora tocca a noi.

Uno dei nostri ha tradito. Si è messo con i padroni. Ha gettato la bandiera rossa e ha messo la camicia nera. Si chiama Benito Mussolini.

Signor conte, con suo padre c’era l’esercito. I tempi cambiano, ora è lei il padrone e l’esercito che ci difende dai senza dio si chiama fascismo. Lei lo sa bene, la chiesa è povera e deve pensare alle anime, può solo pregare, ma le camicie nere hanno bisogno anche del suo aiuto. Una piccola offerta e che dio la benedica. Amen.

Olio di ricino, fiamme, bastoni, sogni svaniti e compagni spariti. Chi morto nel corpo e sepolto in tombe anonime, chi morto per il mondo e rinchiuso in prigione o al confino. Qualcuno è scappato all’estero, chissà se mai tornerà.

Venti anni di oblio, di adunate, di folle oceaniche, di discorsi al balcone e di un impero ritornato sui colli di Roma. Un paese in divisa e l’altro ridotto al silenzio. Poi la guerra, le sconfitte, i soldati congelati in Russia o dispersi in Africa. Una sera d’estate l’ubriacatura. Si abbattono i vessilli del regime caduto come un castello di carte. Neanche il tempo di riprendersi dalla sbronza che bisogna imparare il tedesco per sopravvivere.

Ci si incontra, di nascosto, in case anonime. Qualcosa dobbiamo pur fare. Dobbiamo riconquistare la libertà. Dopo la notte dovrà sorgere il sol dell’avvenire. I compagni chiusi nelle prigioni piangono per le torture, altri viaggiano con gli ebrei sui treni diretti in Germania e Polonia. Noi siamo qua. Saliamo in montagna e armiamoci.

Nessuno vuole più la guerra, nessuno vuole più il duce, tutti odiano i tedeschi. Sono tanti i giovani che disertano e salgono in montagna. Non sono tutti compagni. Tanti lo sono, altri credono soltanto che l’essere umano sia nato libero e che tale debba rimanere.

D’estate scendiamo dai monti e andiamo a liberare frazioni e paesi, catturiamo armi ai fascisti e uccidiamo i tedeschi. Lo facciamo per la libertà. Lo faccio per mio nonno, ucciso per lo sciopero nei campi, e per mio padre costretto a combattere sul Carso. Lo faccio per me, per i compagni e perché i miei figli possano nascere in un’Italia libera. E dopo la libertà voglio che sorga il sol dell’avvenire, la rivoluzione.

L’inverno è duro. Si gela. Il freddo e i tedeschi sono temuti alla pari. La neve è nostra nemica. Bisogna stringere i denti quando riusciamo a non farli battere. Arriverà la primavera. La rossa primavera.

Ad aprile i tedeschi e i fascisti scappano. Siamo tanti. Cantiamo. Sorridiamo. Beviamo. Le donne sono tutte belle. Costruiremo un paese nuovo, migliore. Vedrai.

Nelle piazze carri pieni di fucili. File di giovani, di uomini e di donne con un fazzoletto rosso al collo depongono le armi. Un soldato americano assiste distratto a quel funerale laico. Non capisce quando qualcuno di loro piange. Strabuzza gli occhi quando qualcuno di loro bacia il mitra. Non è solo una stagione che finisce. Ma è un sogno: la rivoluzione. Qualcuno ci crede ancora. Qualcuno ha capito. Ora c’è rimasto il gran partito. Un monolite con delle fessure. Il nuovo orizzonte verso il quale voltarsi e consegnarsi.

Le fabbriche sono i nuovi campi. Ore di lavoro sottopagato, chi protesta muore di fame, chi tace si ammazza di fatica. Nessun diritto. Il signor conte ha venduto i terreni e ha aperto due aziende metalmeccaniche. I padroni di ieri ora si chiamano industriali. Gli sfruttati di oggi si chiamano operai. Cortei, manifesti, bandiere rosse e piazze piene per una nuova libertà.

Papà, ma anche tu hai preso le armi per fare la rivoluzione. Dimmi cosa c’è di diverso. Di diverso c’è che noi lottavamo contro i nazifascisti. Quando nel ’68 occupavi l’università non protestavo. Ma ora no. Come hai detto che vi fate chiamare? Brigate Rosse? Ma andiamo. Finirete con l’inimicarvi tutta la classe operaia. E ricordati una cosa: chi usa le armi prima o poi uccide qualcuno. E quello è il punto di non ritorno. Non ce l’abbiamo fatta noi a far la rivoluzione, non crederete di poterla fare voi. Non andrete da nessuna parte.

Le parole d’ordine sono sempre le stesse: rivoluzione e riscossa del proletariato. Ma ora nei cuori c’è solo tanta rabbia e non esiste più il sol dell’avvenire, ma il presente. Scritto con il piombo dei proiettili delle P38. Compagni e fascisti muoiono negli scontri del sabato pomeriggio. Politici e poliziotti muoiono per volontà di direzioni strategiche di autoproclamate avanguardie proletarie. Dietro di loro all’inizio qualcuno, poi nessuno. Combattenti solitari di un’immaginaria guerra che produce tragedie vere.

Qualcuno muore con la pistola in mano, qualcuno è sepolto dagli ergastoli, qualcuno ritrova la ragione, qualcuno trova la sua via nel bucarsi.

Passano gli anni. Cade il muro. Persino il partito non esiste più. Ha cambiato nome. Ha cambiato pelle. Ci si trova nelle commemorazioni. In quelle giornate saluti e canti sono ammessi. Qualcuno lo fa sorridendo, qualcuno per tradizione, qualcuno con una lacrima che scende sul viso.

Quello delle televisioni ha vinto le elezioni. E’ caduto e si è rialzato. Tre volte. Ora non c’è più, ma c’è la sua eredità culturale, se così possiamo definirla.

Papà, voi avevate il partito, ma la mia generazione, fatta di giovani precari ed altri emigrati, che cosa ha?

Non era poi così grande quel partito, figlio. Prima parlava di rivoluzione e poi chi come tuo zio, sbagliando, ha creduto troppo in quelle parole prima lo ha accusato di essere un fascista, poi un compagno che sbagliava e dopo lo ha abbandonato e venduto alla polizia. Io invece gli sono rimasto fedele, al partito, e senza discutere niente un bel giorno ci ha detto che il rosso non era più di moda. Non era poi così grande quel partito. Non avete bisogno di quello voi. Dite soltanto la verità. E’ l’ultimo atto rivoluzionario. E’ la base di ogni rivoluzione passata e futura. Da soli non fate niente. Uniti potrete fare tutto.

Un fratello fascista per Madre Teresa

4 settembre 2016

Il 24 luglio 1944 Felice Fiorentini, il comandante della polizia speciale Sicherheits Abteilung, era al comando del rastrellamento nazifascista che aveva in progetto di eliminare le forze partigiane arroccate sulle colline e sui monti dell’Oltrepò e che avevano già occupato gran parte del territorio intorno a Varzi. Il colonnello, posto alla guida di centocinquanta allievi ufficiali di artiglieria, venti militi della Gnr e una trentina di uomini della Sicherheits Abteilung, si diresse verso il Brallo.

Sfavoriti dalla natura del luogo e dalle scarse capacità tattiche del comandante, i suoi uomini furono circondati dalle formazioni partigiane e bloccati nei pressi del Torrente Aronchio. Verso sera si ritirarono disordinatamente a Varzi, non prima dell’incendio di una casa e di un cascinale ritenuti, erroneamente, di proprietà di Angelo Gattoni, un partigiano del posto.

La colonna fascista lasciò sul posto diversi morti e cinque dei suoi militi furono catturati.

Tra questi vi era il maggiore albanese della Guardia Nazionale Repubblicana Bojaxhju Laska, fratello della futura Madre Teresa di Calcutta,  ed Elsa Cristofori, milanese, che dalla X° Mas passò alla Sicherheits con Mariuccia Battaini, segretaria di Fiorentini. Gli altri prigionieri furono processati e condannati alla prigionia, mentre la Cristofori, riconosciuta come responsabile di torture e fucilazioni di partigiani, venne fucilata nella piazza di Brallo, davanti alla popolazione. Don Ponti, il parroco del paese, ricorda così quel giorno:

«I tre prigionieri furono condotti al Brallo dove gli animi eccitati, sia dei partigiani che della popolazione presente, determinò la condanna a morte degli stessi. I cosiddetti ribelli non infierirono contro il maggiore albanese ed il suo milite, limitandosi, non so perché all’immediata uccisione di Elsa Cristofori sulla piazza di Brallo».

Successivamente il fratello della futura santa cattolica fu liberato a seguito di uno scambio di prigionieri.

(tratto da Sicherheits. I disperati del fascismo di Marco Bonacossa, edito da Effigie edizioni)

Il binario morto vivente

11 agosto 2016

La strage di piazza della Loggia e le “convergenze parallele” delle verità storiche e giudiziarie

di Marco Bonacossa

Sono passati 41 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia. Era il 28 maggio 1974: pochi mesi prima esordiva sula canale televisivo americano ABC la serie “Happy days”, in aprile cadeva con la “Rivoluzione dei garofani” la dittatura militare portoghese e a maggio i sostenitori del divorzio trionfavano con la vittoria del NO nel referendum.

Pochi giorni fa sono state presentate le motivazioni per la condanna all’ergastolo in appello di Carlo Maria Maggi (classe 1934) e Maurizio Tramonte (classe 1941).

Un percorso giudiziario iniziato nel 1979 e che ha visto ben 3 processi, 10 gradi di giudizio e decine di imputati infine assolti. Molti di loro rientrano anche in altre storie processuali legate alle stragi avvenute in Italia nel lustro ’69-’74. Nomi sconosciuti all’opinione pubblica e noti soltanto ai protagonisti di allora e agli studiosi degli Anni di piombo.

Carlo Maria Maggi, medico veneto, era il responsabile della cellula veneziana di Ordine nuovo, insieme a Franco Freda tra i più importanti esponenti veneti del gruppo e iscritto al Movimento Sociale Italiano, che poi lo espulse nei primi anni settanta. Nell’87 è condannato a 12 anni per reato associativo nel processo per la strage di Peteano, nell’88 a 9 anni per ricostituzione del partito fascista. Assolto con sentenza definitiva per la strage di piazza Fontana e per quella alla questura di Milano.

Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” dei Servizi segreti italiani, si è detto meravigliato della sentenza e, senza fare però alcun nome, ha dichiarato che i mandanti e i responsabili della strage sono ancora a piede libero.

Senza addentrarci ora nel ginepraio giudiziario riguardante questa ed altre stragi (è comunque importante farlo per approfondire la materia), ci si trova per l’ennesima volta di fronte all’evidenza di come la verità storica e quella giudiziaria percorrano “convergenze parallele”. Se la verità giudiziaria richiede prove certe ed indiscutibili certificate da perizie tecniche e scientifiche, la verità storica si serve anche di queste ma, soprattutto, di una visione d’insieme che va oltre le rilevazioni peritali e si sostiene su procedimenti logico deduttivi e/o induttivi. Premessa fondamentale è, ovviamente, la conoscenza generale del macro fenomeno storico (nel nostro caso la guerra fredda), per poi approfondire un’area particolare (nel nostro caso l’Europa occidentale sotto l’ombrello della Nato e quindi l’Italia). Infine è fondamentale conoscere la politica americana, condivisa da ampi settori militari e politici italiani, di “salvaguardia” della giovane democrazia tricolore dal pericolo comunista, riassumibile sommariamente con la definizione di “Strategia della tensione”.

Al di là delle singole responsabilità processuali, per Maggi e Tramonte aspettiamo il verdetto in Cassazione, è necessario che chiunque si addentri in queste tematiche, giornalisti in primis, conosca tutto questo e che, nelle università, nelle scuole superiori o negli incontri pubblici, i professori o gli studiosi della materia chiariscano non solo il panorama storico ma il doppio binario della verità, quello storica e quella giudiziaria. Se dovessimo infatti giudicare la Storia e le singole responsabilità individuali basandoci esclusivamente sulle sentenze vedremmo che l’unica strage per la quale sono stati individuati i colpevoli materiali (sono molti i miei personali dubbi su queste condanne) è quella di Bologna del 2 agosto 1980 e che per tutte le altre sono sconosciuti i nomi dei mandanti e degli esecutori. Soltanto proseguendo nella ricerca storica è possibile continuare a percorrere la via della verità camminando su quegli stessi binari che, per interesse o per difficoltà contingenti, qualcuno vuole morti.

L’odore della merda

7 aprile 2016

A proposito dell’intervista al figlio di Totò Riina penso che la miglior risposta sia quella scritta su Facebook da Claudio Fava, figlio di Giuseppe, assassinato dalla mafia catanese nel 1984. Non ritengo affatto sbagliato intervistare un mafioso o il figlio del capo dei capi. Enzo Biagi, per esempio, scrisse il “Crepuscolo degli dei”, un libro meraviglioso pubblicato nel 1961, nel quale intervistava i figli di gerarchi nazisti come Himmler, Hess, Von Ribbentrop, Von Schirach e che non descrivevano i loro padri in maniera dissimile da Giuseppe Riina. Ma, come sempre, anche nell’intervistare i criminali o i “figli di” ci vuole coraggio e intelligenza per saper porre le giuste domande e far sgretolare quella montagna di merda. (M.B)

LE DOMANDE GIUSTE
Il problema non è intervistare il figlio di Riina o Totò Riina in persona o un altro macellaio mafioso. Il problema è come lo intervisti. Le domande che gli fai. Le risposte che pretendi di ottenere. Senza piaggerie, senza untuosità. Il punto è che se davanti hai il figlio di Totò Riina non gli permetti di costruire il siparietto su quant’era bravo e premuroso quel padre, che tanto della mafia se ne occupano i tribunali. Se quell’intervista hai voglia (e le palle) per farla, la fai come si deve: costringendo il cerimonioso rampollo a parlare degli ammazzati collezionati dal padre, dell’odore del napalm che attraversava quegli anni palermitani, dei soldi accumulati dal suo genitore, del potere esercitato, delle obbedienze ricevute. Dei suoi amici, gli chiederei. Dei protettori, dei servi, degli imbelli. Gli chiederei di parlare di Cosa Nostra, altrimenti aria!
Io lo avrei intervistato, il figlio di Riina. Come a Panama ho intervistato il generale Noriega. In Somalia il signore della guerra Aidid. A Bagdad il vice di Saddam, Tarek Aziz quando il suo capo era in guerra col mondo. E in Salvador il colonnello D’Abuysson. A Roberto D’Abuysson chiesi, senza giri di parole, se fosse vero che monsignor Romero l’aveva fatto ammazzare lui. Non mi rispose: si tolse gli occhiali a specchio, li pulì a lungo, li inforcò di nuovo, mi guardò. E non mi rispose. Poi mi disse che l’intervista era finita. Fu la mia migliore intervista.
Ve lo ricordate Peter Arnett quando intervistò Saddam che aveva appena invaso il Kuwait? Arnett era l’unico americano a Bagdad, un potenziale e preziosissimo ostaggio. In quell’intervista mise in ginocchio il rais, gli tolse il sorriso dalla bocca, lo umiliò senza insultarlo: bastarono la schiena dritta e le domande giuste. Un’intervista magistrale.
Il punto è che Vespa non è un giornalista. O meglio: con il figlio di Riina o di Casamonica non gli interessa fare il giornalista. Non ha la schiena dritta. Fa le domande sbagliate. Gli serve solo l’audience. E se per un punto di share in più conviene parlare del natale in casa Riina piuttosto che dell’estate di Capaci, Vespa questo farà. Insomma, un intrattenitore, un imbonitore, minuscolo con i potenti, gradasso con i vinti. E non risolvi nulla se metti a fianco dell’intervista al giovane Riina l’altra intervista a un orfano di mafia: cos’è, mafia e antimafia? Un auditel del dolore? Un modo per ripulirsi la coscienza?
Se il figlio del capo dei capi di cosa nostra scrive un libro e ha voglia di farsi intervistare deve venire a spiegarci quello che noi vogliamo sapere, non quello che lui vuole dirci. Al posto della Rai, l’intervista l’avrei fatta ma l’avrei affidata a uno dei suoi giornalisti (qualcuno c’è…) che le domande sa farle senza chiedere permesso, che non si sarebbe accontentato dei teatrini familiari di casa Riina ma avrebbe preteso dal signor figlio di parlare di tutto il resto. Oppure, meglio, l’avrei fatto intervistare da uno delle decine di giovani e bravi cronisti che gli amici di Riina minacciano ogni giorno di morte e di scomunica, che sono costretti a vivere sotto scorta, che fanno questo lavoro per quattro euro ad articolo.
E se a quel punto Riina junior s’offendeva, non voleva, si rifiutava: bene. Era quella l’intervista.
Claudio Fava

Bombe e petrolio

17 febbraio 2016

Il risiko mondiale tra guerre e barili

di Marco Bonacossa

“E’ una guerra per il petrolio”. Quante volte abbiamo detto e sentito questa frase in occasione dei conflitti internazionali. Anche per la guerra siriana, uno dei tanti teatri bellici che dilaniano il nostro pianeta, possiamo parlare di una guerra militare geopolitica e di una guerra per il petrolio che si intrecciano, divenendo un’unica ingarbugliata matassa di interessi economici e politici regionali e internazionali.
Facendo una breve sintesi degli schieramenti bellici schierati sul “campo da gioco” siriano troviamo da una parte la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti che appoggiano una non ben definita “opposizione moderata” siriana contro il tiranno Assad sostenuto da Russia e Iran.
Tutti a parole si dichiarano contro l’Isis che controlla la parte nord-est del Paese, tutti dichiarano di voler scendere in campo per sconfiggere militarmente il califfato e ognuno di loro ha bombardato o ha dato supporto tecnico per bombardare le postazioni dei fondamentalisti islamici di Al Bagdadi.
Come abbiamo visto, ed è ormai noto, il vero scopo dei turchi è eliminare o quantomeno ridurre all’osso la capacità militare dei curdi, gli unici attori realmente e quotidianamente coinvolti nella guerra alle truppe del califfato.
L’Arabia Saudita affianca il governo di Erdogan per eliminare un rivale storico come Assad e riaffermare il proprio ruolo egemone nell’area mediorientale messo a repentaglio dallo stato sciita iraniano che può contare sull’amicizia del presidente siriano e dell’Iraq.
La Russia, già vicina alla famiglia Assad dai tempi dell’Unione Sovietica, non può permettere che un suo storico alleato venga deposto dagli amici degli americani e possa perdere ulteriori territori di interesse, oltre a quei territori europei già URSS (vedi paesi baltici, Polonia, Ucraina) e poi passati sotto l’ombrello della Nato.
Oltre all’aspetto militare è importante analizzare anche il ruolo del petrolio in questa storia.
Il prezzo del petrolio nel giugno 2014 era di 115 dollari al barile, oggi siamo a circa 30 dollari.
Una caduta vertiginosa dei prezzi che ha come responsabile, ma non unicamente, gli Stati Uniti d’America che, grazie, alle estrazioni di Shale gas sul proprio territorio riesce a garantire il fabbisogno energetico interno del 55%.
In una situazione mondiale profondamente scossa dalla crisi economica il consumo di petrolio è calato notevolmente e l’Arabia Saudita, che gioca da decenni un ruolo da protagonista, non ha diminuiti affatto i livelli della propria produzione petrolifera, consapevole che ciò avrebbe portato ad un abbassamento dei prezzi, per non regalare fette di mercato ad altri paesi, come Russia, Venezuela, Iran, Iraq, Kuwait. Forte dei suoi dei suoi circa 350 miliardi di dollari di riserve l’Arabia Saudita potrebbe interrompere completamente la propria produzione petrolifera e resistere tranquillamente per circa tre anni (fonte: Limes, n. 12. 2014, p. 244).
Chi invece non può aspettare è la Russia che, ripresasi dal tracollo economico sovietico con la massiccia produzione ed esportazione di petrolio, è entrata in un periodo di recessione e non ha la forza e il tempo di diversificare la propria economia e trovare altrove le entrate per il proprio fabbisogno. Le spese per sostenere la propria politica militare, mai così alta dal 1991, e il discreto benessere della classe media russa, che per la maggior parte è la spina dorsale del sostegno politico di Putin, necessitano di un prezzo medio del petrolio a circa 100 dollari al barile.
Una grossa mano le è stata tesa dalla Cina che ha siglato, nella primavera del 2015, con il proprio vicino di casa un accordo trentennale di forniture di idrocarburi del valore complessivo di 300 miliardi di dollari. Un accordo commerciale che è una vera e propria alleanza.
L’Iran, uscita da poco meno di un mese dal regime delle sanzioni, ha la necessità di far ripartire, velocemente, la propria economia ed ha annunciato l’intenzione di riportare la produzione del petrolio dai 2,9 milioni di barili al giorno di oggi a 4 milioni, ovvero la quota pre-sanzioni.
L’Iraq, invece, che vede drenare tutte le sue entrate nel mantenimento dell’esercito in guerra contro l’Isis, ha una produzione petrolifera molto alta, circa 4,4 milioni di barili al giorno.
Sul Ilsole24ore di oggi è stato scritto di un accordo tra i paesi Opec e la Russia per congelare la produzione di petrolio sui livelli attuali ed evitare così un abbassamento dei prezzi o la perdita di clienti in caso di diminuzione della produzione. Un accordo voluto dall’Arabia Saudita, appoggiata dal Kuwait e dal Venezuela, la cui condizione economica è disastrosa, e accettato malvolentieri dalla Russia che si trova, attualmente, impossibilitata a muoversi. Iran e Iraq, per i motivi sopracitati, non sono affatto d’accordo e se l’ex paese persiano volesse davvero aumentare la propria produzione petrolifera l’accordo salterebbe, il prezzo del petrolio crollerebbe e le economie di molti paesi, Russia in primis, oltre ai loro partner commerciali, vivrebbero un’altra profonda crisi economica. Una matassa davvero inestricabile.

Asm: vi spieghiamo tutta la storia

25 ottobre 2015

Per ricordare il grande FRANCO MAURICI e per raccontare ai pavesi come hanno rubato i loro soldi. NON MANCATE! MERCOLEDì 28 OTTOBRE ALLE ORE 21 presso il CIRCOLO ARCI RADIO AUT

28 OTTOBRE

Insieme per…l’arsenale

3 luglio 2015

Laboratorio di progettazione partecipata “open space technology”
29-30 Giugno 2015

Alcune idee e proposte da parte di Insieme per Pavia

“Un’idea della città” di Paolo Ferloni

L’area dell’Arsenale può essere esaminata, studiata, affrontata con un progetto – più o meno partecipato – anche da sola, e si presta a un approccio di questo tipo perché è da oltre un secolo una zona chiusa entro i suoi muri, relativamente ben conservata e priva di interazioni funzionali con il resto del quartiere Pavia Ovest e della città, se si prescinde dalle poche centinaia di addetti che vi lavoravano. Si rileva che un’attenta coscienza culturale e politica di oggi sconsiglia di considerare l’Arsenale come se possa essere isolato dal resto della città, anche se in passato lo era, e se ha sempre rappresentato una separazione tra il centro di Pavia e il quartiere di Pavia Ovest.
Esso infatti fin dalla sua origine è stato oggetto di una operazione industriale e tecnica simile a quelle con cui si diede avvio ad altre industrie cittadine private che hanno lasciato aree dismesse in eredità alla Pavia odierna. Nel caso dell’Arsenale un ente pubblico (Ministero della Difesa) ha scelto e acquisito un’area agricola per i propri scopi organizzativi e produttivi e l’ha utilizzata per costruirvi, a partire dal 1862, un insieme di edifici adibiti a vari usi e produzioni non inquinanti. Esaurite dopo un secolo e mezzo le attività e funzioni esercitate nell’area, essa è stata dismessa senz’alcuna forma di consultazione della città. Tale atteggiamento delle autorità militari nei confronti dei cittadini è stato altrettanto indifferente quanto quello dei proprietari privati di aree industriali dismesse.
I problemi posti da queste ultime aree nel contesto cittadino sono senza dubbio più gravi di quelli che presenta la zona dell’Arsenale. Ma si tratta in ogni caso di aree da recuperare ad una visione e fruizione da parte della città, a proposito della quale occorre formare e maturare un’idea che descriva e ne interpreti le funzioni e i significati utili e vantaggiosi per tutti nel mondo di oggi e in quello di domani. Né ci si può illudere che sia necessario o sufficiente quanto proposto dalla Relazione del Progetto Scuola 21 del Liceo Artistico “A. Volta” di Pavia “Un bene storico da tutelare e valorizzare: lo Stabilimento Genio Militare di Pavia” (Pavia, 2010) in cui, con buona ingenuità del tutto apprezzabile, a pag. 7 si ipotizzava:“L’abbattimento del muro lungo via Riviera, che attualmente delimita l’area in quanto militare, consente l’integrazione degli edifici esistenti con il tessuto cittadino”. E si prevedevano sommariamente usi commerciali, residenziali, ricreativi.
Forse è bene sottolineare che non basta prospettare l’ abbattimento di un muro per integrare in modo efficace un’area nella città, ma occorre sviluppare riflessioni approfondite su quanto la città contiene, offre e serve a chi vi abita stabilmente, a chi vi è domiciliato provvisoriamente, a chi la visita per tempi brevi, e a tutte le generazioni che ne possono usare gli spazi, sia privati che pubblici. E a seguito di simili approfondimenti è ragionevole proporre insediamenti che tengano conto degli interessi privati e siano finalizzati agli interessi collettivi, come era a modo suo finalizzato l’Arsenale stesso, che ha lasciato alla città un territorio in sostanza non compromesso da scelte ambientali negative, anzi connotato da criteri di un uso pubblico efficiente.
Alcune proposte” di Walter Veltri

L’Arsenale è tra le più estese aree dismesse presenti sul territorio di Pavia.
Inoltre è collocato in un ambito strategico confinante con il fiume Ticino ed a breve distanza dal centro storico.
Sarebbe opportuno che per tutte le aree dismesse venisse elaborato un progetto unitario per individuare le singole funzioni da insediare in ciascuna e le priorità da prospettare.
L’area in questione è pubblica per cui nella progettazione dovrà prevalere l’interesse comune rispetto a quello degli speculatori che in passato e in questi anni hanno devastato la città.
L’area è molto estesa, misura circa 143.000 m2 per cui è auspicabile che vi trovi collocazione un mix di funzioni.
Dopo la chiusura delle fabbriche a Pavia è quasi completamente assente un apparato produttivo. Dunque nell’Arsenale potrebbe trovare sistemazione un distretto industriale innovativo (Polo Tecnologico) che si occupi prevalentemente, in sinergia con l’Università e gli altri soggetti istituzionali presenti in città, di ricerca e sviluppo con ricadute occupazionali qualificate prevalentemente giovanili.
Potrebbe trovare collocazione anche il polo scolastico previsto prima al Ticinello e successivamente in via Tibaldi. Molti sarebbero gli aspetti positivi di questa scelta. Si potrebbe creare un percorso pedonale per consentire di arrivare dalla ferrovia e dalla stazione degli autobus direttamente a scuola senza dovere usare altri mezzi con tutti i benefici connessi. Inoltre essendo Istituti tecnici gli studenti potrebbero avere lezioni anche a stretto contatto con le aziende.
E’ anche importante che l’area venga utilizzata per l’intero arco della giornata per evitare che ad una certa ora diventi un deserto. Pertanto potrebbero esservi collocate svariate attività ricreative, culturali e formative, assieme ad aree che favoriscano la socializzazione.
Vista la vicinanza al fiume, sarebbe bene prevedere iniziative collegate al Ticino ma che non siano impattanti sul territorio.
“Progettare con bellezza, funzionalità e sostenibilità” di Stefania Vilardo

L’ Arsenale ha notevoli punti di forza e rischiosi punti deboli: è localizzato in un’area pregiata (sul Ticino, vicino al centro storico e alla tangenziale), fino ad ora separata dal resto della città, di dimensioni importanti, tali da sembrare difficili da gestire ma, proprio per questo, capaci anche di qualificare il futuro della città. Non richiede bonifiche onerose, è costituito da bei manufatti storici in buone condizioni; soprattutto è “un luogo nel cuore dei pavesi” (l’affluenza di domenica 21 Giugno, quando è stato aperto alle visite, ne è testimonianza) e, ancora di più, è un’occasione di rigenerazione urbanistica, sociale, politica.
La considerazione da cui partire è che l’orizzonte temporale entro cui pensare il progetto deve essere lungo: “in me non c’è che futuro”, così recitava uno dei motti di Adriano Olivetti, un uomo che ha prodotto cose belle e funzionali, in modo sostenibile.
Di cosa ha bisogno la città oggi, ma anche tra cinquant’anni? Bisogna fare uno sforzo, avere una mente aperta, soprattutto convincere i politici che l’Arsenale va oltre il loro tempo. Non bisogna avere paura di sperimentare nuovi modi di produrre, vivere, fruire del tempo libero. Nuovi per Pavia ma che in altri luoghi, in Italia o all’estero, esistono già.
Secondo punto importante è che le istituzioni pubbliche siano consapevoli degli obiettivi e degli strumenti: di pianificazione, di gestione, finanziari, soprattutto nel dialogo con i privati: il “realismo finanziario”, o meglio il nanismo politico, apre le porte alla speculazione e agli interessi di pochi.
Date queste premesse si possono delineare le caratteristiche che dovrebbe esprimere il progetto: bellezza, diversamente il degrado sarà in agguato, e poi perché ne abbiamo diritto in una città dove l’ultimo edificio decente risale al periodo fascista; funzionalità diurna e notturna rispetto alla città, assecondandone i bisogni produttivi e ricreativi; sostenibilità perché di questi tempi è inderogabile, quindi si pretenda la certificazione Leed, anche per trainare l’economia di un settore come l’edilizia che può superare la sua crisi solo innovandosi.
In linea con questi elementi proviamo a elencare alcuni esempi, ma se si rispettano queste premesse, anche altre proposte realizzeranno progetti virtuosi e rispettosi degli interessi di tutti.
La Casa delle Culture: giovanili, scientifiche, o della memoria, per liberare le potenzialità delle numerose associazioni o istituzioni presenti in città, con un Centro Congressi capace di internazionalizzare Pavia.
Un Polo Scolastico delle scuole superiori a indirizzo artistico e tecnologico, in dialogo con la Casa delle Culture e gli insediamenti produttivi.
Un Polo Tecnologico\artigianale che ospiti innovazione nei prodotti e nei modi di produrre.
Un Polo Ricreativo per rispondere alle esigenze di una città universitaria e, più in generale, a un tempo libero di qualità: impianti sportivi (utili anche per il polo scolastico), locali di ristorazione di varia natura, mense per studenti.
Un Polo delle Altre Residenze come esempio di un altro modo di abitare, che coltivi la condivisione, la partecipazione, la consapevolezza delle relazioni.

Insieme Per Pavia

Email: insiemeperpavia@gmail.com Facebook: https://www.facebook.com/insiemeperpavia

Buco nell’acqua

28 giugno 2015

A quando il bando per la sua gestione?

di Cristina Coglitore

Ieri la Folperti ha chiuso. La piscina comunale dovrebbe riaprire all’inizio di settembre ma non si ha ancora notizia del bando per la sua gestione promesso da Davide Lazzari su Provincia Pavese. La gestione degli ultimi sei anni è già stata prorogata di sei mesi (da fine 2014 a fine giugno 2015) proprio per dare modo all’amministrazione appena insediata di fare le cose bene e per tempo. Lazzari ha dato rassicurazioni a tutti ma i fatti purtroppo dimostrano il contrario. Come per esempio lo scorso 27 aprile:”… stiamo lavorando per una piscina nuova, tutta a carico della società che si aggiudicherà l’appalto….”.

Io sono in contatto da mesi con l’assessore al quale ho chiesto l’adeguamento al decreto legislativo 236 del 1989 (accessibilità per tutti). Lazzari l’ha ovviamente promessa (non poteva fare altrimenti…) ma non subito: dopo. Il progetto da lui descritto prevede un primo bando della durata di un anno durante il quale il nuovo gestore non muoverà una virgola dall’attuale stato documentato da Provincia Pavese lo scorso 20 maggio (la piscina risale ai primi anni ’80). Un secondo lungo nove anni dovrebbe consentire alla società sportiva di investire 800 mila € per migliorare la piscina consentendone l’accesso anche ad handicappati.

Sette anni fa il precedente bando era andato deserto e Fin (Federazione Italiana Nuoto) era intervenuta per tenere aperto l’impianto comunale da mattina a sera quasi tutti i giorni dell’anno (escludendo Natale e 1 gennaio).Spero di poter continuare a nuotare in Folperti, unica piscina di città.

Riuscirà l’amministrazione a definire un bando di gara sensato?

La “Buona Scuola”… per ricchi

20 giugno 2015

L’attualità di Calamandrei per la scuola del domani
di Walter Veltri

È iniziata al Senato, dopo l’approvazione della Camera, la discussione sulla contestatissima riforma della scuola denominata la “Buona Scuola”. Contro questa proposta di legge da tempo si stanno battendo non solo i professori ma anche gli studenti e le famiglie e – cosa mai successa in passato – al recente sciopero generale, partecipatissimo, hanno aderito tutte le sigle sindacali. Nonostante questa massiccia opposizione Renzi, i replicanti renziani e la ministra Giannini continuano ad affermare di essere disponibili al dialogo e a tenere conto delle contro proposte, ma nei fatti stanno andando avanti imperterriti introducendo qualche modifica marginale. I punti più contestati della riforma sono: le assunzioni dei precari, i poteri dei presidi, i premi e gli scatti, il cinque per mille e gli sgravi alle scuole paritarie. Non entro nel merito dei primi tre punti perché sono stati oggetto di approfondite discussioni sia tra gli addetti ai lavori che sulla stampa. Non mi soffermo neanche sul punto riguardante la destinazione del cinque per mille perché è stato stralciato e verrà probabilmente riproposto nella prossima legge di stabilità. Invece tra i punti indicati quello che ritengo più pericoloso riguarda il finanziamento alle scuole paritarie. Se la riforma dovesse diventare legge, compreso il finanziamento alle scuole private, verrebbe seriamente compromessa la sopravvivenza della scuola pubblica. Infatti non è senza significato che in tutte le manifestazioni la parola d’ordine è stata la difesa della scuola pubblica.
In concreto il testo di legge dispone la detraibilità delle spese sostenute dalle famiglie i cui figli frequentano una scuola paritaria: fino a 400 euro l’anno per studente, dalla scuola d’infanzia alle superiori. Queste agevolazioni alle scuole paritarie previste dalla legge si aggiungono a quelle già operative in diverse regioni sia governate dal centro-destra che dal centro-sinistra compresa la Lombardia. Si destinano risorse alle scuole private invece di finanziare quelle pubbliche sia per acquistare tutti i beni necessari per il loro funzionamento (compresa la carta igienica) ma soprattutto per effettuare la manutenzione degli edifici fatiscenti. Inoltre la legge prevede che chi farà donazioni a favore delle scuole per la costruzione di nuovi edifici, per la manutenzione, per la promozione di progetti dedicati all’occupabilità degli studenti, avrà un beneficio fiscale in sede di dichiarazione dei redditi (un credito d’imposta del 65% della somma versata).
È evidente che i maggiori finanziamenti li riceveranno le scuole private e anche pubbliche frequentate dai figli di professionisti, imprenditori e dei ceti più abbienti mentre le scuole collocate in particolare nelle periferie e frequentate dai figli dei ceti meno abbienti continueranno ad avere scuole pericolanti e saranno prive delle necessarie attrezzature didattiche. Così si avranno scuole di serie A e di serie B. Infine nella riforma è previsto l’ingresso dei privati nella scuola con la conseguenza che le maggiori risorse saranno destinate agli Istituti e facoltà ad indirizzo scientifico le cui materie sono funzionali all’industria rispetto a quelle ad indirizzo umanistico.
Le risorse previste dal testo di legge sono aggiuntive rispetto a quelle che già oggi ricevono le scuole private dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, quantificate annualmente in 475 milioni di euro oltre al pagamento dello stipendio dei circa 20.000 insegnanti di religioni che sono gli unici ad aumentare di numero nonostante siano sempre più numerosi gli studenti che decidono di non frequentare l’ora di religione. Non solo vengono retribuiti dalla Stato ma alle assunzioni provvedono le Diocesi le quali decidono anche in base alle caratteristiche delle persone, nonostante l’art.3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
È dalla Costituente che viene periodicamente riproposto il finanziamento delle scuole private cosa mai avvenuta in passato per avere trovato un ostacolo insormontabile nell’art.33 della Costituzione nel quale è scritto che «Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo stato». Ostacolo rispettato persino dalla Democrazia Cristiana e che invece Renzi con la sua riforma vuole aggirare.
Questo pericolo era già stato avvertito negli anni Cinquanta da Piero Calamandrei, il quale aveva pronunciato un profetico intervento, di cui si riportano alcuni stralci, al III° Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. Molte delle affermazioni di Calamandrei sono ancora attuali anche se sono passati più di 60 anni.
«Rendiamoci ben conto – affermava Calamandrei – che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che vuol dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici».
Il punto centrale del suo intervento riguardava proprio il tema delle risorse a favore delle scuole private.
Diceva Calamandrei: «lo Stato comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Si consiglia persino ai ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di stato».
Per Calamandrei questa operazione si fa in tre modi: 1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza ed il controllo delle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private danaro pubblico. Come avviene il finanziamento, frodando la legge, attraverso l’idea dell’assegno familiare scolastico.
Continuava Calamandrei: «questo gioco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto a favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli nelle scuole private». Per rendere più incisiva quest’affermazione egli ricorreva ad un paragone relativamente alla giustizia: «voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche agli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri».
La privatizzazione della scuola è la vera essenza della riforma Renzi. Ma fortunatamente alla legge si oppone un ampio schieramento sia nelle piazze che in Parlamento. Opposizione che ha fatto sentire la propria voce anche alle recenti elezioni amministrative e che Renzi vuole piegare ricorrendo al ricatto minacciando, se non verrà approvata, di rinviare la riforma al 2016 compresa l’assunzione degli insegnanti precari.

Il Depa incontra i pavesi

13 giugno 2015

Ad un anno dalle elezioni Insieme per Pavia invita il sindaco a parlare ai cittadini e a tracciare un primo bilancio della sua giunta.

foto di Paolo Ferloni

foto di Paolo Ferloni

Venerdì 12 Insieme per Pavia ha fatto sì che i pavesi incontrassero il sindaco Depaoli nella sala San Martino di Tours. Una serata aperta a chiunque avesse delle domande da porre al primo cittadino. Dopo un anno di governo monocolore, quello del Partito Democratico, il movimento civico ha pensato che si dovesse andare oltre alle dinamiche fatte di “mi piace” e commenti su Facebook e fosse giunto il momenti di confrontarsi faccia a faccia con il rappresentante più alto dell’istituzione comunale. Insieme per Pavia lo ha fatto per prima e lo farà in futuro, perché ritiene che uno dei doveri politici dei rappresentanti cittadini sia quello di raccontare alla città e ai suoi abitanti cosa abbiano fatto, cosa non abbiano fatto e perché. A tal proposito è giusto sottolineare che il sindaco Massimo Depaoli non si è sottratto dallo stilare questo primo bilancio della sua attività, incalzato dalle domande dei due moderatori, Marco Bonacossa e Stefania Vilardo, e da quelle del pubblico.
Una serata che ha visto una fitta partecipazione cittadina, circa ottanta persone, ed è stata chiarificatrice, per certi punti, e propositiva, per altri.

PARTECIPAZIONE E OPPOSIZIONE

Dalle domande del pubblico e dei moderatori si è più volte parlato del tema della partecipazione.
In questo clima di ostilità verso la politica e i suoi rappresentanti, la partecipazione, l’interesse e la volontà di impegnarsi sono le uniche e più forti armi a disposizione per contrastare quelle formazioni politiche che, in nome della difesa di una indefinita sicurezza, propongono rozze parole d’ordine, non più lunghe di un tweet, per conquistare consensi.
Messaggi usa e getta che penetrano soprattutto tra quelle classi sociali che, colpite dalla disoccupazione e dalla povertà, confondono, la maggior parte in buona fede, la legittima rivendicazione dei propri diritti e di migliori condizioni di vita con la limitazione o eliminazione di quelli che hanno un passaporto diverso.
Questa serata Insieme per Pavia l’ha quindi realizzata e ne farà altre soprattutto per quelli che un tempo venivano chiamati proletari e che, oggi più di ieri, si sentono esclusi dalle dinamiche di Palazzo. Non si manterrebbe fede al nostro motto, “per una città dei cittadini”, se ci fossimo chiusi in noi stessi dopo il deludente risultato elettorale di un anno fa. La volontà di organizzare una serata di questo tipo nasce anche da una evidente mancanza di informazione. Riteniamo, infatti, che tra i banchi del consiglio comunale non vi sia un’opposizione degna di questo nome, come invece fu Insieme per Pavia con i suoi rappresentanti durante la giunta Capitelli e quella Cattaneo. Come si è potuto leggere sui giornali e su questo blog l’opposizione di centrodestra, mantenendo una certa coerenza, gli va riconosciuto, ha continuato a litigare sulla spartizione dei posti nei vari consigli di amministrazione e lo ha fatto con dichiarazioni shock sui giornali e memoriali scandalistici, con tanto di nomignoli zoologici. Nulla che, se si esclude l’innumerevole sequenza di foto che ritraggono l’erba alta in città, riguarda i cittadini e i loro bisogni.

COSE POSITIVE REALIZZATE

Nell’intervento iniziale il sindaco Depaoli ha elencato una serie di punti riguardanti le cose positive realizzate nel suo primo anno di amministrazione.
Le fasce orarie di utilizzo delle slot machine; l’aver mantenuto in attività, con l’aiuto della fondazione della Banca del Monte, il cinema Politeama; la mobilità, con la chiusura di Piazza Cavagneria e Corso Carlo Alberto al traffico, l’installazione, in diverse zone della città, dei parapedoni per impedire il parcheggio selvaggio che troppo spesso ostacolava il passeggio degli anziani, degli invalidi o delle famiglie con passeggini; il non aver tagliato fondi destinati alle spese sociali e per i meno abbienti; le iniziative in ambito culturale, tra le altre l’arrivo dell’arazzo raffigurante la battaglia di Pavia, e le manifestazioni di svago che verranno fatte sia al Castello che in zone periferiche come Piazzale Torino, nel quartiere Vallone, a Ferragosto.

NOMINE ED ERBA ALTA

Il sindaco ha, innanzitutto, sottolineato la differenza tra le nomine fatte dalla sua giunta e quelle della scorsa amministrazione. In particolare ha parlato di ASM dove, all’appartenenza partitica, ha dichiarato di aver preferito la nomina di tre amministratori con un ricco curriculum, quindi ognuno competente per gestire uno specifico ramo dell’azienda municipalizzata.
A proposito dell’erba alta, ormai un’emergenza, il sindaco Depaoli ha ammesso, non sarà l’unica volta durante la serata, una propria mancanza, accettando anche le critiche del pubblico sul tema. Un problema che si è trascinato per troppo tempo e che troverà una soluzione, secondo le sue dichiarazioni, quando ad ottobre verrà pubblicato un bando di gara. Il bando prevedrà, secondo le sue parole, la divisione della città in cinque diverse zone e per ognuna di esse ci sarà un’azienda o una cooperativa sociale diversa ad occuparsene. L’ex consigliere comunale Walter Veltri ha sottolineato come vi sia già una certa difficoltà nel seguire il lavoro di un’azienda e che con cinque ci sarebbe il rischio di un corto circuito di competenze, oltre che oggettive difficoltà nel controllare l’operato di tutte, ma il sindaco si è dichiarato sicuro della bontà e fattibilità di questo progetto.

AMBIENTE E RACCOLTA DIFFERENZIATA

Il sindaco Depaoli ha promesso che a partire da settembre, per renderla operativa entro fine anno, lavorerà sulla raccolta differenziata da estendere su tutto il territorio cittadino ed aumentare così la percentuale pavese che è tra le più basse in Lombardia.
Inoltre ha raccolto il suggerimento di Stefania Vilardo di pubblicare sul sito del Comune i dati riguardanti l’inquinamento dell’aria per sensibilizzare i cittadini su questo tema, sperando che i pavesi possano rinunciare così all’automobile, quando non necessaria.
Molto interessante è stato l’intervento di un cittadino presente tra il pubblico che ha raccontato l’ecologico e umanistico esperimento, ben riuscito, di Bogotá, in Colombia, che ha vietato ai mezzi motorizzati, nel giorno di domenica, talune arterie stradali della città per donarle, di fatto, ai pedoni.
Depaoli ha dichiarato che, qualcosa di simile, magari con fasce orarie limitate di domenica, sarebbe possibile attuarla anche a Pavia.

FINE 2015/INIZIO 2016

Tra le iniziative che il sindaco ha dichiarato di voler portare a compimento entro la fine dell’anno e i primi mesi del 2016 vi sono, oltre alla già citata raccolta differenziata in tutta la città, una modifica dello statuto comunale per permettere la creazione dei consigli di quartieri. Una formula che, secondo il primo cittadino, risponde al bisogno di partecipazione dei cittadini e di coinvolgimento di questi, da parte dell’amministrazione comunale, nelle decisioni e nei lavori. Ha anche espresso la volontà, fino ad ora generica, di arrivare al bilancio partecipato.
Tutte tematiche che Insieme per Pavia presentò nel suo programma elettorale un anno fa.
Il PGT (Piano di governo del territorio), del quale Insieme per Pavia ne ha denunciato più volte nel corso degli anni la pericolosità ambientale, sociale ed artistica, disegnato dell’ex sindaco Cattaneo e dalla sua giunta, verrà ripreso in mano e modificato. Depaoli ha dichiarato, rispondendo all’obiezione di chi sostiene che il Pgt sia formalmente in vigore, come ora, in questo determinato momento storico, non vi siano investimenti nel settore edilizio, ma ciò non toglie che il Piano di governo del territorio vada modificato per evitare speculazioni edilizie, in particolar modo nel centro storico.
La possibilità, già votata all’unanimità diversi anni orsono dal consiglio comunale, di candidare il centro storico di Pavia a patrimonio mondiale dell’umanità con l’Unesco è stata un’ipotesi accettata dal Sindaco che ha dichiarato di volerne studiare la fattibilità.

CASE COMUNALI

In un clima sociale dilaniato dalla crisi economica, dall’altissima disoccupazione, in particolare quella giovanile, e dalla corruzione politico mafiosa trovano posto formazioni politiche, come Casa Pound, che gettando benzina sul fuoco alimentano un clima di contrapposizione tra persone di diverse nazionalità. Il tema della casa a Pavia ha vissuto e vive una vera e propria emergenza dovuta all’alto numero degli sfratti e delle chilometriche liste d’attesa per l’assegnazione di una casa popolare. A riguardo delle case comunali (quelle dell’Aler riguardano la Regione Lombardia) il sindaco ha dichiarato che il Comune di Pavia possiede circa 800 immobili (non è stato possibile capire il numero degli appartamenti liberi, ma non dovrebbe essere complicato dato che è stato fatto un censimento) e che per le case vuote l’assegnazione non verrà fatta su un principio di nazionalità, ma verranno avvantaggiate le famiglie meno abbienti con minori.

SICUREZZA

Anche su questa tematica il sindaco ha dichiarato la propria responsabilità sulla lentezza dei provvedimenti attuati. Ha sottolineato, inoltre, l’importante ruolo di deterrenza che i vigili di quartiere svolgono e ha invitato a non confondere i dati reali della criminalità e l’alta percentuale, questa sì, di percezione di insicurezza.

TARI

Per il 2016 il sindaco ha promesso che non ci sarà un aumento della Tari. E che se ciò dovesse avvenire sarà della misura dell’1% al massimo.

ANTIFASCISMO, ANTIBULLISMO E TESTAMENTO BIOLOGICO

Depaoli ha raccontato che continuerà, con la sua giunta, nella difesa dei valori antifascisti e nel sensibilizzare i cittadini, soprattutto i più giovani, all’educazione verso le differenti identità sessuali. Il testamento biologico sarà discusso in consiglio comunale e, si è appreso dalle sue parole, la considera una di quelle tematiche che è giusto affrontare in un “parlamento” cittadino.

SI PUO’ FARE DI PIU’

Questo è stato il leitmotiv da parte del sindaco Depaoli. Più volte lo ha ripetuto durante le risposte alle domande dei cittadini e più volte, difendendo la sua squadra di governo, si è assunto la piena responsabilità dei ritardi nell’operato della giunta. Ha candidamente ammesso che, probabilmente, in questo primo anno di amministrazione, è mancata una totale interazione e comprensione tra la giunta e i tecnici, ovvero i dirigenti e i dipendenti comunali, sull’idea di città che la squadra di governo di Massimo Depaoli ha disegnato e che i cittadini hanno premiato alle urne.

Insieme per Pavia non smetterà di studiare le dinamiche politiche e sociali della città, a svolgere ogni tipo di iniziativa pubblica e, come venerdì scorso, non esiterà a chiedere al sindaco di riportare ai cittadini cosa stia effettivamente facendo o non facendo. Lo facciamo perché crediamo nella libertà e, come diceva Gaber, la libertà è partecipazione.

Ciao Vincenzo

8 giugno 2015

Un personale ricordo di Vincenzo Rivolta, storico libraio di Pavia
di Marco Bonacossa

I libri. Ognuno di noi ha un ricordo legato ai libri. Non importa quanti se ne siano letti e perché.
Se per dovere scolastico, per piacere personale o esigenza esistenziale. Ognuno di noi se volge lo sguardo al passato ne incontrerà uno o diecimila e ad ognuno di noi tornerà alla mente un’immagine, una frase, un odore, una persona, un momento specifico della nostra vita.
Se riavvolgo il nastro dei miei ricordi legati ai libri c’è Vincenzo. Con i miei occhi di bambino, che quasi ogni giorno si recava in libreria con mio padre (vizio o virtù che non ho ancora perso), Vincenzo mi appariva alto, magro e incredibilmente intelligente. Alla sempiterna domanda paterna: «Ciao Vincenzo, ci sono novità di Storia?», lui rispondeva mostrandoci le ultime uscite e si dilungava in descrizioni ed analisi di ogni singolo volume. Rimanevo ad ascoltarlo, attento e rapito dalla sua cultura. Probabilmente nel mio immaginario di bambino la barba grigionera contribuiva a creare nella mia mente questa figura di tuttologo, ma vi assicuro che sarebbe stato in grado di parlare di qualunque argomento. Le nostre chiacchierate erano diventate una tappa fissa, per anni, e divenuto ormai adolescente ero io, talvolta, a chiedere a Vincenzo cosa ne pensasse del tal politico, del tal partito, della guerra in Iraq o della politica internazionale. Fu lui, raccontandomi fatti ed eventi della sua vita studentesca, a farmi interessare a quella stagione di sogni e libertà che fu il Sessantotto. Chiacchierate lunghe decine di minuti tra gli scaffali dei libri di storia e di filosofia sul Movimento Studentesco, le occupazioni, Lotta Continua, i cortei, gli scontri di piazza, le varie sigle e gruppuscoli, le speranze di un’intera generazione. È stata una delle persone che mi ha mostrato, probabilmente inconsapevolmente, la bellezza di lottare per un sogno. Pensandoci ora, forse, ne parlava anche con un pizzico di nostalgia. Ma chissà poi se avesse davvero nostalgia di quel periodo storico o soltanto dei suoi vent’anni, quando tutti sono giovani, belli, forti e le ombre della vita si sconfiggono con una risata tra amici. Se è vero che le persone vivono in eterno nei nostri ricordi lui, per me, avrà sempre la barba grigia e la voglia di parlare di storia e di politica fino a quando la necessità di una sigaretta o l’arrivo di un cliente non lo distraevano. Ci saranno sempre dei libri nella mia vita e osservando qualcuno di loro ricorderò un suo consiglio, un suo racconto. Ciao Vincenzo. Al prossimo libro.

I soliti ben informati: via dalla politica a Pavia

27 Maggio 2015

6. «Di urbanistica non capivamo una fava»
di Marco Bonacossa

Torniamo al libro o “memoriale” del noto scrittore-dettatore-detrattore-socio calabrese. Pare che si debba attendere il 15 luglio – genetliaco dello smemorialista – per leggere, studiare e analizzarne la sua operaprima. Un evento forse più dell’Harry Potter, e già i cittadini sono in fibrillazione e qualcuno si starebbe attrezzando per la notte di fronte alle librerie, anche fuori Hogwarts. I soliti bene informati raccontano che nei capitoli finali il noto politico forzista guardando la sfera descriva il proprio futuro e quello della città, non disdegnando qualche tuffo nel passato. Racconterebbe di un «futuro che non c’è», quello romano in Parlamento per il giovane imberbe Alessandro Cattaneo, la sua creatura. Nella primavera 2013 un gossip più volte smentito dai nostri Gianni e Pinocchio vendeva l’ex sindaco di Pavia candidato al Parlamento con Scelta Civica di Mario Monti in un seggio considerato sicuro. Ora è proprio il Pinocchio-Richelieu a confermarlo, sostenendo che proprio lui, il “socio” dell’amico degli amici, avesse cercato di spingere con tutte le sue forze la creatura giù nel burrone romano: «un’occasione da prendere al volo» (sì, al volo, come buttarsi dall’aereo senza paracadute) abbandonando Pavia e Forza Italia. Fu la ferma intenzione dell’allora sindaco a rimanere lì dov’era e nel partito a farlo desistere da un tale malcelato proposito (“Richelieu”? “Eminenza grigia”? Mavadavial…) Cattaneo rimase così alla guida della Giunta comunale, nominata da Giancarlo Abelli e non dalla creatura: lo confermerebbe il nostro calabrese, vantandosi di essere stato l’unico assessore unto dal sindaco; una Giunta che del PGT non capiva nulla e ben di peggio nulla ne capiva assessore leghista all’urbanistica Fabrizio Fracassi, tanto da non saper spiegare le cose nemmeno a se stesso. Dopo aver lasciato l’ignota materia in mano a dirigenti e tecnici, gli stessi assessori pare votassero ogni cosa trattenendo il fiato, incrociando le dita e turandosi ogni altro pertugio come scolaretti in trepida attesa della campanella dopo due ore di algebra: l’urbanistica era campo troppo “tecnico”, lontano dal “sentire” dei cittadini, così che ognuno degli assessori teneva occhi ben spalancati, ma solo nel timore o terrore di trovarsi poi in «situazioni imbarazzanti». Come infatti è successo più volte, come si è visto per Punta Est. Secondo lo scrittore forzista, v’era un continuo pellegrinaggio da Fracassi per avere rassicurazioni e, come Snoopy agli amici che si erano perduti, l’assessore a dire loro: «non seguitemi, mi sono perso anch’io…». Lo stesso capitan Fracassi avrebbe dovuto dimettersi ma non lo fece e «noi spostammo il dirigente Moro dall’urbanistica alla mobilità» (ma non l’avevano assunto loro a contratto, annullando un regolare concorso? Ma non ne avevano poi bandito uno ad hoc, così da compensare il buon lavoro svolto dall’onorato e diligente dirigente nel… legittimare lottizzazioni abusive e illeciti urbanistici?) Alle iniziative della magistratura si unì infine la stampa, alla quale qualcuno dentro la maggioranza passava notizie «distorte» sul Pgt e sui progetti urbanistici (i fari dello scrittore o delatore calabrese qui illuminerebbero a dito puntato la figura di baluba Filippi). L’assessorato all’urbanistica venne poi assegnato a Marco Bellaviti, forzista, che lo scrittore o dettatore calabrese dipinge «molto legato alla forma, alla comunicazione, all’apparire» e poco al fare. Lo stesso Bellaviti, insieme ai soliti noti (la corrente di Filippi, quella di Pesato…)  nei cinque anni di governo di centrodestra avrebbe di continuo tramato a suo danno – non ancora scrittore eppure già in camicia di forzista – nell’intento bavoso di colpire creatura Cattaneo. Lo scrittore calabrese avrebbe fra l’altro rotto ogni rapporto con un ex consigliere comunale, Carlo Alberto Conti (stesso partito), che dopo la sua nomina a capo di gabinetto del Sindaco, avrebbe preteso i relativi documenti per verificare se il “socio” calabrese del calabrese rispondesse al profilo tecnico e legale richiesto per questo incarico (e non senza motivo: il “socio” era forse laureato?) Pare che da allora i due non si salutino più. Per il futuro (la versione originale del libro, che attualmente gira a mò di samisdat, è stata scritta o meglio dettata nell’ottobre scorso) lo scrittore-socio-portasfiga calabrese annuncerebbe il proprio impegno al fianco di Alessandro Cattaneo, ma lontano da Pavia (Monti non c’è più: che s’inventerà questa volta?) avvertendo che  «l’avventura pavese è conclusa. Anche se tutti i giornali si divertono a scrivere che un giorno vado in un cda, il giorno dopo in un altro. Io non sono assolutamente disponibile a fare attività politica e amministrativa nella città di Pavia, perché dopo le elezioni è giusto che sia così». Parole ben poco profetiche per non dire balle poiché il suo nome figura tra i candidati al Cda del San Matteo di Pavia e lui stesso non smentisce, anzi… (e creatura Cattaneo? Forzista a Roma e antiforzista a Pavia?) Tra i suoi più fieri propositi vi sarebbe anche quello di guidare i giovani della lista civica (sì, come il pifferaio dei Grimm con i topini…), gli stessi giovani che vedrebbero in «Rudolf Hess» Faldinen – come lo avrebbe chiamato lo scrittoren calabresen in vena di nomignolen – il loro testadiquoio con la q in Consiglio comunale. Si dice che molti, seppur silenti, siano rimasti alquanto contrariati leggendo le anticipazioni dal libro. Non c’è più il futuro di una volta.

Forza Balcani

21 Maggio 2015

Avevamo ragione: i berlusconiani pavesi si spaccano
di Marco Bonacossa

Balcanizzazione è un termine geopolitico indicante una situazione interna instabile e condizionata da continue disgregazioni e problemi che causano la frammentazione dello Stato in più regioni o statuti autonomi (fonte: Wikipedia).

In Forza Italia il clima è ormai quello dell’ex Jugoslavia, soprattutto a Pavia. Se già dal giorno dopo il ballottaggio dell’8 giugno scorso l’armata Brancapoltrone che sosteneva “Cattaneo sindaco” era in costante fibrillazione ora si assiste ad una vera e propria polveriera con tanto di fuochi pirotecnici esplosi sulla stampa e sui social network. Vi chiederete certamente quale sia il motivo di questa “guerra civile azzurra”: il futuro della città? i fondi per le famiglie meno abbienti o il registro delle unioni civili? No, lo scontro è sulle cadrèghe, più esattamente per un posto di consigliere del Cda del San Matteo, la cadrèga di nomina regionale. Bobbio Pallavicini, l’ex Margherita poi diesse e ora capogruppo di Forza Italia in Comune, ha accusato Cattaneo di non aver detto nulla al partito della sua decisione di candidare “l’assessore trombato” Luigi Greco a consigliere in quel Cda. Perciò ha scritto a Maria Stella Gelmini, la coordinatrice regionale del partito, chiedendole di porre fine a quella pratica politica «dei candidati calati dall’alto». Cattaneo e Greco vengono definiti «inopportuni» anche, e soprattutto, per gli scarsi risultati delle ultime elezioni amministrative. In attesa di conoscere la risposta di Gelmini, che nel memoriale di un noto politico forzista venne definita come colei «che se ne sbatte e non vuole scontentare nessuno», non si è fatta attendere quella dell’ex sindaco che, su Facebook, ha dichiarato: «Consiglio a Antonio Bobbio Pallavicini di non agitarsi ogni qualvolta si parla di “poltrone”. Capisco che arriva da quella scuola politica e che il suo approdo in Forza Italia (solo da qualche mese) è il terminale di un lungo percorso politico che gli ha visto attraversare numerosi partiti e liste civiche. Probabilmente vive il disagio di chi è in minoranza per la prima volta, abituato ad essere sempre e solo in maggioranza, forse ora un pò disorientato dalla perdita in questo momento del suo riferimento politico di sempre Luca Filippi. Io ricordo la mia Forza Italia, quando ero segretario cittadino, quando Bobbio siedeva tra i banchi a sostegno di Piera Capitelli, una Forza Italia quella sì dal basso con ragazzi del quartiere e buoni consiglieri che ogni settimana organizzavano gazebo, volantinaggi e dibattiti sui problemi veri in città. Ecco, facciamo un po di più di queste iniziative perché viceversa con le polemiche sulle poltrone e il tanto caro gossip al bar si va poco lontani». Lo stesso Ettore Filippi, il “preside” della “scuola” politica frequentata dal Bobbio, ha detto la sua sul gruppo facebook Politica a Pavia: «Ho letto il post di Cattaneo e ho provato un misto di disgusto e meravigliata incredulità. Da sempre la politica è una attività in cui non si può essere mammole, ma Cattaneo ha esagerato. Premesso che potrei postare gli sms cin cui ieri mi confermava di essere stato l’unico ad essersi offerto di fare un intervento di sostegno a Luca “unico tra tutti i falsi amici che sono scomparsi” (fatto che contrasta con quanto contestato come colpa in grassetto a Bobbio), non capisco perché un leader nazionale consacrato da Berlusconi in persona debba scendere a livelli così infimi. Quel che è certo è che in città è uno sconfitto, che non può pretendere di esercitare una leadership imposta dall’alto, che non ha consiglieri comunali (se avesse la leadership del gruppo Consigliare della sua lista non avrebbe proposto Greco ma uno di quella lista visto che di iscritti a Fi lì candidati c’è ne sono e comunque avrebbe rinsaldato il rapporto con Adenti e Faldini; Poma è come sempre autonomo) e, quindi, in consiglio comunale rappresenta solo se stesso. Pensare di determinare il futuro del gruppo e la sua azione politica è politicamente più stupido che imbarazzante. L’attacco a Bobbio nei termini in cui è stato fatto è l’ennesima dimostrazione di mancanza di senso della realtà. Ed è offensivo per il buon senso. Io mi ero ripromesso di non intervenire nei fatti politici per evitare strumentalizzazioni delle nostre vicende che sono convinto si concluderanno positivamente per me e per Luca ma lo sciacallaggio che viene da un soggetto politico amico che non è stato mandato a casa negli ultimi due anni solo per il sostegno senza se e senza ma di Luca (contro la mia volontà che, conoscendo la città ero molto scettico sulla possibilità di vincere senza allargare la coalizione ed avevo tentato di farlo con “Pavia Futura” boicottata da chi era sicuro di stravincere!) e di cui ora contesta la vicinanza a Bobbio come fatto riprovevole e squalificante, mi induce a rispondergli con la stessa “classe” e ripagarlo di eguale moneta“. […] Se Cattaneo vuole portare avanti il confronto politico con lo stile e gli argomenti che ha usato in quel post sappia che ha sbagliato strada ed interlocutori perché i nostri armadi nonostante i suoi zelanti accusatori senza onore sono vuoti e senza scheletri!».
Tirando le fila nell’attuale compagine berlusconiana troviamo gli allievi della scuola Filippi (gente di “rispetto”, amici degli amici diplomati alle varie scuole della vita), i pesatiani e i fedelissimi di Cattaneo. Non dovevano esserci anche un commissario liquidatore, la Bocciardo, e un coordinatore regionale, la Gelmini? E Abelli? E “la banda dei quattro”? Alle prossime vota Forza Balcani!

Biciclettata antimafia a Pavia

20 Maggio 2015

In occasione dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e di Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, il prossimo 23 maggio, il direttivo di Radio Aut ha deciso di organizzare una BICICLETTATA di commemorazione in loro ricordo, volta all’insegna della solidarieta’ e della coesione sociale.
Dopo la morte di tutte le vittime della MAFIA dobbiamo capire che bisogna continuare a lottare con loro per cercare di cambiare le cose. Dobbiamo raccogliere la loro eredità, e provare a trasmetterla alle nuove generazioni!
LE LORO IDEE CAMMINANO SULLE NOSTRE GAMBE, ANZI PEDALANO CON NOI!

Il ritrovo è previsto alle ore 15 presso in piazzale della stazione.

Il percorso indicativo sarà il seguente:

PARTENZA da piazzale Falcone e Borsellino

ARRIVO Piazzale Peppino Impastato

tappe simboliche intervallate da momenti di letture e testimonianze antimafia sia in Università che in Comune.

Osservatorio Antimafie Pavia
Coordinamento per il Diritto allo Studio – UDU Pavia

Siete tutti invitati a partecipare!
A sabato!