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Parcheggi? Sì, di interscambio

18 giugno 2017

di Achille Mortoni *

Sulla questione dei parcheggi a Pavia le idee finora portate all’attenzione dei cittadini da qualche volenteroso privato sono inaccettabili. La prima: un parcheggio sotterraneo da 350 posti da realizzare “sotto il monumento di Garibaldi”, idea del tutto stravagante sotto il profilo del rispetto del paesaggio urbano della zona del castello Visconteo, già avanzata otto anni fa dal presidente della Fondazione Banca del Monte, il quale immaginava un parcheggio assai più vasto non soltanto sotto Garibaldi ma sotto il viale Matteotti, ed implicita eliminazione di alberi e fronde, fastidiosi per le auto.
La seconda si deve a Vittorio Poma, presidente della Provincia: ipotizza un parcheggio sotterraneo ai giardini Malaspina, tra la ex chiesa dell’Annunziata e la Prefettura. Questa idea almeno servirebbe a promuovere scavi in profondità per farci conoscere la Pavia tardo antica, in effetti ignota ai pavesi.
Per fortuna il sindaco Depaoli non sembra pronto ad accogliere idee da bar che qualcuno avanza ogni tanto. Nel quadro del Piano urbano di mobilità sostenibile si può affrontare anche il problema dei parcheggi, che è bene siano collocati al di fuori del centro storico, per non attirare inutilmente veicoli in città.
È una questione urbanistica per eccellenza: le scelte sui parcheggi riguardano la qualità urbana complessiva.Quanto allo studio di flussi di traffico secondo cui in centro a Pavia arriverebbero ogni giorno 4.500 auto, forse occorre verificarne i dati prima di prenderlo per buono soltanto perché commissionato da Asm. Prima di dire che servirebbero 5.000 posti nuovi di parcheggio, sarebbe il caso di sapere perché in vari parcheggi a pagamento esistenti si osservano ogni giorno numerosi posti vuoti.
Il treno locale S13 in esercizio sul passante tra Bovisa e Milano fino a Pavia ha rappresentato, per i trasporti da e verso Milano, un innegabile successo in confronto con i pretesi vantaggi dell’uso del veicolo privato, che nelle condizioni di intasamento delle strade e di qualità dell’aria della Lombardia è da scoraggiare. Bisogna continuare a spiegare perché è bene limitare l’uso di veicoli con motore a scoppio, e dare così un utile contributo nella direzione di attuare i propositi di ridurre la CO2 nell’aria deliberati dalla COP 21 di Parigi nel dicembre 2015, e sottoscritti per noi dal nostro governo.

* presidente sez. pavese di Italia Nostra

La Macondo dell’anima di Tiziana Rinaldi Castro

12 giugno 2017

Venerdì 16 giugno, alle ore 17:30, alla libreria Feltrinelli di Pavia, Tiziana Rinaldi Castro (studiosa di religioni africane e sciamanesimo, lei stessa iniziata al culto yorubà) presenta il suo nuovo romanzo Come della rosa, da poco in libreria per le pavesi edizioni Effigie. L’autrice ne parlerà con Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan.

«Raccontami di San Michele Arcangelo», chiede Mama a Lupo. Quella del santo che pesava le anime con la bilancia è una delle storie che la sacerdotessa yorubà Mama Adebambo si fa raccontare in un Tempio di Harlem dai suoi allievi “malati”, usandole come terapia. Da “pazienti” come la fotografa freelance Bruna Di Michele alias Lupo, Mama ascolta storie sospese tra i miti e le magie cristiano-pagane della tradizione occidentale, avvicinandole alla medicina sciamanica, che verte proprio sulla narrazione. E con la parola, Mama cura l’alcolismo di Lupo così come il senso di colpa di Emiliano, entrato nel Tempio in cerca di redenzione.
Siamo solo alle prime righe di Come della rosa, il nuovo libro di Tiziana Rinaldi Castro, e già traspare quel misto di fedi e tradizioni che corrobora questo ben strano romanzo: «Ognuno è lì per una sua ragione», spiega l’autrice, «e nel chiedere al malato la propria storia, lo si riporta alle sue origini».
Il romanzo prende forma nella New York «disordinata e cruda» ma anche felicemente multietnica degli anni Ottanta, nonché nella casa natale in Italia, nel Salvador lacerato dalla guerra civile e nel deserto del Nuovo Messico. E prendono forma i linguaggi di questa italiana d’America (l’autrice è di Sala Consilina, ma vive a New York da più di trent’anni), quel suo passaggio dalla cultura cristiana del Vallo di Diano ai culti panteisti di origine africana incontrati oltreoceano, non di rado simili a quelle ritualità cristiano-pagane del Sud Italia tanto care a Ernesto De Martino.
La sua lingua è nutrita dai dialetti e dall’orizzonte magico del nostro meridione, dall’eco delle storie ascoltate nell’infanzia e di quelle accolte poi ad Harlem, a Brooklin o nel Bronks; queste ultime a sancire la completa immersione nella lingua inglese, leggendo poeti e prosatori come Whitman, Melville, Hemingway; in sottofondo, le musiche di John Coltrane, Bob Dylan e Jimi Hendrix, l’ideale colonna sonora.
E poi c’è il lato mistico delle credenze religiose di origine africana che, lei stessa sacerdotessa yorubà, ben conosce e frequenta: «L’America dello yorubà e del lucumì è quella che mi è più facile raccontare», spiega Rinaldi Castro: «per me è forse l’America meno contraddittoria, quella con cui è più facile confrontarsi se si viene da quel Sud dell’Italia; e me ne sono in qualche modo innamorata».
«Aiutami a morire con consapevolezza», chiede il cubano Emiliano Westwood di fronte al bivio più pericoloso della sua vita di mercante d’armi e guerrigliero. «Aiutami a rientrare nel mondo» supplica Bruna, ritraendosi a fatica dal baratro dell’alcol, per recuperare il rapporto con la sua bambina. E Mama Adebambo acconsente, ma stabilisce regole e divieti, pone quesiti, tende tranelli e ogni volta esige che i dubbi e le intenzioni dei suoi cadetti si scandaglino nella narrazione delle parabole della propria tradizione. «Raccontami una storia», invita infatti i suoi iniziati Adebambo, o non si spenderà. E allora ecco che Dioniso, Elegbara, Parsifal e il Re Pescatore diventano per i due protagonisti la chiave per entrare nel loro stesso inferno, scardinare i segreti che li divorano, per inseguirsi a vicenda fino alla radice dell’amore impossibile che li unisce, quello che salverà l’anima di lui e la vita di lei. La storia più bella non è stata ancora raccontata, promette Adebambo, ed Emiliano e Bruna continuano a cercare.
Come della rosa è una storia di mondi apparentemente lontani che s’incontrano: come il rituale magico e la narrazione nella medicina sciamanica.
È una storia di amicizia: come il rapporto tra Mama e la discepola Lupo, metafora dell’amore esteso all’amicizia.
È una storia d’amore: come l’amore impossibile di Emiliano per Bruna/Lupo, che li obbliga a trovare un’altra via, se possibile più bella e spirituale del “semplice” amore.
È la storia di come la fede e la spiritualità possano alfine liberare dai propri fantasmi esistenziali.

Borgarello. Chi briga paga

11 giugno 2017

Il Tribunale di Pavia ha definitivamente cancellato il progetto dell’invasivo Centro commerciale presso Borgarello, confermando la posizione intransigente assunta dal sindaco Nicola Lamberti, respingendo quella speculativa del proponente Costantino Serughetti di Progetto commerciale. Serughetti aveva con prepotenza millantato cause milionarie a danno del Comune (19 milioni di euro); ora il Tribunale ha respinto al mittente queste pretese, condannando “il proponente” a rifondere di tasca sua le spese processuali. Per una volta, hanno dunque vinto ragione e buon senso contro affarismo e pedanteria. Ma a brindare sono anzitutto una pubblica amministrazione ed i suoi concittadini: avvedutamente, a tutto questo Lamberti e i borgherellesi hanno saputo fare fronte, erigendo un piccolo paese a modello virtuoso delle buone pratiche su scala nazionale. In attesa delle motivazioni e del definitivo pronunciamento del Tar, ripropongo qui la ricostruzione dell’affaire Borgarello dal mio libro Comprati e venduti. (G. G.)

A quale partito appartengono i sindaci di Certosa e Giussago, schierati a favore di un nuovo Centro commerciale a Borgarello, l’ennesimo nei pressi di Pavia? Appartengono al Partito democratico, lo stesso che formalmente lo ha avversato, così come lo avversa la Lega nord, altrettanto formalmente schierata per il “no”.
E da quale colore è tinta l’Amministrazione provinciale pavese, formalmente contraria? Non di meno, il 24 aprile 2013 il presidente Daniele Bosone ha formalizzato al Comune di Pavia la richiesta di introdurre nel Pgt un collegamento tra la tangenziale cittadina e la variante stradale ex strada statale 35: proprio quella disegnata per il Centro commerciale.
Il colore? La Provincia è retta da Pd e Sel. E forse non per caso l’assessore Franco Osculati e altri membri Sel ne erano stati tenuti all’oscuro così come, di questa “Osservazione” al Pgt pavese, nulla sapeva la capogruppo Pd in Provincia Martina Draghi. La missiva al Comune è stata infine ritirata
a furor di popolo; la sua approvazione avrebbe asfaltato la strada all’invasivo Iper.
La «variante alla strada provinciale ex statale 35 dei Giovi» è parte integrante del Piano di lottizzazione, ma non ne troviamo traccia nel Piano territoriale di coordinamento provinciale che, da quelle parti, semmai prevede «il consolidamento delle attività agricole e dei caratteri connotativi». E invece eccola disegnata nella tavola 34 esplicativa del Piano; tavola poi modificata il 22 ottobre 2012, facendo così mancare la correlazione – imposta per legge – tra il Piano di lottizzazione e il procedimento di autorizzazione commerciale deliberato dalla più che chiacchierata amministrazione Valdes il 12 luglio 2010.
Fra l’altro, nella convenzione tra la proprietà e il Comune si legge (all’art. 4, comma 1) che «la lottizzante potrà cedere a terzi in tutto o in parte a qualsiasi titolo la proprietà delle aree comprese nel comparto d’intervento e le connesse posizioni giuridiche in merito all’attuazione della presente convenzione». Già dal nome si capisce che Progetto commerciale srl (un capitale sociale di soli 250.000 euro e nessun dipendente, a fronte di un progetto il cui costo è quanti ficabile in almeno 150 milioni) è una società di progettazione, ovvero disegna complessi commerciali, li fa approvare per poi rivenderli a multinazionali del settore. Una prassi indebita, poiché l’autorizzazione comunale è qui subordinata «alla realizzazione a cura e a spese del soggetto proponente della variante stradale» prima menzionata. E il «soggetto proponente» altri non è che Gsc srl, ora Progetto commerciale srl.
Già, ma il 10 e il 26 gennaio 2011, alla terza e quarta Conferenza dei servizi, l’assenso a questo scempio allora chi lo ha dato? Lo ha dato la Regione, guidata proprio dal Carroccio verdelega nonché da Roberto Formigoni, all’epoca governatore, di cui l’ex sindaco ciellino di Borgarello Giovanni Valdes – incarcerato il 21 ottobre con l’accusa di turbativa d’asta, condannato il 19 novembre 2011 a 1 anno e 4 mesi – rimane un fedelissimo. E con la Regione lo hanno dato il sindaco di Certosa Corrado Petrini, quello di Giussago Massimiliano Sacchi – appartenenti al Partito democratico – e il commissario prefettizio di Borgarello Michele Basilicata, in palese contrasto con le norme in materia di valutazione d’impatto ambientale, sopra coltivi tutelati dal Piano territoriale regionale d’area dei Navigli lombardi (Ptra), quest’ultimo entrato in vigore il 6 gennaio 2011, prima cioè dell’ultima Conferenza dei servizi e dell’autorizzazione commerciale (ma un commissario prefettizio non dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione?). E non va dimenticato il sostegno bipartisan via via mantenuto dagli ex sindaci Donato Rovelli e Antonio Vitolo (centrosinistra) e dello stesso Valdes (centrodestra).
A quale contorta partita stiamo assistendo? Sono temi – ammonisce l’economista Antonio Majocchi – su cui si gioca il futuro sviluppo economico del territorio: quello autolesionista scolpito dalle logistiche e dai Centri commerciali che già saturano «una provincia dove transita e si consuma una ricchezza prodotta altrove», avverte Majocchi. Quello altrettanto autolesionista dell’autostrada da Broni a Mortara / Stroppiana, che ogni giorno delocalizzerà traffico inquinante in provincia di Pavia, avversando lo sviluppo sostenibile della valorizzazione agricola, ambientale e culturale (i beni monumentali) che sarebbe altrimenti foriero di lavoro qualificato.
Alternative? Ad esempio, quelle coltivabili nel grandioso parco Visconteo attorno a Borgarello, teatro della storica battaglia di Pavia che nel 1525 vide fronteggiarsi il re di Francia Francesco I e quello spagnolo Carlo V d’Asburgo, re dei romani. E contemporaneamente valorizzando il meraviglioso complesso monumentale della Certosa nonché il napoleonico Naviglio pavese: impreziosito da ben dodici conche leonardesche, è un’opera di ingegneria idraulica che ha fatto scuola, un museo a cielo aperto che andrebbe recuperato come collegamento navale tra il pavese Borgo Calvenzano e il Monumento (e non certo per andare a far spesa all’iper).
Contraddizione nella contraddizione, nel nome dell’identità padana, il Piano territoriale regionale d’area dei Navigli lombardi insiste sui valori territoriali e sulla tutela ambientale così che «i benefici di tipo economico (turismo, energia rinnovabile, agricoltura sostenibile) possano combinarsi con la tutela e l’incremento, nel tempo, dei beni stessi».
Il Piano sottopone a tutela la fascia di 100 metri dalle sponde, estesa a 500 allo scopo di preservare le aree agricole. Servirebbero politiche nutrite da visioni e lungimiranze. Mentre a Borgarello…
A Borgarello un altro Piano, quello di lottizzazione, prevede un Centro commerciale dal nome altisonante di “Factoria” sopra un’area di ben 217.449 metri quadrati, a pochi passi dal corso d’acqua del Naviglio e dal Monumento della Certosa, in sostituzione dei campi. Un intendimento autolesionista, poiché in spregio al paesaggio e al pubblico interesse, alle norme e al buonsenso. Elusa in particolare la Valutazione di impatto ambientale (Via), obbligatoria. Lo puntualizzano Legambiente e Italia Nostra; lo ha confermato il 9 agosto 2013 una sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia.
Come si legge nelle Motivazioni del Tar in accoglimento del ricorso inoltrato dalle due associazioni, «la struttura di vendita di cui è causa, essendo collocata ad una distanza inferiore a cinquecento metri dalla sponda del Naviglio, incide sulla fascia di tutela prevista dal Piano territoriale regionale d’area (Ptra) dei Navigli lombardi, approvato con deliberazione di Consiglio regionale 16 novembre 2010 n. IX/72, il quale ha istituito tale fascia al fine di delimitare uno spazio di salvaguardia delle aree contigue al corso d’acqua onde conservare le rilevanze paesaggistiche e valorizzare i contesti rurali ivi insistenti». Ne consegue che «le aree inserite nella suddetta fascia di tutela debbono ritenersi aree di interesse paesaggistico, sottoposte ai vincoli».
Quanto alla Valutazione di impatto ambientale, disattesa, i giudici osservano che «i progetti relativi a strutture di vendita incidenti su tali aree debbono essere preventivamente sottoposti a procedura di verifica di assoggettabilità a Via», lamentando che «le Amministrazioni procedenti, prima di autorizzare l’intervento di cui è causa, avrebbero dovuto attivare la procedura».
Al solito, lorsignori hanno provato a dipingerla come una indispensabile fonte per l’occupazione. È vero il contrario: secondo Confcommercio il nuovo ipermercato procurerebbe 279 nuovi posti di lavoro – malpagati e con un’ampia percentuale di contratti a tempo determinato e part-time – e per contro se ne perderebbero 573: sarebbero dunque ben 294 posti di lavoro perduti. E pietra tombale sui negozi della zona. Il dato è per difetto. Alcune recenti ricerche francesi dimostrano che un posto di lavoro precario nella grande distribuzione ne distrugge cinque – e fissi – nei negozi di vicinato. In Francia, giˆ alla fine degli anni Settanta l’espansionismo del modello iper aveva cancellato il 17 per cento dei panifici, l’84 per cento dei negozi alimentari, il 43 per cento dei ferramenta.
Sono numeri allarmanti, che trovano conferma in una indagine della Cgia (l’associazione delle piccole imprese artigiane) di Mestre: in Italia, tra il 2001 e il 2009 si è registrato un aumento di poco più di 21.000 addetti nella grande distribuzione ma specularmente si sono persi quasi 130.000 (centotrentamila!) posti di lavoro nelle piccole botteghe. Vale a dire che per ogni nuovo occupato in un Centro commerciale, si perdono sei posti di lavoro tra i piccoli negozianti obbligati a chiudere i battenti.
Figurarsi a Pavia, luogo dove il piccolo commercio è letteralmente soffocato da quattro “iper” (San Martino e Vigentina, oltre ai vicini centri commerciali di Assago e Montebello) e da una moltitudine di “super”. Se la provincia ne è più che satura, se sarà devastante per il paesaggio, se intaserà di traffico inquinante il breve tratto tra Pavia e il nuovo Centro, se non porterà altri posti di lavoro, se danneggerà l’economia in generale e il commercio di vicinato in particolare, se toglierà alle persone anziane i negozi sotto casa, se la chiusura dei negozi immiserirà i già miseri rapporti sociali e peggiorerà la già povera vita degli abitanti, se la cultura “iper” non risponde al pubblico interesse, se tra i visitatori delle nuove Agorà uno solo su tre compra qualcosa, se… se… se… allora perché progettarne un altro? Semplice: è conveniente per gli speculatori. Tuttavia il cinema o le merci sugli scaffali sono la nuda foglia di fico, il sottoprodotto del bottino vero, quello della variazione di destinazione d’uso dei suoli (per “decisione” della pubblica amministrazione) il cui valore lievita a ogni passaggio di mano e soprattutto può muovere denaro, di non sempre limpida provenienza.
Conviene dunque a chi detiene capitali da investire (immobiliaristi, faccendieri, affaristi) o liquidità criminali da dilavare (le mafie). Soldi che vorticosamente “transiteranno”, così come abbiamo visto transitare, si diceva, dal vicino Carrefour pavese lungo la Vigentina: stesso parco Visconteo, stesse menzogne; come i 100 nuovi posti di lavoro annunciati in Consiglio comunale nel 2007 dall’assessore pavese all’urbanistica Franco Sacchi (Pd) che, nella realtà, si risolsero in lavoro precario, sfruttamento, contratti di pochi mesi.
Centro commerciale “Factoria” di Borgarello e Carrefour pavese: troppe simmetrie, come i discutibili passaggi amministrativi nel segno del mancato rispetto delle norme. Ad esempio: il progettista. Caso vuole che il progetto del mega-centro commerciale di Borgarello rechi la firma dell’ingegner Beppe Masia, che era il responsabile dell’ufficio tecnico comunale proprio mentre si elaborava il Piano di governo del territorio (Pgt). Dunque anche Masia era al tempo stesso controllore e controllato. Secondo Legambiente, questo stesso Pgt risulta carente in tema di partecipazione e trasparenza, oltre che in contrasto – come accennato – con il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) e con la pianificazione paesistica regionale vigente. L’ingegnere figura anche tra i componenti la commissione che il 16 gennaio 2010 ha assegnato alla Pfp di Carlo Chiriaco l’appalto per l’edificazione dell’area Peep di Borgarello in via Di Vittorio; quell’appalto che ha portato in cella anche Giovanni Valdes (il sindaco a Chiriaco: «è un po’ sporca ma la facciamo»), a capo di una Giunta di cui era autorevole componente l’assessore Antonio Bertucca, figlio del capo della ’Ndrangheta pavese Francesco Bertucca, l’imprenditore edile condannato in primo grado il 19 novembre 2011 a sei anni di reclusione per associazione mafiosa (pena sostanzialmente confermata in appello – 4 anni e 8 mesi – il 23 aprile 2013).
Come si è detto, il Centro commerciale “Factoria” viene approvato da quel Consiglio comunale il 12 luglio 2010, solo poche ore prima della storica retata antindrangheta la mattina successiva (304 arresti nell’ambito delle inchieste Infinito e Crimine). Nella convenzione tra il Comune e la Progetto commerciale srl, leggiamo di «parcheggi pubblici – a spese del lottizzante – per complessivi mq. 53.700 da approntarsi in massima parte all’interno ed entro la sagoma del complesso», ovvero funzionali solo all’ipermercato. Leggiamo anche di un’area verde di rispetto (obbligatoria) qui chiamata Parco pubblico tematico “del Navigliaccio” (32.700 mq), Parco da realizzare «integralmente a propria cura e spese e successivamente da cedere a titolo gratuito» al Comune, fatto salvo che questi stessi costi verranno stornati dagli oneri di urbanizzazione secondaria («Atteso, peraltro, che il valore complessivo dell’opera di urbanizzazione secondaria dedotta a scomputo – pari ad euro 865.933,02 – è inferiore agli oneri di urbanizzazione secondaria dovuti – pari ad euro 1.164.600 – la lottizzante si impegna a corrispondere al Comune la relativa differenza»). Ma la vera chicca è l’impegno «a mettere a disposizione dell’Ente il complessivo importo di euro 8.945.000», 6.500.000 dei quali destinati all’«approntamento di nuovo tratto di strada» e di ben tre ponti a sostanziale uso e consumo dell’iper e – come sembra – senza alcun collegamento con la tangenziale pavese.
Se malauguratamente la lottizzazione procedesse, chi dovrà infine completare le infrastrutture e in particolare i ponti? A quali costi? A carico di chi? Dei privati lottizzanti o della pubblica amministrazione?
Dal 2009, da quando nel Pgt di Borgarello questi terreni agricoli sono stati derubricati a commerciale, la società bergamasca proprietaria dell’area è tenuta a versare al Comune i relativi oneri. «La Progetto commerciale ottempera, anche economicamente, ai propri doveri senza che ne vengano rispettati i diritti», ha lamentato l’ex sindaco postcomunista Donato Rovelli, ora a destra, tra i più accesi fautori del Centro commerciale: secondo Rovelli, «La politica continua a non dare le risposte che per legge deve dare».
L’ex pubblico amministratore Donato Rovelli figura quale privato acquirente di due estese aree agricole presso Certosa, sopra cui dovrebbe passare la strada per il Centro commerciale. Le ha ottenute a un prezzo inferiore a quello agricolo e persino «irrisorio rispetto al valore di quei terreni». Lo si legge in un Atto giudiziario del 16 gennaio 2013. L’ex sindaco, fautore del progetto, più di altri e per tempo era a conoscenza del destino di quei campi. Del resto, di menzogne e omissioni in questa storia se ne riscontrano parecchie. E particolarmente odiose sono quelle patite da un imprenditore agricolo affetto da una retinopatia pigmentosa, un grave handicap visivo.
Ma andiamo con ordine, a partire dal 2007, anno in cui l’inconsapevole imprenditore, vedendo peggiorare il deficit visivo che lo affliggeva, accetta di vendere parte dei suoi terreni alla G.E. srl di Emanuele Forte (un promotore finanziario di Certosa molto vivace anche nel settore immobiliare) «ad un prezzo – si legge nell’Atto – inferiore di almeno la metà rispetto al valore reale dei terreni».
Due anni dopo, il promotore finanziario induce il cliente a sottoscrivere una procura generale in suo favore. Si riscontrerà poi che, a sua insaputa, Forte l’aveva utilizzata «per gestire il capitale, accumulato dall’agricoltore nel corso di una vita, impiegandolo in diverse operazioni finanziarie e aprendo numerosi conti correnti presso la filiale milanese della Ubi Banca private Investment», in contrasto con l’obbligo di agire nell’interesse del suo cliente, così «da arrecare a quest’ultimo un grave pregiudizio economico». Per questo motivo il 12 maggio 2012 l’agricoltore decide di revocare la procura al “suo” promotore finanziario.
In certi ambienti una tale revoca può aver generato allarme, e qualcuno ha forse pensato che ghiotti affari fossero prossimi a sfumare. Chi? Forte? Altri rimasti e Rovelli provano allora a “metterci la faccia” passando all’azione. Occorre qui nuovamente prestare attenzione alle date, alle ore e persino ai minuti.
25 maggio 2012, ore 11,32: la revoca della procura viene notificata al notaio Trotta, presso il quale era stata sottoscritta (sì, proprio lui: lo stesso notaio che ha avallato l’illecito urbanistico di Green Campus a Pavia).
25 maggio, ore 17,30: brandendo la procura ormai cartastraccia, Emanuele Forte sottoscrive presso il notaio Accolla di Voghera un contratto preliminare di compravendita dei terreni con l’ex sindaco Donato Rovelli quale acquirente, ad un costo, lo si è detto, «irrisorio, in considerazione del progetto commerciale». Fra l’altro, nell’illecito preliminare si conviene che il dovuto sarebbe stato onorato solo al momento del rogito, da stipularsi entro i successivi 5 anni, e tanto meno si annunciano caparre o cauzioni prima di un anno: curiosamente, sono clausole «rigide per la parte venditrice ed estremamente elastiche e convenienti per l’acquirente». Non solo: in forza della procura ormai decaduta, il Forte si obbliga a riacquistare ritagli di proprietà – anche mere frattaglie – a insindacabile giudizio dell’acquirente, e cioè di Rovelli. A compimento dell’opera, lo stesso 25 maggio Forte cedeva all’ex sindaco di Borgarello anche i terreni acquistati nel 2007 dall’agricoltore.
Altro che fautore dell’interesse del suo cliente: prevedendo solo obblighi a carico del venditore da lui peraltro illecitamente rappresentato – stando all’Atto – Emanuele Forte avrebbe dato luogo a «una vendita meramente simulata», in sostanziale comunanza di interessi con Donato Rovelli.
Non è finita: a fronte delle più che giustificate rimostranze del contadino, l’ex sindaco cede il preliminare di compravendita dei terreni acquisiti in modo «illecito e fraudolento» ad una società, la Due srl «all’uopo costituita» il 25 luglio 2012 (al solito con la generosa penna del notaio Trotta), di cui è amministratore unico il figlio Gabriele Rovelli, e «la cui compagine sociale è opportunamente occultata da una fiduciaria, tale Fider srl».
Insomma, delle due l’una: come leggiamo, «O si tratta di un atto simulato e quindi nullo, perché volto a creare un’interposizione fittizia. O si tratta di un’interposizione reale, ma sempre nulla volta a determinare un mero vincolo, che impedisse alla revoca della procura a far riacquistare il bene all’agricoltore, e quindi illecita e fraudolenta».
Ancora una volta siamo chiamati a misurarci con storie di speculazioni, terreni comprati e poco dopo rivenduti a cifre ampiamente superiori, tali da fruttare plusvalenze milionarie. Sia chiaro, speculare può essere moralmente riprovevole, ma di per sé non costituisce reato. Tuttavia, per chi sta in “buoni” giri, per chi gode di entrature e larghe o strette intese con la pubblica amministrazione, fare affari è un gioco da ragazzi: suoli “eccellenti” comprati al prezzo “agricolo” da speculatori, faccendieri o società immobiliari e dati in pasto a costruttori o società commerciali, insieme a benevole autorizzazioni o certificazioni a firma di altrettanto benevoli pubblici dipendenti.

(Giovanni Giovannetti, Comprati e venduti, Effigie 2013, pp. 123-33)

Lunga vita a Vito

7 dicembre 2016

Dopo il servizio delle Iene il 28 novembre su Italia Uno (e in attesa di una loro nuova discesa pavese a breve) l’agenda televisiva di Vito Sabato registra altri due appuntamenti: mercoledì 7 dicembre Vito è stato a TelePavia, ospite della trasmissione Ora locale (lo vediamo nella foto, negli studi di TelePavia, con Giovanni Giovannetti e Mario Fortunato); domenica 11 dicembre alle ore 14 sarà invece ospite di Massimo Giletti a L’Arena, seguitissima trasmissione pomeridiana di Rai 1. Tra la prima e la seconda apparizione, chi ne avesse piacere potrà leggere, venerdì, il ritratto a lui dedicato dal settimanale della diocesi pavese Il Ticino. Buona visione e buona lettura.

Vito Sabato è quel funzionario comunale tutto d’un pezzo che in più riprese ha denunciato alla procura pubblici amministratori e dirigenti tutti d’un prezzo. Da qualche settimana la storia di Vito è romanzo popolare, dopo un seguitissimo servizio delle Iene il 28 novembre su “Italia Uno”: Iene scatenate poiché, invece di premiarlo, l’amministrazione pavese lo vuole inoperoso, così da non nuocere (Vito, e non i sette o ottanta ladroni da lui denunciati e ora a processo). Alle Iene, e non senza imbarazzo, il sindaco Massimo Depaoli ha detto che la questione dipende dai dirigenti (e da chi dipendono i dirigenti?) e che, ad ogni buon conto, a breve lui vedrà e provvederà (le Iene contano i giorni).
Ora, segnatevi questa data: dopo TelePavia (mercoledì 7 dicembre, ore 19,30) domenica 11 dicembre Vito Sabato sarà nuovamente in tivù, ospite di Massimo Giletti a Una domenica da leoni, spin-off de L’Arena (Rai 1).
Il bel faccione di Vito buca lo schermo, ma non sfonda sulla stampa locale (quella nazionale, dal “Fatto Quotidiano” alla “Stampa”, ne scrive ormai costantemente): evidentemente ciò che dal Pavese fa notizia in Italia, non ha caratura per il quotidiano di Pavia. Poco male, poiché il nostro Vito (tra i pochi “eroi” positivi in circolazione) in queste ore deve fare la spesa col passamontagna, per non trovarsi sommerso dai complimenti e dalle strette di mano dei concittadini.

Cittadino perbene

Discriminato e mobbizzato sia dalle Amministrazioni di sinistra che da quelle di destra per aver denunciato più d’una ruberia in danno della collettività. Anzi, a rendere dura la vita di questo nostro funzionario comunale concorre proprio il temerario Angelo Moro, l’ex dirigente all’Urbanistica ora alla Mobilità, a giudizio per gravi reati contro la pubblica amministrazione eppure nemmeno sospeso (da Moro quest’anno ben tre contestazioni disciplinari).
E dire che, stando alla legge “anticorruzione” nella pubblica amministrazione, «il pubblico dipendente che denuncia all’autorità giudiziaria […] condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria…» (legge 190/12 , art 1, comma 51). E dire che, stando alla Corte dei Conti, tali malefatte sono ormai da tempo una tassa occulta che ogni italiano paga: 60 miliardi annuali, 1000 euro a testa, neonati inclusi.
Dunque, Vito Sabato andrebbe ringraziato – e non perseguito – per aver denunciato mercimoni milionari in danno della collettività. Furfanterie che vanno dalla lottizzazione abusiva di Punta Est all’illecito urbanistico di Green Campus; dall’assunzione di taluni dirigenti con concorsi ad personam alle gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento, e fatturati due volte).

I traffici dell’Ufficio Traffico

Soffermiamoci su questo ultimo grave illecito. Siamo nel 2006, Sabato denuncia lavori pagati e «in gran parte mai realizzati» per un ammontare calcolato in 2.277.598 di euro. Sempre le stesse ditte a concorrere e altre delizie a danno dei contribuenti. Illeciti per i quali l’8 aprile 2011 il Tribunale di Pavia ha condannato fra gli altri l’ex dirigente dell’ufficio Mobilità e Trasporti Antonio Capone (falsi, truffa aggravata e continuata, peculato, violenza privata continuata e aggravata: tre anni e dieci mesi di reclusione e risarcimento danni). Il «sistema criminale» era in voga da anni. Una «radicata prassi corruttiva», una «disinvolta e criminale gestione del pubblico denaro» e degli appalti stradali nutrita dalle «pressioni di assessori che non hanno esitato a minacciare di licenziamento funzionari onesti, che hanno avuto solo la colpa di denunciare i fatti a cui stavano assistendo». Sono le parole del pm Roberto Valli, riprese dalla sua requisitoria.
Al Capone e alla sua combriccola di certo non è mancata l’ironia: lavori su 413 metri lineari di asfalto pagati come se la strada fosse lunga più del doppio o del triplo; strisce per il parcheggio delle auto tinteggiate lungo vie in terra battuta; fermate per l’autobus in vicoli forse accessibili a un motorino; un impianto semaforico tra via Lardirago e la tangenziale, là dove in realtà troviamo un sottopasso… In un secondo esposto alla Procura, Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore socialista alla Mobilità e alla Polizia locale, e il direttore generale del Comune di Pavia Giampaolo Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al segretario generale del Comune, il comandante della polizia municipale Gianluca Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che l’ingegner Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».

Il sindaco parla per messaggi

«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Sono parole inquietanti, del sindaco Piera Capitelli (centrosinistra, sindaco di Pavia dal 2005 al 2009) a Vito. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione aveva risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio…» Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico.
Da sinistra a destra. Dopo il cambio di colore nel 2009, il combattivo funzionario si ritrova malvisto anche dalla Giunta Cattaneo (centrodestra). E nulla cambia dopo il 2014, col silente sindaco Depaoli (centrosinistra).
Secondo il pm Valli, il processo al Capone «è l’esempio di come a Pavia può esserci un malaffare diffuso nella gestione degli appalti e l’asservimento sistematico del pubblico agli interessi del privato». Ne siamo convinti.

Postilla finale

E mai il valente Mario Fortunato di TelePavia fu più profetico nell’ipotizzare in trasmissione una nuova contestazione comunale: proprio il 7 dicembre, a Vito è stata notificata l’ennesima reprimenda dal plurindagato Angelo Moro, la quarta in un anno. Su questo dirigente incline alle furfanterie già la Cassazione si è pronunciata definitivamente, ordinando la confisca dei 77 appartamenti illecitamente costruiti a Punta Est dopo un suo generoso permesso.
Vito Sabato viene accusato di aver fatto affermazioni che possono nuocere al prestigio e all’immagine del Comune (Vito il nocivo, e non l’imputato Moro); e che tali affermazioni sono riconducibili all’attività dell’Ente (come se fosse stato l’Ente, e non l’incantevole plurimputato ad aver rilasciato permessi farlocchi e cioè fuorilegge).
A proposito: caro sindaco Depaoli, cara vicesindaco Gregorini, vi si informa che dopo la menzionata sentenza della Cassazione, a questo tale i danni (500mila euro) li potete rivendicare senza dover attendere la futuribile sentenza penale.

NO

2 dicembre 2016

Azzurra nostalgia

12 novembre 2016

Adriano Ballone intervistato da Fahrenheit, a Radio3, racconta gli ingredienti geografici e psicologici che l’hanno indotto a scrivere Azzurra nostalgia. Lucio Mastronardi e gli altri di Vigevano, edito da Effigie.

Lucio Mastronardi fa il maestro elementare e lo scrittore di romanzi diventati cult oggi (ad esempio Il maestro di Vigevano) e Vito Pallavicini scrive canzonette che ancora cantiamo e che riempiono la pubblicità (Azzurro ad esempio).
Che hanno a che spartire questi due? Forse nulla. Forse molto. In comune hanno la stessa città di origine, quella Vigevano, città di provincia allora ignota ai più, che per alcune fortunate circostanze diventa, come dice Giorgio Bocca, una «città campione»: quella città la vivono nelle stesse strade e negli stessi bar. E negli stessi anni: tra la fine della guerra e la fine dei Settanta, anni nei quali l’Italia, “miracolosamente” (ma in verità per merito della sua gente), esce all’improvviso dal suo “medioevo” e si proietta in un futuro post-capitalistico: si passa dalla bici all’auto, dalla matita alla biro, dalla latrina nel cortile al bagno vicino alla cucina.
È così veloce il cambiamento che pochi hanno tempo e modo di comprendere cosa stia succedendo: Vito, nel suo piccolo, il cambiamento lo provoca, lo colora; Lucio, nel suo piccolo, lo studia, lo interroga, trova la parole giuste per raccontarlo.
Oggi ci aiutano a capire cosa significhi «cambiamento » e con quale malessere tutti quanti lo viviamo, allora e oggi: di molte parole siamo debitori nei loro riguardi.
Attraverso uno scavo rigoroso sulle fonti e tra le memorie, Adriano C. Ballone ha indagato in quella trasformazione da un angolo visuale del tutto nuovo: usando la biografia di due nomi illustri, nemici-amici, ci restituisce con un linguaggio rapido e intenso il romanzo, l’affresco di una stagione vivace, quasi caotica, prudente e permalosa eppure vitale, dentro a un periodo storico dal quale ancora traiamo linfa e suggestioni e che, di tanto in tanto, torna con il sapore di un’intensa, mastronardiana, nostalgia. Che spesso si tinge d’azzurro, come nelle canzoni di Vito.

Amori e guerra

24 maggio 2016

Dialogando con Mino Milani
di Luisa Voltan

In attesa dei prossimi incontri, proponiamo un’intervista all’autore del racconto Due soldati, edito da effigie nella collana il Regisole.

Il protagonista di Due soldati, il giovane Marco, vive in un mondo assolutamente diverso dal mondo in cui sono i ragazzini di adesso: vedono la guerra in tv, a loro sembra un videogioco, giocano ai videogiochi, e spesso sono giochi di guerra. Come raccontare ai coetanei odierni la guerra di allora?

Quel modo di fare la guerra oggi come oggi è inimmaginabile. In Due soldati lo scenario è quello della guerra con gli eserciti uno di fronte all’altro, in trincea o in campo aperto. E i giovani lettori di oggi possono immaginare la Grande guerra attraverso lo sguardo di Marco, le sue sensazioni, il modo di essere di un loro coetaneo di cent’anni fa. La guerra è facile da raccontare, così sembra, certo è difficile da spiegare.

Per i volontari della Grande guerra le motivazioni fondamentali sono il coraggio e gli ideali?

Nella mia vita ho parlato con centinaia di soldati, e loro mi hanno parlato principalmente di senso del dovere. Capisco che adesso possa rendere stupefatti, specialmente i giovani che non ne hanno più; e penso che possa scocciare molto i non più giovani, l’idea del dovere, il “bisogna andare in guerra, non ci piace, ma si va”.
Malgrado tutte le polemiche, una volta in guerra solo un’esigua minoranza scappava, poiché gli italiani non sono vigliacchi, la maggioranza non lo è. E a quel tempo lo era ancora meno. C’era lo Stato che adesso non c’è più, ci abbiamo rinunciato.
E l’eroismo non è stata la molla, nemmeno per persone che poi si sono trovate nella condizione di fare l’eroe; non erano andati là per fare gli eroi. Certo c’è anche chi è scappato, chi si è arreso al primo colpo, chi ha fatto di tutto per non andare; però la stragrande maggioranza andava, anche i contadini che non avevan voglia di fare la guerra – giustamente, nessuno ha voglia di fare la guerra, né la prima né la seconda, intendiamoci – però l’hanno fatta. E se non l’avessero fatta, l’avremmo persa.

Cosa ti raccontava tuo padre, il tenente degli Alpini Carlo Milani?

Mi parlava soprattutto di una grande sofferenza, che certe volte lo umiliava. Una volta avevano fatto un attacco nella neve, avevano preso una trincea austriaca – e si commuoveva nel raccontarlo – e sono rimasti stupefatti, si son guardati in faccia smarriti, quando scoprirono che gli austriaci avevano il pasto caldo: loro nella neve mangiavano solo roba fredda. Ecco, queste cose così elementari non l’hanno mai lasciato. E poi la morte dei compagni. Non mi aveva mai parlato del combattimento, anche se lui ha preso parte al più feroce combattimento cui sian mai stati chiamati gli Alpini, che è quello della battaglia dell’Ortigara.

Se non delle battaglie, di quali episodi ti rendeva conto?

Mi ha raccontato, una volta, una delle sue esperienze più tragiche. Dopo un assalto respinto, s’erano ritirati sotto il fuoco degli Austriaci. Per ripararsi dalla sparatoria lui si era buttato dietro a una pietra, ed era andato a finire addosso a un soldato che stava marcendo, o era addirittura già marcio.
E dice …sai sono cose che… però sapere che se ti muovi muori, e dover star fermo in quelle condizioni è una cosa orribile. E allora cosa fai in questi casi? Sei lì, tieni duro, non scappi… Poi mi raccontava degli attacchi, e bisogna tener conto di una cosa: aveva 22 anni, e i 22 anni di allora non erano quelli di oggi. Mio padre raccontava la battaglia dei suoi, che erano ragazzi come lui, magari anche più giovani, che chiedevano …cosa facciamo tenente? E le sue risposte: Facciamo la guerra… State giù… Sparate… State attenti a non farvi ammazzare… Guardate, chi scappa è morto. Insomma, faceva fronte al suo dovere di comandare un pugno di ragazzi. E lui li comandava, lui era convinto della guerra, lo diceva.

Come vorresti venisse raccontata la Grande guerra dai libri di storia?

In Italia, la storiografia militare è sempre stata mortificata. C’è chi lo fa raccontando la “sua” guerra, e sono cose importantissime. Per esempio, Paolo Caccia Dominioni racconta El Alamein come non l’ha mai raccontato nessuno; e Carlo Salsa racconta la Grande guerra nella fase più triste, più squallida, più feroce.
Poi ci sono quelli che fanno storiografia semplicemente in polemica, contro il sistema, contro la guerra, e da lì che vengon fuori gli italiani pavidi, tutti pronti a scappare.
Solo di recente, finalmente, si è venuta presentando una diversa storiografia: in alcuni libri di guerra, che sono quasi tutti scritti da inglesi, che sono i più preparati, è tornata anche la poesia. A un certo punto, un autore che fa riflessioni rigorosissime dal punto di vista storico, ti dice che la tal posizione tedesca è stata attaccata, a Gallipoli piuttosto che sul fronte occidentale, dal tal battaglione, dal tal reggimento, che ha avuto tante perdite, ha fatto questa manovra piuttosto che quest’altra, eccetera. Te la spiega bene, ti dice quanti feriti, e poi ti dice l’emozione e ti mette la poesia di un soldato che l’ha combattuta.
Tu dimmi in quale libro italiano di storia militare – pur avendo noi a disposizione le poesie di un Ungaretti o un Montale – siano mai comparse poesie. Noi italiani non lo sappiamo fare.

Cosa hai voluto mettere in questo nuovo racconto sulla Grande guerra?

Mi son detto: voglio fare un libro che crei nel lettore qualche pensiero in più sulla Grande guerra, di chi la voleva, di chi l’ha accettata, di chi non la voleva, di chi aveva il coraggio di farla, di chi non ce l’ha avuto; delle donne che vedevano i mariti e i morosi andare in guerra, dell’incontro con la morte. Un ragazzo di 19 anni che improvvisamente incontra la morte, quella morte, violenta, non ne viene fuori come se niente fosse. Non è il veterano che ne ha visti morire diecimila e dice …va be’ insomma, si sa che in guerra si muore. Ho cercato di dare queste sensazioni.

Mi dai una motivazione su tutte per leggere Due soldati?

Come in tutti i libri che faccio, tento di mettere l’uomo al centro del racconto. L’uomo di fronte all’avventura, di fronte all’amore e in questo caso di fronte alla guerra. Cento anni fa c’è stata la guerra mondiale. Lasciamo perdere le motivazioni politiche, guardiamo all’uomo. Non guardiamo ai generali, non guardiamo ai politici che la guerra la dichiarano, io insisto su questo. Attenzione non confondiamo il soldato con la guerra, perché la guerra, come diceva quel tale, è la continuazione della politica con mezzi diversi. Altro è quel poveraccio che deve andare, deve lasciare la famiglia, la morosa magari i figli e andare a combattere e lasciarci la pelle. C’è una bella differenza tra le due cose. Due soldati è una storia che riguarda il soldato e chi sta dietro, la moglie, la morosa, l’amico.

Per chi hai scritto questo libro?

Per chi la combatte la guerra è un fatto personale, però va sempre considerata nel suo insieme. Quando tu parli di una guerra, devi prima di tutto vedere chi l’ha vinta e chi l’ha persa. Gli italiani questa guerra l’hanno vinta, se ne parla con un certo orgoglio. In questo libro ho voluto narrare la storia del giovane Marco che va in guerra e vince. Non per niente ho scelto un ragazzo. Anche se non è necessario che nei libri per ragazzi il protagonista sia un ragazzo. Tommy River, che ha segnato la mia fortuna, è un adulto. Altri romanzi, come quelli di Salgari, non avevano protagonisti i ragazzi. Del resto, i protagonisti della vita dei ragazzi sono quasi sempre gli adulti: i genitori o gli zii, l’attore o il grande campione, non sono insomma ragazzi come loro.
Qui casualmente è un ragazzo, è qui solamente perché poi va in guerra. Fosse stato uno che poi s’imboscava non ne avrei scritto la storia.

In città se ne parla

23 maggio 2016

La macchinazione e Frocio e basta all’Arsenale di Pisa

Lunedì 23 maggio all’Arsenale di Pisa, Libero de Rienzo, Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti presentano il film di David Grieco La macchinazione (con Roberto Citran, Libero de Rienzo e Massimo Ranieri tra i protagonisti) e il libro Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio di Benedetti e Giovannetti.

La donna del soldato

20 maggio 2016

di Luisa Voltan

Sabato 21 maggio alla libreria Feltrinelli di Pavia (via XX Settembre 21, ore 18) Mino Milani presenta Due soldati,  il suo ultimo romanzo, conversando con Paola Chiesa.

Un ragazzo e un uomo, una donna e tante persone, un postino e due soldati. È dunque una storia di guerra l’ultima produzione letteraria di Mino Milani. Una storia dentro la Grande guerra, quell’avvenimento bellico a tutti noto come Prima guerra mondiale. E subito a pensare: roba di guerra, non lo leggerò. Ovvio constatare che, come in tutte le storie di guerra, anche qui, ci sono esplosioni e schegge, assordanti lamenti e odori indicibili – e qui la descrizione è semplice e al contempo terrificante. Ma in questo libro, come sempre nella scrittura di Milani, c’è molto altro: le passeggiate, prima della guerra «in un sentiero sotto gli alberi e lungo il torrente» dei ragazzi, e «abbracci, baci, naturale», prima della guerra. E le lettere che arrivano dal fronte: «il Signore mi ha tenuto la mano sulla testa e sono a scrivervi dopo che sono andato due volte all’assalto». Ci sono anche le notizie portate dal sindaco e la speranza che non bussi mai alla porta, durante la guerra. «La guerra sarebbe finita presto, no?» Inquieti i pensieri e le parole: «Entro Natale sarà finita», e poi: «ancora un anno così, e la guerra sarà finita».
I personaggi a tutto tondo non solo ci raccontano emozioni che ovviamente non vorremmo mai provare in prima persona, ma anche stimolano noi a porre domande inconsuete, noi che stiamo vivendo un tempo che appare senza guerra.
«L’idea della pace, invece, gli pareva facile e giusta», così scrive Milani del suo protagonista giovane, e gli fa dire: «Ti credevo un uomo pacifico» mentre discute col padre. Il lettore di oggi prova forse un senso d’imbarazzo all’idea di trovarsi a dover ribattere a una tale affermazione.
«Se ti richiamano e vai in guerra, vengo con te!» dice una ragazza, sorridendo: come reagirebbe a cotante parole d’amore un ragazzo di oggi?
Ma la guerra «tira vecchi tutti, anche quelli che non la combattono», la guerra è potente, la guerra tira a prendere una parte, fino a far dire: «No. Niente mangiare. Sapete che cosa dovete fare, voi due? No? allora ve lo dico io. Tornare indietro, dove il pane ve lo davano». Così inveisce la zia del ragazzo, al cospetto di due disertori, e rincara la dose: «Andare in Veneto, al vostro posto. Questo dovete fare. Via di qui!»
La grana del racconto è densa di quell’umore che è memoria raccolta in prima persona. L’invenzione sta nei passi dei protagonisti, ma il senso di ognuno di loro è travasato da quelle parole reali ascoltate dal giovane Guglielmo, non ancora scrittore. Un uomo del 1895, suo padre, anche se di guerra non parlava volentieri, riuscì a trasmettergli l’atmosfera di ciò che aveva vissuto in prima persona. Si chiamava Carlo, a ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara, aveva mangiato pane e terra e respirato gli odori della trincea. Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, «per finire il lavoro dei nostri vecchi. Loro hanno cominciato a mettere insieme l’Italia e noi la finiremo», per dirla con le parole che Milani usa nel racconto. E ancora una volta c’è un pensiero da comprendere, c’é un’idea da rimuginare in questo piccolo libro.
Ma come va a finire? Il 3 novembre 1918, Carlo Milani annotò sul suo diario: «Dio, com’è grande e bella la vittoria». Nella narrazione di Mino Milani, prima della fine, c’è la battaglia, ci sono i soldati e gli ufficiali, ci sono le armi, c’è la morte. Nei luoghi in cui anche l’algido Hemingway provò l’esperienza bellica, siamo travolti con i soldati da polveri e odori, dolori e speranze; ascoltiamo con loro terribili ordini di morte: «E quando ordino “Fuoco”, voi sparate! Sparate».
Non lontani i tempi in cui il generale Garibaldi, tanto conosciuto quanto amato da Milani, ordinava ai propri soldati di far fuoco, non prima di avere il nemico vicino, non prima di aver visto il bianco dei suoi occhi. Qui invece l’ufficiale è perentorio: «Non pensate di sparare a qualcuno: sparate e basta!».
Fra queste righe, prima della fine, leggiamo altrettanto terribili parole di consolazione: «Avrebbe anche pianto, non fosse stato un ufficiale. Aveva un gran sonno. Non voleva dormire. Accese una candela, trasse dal suo zaino un quadernetto, con una matita copiativa cominciò a scrivere…»
Ma come va a finire? «Anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare», dice a se stesso il ragazzo. Il libro finisce e si ricomincia a pensare.

L’altra faccia dell’onorato Paese

18 maggio 2016

Giovedì 19 maggio alle ore 18, presso la libreria Feltrinelli di Pavia (in via XX Settembre 21) Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti presentano la nuova edizione di Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio. In questo libro sono pubblicati per la prima volta i tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini intendeva pubblicare tra la prima e la seconda parte del suo incompiuto romanzo: nei fatti, è uno dei capitoli mancanti del mutilato Petrolio. Di seguito, una contenuta sintesi dell’introduzione di Giovanni Giovannetti ai tre discorsi dell’ex presidente di Eni e Montedison, il presunto fondatore della loggia massonica segreta Propaganda 2.

Al capitalismo globalizzato Eugenio Cefis guardava come alla nuova “patria”. «Come si svilupperà il rapporto tra queste società che operano su basi internazionali e gli Stati sovrani?», si domanda il 23 febbraio 1972, parlando agli allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena.

La mia patria si chiama multinazionale

Agli albori della civiltà informatica (che favorirà nuove filosofie produttive e l’uniformazione dei consumi su base mondiale), poco dopo l’“Autunno caldo” e il Sessantotto, e a poco più di un anno dal fallito golpe Borghese, in La mia patria si chiama multinazionale (questo è il titolo dato alla conferenza modenese) l’ex cadetto Cefis invoca meno diritti democratici, la riforma della Costituzione, presidenzialismo autoritario, meno poteri al Parlamento. Cinque anni dopo saranno tra i punti cardine del piduista Piano di Rinascita democratica.
Cefis ha letto The Multinationals dell’inglese Christopher Tugendhat, pubblicato in Italia da Mondadori proprio nel gennaio 1972 (nel discorso di Modena ne cita un passo). Elencando alcune società “modello”, Cefis loda l’americana International Telephone and Telegraph Corporation (Itt), la multinazionale coinvolta in Cile nel colpo di Stato del generale Augusto Pinochet contro Salvador Allende, il presidente democraticamente eletto: una società internazionale, scrive profeticamente Tugendhat «diretta dal centro per perseguire gli interessi del centro» (Pasolini la nomina all’Appunto 102a, L’Epochè: Storia di un volo cosmico: «Il gigantesco sforzo tecnologico […] era stato sostenuto da una grande Società: come potrebbe essere la Itt, per esempio»).
The Multinationals si rivela robusta base teorica e ideologica del discorso modenese, prefigurativo ed “europeista” in senso ovviamente assai particolare: l’Europa che auspica è quella che oggi conosciamo, di banchieri e capitale finanziario (la sua unità politica e il conseguente meticciamento culturale possono tuttora attendere). Nel discorso ricorrono altresì alcuni degli argomenti discussi un anno prima tra pochi intimi a Frascati presso Roma in casa di uno dei predecessori di Cefis, l’ex presidente di Montedison Pietro Campilli, poco dopo la caduta del governo Rumor nel 1970, poco prima del tentato golpe Borghese. Come riferì lo stesso Campilli agli autori di Razza padrona Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, a quella riunione «c’erano alti magistrati, qualche grande industriale, Cefis, Petrilli, Carli, alcuni consiglieri di Stato, un paio di “principi del foro”, tre o quattro direttori generali della pubblica amministrazione. Una ventina di persone in tutto». L’eco dei concetti esposti, scrivono i due giornalisti in Razza padrona «si ritrovò in seguito in alcuni testi importanti», come appunto il discorso di Cefis ai cadetti di Modena.
A fronte della «pressione politica che le multinazionali possono esercitare», gli Stati nazionali vengono ridotti da Cefis a scatole vuote, con tanti saluti all’idea di patria, liquidata tra i ferrivecchi, e pronosticando la fine del potere politico, rivolge ai militari l’invito rivolto a occuparne il vuoto all’ombra delle grandi aziende:

I maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale. […] Se questo è il tipo di società verso cui ci stiamo avviando è facile prevedere che in essa il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato è destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale in cui si lavora. […] La difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed è probabile che arriveremo ad una modifica del concetto stesso di Patria, che probabilmente i vostri figli vivranno e sentiranno in modo diverso da voi. […] Non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta adeguata sul piano politico ai problemi che esse pongono.

Di nuovo è innegabile la simmetria del Cefis-pensiero con quanto leggeremo più tardi nel piduista Piano di rinascita democratica. Al capitolo Programmi (punto 1) si adombra infatti:

lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati e dal Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria.

Cefis conclude esortando gli «ufficiali di domani» ad occuparsi in modo sistematico di «fenomeni sociali» e di politica: «Studiate i problemi del mondo che vi circonda; riflettete sull’importanza del vostro ruolo in un’epoca che non può permettersi la guerra». E aggiunge che le future “guerre permanenti” i militari le dovranno combattere non tanto contro altri eserciti quanto sul fronte interno, dentro la società:

non disdegnate le scienze politiche, non trascurate lo studio dei fenomeni sociali, approfonditeli con attenzione e meditate sulle loro linee evolutive. In poche parole, occupatevi di politica.

Queste parole di Cefis sembrano avvicinabili a quelle di un altro testo:

I Fratelli membri del Comitato esecutivo massonico debbono perciò studiare, analizzare il potere al fine di conquistarlo, esercitarlo, conservarlo, aumentarlo e renderlo sempre più saldo.

Le si legge nel documento costitutivo della Superloggia internazionale segreta – parallela alla P2 e aperta ai non massoni – fondata a Montecarlo il 1° gennaio 1977 dopo la fittizia soppressione della chiacchierata P2 da parte dei Maestri Venerabili del Grande Oriente nella Gran Loggia di Napoli (30 dicembre 1974), la successiva ricostituzione (giugno 1975) e la nuova sospensione, quest’ultima decretata il 26 luglio 1976 dal Gran maestro Lino Salvini su sollecitazione, o meglio ricatto, di Licio Gelli. Fu in realtà uno stratagemma per ricrearla, ma riformulata, continuando a dirigerla in proroga, così da «rendere ancora più riservata l’organizzazione» (come si legge nella Relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2). Nell’occasione, Salvini eleverà Gelli al rango di Maestro Venerabile, ignorando l’opinione dei massoni cosiddetti “democratici”, che lo avrebbero voluto “in sonno” per almeno tre anni.
Pasolini vede Eugenio Cefs come “un eroe” diabolico, «come gli eroi di Balzac e Dostoevskij: conoscono cioè la grandezza sia dell’integrazione che del delitto». E voleva inserire integralmente in Petrolio La mia patria si chiama multinazionale, situandolo proprio al centro del romanzo, assieme ad altri due discorsi di Cefis: L’industria chimica e i problemi dello sviluppo e Un caso interessante: la Montedison. Del primo, che fu tenuto il 14 giugno 1974 al romano Centro Alti Studi per la Difesa, Pasolini scrive (sul “Tempo illustrato” il 18 ottobre 1974) «benché solo ciclostilato a cura di Montedison ho avuto l’occasione di leggere». Del secondo, previsto per l’11 marzo dell’anno prima alla Scuola di cultura cattolica di Vicenza e rinviato all’ultimo momento, Pasolini possedeva il testo originale. Li aveva ricevuti tutti da Elvio Fachinelli, non sappiamo in quale ordine.

Un caso interessante: la Montedison

Nella Vicenza dorotea dell’alleato Mariano Rumor e della South European Task Force presso l’U.S. Army Hearlth Center (qui ha infatti base la 173ª brigata paracadutisti degli Stati Uniti) Cefis avrebbe inteso affrontare per la prima volta pubblicamente i problemi di Montedison e quelli della fragile e provinciale industria chimica italiana in crisi: stabilimenti sottodimensionati inadatti alla competizione internazionale, scelte strategiche non sempre azzeccate, modesta cultura industriale. Insomma, un capitalismo feudale o peggio parassitario, che sprecherebbe risorse senza creare lavoro. Sono giudizi taglienti, da leader politico, e «forse è proprio per questo», scrivono Scalfari e Turani, «che la conferenza nel corso della quale doveva pronunciarli, rinviata all’ultimo momento, non fu mai tenuta».
Dopo una dura sintesi storica nutrita da considerazioni personali, in quel testo il decisionista Cefis passa alle conseguenze sociali della modernizzazione, foriera della disoccupazione e di conseguenti maggiori pubblici esborsi in Cassa integrazione guadagni. Nel concludere, non manca di invocare più autonomia per il management Montedison – ovvero per se stesso, senza troppo indugiare sulle indicazioni programmatiche del Governo – al fine di ricondurre l’orientamento produttivo aziendale, dice, al chimico e al tessile (la chimica di base all’Eni, quella derivata e secondaria, ben più redditizia, a Montedison), mantenendosi tuttavia nel settore farmaceutico con la Carlo Erba e Farmitalia (acquisite nel 1993 dal gruppo svedese Pharmacia), nella grande distribuzione con la Standa (ceduta nel 1988 a Fininvest) e nel settore alimentare con la Alimont, ceduta nel 1974 alla Sme, gruppo in parte pubblico (Iri) in parte privato (Bastogi).
Invoca altresì la cessione dei settori non più strategici, la chiusura di altri stabilimenti (da lui chiamati «punti di crisi») e il licenziamento del personale che fosse d’intralcio al nuovo corso (nel 1971 fece molto scalpore sull’“Espresso” l’elenco di una cinquantina di dirigenti impietosamente cacciati da Cefis poco dopo il suo arrivo in Montedison: licenziamenti paragonati a “purghe”), in modo da potersi librare senza zavorra in un mercato dalle dimensioni quanto meno europee. A questo fine, un anno prima Cefis aveva chiesto allo Stato ben 2.447 miliardi in finanziamenti agevolati, presentando un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue” (e, a ricatto, la minaccia di licenziamento per 20.000 operai ritenuti in esubero). L’esatto contrario di quanto venne detto nel 1967 al momento della fusione tra Montecatini ed Edison: «Caro Stato, abbiamo i quattrini, autorizzaci a fare», ora mutato in «dateci i quattrini che sappiamo noi cosa fare»: è insomma quell’economia mista pubblico-privata, incline a privatizzare gli utili e socializzare le perdite. E Cefis lì a coltivare il mito del ritorno dell’utile in bilancio (non era vero, e lo dimostrano Turani e Scalfari in Razza padrona) e il mito di se stesso, usati come accrediti per batter cassa senza limiti al sistema bancario o presso regioni e ministeri, scaricando altresì le aziende “cotte” nel generoso piatto di chi le avrebbe poi “salvate”, sempre a spese dello Stato (ad esempio, le miniere della Monteponi e della Sisma, andate alla Egam dell’intraprendente Mario Einaudi). Cefis arrivò anche a rasentare il falso in bilancio pur di avere leggi favorevoli e altri quattrini. Soldi poi parzialmente investiti in speculazioni di borsa (Giorgio Corsi – il ciambellano di Cefis – era il solerte cerimoniere dell’intricato meccanismo).
Dopo aver scalato Montedison con i soldi pubblici dell’Eni (più di 100 miliardi); dopo aver trasferito da Eni a Montedison la remunerativa chimica secondaria e poi traslocato lui stesso, ora il neo-presidente punterebbe a privatizzarla poiché ritiene la chimica l’affare del (suo) futuro, nuova frontiera destinata a rinverdire la funzione dell’auto nell’economia nazionale.
In quello stesso testo-manifesto, non letto, Cefis ribadiva «irrilevante» l’influenza di Montedison sui mezzi d’informazione, che sarebbe «di certo molto più modesta di quella dei nostri interlocutori, anche perché non possediamo né giornali né agenzie di stampa» (si ricordi che la Società italiana resine di Nino Rovelli – il terzo incomodo tra Eni e Montedison, con base in Sardegna – riteneva non senza motivo sovrastimate le richieste economiche di Cefis al Governo e lo attaccava dai giornali che possedeva nell’isola). A questo presunto limite strategico presto porrà rimedio, arrivando a controllare buona parte della stampa italiana (fra gli altri, il milanese “Corriere della Sera”, i romani “Messaggero” e “Tempo”, e il settimanale “Tempo illustrato”, senza tralasciare un contributo finanziario al nascente “Giornale nuovo” dell’amico Indro Montanelli), garantendosi così uno smisurato potere personale. Tutto questo a spese di Montedison: ben 90 miliardi delle vecchie lire, in ampia parte provenienti da fondi neri. Inutile sottolineare che l’acquisto di giornali non sarebbe tra le mission del gruppo, di cui la chimica pare ormai «soltanto un pretesto» (Turani).
Cefis sa bene che le sue ambizioni richiedono una efficace organizzazione del consenso e solidi rapporti politici: «aveva capito già da molti anni che la via per il potere passava proprio attraverso rapporti scorrevoli con chi teneva in mano le chiavi della politica e, al tempo stesso, le chiavi della finanza pubblica».

L’industria chimica e i problemi dello sviluppo

Il suo discorso al Centro Alti Studi per la Difesa di Roma verte invece sui guasti di una «irrazionale» industrializzazione, lesiva per l’ambiente e concentrata nel Nordovest del Paese che, marginalizzando l’agricoltura (un mercato internazionale «di determinante importanza» per Montedison, poiché l’azienda vi era schierata in tutta la filiera, dai concimi chimici all’imballaggio), ha ingenerato sottosviluppo socialmente pericoloso invece di ordinato sviluppo e benessere. Solo «un’economia capace di affrontare i problemi della fame e della povertà» planetaria coniugata a «risolutivi interventi antinquinamento» e alle fonti alternative sarebbe foriera di un «benessere autentico».
Economia capace o rapace? «Passarono gli uni e gli altri su quella ricchezza come uno stuolo di cavallette si abbatte su un campo di grano. Alla fine non ne sono rimaste che spighe vuote», si legge in Razza padrona, libro del 1974 eppure profetico, tanto pare attuale: «Della crisi che stiamo attraversando […] generale è l’ammissione che la causa delle cause sia l’ingrossarsi dell’esercito improduttivo e gli effetti che la sua presenza ha provocato». La sovvenzione di imprese politicamente sostenute è «simile alla droga e chi si abitua a conviver con essa per qualche tempo difficilmente poi l’abbandona». Un male oscuro e antico, da ascrivere «all’assenza d’una classe dirigente che esprima di sé un’immagine costruttiva e su essa attragga l’emulazione e l’imitazione degli altri componenti della società».
Già prima il capitalismo italiano faticava a manifestarsi, camuffato, dice Francesco Alberoni, nel precapitalistico e corporativo patrimonialismo di ceto. Il sociologo allude alla grande occasione industriale persa dall’Italia negli anni Sessanta con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che aveva reso indennizzi per 1.500 miliardi di lire ai cinque gruppi che prima la gestivano (Sade in Veneto e parte dell’Emilia; Edison in Lombardia, Liguria e parte dell’Emilia; Sip in Piemonte; Centrale in Toscana, Lazio e Sardegna; Sme nelle regioni meridionali). Altro che produzione, altro che lavoro duraturo! se si escludono 400 milioni nella disponibilità dell’Iri e 300 di Montedison, quei soldi vennero gettati in speculazioni borsistiche e immobiliari. Anche di peggio poiché questi vetero-capitalisti senza cultura imprenditoriale «misero in moto o aggravarono una serie di elementi negativi di carattere industriale, finanziario o politico, che contribuirono potentemente alla degenerazione del sistema» il sistema misto pubblico-privato delle partecipazioni statali, là dove «il ceto politico e quello economico si sono ormai confusi fino a formare un tutto organico, dove la primazia apparente spetta al politico, ma quella effettiva viene esercitata dal potere economico».
Non fosse per la conclusione a favore del nucleare, l’intervento romano del presidente di Montedison parrebbe la teorizzazione della futuribile Green Economy, l’avveniristico sguardo di un manager curioso e dalle larghe vedute. Ma questo è Cefis, il presunto capo occulto della P2 intenta a seminare bombe e terrore.
La visione filantropica di entrambi i discorsi stride poi con quanto ormai sappiamo dell’uso a fini personali delle aziende di Stato a lui affidate e sugli interessi privati che il presidente di Montedison (controllata Eni, e dunque in ampia parte pubblica) già negli anni della presidenza all’azienda petrolifera di Stato ha coltivato tramite prestanome e società di comodo: quel brulicante affresco sapientemente illustrato da Giorgio Steimetz nel suo introvabile Questo è Cefis, e che Pasolini si accinge a trasferire con ben altro possibile impatto in Petrolio. Ma se di Questo è Cefis sparisce il libro, di Petrolio sparirà l’autore.
Pasolini disegna un romanzo di 2.000 pagine, diviso in due parti «in modo perfettamente simmetrico ed esplicito». E a dividere le due parti dovevano essere proprio i discorsi di Cefis, inseriti integralmente nel testo.
Ecco dunque un ulteriore “capitolo mancante” in Petrolio, proprio come Lampi sull’Eni. Ma se del discusso Appunto 21 si sono perse le tracce, le conferenze del presidente di Eni e Montedison sono tra le sue carte al Gabinetto Viesseux di Firenze. È lui stesso il 16 ottobre 1974 a scrivere come e dove usarle:

Inserire i discorsi di Cefis: i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico ed esplicito.

Eppure nell’edizione postuma di Petrolio non ci sono. Peccato, perché essi avrebbero sin da subito chiarito molte cose di questo romanzo, che lo stesso autore definisce opera «magmatica, sproporzionata, abnorme», rendendolo per l’appunto «esplicito». Motivo per cui le pubblichiamo qui.

Doppio depistaggio

16 maggio 2016

Giovedì 19 maggio esce in libreria la nuova versione (triplicata) di Frocio e basta, libro di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti che fra l’altro propone una approfondita lettura politica di Petrolio, l’ultimo romanzo di Pier Paolo Pasolini, pubblicando anche uno dei capitoli mancanti nella versione a stampa dell’incompiuto romanzo, incompiuto e mutilato. Frocio e basta verrà presentato dagli autori il 19 maggio alle ore 17.30 presso la libreria Feltrinelli di Pavia; e lunedì 23 maggio, alle ore 20.30, all’Arsenale di Pisa, assieme al film di David Grieco La macchinazione. Di seguito, in anteprima, la prefazione di Carla Benedetti.

Questa nuova edizione di Frocio e basta, notevolmente ampliata, anzi triplicata rispetto a quella uscita nel 2012, aggiunge i risultati di ulteriori ricerche e alcuni “materiali” che Pasolini teneva tra le carte di Petrolio. Ci spinge a farlo la convinzione che l’ultima opera di Pasolini, interrotta dalla morte violenta dell’autore, sia stata data alle stampe mutila di alcune sue pagine decisive, quelle che qui pubblichiamo, facendole precedere da una lunga introduzione che le contestualizza e le commenta.
Si tratta dei tre discorsi di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e, all’epoca in cui Pasolini scrive, presidente della Montedison, nonché fondatore e capo della P2. Pasolini intendeva inserirli nel romanzo così come erano, senza modificarli. E a questo scopo li teneva tra le carte di Petrolio, quindi accessibilissimi ai filologi che ne hanno curato l’edizione postuma. Aveva persino indicato il punto esatto in cui collocarli, cioè tra la prima e la seconda parte del romanzo:

inserire i discorsi di Cefis: i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito (un po’ come i due episodi dei venti ragazzi ecc.)

Nonostante l’indicazione precisa dell’autore, quei discorsi sono rimasti fuori da tutte le edizioni di Petrolio, sia da quella del 1992 curata dall’erede Graziella Chiarcossi e da Maria Careri, con la supervisione del filologo Aurelio Roncaglia, sia dalle successive. Perché? Certamente, non erano pagine scritte da Pasolini, ma questo non può essere un buon motivo per tralasciarle. Dato l’impianto compositivo di Petrolio e la sua impronta sperimentale, non è affatto strano che Pasolini intendesse inserire nel corpo stesso del testo alcuni materiali “extraletterari”, non narrativi, non poetici, presi direttamente dalla cronaca del tempo. Come si legge nella prima pagina di Petrolio:

Per riempire le vaste lacune del libro, e per informazione del lettore, verrà adoperato un enorme quantitativo di documenti storici che hanno attinenza coi fatti del libro: specialmente per quel che riguarda la politica, e, ancor più, la storia dell’Eni.

Alcuni di questi “documenti”, anch’essi tenuti nella cartella, Pasolini li fonde dentro alla sua scrittura, quasi riprendendoli alla lettera: così succede per un’intervista a Fanfani, per i famosi “mattinali” del Sid, resi pubblici da un’inchiesta dell’ “Espresso” (e che qui pubblichiamo), e per il libro Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente scritto da qualche nemico di Cefis con lo pseudonimo di Giorgio Steimez (di questi materiali e di come entrano nel romanzo si parlerà diffusamente nel corso di questo libro). Altri invece intende inserirli tali e quali, senza rifonderli, ed è questo appunto il caso dei discorsi di Cefis, che infatti tiene pronti nella cartella (in fotocopia, uno in ciclostilato), senza ricopiarli.

Perché Pasolini considerava così importanti quei discorsi tanto da farli diventare parte integrante del romanzo? E quali conseguenze ha avuto sulla ricezione di Petrolio e sulla ricostruzione dell’omicidio il loro mancato inserimento?
Una risposta alla prima domanda la troviamo già in alcuni articoli pubblicati in quel periodo da Pasolini, a cominciare dal Il genocidio, uscito su “Rinascita” il 24 settembre 1974. Qui egli rimanda il lettore proprio a quei discorsi, e in particolare a uno, intitolato La mia patria si chiama multinazionale, tenuto da Cefis all’Accademia militare di Modena nel 1972:

Qual è invece lo sviluppo che questo Paese vuole? Se volete capirlo meglio, leggete quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale – o trasnazionale come dicono i sociologi – fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale […]. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi: ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa.

E vi fa allusione anche nel celebre Articolo delle lucciole uscito sul “Corriere della sera” del 1° febbraio 1975 che si chiude così: «io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola». Pasolini quindi considera le parole di Cefis («che la televisione […] non ha certo diffuso») rivelatrici di ciò che stava succedendo in Italia, e di cui anche l’opposizione di sinistra stentava a rendersi conto, e cioè il passaggio da un potere di stampo clerico-fascista a un nuovo potere, multinazionale, tollerante e criminale-mafioso: una sorta di “mutazione antropologica” anche della classe dirigente, oltre che del popolo.
La televisione certamente non diffuse quel discorso, ma neppure gli editori di Petrolio. Lo ritennero forse superfluo, nonostante Pasolini lo avesse indicato come parte integrante del testo?
Per capire il ruolo che quei materiali avrebbero svolto nel romanzo, secondo le intenzioni di Pasolini, occorre ricordare alcuni contenuti di Petrolio. Cefis, chiamato Aldo Troya nella finzione, è un personaggio-chiave del romanzo. Pasolini lo sceglie, o – potremmo anche dire – lo prende di mira, come rappresentante di quel nuovo potere che si stava affermando in Italia e che reggeva le fila di stragi e omicidi, oltre che di immensi affari. Lo fa persino entrare nella storia principale, quella del protagonista Carlo Valletti, che lavora per l’Eni e entra in contatto con Cefis nella sua scalata verso il potere. Ma soprattutto ne fa oggetto di analisi e di riflessione. Dedica un esame puntuale e meticoloso al tipo di gestione del potere inaugurata da Cefis, quella che avviene sotto il segno del “misto”, cioè della mescolanza di pubblico e privato (o meglio di fondi pubblici e di interessi privati). La descrizione del suo impero economico occupa le diciotto pagine dell’Appunto 22 intitolato Il cosiddetto impero di Troya, il quale è scandito in ben cinque sotto-appunti: … le filiali più vicine alla casa madre, … altra importante ramificazione, … la ramificazione più importante del fratello Quirino, …la pulce dice male del pidocchio, e …la ramificazione del pidocchio. Ci sono poi, come ho già ricordato, integrate da Pasolini nel testo del romanzo, le informative dei Servizi segreti, i cosiddetti “mattinali”, rivelati da “l’Espresso” il 4 e l’11 agosto 1974. Il destinatario di queste informative, inviate ogni mattina, era appunto Cefis. Inoltre, nello stesso prospetto riassuntivo di Petrolio che sopra ho citato, quello dove annota il punto esatto in cui andranno inseriti i discorsi, appena poche righe prima, Cefis viene indicato come uno dei responsabili dell’omicidio di Mattei. Infine di Cefis avrebbe dovuto parlare anche l’appunto Lampi sull’Eni, di cui in Petrolio, così come ora lo leggiamo, è rimasto solo il titolo e una pagina bianca. Di questo capitolo mancante si è molto chiacchierato, ma non si sa con certezza se Pasolini lo abbia solo progettato senza fare in tempo a scriverlo, oppure lo abbia davvero scritto e sia stato poi fatto sparire (anche se molti sono gli indizi che fanno propendere per la seconda ipotesi). Si sa però che il capitolo avrebbero dovuto parlare, tra le altre cose, anche dell’ambiguo passato partigiano di Cefis. Lo si inferisce dal richiamo che Pasolini fa in un’altra pagina di Petrolio: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto […] ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria».
Ce n’è quindi abbastanza per poter dire che Cefis è un personaggio-chiave del romanzo. Pasolini lo prende di mira non solo in qualcuno dei suoi ultimi scritti corsari e giornalistici, ma anche qui, nel cuore di questo romanzo sul potere, che una mano omicida ha interrotto prima che lo potesse portare a termine e dare alle stampe.
Dunque perché quei discorsi, nonostante il ruolo importante che Pasolini attribuiva loro nell’architettura del romanzo, non sono stati inseriti nella prima edizione di Petrolio, uscita nel 1992, né in quelle successive? Forse perché si temeva che quei materiali potessero essere messi in rapporto con i possibili moventi dell’omicidio?

Sta di fatto che attorno all’omicidio di Pasolini si è dispiegato un duplice depistaggio, uno volto a sviare le indagini della magistratura, l’altro a tenerle ben separate da ciò che Pasolini stata scrivendo in quegli ultimi anni. In entrambi i casi qualcosa è stato occultato: prove, indizi e testimonianze da un lato, alcuni contenuti-chiave del romanzo, dall’altro.
Il romanzo stesso è stato tenuto nascosto per ben diciassette anni dopo la morte di Pasolini, tanti ce ne sono voluti perché gli eredi si decidessero a darlo alle stampe nel 1992, quando ormai le indagini e i processi si erano conclusi da tempo. Perché questo ritardo? Certamente le opere incompiute necessitano di un serio e lungo lavoro filologico, tanto più quella di Pasolini, data sua complessa struttura. Ma diciassette anni sono tanti.
Inoltre il laboratorio di Petrolio conteneva più pagine di quelle che sono state pubblicate. Del famoso appunto Lampi sull’Eni, come ho detto, si è persa traccia. Ma non dei discorsi di Cefis. Stavano lì, dove Pasolini li aveva collocati, in mezzo alle carte di Petrolio, oggi conservate al Gabinetto Vieusseux di Firenze.
Pasolini è stato ucciso mentre stava scrivendo qualcosa che la morte ha interrotto. Se avessero ucciso un magistrato oppure un giornalista che stava conducendo un’inchiesta, sarebbe venuto a chiunque lo scrupolo di controllare se in ciò che stava preparando, e che gli è stato impedito di portare a termine, non ci fosse per caso qualcosa che desse fastidio a qualcuno di molto potente. Invece un tale scrupolo non è venuto agli inquirenti all’epoca dei primi processi. Non è venuto nemmeno ai tanti critici e letterati che negli anni hanno studiato quel libro, e che anzi spesso e volentieri lo hanno interpretato come un “documento” della “patologia” sessuale del suo autore. Il primo ad avere avuto questo scrupolo non è stato né uno dei filologi che hanno editato le carte di Pasolini, né un critico letterario, né un giornalista. E’ stato un magistrato, il sostituto procuratore pavese Vincenzo Calia, mentre stava indagando sull’omicidio di Mattei. Del resto il titolo stesso, Petrolio, non poteva non richiamare l’attenzione di chi stava cercando un po’ di verità sull’omicidio del presidente dell’Eni. Nella sua richiesta di archiviazione, del 2003, contenente una documentazione importantissima, quanto meno per la verità storica, Calia inserisce una pagina di Petrolio, e proprio quella in cui Pasolini mostra di essere era già arrivato, molti anni prima, alle sue stesse conclusioni, additando in Eugenio Cefis uno dei possibili mandanti dell’omicidio di Mattei.

A spingerci dunque a dare alle stampe questo libro, in una nuova edizione ampliata, è stato soprattutto il bisogno di restituire all’ultima opera di Pasolini ciò che le è stato tolto per tanti anni.
Se si legge la lunga serie di recensioni negative che Petrolio accumulò al momento della sua prima pubblicazione, si resta colpiti dalla loro unanime tendenza a schiacciare il libro sui contenuti di sesso, lasciando completamente in ombra gli altri, quelli sul potere e sulla sua mutazione. Una di queste recensioni parlò addirittura di Petrolio come «di un immenso repertorio di sconcezze d’autore, di un’enciclopedia di episodi ero-porno-sadomaso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall’autore di Salò ci si può aspettare» (Nello Ajello). E’ chiaro che se Petrolio fosse uscito con i discorsi di Eugenio Cefis al centro del romanzo, in modo « perfettamente simmetrico e esplicito» come voleva Pasolini, una simile chiave di lettura, fuorviante e occultante, sarebbe stata molto più ardua da sostenere.
Quella recensione, chiaramente superficiale, malevola e di parte, uscì su “Repubblica” pochi giorni dopo che l'”Espresso” aveva anticipato alcune pagine di Petrolio che stava per uscire in libreria. Furono scelte, con grande scalpore, proprio le pagine del Pratone della Casilina. Immaginiamo allora che cosa sarebbe successo se al posto delle venti fellatio il settimanale avesse dato ai lettori parti del discorso di Cefis, oppure qualcuna delle pagine in cui Pasolini descrive l’impero di Troya-Cefis. Certamente il romanzo avrebbe avuto fin da subito tutt’altra lettura, sarebbe apparso inequivocabilmente come un romanzo sul potere che aveva al suo centro la figura di Cefis. Ma è proprio questo che si è finito per occultare, per tanti anni.
E ora immaginiamo anche cosa sarebbe successo se Petrolio fosse uscito in tempi ragionevoli, un anno o due dopo l’uccisione di Pasolini, e con quella chiave di lettura ben esplicita. Quanti allora avrebbero creduto alla versione ufficiale che parlava di un poeta frocio ucciso da un minorenne per legittima difesa, che era stata martellata dai media e suggellata da ben due sentenze di primo e di secondo grado (1976) e della cassazione (1979)?
In tempi recenti si è parlato molto dell’omicidio di Gulio Regeni, trovato cadavere il 3 febbraio 2016 al Cairo con addosso i segni inequivocabili della tortura. Tanti hanno chiesto la verità su quell’orrenda uccisione (non meno orrenda del pestaggio e del lento massacro subito da Pasolini quella notte all’Idroscalo di Ostia) e si sono giustamente indignati contro le autorità egiziane che cercavano di nasconderla dietro la versione di comodo di un rapimento a scopo di lucro. Anche l’omicidio di Pasolini ebbe, fin da subito, la sua versione di copertura, e non meno piena di contraddizioni di quella che l’Egitto intendeva spacciare. Solo che a differenza di questa, a cui nessuno ha creduto in Italia, la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini convinse allora quasi tutti e ha retto incredibilmente per molti decenni, complici (spesso inconsapevoli ma pur sempre complici) molti uomini di cultura e voci autorevoli del nostro Paese.
Persino Umberto Eco, che pure più tardi avrebbe decostruito i Protocolli di Sion, mostrandone la falsità, non dubita di quella versione, e all’indomani dell’uccisione di Pasolini scrive questo necrologio in cui tutta l’enfasi cade sulla “diversità” della vittima e sulla sua volontaria autoemarginazione:

[…] la violenza positiva del suo messaggio non stava nei contenuti, bensì negli effetti di cattiva coscienza che riusciva a produrre. Erano un pretesto per essere rintuzzato e testimoniare così che l’emarginazione esisteva ancora. Segno di contraddizione, il suo genio consisteva nell’impostare il gioco in modo che a contestarlo ci si cadeva dentro. Anche ora, dopo la sua morte. All’obiezione: “Sei morto come uno dei tuoi personaggi, non sei contento?”, egli risponderebbe: “Sono morto, siete contenti?”. E a dirgli: “Hai cercato di mostrarci che il mondo della borgata selvaggia del dopoguerra era più puro e mite di quello della borgata consumistica, e sei morto in un episodio da borgata all’antica”, egli obietterebbe: “Parlavo della violenza di oggi e sono morto oggi, mi ha ucciso la vostra violenza che mi ha spinto a una ricerca impossibile”. […] La sua morte ci ricorda che, per quanto rispettato dalla società, un diverso deve pur sempre tentare la sua ricerca in luoghi oscuri, dove c’è violenza, rabbia e paura (la stessa del ragazzetto che fugge come un pazzo sulla macchina della sua vittima). E se i diversi che hanno il coraggio di definirsi tali devono ancora rifugiarsi ai margini, come i diversi che hanno paura, questo significa che la società non ha ancora imparato ad accettare né gli uni né gli altri, anche se fa finta di sì.
Certo Pasolini avrebbe potuto permettersi di vivere la sua diversità altrove che non alla macchia. Può darsi abbia voluto continuare a farlo per orgoglio.

Molti hanno creduto alla sceneggiata del frocio che va in giro di notte a suo rischio e pericolo, ucciso da un ragazzino e da qualche altro balordo fascista e omofobo. Vi hanno creduto per disinformazione, per indifferenza, per automatismo, per antipatia verso Pasolini, qualcuno anche per paura. Vi hanno creduto anche diversi letterati, scrittori, giornalisti, politici e esponenti del movimento gay che persino negli ultimi anni hanno continuato a sposare dogmaticamente la versione ufficiale, tappandosi gli occhi sulle sue evidenti contraddizioni, mettendo a tacere i propri scrupoli di verità. A tutti questi rivolgiamo una domanda. Come avete fatto a non dubitare che quella ricostruzione fosse una messinscena preparata, pensata a tavolino in tutti i suoi dettagli come in un copione. E proprio un copione la fa diventare David Grieco nel film La macchinazione: Pelosi viene scritturato da un improbabile regista per recitare in un finto film in cui gli è riservata la parte di un ragazzo che uccide un omosessuale che cerca di violentarlo. Si vede Pelosi intento a studiare la parte… che sarà quella che dovrà poi recitare davanti alla polizia al momento dell’arresto. E’ ovviamente una fantasia del regista. Ma riesce a rendere concreta e cinematograficamente efficace una verità che molti non hanno voluto vedere: la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini, quella a cui si è creduto per tanti anni, non era che una sceneggiata, costruita per nascondere un altro tipo di delitto! Una sceneggiata però che riservava a Pasolini una parte atroce: un massacro, una lenta agonia e una morte infamante: perché doveva morire mentre tentava di violentare un minorenne, ucciso da quest’ultimo per legittima difesa. La delegittimazione di Pasolini come personaggio pubblico, già tentata in vari modi quando era in vita (processi a non finire, persino uno che lo vede imputato di una rapina a un distributore di benzina) prosegue anche nell’omicidio, nel tipo di allestimento che hanno scelto per farlo morire “da frocio”.
Infine, occorre ricordare che nemmeno le ultime indagini sul delitto di Pasolini, conclusesi nel 2015 con una richiesta di archiviazione, hanno osato sfiorare la verità, depistata per tanti anni, lasciando ancora una volta nel buio moventi, mandanti e esecutori.

Questo libro si prova quindi a correggere la separazione che è stata fatta tra gli scritti di Pasolini e il suo omicidio. E anche a colmare quell’altra separazione, che Pasolini già imputava agli intellettuali del suo tempo come una loro «imperdonabile colpa», quella cioè di separare i fenomeni, per non voler vedere l’intero «mosaico della realtà italiana. Che non si può guardare nel suo insieme se non a costo di restare impietriti». Soprattutto la terza parte di questo libro, interamente nuova, si prova a ricostruire questo mosaico, unendo tessere apparentemente disparate. Si ripercorrono i temi che Pasolini affronta già a partire dagli anni ’50 nei suoi scritti, anche poetici (quali ad esempio la devastazione paesaggistica sullo sfondo della speculazione edilizia che in quegli anni faceva man bassa nella capitale), mettendoli in relazione con l’altra storia d’Italia, quella coperta, elusa, e che molto tempo dopo la morte di Pasolini è emersa man mano, grazie a inchieste parlamentari, giornalistiche e della magistratura. Verità che si sono svelate più tardi e che Pasolini non poteva conoscere, ma che servono a illuminare retrospettivamente quelle che egli aveva intuito e divulgato, o che si apprestava a divulgare, tanto da dover rendere necessaria la sua eliminazione. Destino, che, non dimentichiamolo, egli ha condiviso con altre voci di giornalisti, di magistrati e di testimoni uccisi in quegli anni, o fatti morire in finti incidenti, molte delle quali vengono ricordate in questo libro.

Pasolini, Steimetz, Cefis

24 marzo 2016

Da oggi al cinema

Roberto Citran nei panni di Giorgio Steimetz (autore di Questo è Cefis) incontra Pier Paolo Pasolini interpretato da Massimo Ranieri
nel film La macchinazione di David Grieco

La macchinazione

14 marzo 2016

Pasolini, Cefis, “Petrolio”

Arriva in sala il 24 marzo il film di David Grieco La macchinazione. Da non perdere. Nel film Massimo Ranieri è Pasolini, mentre Roberto Citran interpreta Giorgio Steimetz, pseudonimo di Corrado Ragozzino e autore di Questo è Cefis (Effigie, 2012), una delle principali fonti di Pasolini nella stesura dell’incompiuto romanzo Petrolio (Einaudi, 1992). Il film ipotizza che il rapimento delle pizze di Salò o le 120 giornate di Sodoma non mirasse a un riscatto, bensì fosse una manovra per avvicinare il regista e assassinarlo. Nel cast oltre a Massimo Ranieri c’è Libero De Rienzo, Matteo Taranto, Francois Xavier Demaison, Milena Vukotic, Tony Laudadio e Alessandro Sardelli e l’amichevole partecipazione di Paolo Bonacelli e Catrinel Marlon.
A metà aprile tornerà in libreria 
Frocio e basta, libro di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti che alla vecchia edizione aggiunge la pubblicazione commentata di uno dei capitoli mancanti in Petrolio di Pasolini.

Latitante a Parigi

12 marzo 2016

Cene eleganti lungo la Senna?