Archive for the ‘25 aprile’ Category

La Resistenza è finita?

27 aprile 2013

di Paolo Ferloni

In occasione della ricorrenza del 25 aprile sarebbe facile pigrizia unirsi al coro dei “memorialisti”, cioè di tutti coloro che per ossequio ai propri ruoli istituzionali o burocratici hanno cercato e sono riusciti per quasi settant’anni a farne una tranquilla giornata della memoria.
È giusto che una città depositi corone d’alloro a tutte le lapidi esistenti e tenute pulite o ricomposte e rimesse in ordine dopo assurdi vandalismi. Così però si mettono assieme in un’unica commemorazione i caduti di ogni guerra e si trasforma la celebrazione in un rituale compatibile con l’ordine di cose esistente e con un bel sole di primavera, dove c’è. (more…)

Oltre il ponte

25 aprile 2013

di Riccardo Scanarotti

Dopo le divisioni e le due piazze dell’anno scorso, quest’oggi a Pavia la festa della Liberazione è tornata unitaria. Di seguito la sentita orazione di Riccardo Scanarotti, giovane membro dell’Anpi.

Cittadini e compagni antifascisti, buon 25 aprile a tutti. Mi è stato chiesto di parlarvi della Resistenza, ma non è una cosa facile, e non per il fatto di dover raccontare della storia della lotta partigiana; questo è tutto sommato semplice, la storia di quegli eventi si trova già scritta su importanti libri di storia e su romanzi di consolidata qualità letteraria, tanto che oggi si arriva a parlare di letteratura resistenziale.
La difficoltà, però, si incontra nel dover parlare di Resistenza in tempi difficili come questi, dove i “valori di aprile”, i valori della lotta partigiana sembrano scomparsi, assopiti, come diluiti in un’ormai troppo annacquata retorica, che può aprire le porte al pericoloso concetto di “memoria condivisa”.
Nessuno di noi ha fatto quella guerra. Oggi su questo palco dovrebbe esserci un partigiano, ma il naturale trascorrere del tempo ci pone davanti al dovere di prendere il loro posto, per difendere e portare avanti quegli ideali e quelle speranze che li hanno animati.
Da dove partire dunque per parlare della Resistenza? Solitamente dal 25 luglio ed ancor più dall’8 settembre, con l’armistizio tra il nostro Paese e gli Alleati.
Quest’anno, però, preme anche per ragioni di attualità, richiamare l’anniversario di un altro evento, evento spesso sottaciuto ma che ha avuto un ruolo fondamentale nella caduta del fascismo: gli scioperi della primavera del 1943.
Arrivati dopo oltre quindici anni di silenzio operaio, questi scioperi non avvengono casualmente. (more…)

L’antifascismo ai tempi del nuovo fascismo

23 aprile 2013

di Giovanni Giovannetti

Il nuovo fascismo di chi a Pavia ha creato ad arte una emergenza umanitaria all’unico scopo di favorire una speculazione immobiliare. Affaristi senza scrupoli e alcuni politicanti loro lacché, irresponsabilmente volti a manipolare l’etica pubblica al punto da elevare a cultura prevalente il nuovo fascismo e il suo portato di razzismo e xenofobia che ormai – senza più ostacoli o freni inibitori – a Pavia come nel resto d’Italia ha contaminato il senso comune.

Il nuovo fascismo di chi ha spacciato per interesse collettivo il tornaconto illecito dei loro sodali immobiliaristi e faccendieri, come se la «minaccia al decoro urbano» fossero i mendicanti invece dei rapaci speculatori che, benedetti dalla malapolitica, sistematicamente andavano violentando delicati equilibri urbani e ambientali nonché la stabilità sociale di città e campagne.

Il nuovo fascismo di chi ha mantenuto e mantiene esseri umani nel degrado più assoluto sopra terreni che si vogliono rendere edificabili, o in edifici vincolati che si desidera abbattere. Quel triste copione che l’ex sindaco di Pioltello Mario De Gaspari (centrosinistra) ha acutamente definito la «finanziarizzazione degli zingari».

Il nuovo fascismo nascosto dietro leggi come la “Bossi-Fini”, la “Fini-Giovanardi”, la “ex-Cirielli”. Sono leggi che criminalizzano la povertà, la precarietà, la marginalità; leggi populiste volte a eludere problemi sociali – come le tossicodipendenze – da affrontare fuori dalle aule dei tribunali, o dinamiche mondiali come la globalizzazione degli umani (l’80 per cento dei detenuti mantiene un basso indice di pericolosità).

Il nuovo fascismo di chi ha fatto della cattiveria una rendita economica, e lo sanno bene i Governi che, negli ultimi vent’anni, hanno sostenuto l’ascesa del loro Prodotto interno lordo con le spese militari e con l’indebitamento di milioni di famiglie attratte dal miraggio della New Economy – la truffa del secolo – mentre intanto i profitti migravano dall’industria verso il sistema finanziario e lorsignori drenavano il denaro dei piccoli risparmiatori, indotti a indebitarsi.

Il nuovo fascismo di chi ha fatto della cattiveria soprattutto una rendita politica, e lo sa bene la Lega nord, che – ha scritto Ilvo Diamanti – raccoglie le paure degli uomini spaventati e le moltiplica. Capta la xenofobia e la riproduce.

Il nuovo fascismo di chi sulla cattiveria ha costruito rendite elettorali e fortune politiche. E lo sa bene il sistema dei partiti, di destra e di pseudosinistra, sempre più attratti dalle semplificazioni del populismo e della demagogia – queste sì “antipolitiche” – scorciatoie che ignorano la verità.

Il nuovo fascismo delle mafie sociali politiche e finanziarie che, dismesse coppola e lupara, oggi operano in Borsa: sommerso e mafie sommati fanno un fiume di denaro – circa il 40 per cento del Pil – che preme sull’economia legale e condiziona il libero mercato. Le mafie fatturano 175 miliardi di euro – l’11,1 per cento del Pil – frutto di attività criminali, denaro che viene reinvestito nell’edilizia e nelle attività commerciali, o in operazioni finanziarie attraverso banche compiacenti. Nelle sole regioni del Nord, oltre 8.000 negozi sono gestiti direttamente dalle mafie inabissate dei colletti bianchi. In Italia, una moltitudine di esercizi commerciali è sottoposta all’usura, con tassi di interesse in media del 270 per cento: un movimento di denaro di 12,6 miliardi che va ad aggiungersi al ricavato delle estorsioni (circa 250 milioni di euro), della droga (59 miliardi di euro), delle armi (5,8 miliardi), della contraffazione (6,3 miliardi), dei rifiuti (16 miliardi), dell’edilizia pubblica e privata (6,5 miliardi) delle sale gioco e scommesse (2,4 miliardi), della compravendita di immobili, della ristorazione, dei locali notturni, ecc. Uomini cerniera mantengono i collegamenti con il mondo dell’economia, della politica e della finanza. Le mafie condizionano l’intera filiera agroalimentare (7,5 miliardi) interagendo con segmenti della grande distribuzione.

Il nuovo fascismo celato dietro le “morti bianche” sul lavoro, una vera emergenza: nel 2007 in Italia se ne sono avute 1.170 di cui 170 sono immigrati: una strage. Nel 2008 i morti sul lavoro sono stati “solo” 1.120, uno ogni otto ore, quasi il doppio della media europea.

Il nuovo fascismo delle false bonifiche – quelle in danno della salute dei cittadini – e dei veri bonifici sui conti cifrati esteri di persone già ricche eppure ostinatamente venali.

Il nuovo fascismo criminale di chi lascia morire esseri umani, come è ormai norma al largo di Lampedusa.

Il nuovo fascismo dei cementificatori, degli asfaltatori e di chi – mafie e speculatori – non smette di speculare sul consumo del territorio vergine, che è un bene non riproducibile.

Il nuovo fascismo di chi vuole trasformare l’acqua in una merce su cui lucrare, con rincari fino a cinque volte il prezzo attuale.

Il nuovo fascismo dei “cattolici senza fede”, digiuni dei Vangeli che esibiscono una croce senza più Cristo né carità.

Il nuovo fascismo di chi… (continua tu)

Il nuovo fascismo di chi non dà da mangiare nelle mense delle scuole elementari ai bambini più bisognosi provenienti da famiglie indigenti. (Lorella Pelizzoni)

Il nuovo fascismo di chi devia il denaro pubblico verso la scuola privata distruggendo il concetto di scuola stabilito dall’art.33 della Costituzione. (Lorella Pelizzoni)

Di là il Cappellaio matto

3 maggio 2012

di Mauro Vanetti

Ecco più o meno quel che ho detto alla bellissima piazza “alternativa” del 25 Aprile 2012 a Pavia.
In piazza Italia parlavano il sindaco (del PdL) e un prete (pure ammanicato col PdL) all’orazione ufficiale. Abbiamo deciso di staccarci dalle ipocrite celebrazioni ufficiali e fare qualcosa di autenticamente antifascista, con un partigiano, un antifascista degli anni Sessanta-Settanta, esponenti delle comunità immigrata e omosessuale, No TAV, compagni di tutta l’area anticapitalista e di sinistra.
Il corteo è stato il più grande degli ultimi anni. Gran parte dei presenti e in particolare i giovani sono venuti alla nostra celebrazione in piazza Guicciardi, lasciando sindaco e prete con un palmo di naso.
 Io ho parlato a nome di Rifondazione Comunista. (M. V.)

Come prima cosa vorrei chiedere a chi sta reggendo il gonfalone dell’Associazione Nazionale Ex Deportati di venire avanti, in prima fila. La presenza del gonfalone in questa piazza è per noi un orgoglio come lo è stata quella del partigiano Respizzi, perché sono anche questi i nostri martiri che oggi vogliamo ricordare. (more…)

I veri nemici

2 maggio 2012

Il discorso tenuto il 25 aprile da Spairo Spairani

Quest’anno finalmente riusciamo a festeggiare la festa della Liberazione come si deve, dando la voce a partigiani, migranti, gay e lesbiche, NoTav.
Per al prima vota dopo anni, abbiamo costruito in autonomia una celebrazione per dar la voce a chi è il degno erede di quello spirito di ribellione che rese possibile la cacciata dell’invasore e degli aguzzini fascisti.
Mi preme in questo contesto, in quest’occasione sottolineare un aspetto della guerra di liberazione che solitamente viene tralasciato e considerato come qualcosa di poco importante e secondario.
La Resistenza è stata non solo una guerra di liberazione, una battaglia contro l’invasore tedesco, i fascisti traditori, ma è stata anche e soprattutto una battaglia di civiltà e una lotta di riscossa sociale. Una battaglia di civiltà contro l’egoismo, l’ignoranza, la cultura del più forte, il clientelarismo, l’omofobia. Una riscossa sociale contro lo sfruttamento sul lavoro, la privazione dei diritti. (more…)

Che ci faccio qui?

26 aprile 2012

Io, straniera e i partigiani di ieri e di domani
di Carmen Silva Pilar

La festa pavese del 25 aprile 2012 per certi versi è da ritenersi storica. Da una parte le autorità e qualche stanca bandiera (e con loro fascisti, postfascisti, leghisti e clericali – ovvero i revisionisti in revisione che il 25 aprile lo vorrebbero abolire); dall’altra chi non ne può più di tanta ipocrisia e ha deciso allora di rimarcare democratiche differenze, rimanendo nella piazza “ufficiale” solo per l’inno nazionale e l’alzabandiera, per la “Canzone del Piave” e la posa delle corone alle lapidi dei caduti. Poi in centinaia ci siamo ritrovati nella contigua piazza Guicciardi, ad ascoltare le calde parole del partigiano Umberto Respizzi, lasciando alle autorità e a qualche militante di Pdl, Pd e… Sel la stanca retorica di un sindaco amico degli amici (amici mafiosi, amici cementificatori, amici faccendieri, ecc.; stando alle cronache locali, il sindaco era marcato a vista da tale Valerio Gimigliano, consigliere comunale, già in rapporti col capo della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri). Insomma, in piazza Guicciardi si è tenuta la festa dell’antifascismo declinato al presente, tra canti e parole. Hanno parlato in molti, e tra loro Carmen Silva, di cui ripoponiamo qui l’intervento. (G. G.)

Cosa ci fa qui una donna che viene da lontano? Semplice, sono qui perché io amo l’Italia, l’Italia vera però, l’Italia dei contadini che da sole a sole (dall’alba al tramonto) lavorano con cura la terra che ci nutre. (more…)

Fascismi

21 aprile 2012

Stando a quanto leggo sul quotidiano locale, il «comizio alternativo» per il 25 aprile sarebbe «in segno di protesta contro la scelta dell’amministrazione comunale di don Franco Tassone come oratore ufficiale» in quanto «parroco che, a suo tempo, si è schierato politicamente a destra». Raga, non diciamo cazzate. Nella città in cui una inchiesta della Dda ha reso evidente l’interazione a più livelli (elettorale, politico, economico, culturale…) tra ‘ndrangheta e pubblica amministrazione; nella città dei primati (primi nella spesa procapite nel gioco d’azzardo; primi nel numero degli sportelli bancari), delle illecite speculazioni immobiliari e delle rendite parassitarie (il nuovo fascismo, ben più radicato del “fascismo” razzistoide di Lega e Forza Nuova), dovrei cambiare piazza perché un destro per bene tiene un’orazione?
Don Franco si dice «pronto ai fischi». No, non fischio un prete solo perché “di destra”, specie se il prete in questione è stato tra i pochi a fare “qualcosa”, a sporcarsi le manine tra i marginali, i migranti, i poveri e disambientati. Anch’io cambierò piazza, ora e sempre con gli antifascisti, ma per ben altri urgenti nonché pungenti motivi. Allarghiamo l’orizzonte, và. (G. G.)

Come cozza allo scoglio

27 aprile 2010
il 25 aprile, la Costituzione e le regole disattese
da Pavia, Giovanni Giovannetti

E meno male che in questa città silente c'è ancora chi trova la forza di dissentire cantando e non menando chi ci sta menando per il naso. Canzoni della Resistenza e inni alla Costituzione repubblicana contro chi ha solidarizzato con i ricchi incarcerati per riciclaggio; contro chi ha criminalizzato i poveri, cacciando otto famiglie da un centro che si dice di accoglienza; contro chi ha eliminato le fasce d'esenzione per mense e asili; contro chi ha deliberato la cementificazione del Parco della Vernavola, fregandosene dell'interesse pubblico in favore degli interessi particolari. Contro tutti coloro che sembrano pensare che il rispetto delle regole debba valere per i poveri, i giovani, i migranti, i pensionati con la minima, ma non per i politicanti di mestiere, gli imbonitori della democrazia apparente.
Sono gli stessi pubblici amministratori inclini a discutere fuori dalla sede comunale del Mezzabarba il Piano generale del territorio (ovvero l'assetto futuro della città), ma solo con persone – costruttori, affaristi e immobiliaristi – in grado di muovere elettori, decretare fortune politiche, disarticolare vecchi centri di potere promuovendone di nuovi secondo convenienza. È la regola assai frequentata e rispettata del cosiddetto voto a rendere, destinata a tradursi in urbanistica creativa per alcune delle “aree di trasfomazione”, quelle segnate in rosa sulle tavole dei Pgt pavese.
Trasformazioni che annunciano il passaggio di mano dei terreni agricoli di proprietà dell'ospedale San Matteo, limitrofi al Carrefour, di cui l'assessore all'Urbanistica Fabrizio Fracassi (Lega Nord) ha recentemente annunciato la variazione a commerciale della destinazione d'uso, trasformando così quelle zolle in oro. Finiranno in mano a chi? (questo nome lo scriviamo sopra un foglio, da conservare in busta chiusa, a disposizione della Procura pavese).
Trasformazioni di cui l'affaire Vernavola è solo una tessera – non secondaria – del mosaico, prevalentemente locale, che vede pavidi burattini e danarosi burattinai incollati gli uni agli altri come la cozza allo scoglio, come il mattone alla calcina, con i furbetti mezzabarba pronti a insinuare che l'area lungo la Vernavola di cui hanno autorizzato la cementificazione in realtà non appartiene al Parco – quando è vero il contrario – fingendo di non conoscere i suoi reali confini, chiaramente indicati dalla tavola 6.1 del Prg (“patrimonio storico-ambientale”), tavola che, ad un certo punto, in Comune hanno persino negato di possedere.
Sono gli epigoni locali dei “governanti” di pseudodestra e di pseudosinistra che, in soli 15 anni, hanno svenduto 3 milioni e 663 mila ettari di suolo nazionale, passati per il cemento nonostante la disponibilità di 28 miloni di case, nonostante il calo della popolazione. Andavano forse applauditi?
Alla celebrazione del 25 aprile c'era anche la città che non rinuncia a provare indignazione verso questi personaggi. Invece di vivisezionare la sacrosanta nonché pacifica protesta canterina (anche mia e di molti altri), invece di rivendicare il diritto dei disturbatori comunali a non essere disturbati, sarebbe forse il caso di cantarla ancora più forte la canzone del partigiano e, come Howard Beale in “Quinto potere”, urlare insieme a squarciagola «sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più».

una bandiera rossa

2 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.01
di Roberta Salardi

Cerco una bandiera rossa rossa, rossa in ogni suo punto, senza segni sovrapposti, senza simboli di partito. All’ultima manifestazione del 25 aprile ce n’era una esattamente così, e alcune simili in un gruppo dei centri sociali. Queste ultime però erano screziate su un angolo dal disegno della falce e del martello, simbolo in cui molti lavoratori salariati non possono più riconoscersi poiché sono cambiati gli strumenti di lavoro. Con la crisi, con le crisi che si succedono, si parla inoltre di progressiva proletarizzazione del ceto medio. I precari, i disoccupati o i molti tecnici di computer, che lavorano con un pc anziché con un martello, sarebbero esclusi dalla bandiera? Per non far torto a nessuno, mi piacerebbe che sventolasse soltanto il colore rosso, in cui tutti coloro che volessero cambiare il mondo potessero riconoscersi.
Ho domandato all’unico possessore di bandiera interamente rossa come se la fosse procurata o se se la fosse fatta da sé, magari ritagliandola da un’altra bandiera, escludendone un simbolo caduto in disuso.

Aveva, questo scampolo di tessuto, un’origine avventurosa. Era caduta in battaglia. Durante gli scontri di Genova del 2001 era caduta a qualcuno durante una fuga per le strade sottoposte alle cariche della polizia. Era stata sollevata e portata in salvo da qualcun’altro, che a sua volta ne era stato salvato! Questo salvatore di bandiere era infatti stato raggiunto da altre incursioni punitive (raccontava forse mitizzando, preso dal racconto di quella giornata straordinaria) era scivolato, istintivamente si era avvolto nel suo drappo e presto l’avevano lasciato stare, come per miracolo.
Non si sa se questo colore nudo e crudo torni presto a comparire da qualche parte, se stia cercando senza dare troppo nell’occhio nuovo spazio, se voglia prendere nuove strade o se sia davvero sparito dalla faccia della terra, tranne che in quel frammento del 25 aprile. Quest’ultima ipotesi, la sparizione, è la più improbabile. Che ne sarebbe del principio speranza, delle utopie che non si può smettere di sognare, del motore della storia? In che cosa dovrebbero credere gli uomini? Forse che la resurrezione dei corpi è più plausibile di una società senza ingiustizie? E poi perché dovrebbe essere così intollerabile il pensiero di un mondo senza classi in cui a tutti venisse dato in base alle proprie necessità?
Hanno provato a dirci, oltre un ventennio fa (e prima ancora) che la storia era finita, che tutto ormai era fermo… io cerco ancora una bandiera rossa da risollevare.

I fatti e la memoria

25 aprile 2009
di Bruno Ziglioli

Pubblichiamo il testo dell’orazione del 25 aprile tenuta dallo storico Bruno Ziglioli in Piazza Italia a Pavia per il 64° anniversario della Liberazione nazionale. È uno dei più belli e sentiti degli ultimi anni.

Signor commissario straordinario, autorità civili, militari e religiose, cittadine e cittadini, il 25 aprile simboleggia il successo della Resistenza nella lotta contro il nazismo e il fascismo, e l’inizio del cammino – il momento fondante –  della nuova Italia democratica. Quel giorno, 64 anni fa, terminava per gli italiani una guerra orribile, crudele, che per tanti fu un autentico abisso di dolore e di disperazione. La fine di quella guerra significò la sconfitta di un aberrante progetto di dominazione, coltivato da Hitler e dal nazismo. E di quel progetto il fascismo italiano era stato partecipe e complice, soprattutto nella sua stagione più violenta, cioè quella della Repubblica sociale italiana.
Uno degli scopi di queste celebrazioni è, naturalmente e doverosamente, quello di ricordare e di rendere omaggio ai caduti della Resistenza. E voglio riferirmi alla Resistenza in tutte le sue possibili declinazioni. Ci fu la Resistenza attiva di chi prese le armi in pugno, e si unì alle formazioni partigiane. Ci fu la Resistenza degli operai, che, tra la fine del ‘43 e i primi mesi del ’44, entrarono più volte in sciopero, partecipando così al più grande movimento di scioperi dell’Europa occupata dai nazisti. Ci fu la Resistenza civile, silenziosa, della popolazione, di quei cittadini che aiutarono, soccorsero, i feriti, i fuggiaschi, i combattenti, esponendosi a rischi elevati, quando – come minacciava un bando della Repubblica sociale – poteva bastare un bicchiere d’acqua offerto a un partigiano per essere passati per le armi. Ci fu la Resistenza di quei militari che rifiutarono l’arruolamento nell’esercito di Salò, e preferirono rimanere a soffrire nei campi di lavoro in Germania. Infine, ci fu la tragedia dei “sommersi” (per citare Primo Levi) di tutta Europa nei campi di sterminio: i triangoli gialli degli ebrei; i triangoli marroni degli zingari; quelli rossi degli oppositori politici; quelli rosa degli omosessuali; e quelli di tutte le altre minoranze etniche, politiche e religiose perseguitate nell’Europa occupata.
Queste donne e questi uomini ci hanno consegnato un’Italia migliore, più libera e più giusta di quella in cui loro si erano trovati a vivere e – con la loro scelta e con il loro sacrificio – hanno restituito dignità a tutto il popolo italiano.
Ma lo scopo di queste celebrazioni, oltre al ringraziamento e all’omaggio ai caduti e ai patrioti, è anche quello di fare il punto, di prendere la temperatura dello stato dei sentimenti e degli ideali democratici nel nostro paese, tenendo alta l’attenzione anche verso i fenomeni del nostro tempo.
Spesso, oggi, nel discorso pubblico, in televisione, sui giornali, su alcuni libri, il valore di quella scelta, di quel coraggio, di quello spirito di sacrificio, viene messo in discussione. Secondo alcuni, occorrerebbe ridimensionare, o quantomeno relativizzare, la portata storica della Resistenza italiana. Si ascolta poi spesso un richiamo insistente alla necessità di creare una “memoria condivisa”, richiamo che a volte sembra invece nascondere in realtà l’invito a una “smemoratezza patteggiata”, a un azzeramento delle identità.
Il procedimento che a volte si vede all’opera, a fasi alterne, è semplice. Da un lato si propone una “defascistizzazione” del fascismo, del quale viene data una rappresentazione bonaria, efficientista, tutto sommato tenera con gli oppositori – soprattutto a confronto del mostro nazista – e nascondendone, nel contempo, la vera natura di regime totalitario, realizzato nella sua quasi interezza ben prima dell’avvento al potere di Hitler. E questo messaggio di minimizzazione del fascismo sembra essere penetrato piuttosto a fondo, a giudicare dalla diffusa indifferenza con la quale – per esempio – si espongono e si vendono, agli autogrill, sulle bancarelle, su internet, oggetti, calendari, magliette che inneggiano a Mussolini e al fascismo, cioè a un uomo e a un regime che hanno portato l’Italia alla guerra, alla miseria, alla distruzione.
Dall’altro lato – è l’altra parte del procedimento – i venti mesi di guerra di Liberazione vengono descritti come una barbarie collettiva, in cui non sarebbe esistita una parte giusta e una sbagliata, un torto e una ragione: tutti avrebbero avuto torto, perché tutti avrebbero commesso in ugual modo brutalità e uccisioni. Tutti sarebbero da biasimare, i partigiani come i repubblichini, perché entrambi avrebbero violato l’imperativo morale di non uccidere.
Questi tentativi di sminuire, o di relativizzare, il movimento partigiano non tengono conto dei veri imperativi morali che sono stati alla base della scelta di tante donne e di tanti uomini della Resistenza, e che li distinguono nettamente da chi scelse Salò.
Le donne e gli uomini schierati dalla parte della Repubblica Sociale hanno combattuto, in buona o cattiva fede, per una causa sbagliata: per un’Italia asservita al nazismo, e per un disegno di sopraffazione, fatto di brutalità, di violenza, e di razzismo.
Le donne e gli uomini della Resistenza, invece, hanno combattuto per una Patria indipendente e libera; per un sistema di diritti inviolabili e riconosciuti, per la democrazia, per la giustizia, per la pace.
Coloro che vogliono sminuire o relativizzare la Resistenza descrivono i suoi valori come un mito in buona parte fasullo, che nascondeva divisioni profonde e anche tentazioni totalitarie. Certo, il ruolo di noi storici è quello di studiare la storia, nella fattispecie quella della Resistenza italiana, senza tacere nulla, smitizzando quello che c’è da smitizzare ma – come ha ricordato recentemente il presidente Napolitano – «tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e di riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell’indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana».
Lo stesso Renzo De Felice, uno storico che è stato al centro di grandi polemiche tra revisionismo e antirevisionismo, ha scritto nel 1995: «La Resistenza è stata un grande evento storico. Nessun ‘revisionismo’ riuscirà mai a negarlo».
La Resistenza è stata sicuramente un fenomeno complesso, diversificato, anche sul piano politico. Molte donne e molti uomini hanno scelto la Resistenza riflettendo le loro rispettive convinzioni politiche: cattolici, socialisti, comunisti, azionisti, liberali. Furono queste le componenti più attive nei Comitati di Liberazione, e nelle stesse formazioni combattenti.
Il Comitato di Liberazione Nazionale è stato un esperimento segnato da lotte interne, ma dominato (e accomunato) dalla prefigurazione di un’Italia diversa, fondata sui valori della tolleranza, della solidarietà, e di quell’uguaglianza dei diritti che era stata violata e cancellata dalla dittatura fascista.
Come sarebbe stato altrimenti possibile procedere alla stesura della Costituzione repubblicana, il prodotto più alto dei valori del movimento resistenziale? Come è stato possibile che forze certamente tanto diverse, nella visione del mondo e della politica, siano riuscite a raggiungere un accordo di quel livello, di quella maturità, di quella semplicità
?
La Costituzione repubblicana fu il frutto di un compromesso alto ed equilibrato, tra valori e ideologie forti che creavano contrapposizioni forti, e che richiedevano mediazioni a loro volta alte ed equilibrate. In questo modo è stato possibile creare un corpo condiviso di valori e di principi, sui quali fondare un nuovo sentimento di appartenenza degli italiani, dopo il disastro civile, economico ed etico del fascismo e della guerra.
Oggi, in presenza di contrapposizioni forti generate da valori e ideologie deboli, quel compromesso si dimostra anche efficiente, continuando a garantire l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il corretto svolgimento della vita democratica.
Qualcuno si spinge a considerare la nostra Costituzione come un ostacolo per la modernizzazione del Paese. Invece, il vero problema, oggi – a più di sessant’anni dall’entrata in vigore della Carta costituzionale – è quello di attualizzare quei valori e quei principi, di riuscire a trasfonderli nella pratica civile e politica della società di oggi, con la sua complessità. Non si tratta cioè di onorare un monumento al passato, da consegnare ai posteri come simbolo di avvenimenti lontani. No: io sono convinto che la risposta alle sfide che la nuova società si trova oggi ad affrontare, a partire per esempio dall’immigrazione, dall’integrazione e da tutti grandi i problemi che ne derivano, non possa che essere trovata a partire da quei principi e da quei valori.
Per esempio dall’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Credo che dobbiamo rileggerla tutti con grande attenzione, ogni tanto, la nostra Costituzione.
È necessario però che i cittadini – dal canto loro – partecipino alla vita politica e civile del paese, con rinnovata passione. La partecipazione è stato un elemento fondamentale di quegli anni di fuoco, e di quelli che immediatamente seguirono. È stata alla base della rinascita morale del nostro paese. Oggi, con lo sfarinamento dei legami collettivi, questo tipo di impegno, al di là del semplice esercizio del diritto di voto, perde di attrattiva, e prevalgono la rassegnazione, il cinismo, il qualunquismo e l’apatia.
Eppure la politica resta uno straordinario e indispensabile strumento di cambiamento e di sviluppo civile: per questo il nostro presidente della Repubblica mette spesso l’accento sull’importanza dell’impegno e della partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica del paese.
Quella che l’ex cancelliere tedesco Kohl ha definito «la grazia della nascita tardiva», comporta al tempo stesso un privilegio e un rischio. Il privilegio è quello di poter godere giustamente della libertà, in un sistema certo di diritti e di doveri, senza dover mettere quotidianamente a repentaglio la propria esistenza e la propria incolumità per conquistarlo, e senza avvertire eccessivamente il peso di un passato sanguinario.
Il rischio, però, è quello di considerare quella libertà come un dato naturale, acquisito per sempre, immutabile, che non comporta un’attenzione e una cura costanti. Questa attenzione e questa cura tutti noi dobbiamo praticarla quotidianamente, e dobbiamo impegnarci a trasmetterla alle giovani generazioni, e alle generazioni future, per formare cittadini, non automi, o consumatori passivi, ma individui liberi, come furono le donne e gli uomini della Resistenza.

Pavia 25 aprile 2009

25 aprile 2009

25 aprile 2009

Il nuovo antifascismo? La lotta alle mafie e ai cementificatori
di Giovanni Giovannetti

Ferruccio Ghinaglia, cremonese e studente ghislieriano di Pavia, segretario della Federazione giovanile socialista, era un dirigente di grande prestigio e popolarità molto vicino alle posizioni di “Ordine Nuovo”, il settimanale torinese di Antonio Gramsci. Dopo la scissione di Livorno del gennaio 1921 diventa uno dei più promettenti giovani dell’allora nascente partito Comunista.
Pavia, 21 aprile 1921: Ferruccio lascia la Casa del Popolo per recarsi a un’assemblea della cooperativa di Borgo Ticino. Appena varcato il ponte, viene ucciso in un agguato, dai fascisti. Ha scritto di lui Clemente Ferrario: «Era un giovane buono, aperto, umanissimo, e i pavesi non sanno darsi pace per non aver saputo difendere la sua promettente giovinezza».


Pavia, 15 ottobre 2008, Borgo Ticino, Centro sociale “Barattolo”. È in corso una serata reggae. Entrano due ragazzi, pestati e sanguinanti. Sono stati aggrediti a pugni, calci e bastonate da un branco di neonazi di Forza Nuova.

Pavia, marzo 2009. Thang Le Chien, un tranquillo italiano di origini vietnamite che da vent’anni vive a Pavia e gestisce una pizzeria in viale Campari. Una notte gli hanno tagliato le quattro gomme della sua auto e imbrattato la carrozzeria con svastiche e scritte come «cinesi raus». Thang Le non aveva mai ricevuto minacce, ma ora ha paura. Poco distante, in via Ferrini, c’è la sede dei Comunisti italiani. Una notte i teppisti hanno distrutto il vetro d’ingresso. Razzisti di Forza Nuova all’attacco anche del ristorante cinese Hong Fu in via Santa Maria delle Pertiche. E dell’Istambul Kebab in piazzetta Guidi. E ancora in via Riviera, dove il parrucchiere Khaled  ha avuto l’insegna distrutta e la saracinesca lordata con una svastica e con il diagramma delle SS. Era molto amareggiato, ha detto «Sono qui da anni e ho sempre lavorato. Non do fastidio a nessuno». Anche Khaled ora ha paura. Semplici atti di teppismo?
Nella città delle speculazioni immobiliari, delle mafie sommerse, delle aree dimesse usate come discariche abusive mancava solo questa ulteriore, niente affatto inedita, recrudescenza squadrista. A Tromello una targa ricorda ancora il locale capolega Giovanni Salvadeo, ucciso nel 1921 a bastonate davanti a casa da una squadra fascista. Stessa sorte per Eliseo Davagnini, socialista, membro della cooperativa di Mezzano di San Martino, assassinato nel febbraio 1922. E poi Ghinaglia. Sono i nostri morti, morti pavesi, così come Teresio Olivelli, deportato a Hersbruck, dove muore per gli stenti il 12 gennaio 1945. E ancora Guglielmo e Antonio Scapolla, padre e figlio, morti nel lager nazista di Dachau nel 1944. E poi Luigi Brusaioli, morto a Flossenburg il 29 ottobre 1944. E poi Egisto Cagnoni, morto a Mauthausen il 21 novembre 1944. E poi Angelo Balconi, morto a Mauthausen il 19 gennaio 1945. Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi. E poi?

 Pavia, 9 agosto 2007. «Concediamo ai Rom 20 giorni di tempo per lasciare il territorio italiano». È l’allarmante grido di battaglia di un fantomatico Gruppo Armato Pulizia etnica (Gape), che segue la rivendicazione del rogo di Livorno del 12 agosto 2007, nel quale sono bruciati 4 bambini Rom. Alle nostre orecchie la frase è suonata famigliare. Massì, l’abbiamo letta sulla “Provincia Pavese” del 9 agosto: «Tutti i Rom via da Pavia entro 20 giorni». A sentenziarlo non i neonazi di Forza Nuova, ma l’allora sindaco “di sinistra”. Come era prevedibile, quelli di Forza Nuova hanno inviato le loro congratulazioni perché «finalmente il sindaco Piera Capitelli ha preso le nostre posizioni».

La sistematica irrisione delle norme civili, a partire da quelle elementari, è oggi moneta corrente in molte amministrazioni locali. Coltivano l’interesse particolare, mutuano il linguaggio mafioso, ignorano le svolte epocali annunciate dall’arrivo dei nuovi migranti e inseguono gli umori della piazza, la stessa piazza che – in una allucinante e pervasiva circolarità – loro stessi sobillano. Hanno tragicamente alterato l’etica pubblica, al punto da elevare a cultura prevalente il nuovo fascismo e il suo portato di razzismo e xenofobia, che, senza ostacoli né freni inibitori, si riversa dalla politica al senso comune.
Per tornare ad avere una sua funzione, la politica dovrebbe librarsi in uno scarto propositivo, coniugare l’antifascismo con la lotta alle mafie, alle speculazioni e all’affarismo. Dovrebbe almeno provare a «pensare globalmente e agire localmente».
Sono vecchie e tuttavia semplici parole d’ordine, ora però più attuali che mai. Gli speculatori e gli affaristi hanno gr
ancassa e trombe? Sta a noi far vibrare mille e più campane. Un orizzonte che impone invenzione, prefigurazione, fantasia e una più equa distribuzione delle forze e delle risorse disponibili. Insomma, una svolta culturale che possa incidere sui comportamenti delle persone e sulle pratiche sociali, e sulla percezione della comunità e dell’altro entro valori condivisi di democrazia e di uguaglianza; per tacere della fratellanza e della solidarietà internazionalista di specie, di fronte alla catastrofe.

Nelle foto: Pavia, 27 aprile 1945. La liberazione della città, in alcune foto di Guglielmo Chiolini. Nei giorni dell’insurrezione non c’è uno scontro diretto fra i partigiani e il nemico fascista e tedesco. Il comando partigiano vuole arrivare presto a Milano e raggiunge l’obbiettivo perché già ai piedi della collina e poi in pianura gruppi locali di resistenti fermano e disarmano i nemici e spianano la strada ai combattenti che scendono dalla montagna. Scontri e perdite sono però inevitabili, alle porte di Pavia e soprattutto a Vigevano. Qui una colonna di 3 treni tedeschi, armati di cannoni e mitragliatrici, arriva in stazione ed è attaccata da gruppi di patrioti, che fermano il convoglio e ottengono la resa delle truppe nemiche, ma al prezzo di alcune giovani vite. A Casteggio cade Franco Anselmi (“Marco”), capo di stato maggiore della divisione Gramsci. A Voghera è colpito a morte dai fascisti Franco Quarleri, vicecomandante della divisione Masia di Giustizia e Libertà e figura di rilievo della Resistenza vogherese.

La nostra coscienza antifascista

24 aprile 2009
in attesa del 25 aprile
di Sandro Pertini

Lungo è il cammino percorso dai patrioti italiani per riconquistare la libertà e questo cammino non ha soluzioni di continuità, perché la Resistenza, a mio avviso, non è un fatto storico a sé stante, ma è stata la continuazione della lotta antifascista. 1 patrioti che, sotto la dittatura, si sono battuti forti solo della loro fede e della loro volontà, partecipano alla lotta armata della Resistenza.
Qui vi sono uomini che hanno lottato per la libertà dagli anni ’20 al 25 aprile 1945. Nel solco tracciato con il sacrificio della loro vita da Giacomo Matteotti, da don Minzoni, da Giovanni Amendola, dai fratelli Rosselli, da Piero Gobetti e da Antonio Gramsci, sorge e si sviluppa la Resistenza.
Il fuoco che divamperà nella fiammata del 25 aprile 1945 era stato per lunghi anni alimentato sotto la cenere nelle carceri, nelle isole di deportazione, in esilio.
Alla nostra mente e con un fremito di commozione e di orgoglio si presentano i nomi di patrioti già membri di questo ramo del Parlamento uccisi sotto il fascismo: Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti, Pilati, Giovanni Amendola; morti in carcere Francesco Lo Sardo e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di prigionia; spentisi in esilio Filippo Turati, Claudio Treves, Eugenio Chiesa, Giuseppe Donati, Picelli caduto in terra di Spagna, Bruno Buozzi crudelmente ucciso alla Storta.
I loro nomi sono scritti sulle pietre miliari di questo lungo e tormentato cammino, pietre miliari che sorgeranno più numerose durante la Resistenza, recando mille e mille nomi di patrioti e di partigiani caduti nella guerra di Liberazione o stroncati dalle torture e da una morte orrenda nei campi di sterminio nazisti.
Recano i nomi, queste pietre miliari, di reparti delle forze armate, ufficiali e soldati che vollero restare fedeli soltanto al giuramento di fedeltà alla patria invasa dai tedeschi, oppressa dai fascisti: le divisioni “Ariete” e “Piave” che si batterono qui nel Lazio per contrastare l’avanzata delle unità corazzate tedesche; i granatieri del battaglione “Sassari” che valorosamente insieme con il popolo minuto di Roma affrontarono i tedeschi a porta San Paolo; la divisione “Acqui” che fieramente sostenne una lotta senza speranza a Cefalonia e a Corfù; i superstiti delle divisioni “Murge”, “Macerata” e “Zara” che danno vita alla brigata partigiana “Mameli”; i reparti militari che con i partigiani di Boves fecero della Bisalta una roccaforte inespugnabile.
Giustamente, dunque, quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento vi è una differenza sostanziale. Nel Primo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo. Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi partecipano in massa operai e contadini, gli appartenenti a quella classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede.
Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini.
E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l’occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania, ove molti di essi troveranno una morte atroce.
Saranno i contadini del Piemonte, di Romagna e dell’Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane. Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini, la guerra di Liberazione sarebbe stata molto più dura. La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi. E saranno sempre figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.
Onorevoli colleghi, senza questa tenace lotta della classe lavoratrice – lotta che inizia dagli anni ’20 e termina il 25 aprile 1945 – non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.
Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione.
Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l’è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.
Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di battersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo.
Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà.
E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.

1 compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento d’un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona.
Questo insegnamento deve guidare sempre le nostre azioni e la nostra attività di uomini politici: operare con umiltà e con rettitudine non per noi, bensì nell’interesse esclusivo del nostro popolo.
Onorevoli colleghi, questi in buona sostanza i valori politici, sociali e morali dell’antifascismo e della Resistenza, valori che costituiscono la “coscienza antifascista” del popolo italiano.
Questa “coscienza” si è formata e temprata nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza, è una nostra conquista, ed essa vive nell’animo degli italiani, anche se talvolta sembra affievolirsi. Ma essa è simile a certi fiumi il cui corso improvvisamente scompare per poi ricomparire più ampio e più impetuoso. Così è “la coscienza antifascista” che sa risorgere nelle ore difficili in tutta la sua primitiva forza.
Con questa coscienza dovranno sempre fare i conti quanti pensassero di attentare alle libertà democratiche nel nostro paese.
Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo chele nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani, che è il domani della patria, noi anziani ci stiamo battendo da più di cinquant’anni.
Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani diventino e restino sempre uomini liberi, pronti a difendere la libertà e quindi la loro dignità.
Nei giovani noi abbiamo fiducia.
Certo, vi sono giovani che oggi “contestano” senza sapere in realtà che
cosa vogliono, cioè che cosa intendono sostituire a quello che contestano. Contestano per contestare e nessuna fede politica illumina e guida la loro “contestazione”. Oggi sono degli sbandati, domani saranno dei falliti.
Ma costoro costituiscono una frangia della gioventù, che invece si orienta verso mete precise e che dà alla sua protesta un contenuto politico e sociale. Non a caso codesta gioventù si sente vicina agli anziani antifascisti ed ex partigiani, dimostrando in tal modo di aver acquisito gli ideali che animarono l’antifascismo e la Resistenza.
E da questi ideali essi traggono la ragione prima della loro “contestazione” per una democrazia non formale, ma sostanziale; per il riscatto da ogni servitù e per la pace nel mondo.
Ecco perché noi anziani guardiamo fiduciosi ai giovani e quindi al domani del popolo italiano.
Ad essi vogliamo consegnare intatto il patrimonio politico e morale della Resistenza, perché lo custodiscano e non vada disperso; alle loro valide mani affidiamo la bandiera della libertà e della giustizia perché la portino sempre più avanti e sempre più in alto. Viva la Resistenza!

23 aprile 1970, 25° anniversario della Liberazione
Orazione ufficiale di Sandro Pertini alla seduta della Camera dei deputati

L'articolo 3 della Costituzione

23 aprile 2009
in attesa del 25 aprile
di Giuseppe Caliceti

Dopo i medici, tocca ai docenti della scuola pubblica italiana. Per i medici il dilemma era: curare o denunciare? Per i docenti è: insegnare o denunciare? Il disegno di legge già approvato dal Senato, e ora in discussione alla Camera, introduce infatti nella scuola il reato di soggiorno illegale. La Cgil e Flc Cgil hanno diffuso un appello che sottoscriviamo. «Noi educhiamo, non denunciamo!»
È scritto. «Tutte le bambine e i bambini hanno gli stessi diritti». A prescindere dalla loro razza, religione, condizione sociale, eccetera. Come d’altra parte recita l’art. 3 della nostra Costituzione. L’appello: «Come purtroppo non era difficile prevedere siamo arrivati alle leggi dell’intolleranza, in palese contrasto con la nostra Costituzione e con le convenzioni internazionali sui diritti fondamentali. L’art. 362 del codice penale obbliga i pubblici ufficiali, pena una sanzione pecuniaria, alla denuncia dei reati di cui siano venuti a conoscenza nell’esercizio delle proprie funzioni. È chiara la posizione in cui si verrebbero a trovare i docenti e dirigenti scolastici nel momento dell’esercizio della propria professione. Anche la soppressione dell’art. 35, comma 5, del D.Lgs. 286/1988 che prevedeva il divieto di segnalazione, da parte dei medici, dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno, produce effetti all’interno della scuola rispetto alle iscrizioni degli alunni immigrati che non avessero effettuato le vaccinazioni obbligatorie e che quindi debbono essere indirizzati alle strutture sanitarie per mettersi in regola». Continuano la Cgil e Flc Cgil: «È evidente e per noi inaccettabile il disprezzo per la dignità e i diritti delle persone contenuti in questo disegno di legge. Nei confronti della funzione educativa della scuola e della deontologia professionale dei docenti di questo paese, tutto questo rappresenta una violenza intollerabile che non possiamo che respingere.
Ci chiediamo che relazione esista tra la tanto acclamata e propagandata volontà di inserire tra le materie scolastiche lo studio della Costituzione e la predisposizione di una legge che si pone agli antipodi di una normale lezione di educazione civica. Una visione così gretta dei rapporti sociali, della funzione educativa della scuola, del ruolo e della funzione di chi ci lavora va respinta e combattuta con forza e per questo invitiamo tutti quanti, personale Ata, docenti e dirigenti scolastici a sottoscrivere l’appello all’obiezione di coscienza».

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (Costituzione della Repubblica Italiana, Principi fondamentali)
***
E’ possibile sottoscrivere l’appello on line noieduchiamoenondenunciamo.

Una mattina ci siam svegliati

21 aprile 2009
in attesa del 25 aprile
di Nanni Balestrini

Sono le 20 e 3 minuti siamo qui adesso per fare un bilancio tra di noi e naturalmente anche con gli ascoltatori un bilancio politico della manifestazione naturalmente le nostre informazioni e le nostre valutazioni sono poca cosa rispetto a quello che sarà pervenuto questa sera a 25 o 30 milioni di italiani tramite i telegiornali non so se questo sia un vantaggio o uno svantaggio ma così vanno le cose a questo mondo e quindi stiamo aspettando e spero che arrivi tra poco una sintesi di come i telegiornali hanno reso la notizia della manifestazione mi pare di capire sicuramente che è stata la prima notizia per tutta l’informazione radiotelevisiva della serata e questo era abbastanza scontato ma naturalmente il taglio e il tono le cifre i dati eccetera sono diversi da testata a testata c’è già chi mi dice che c’è una tendenza dei telegiornali Fininvest a dare molto peso alla questione delle contestazioni o degli incidenti che forse non si possono neanche chiamare incidenti nei confronti della presenza della Lega nord al corteo mentre il Tg2 e il Tg3 hanno parlato di una grandissima manifestazione

e ci sarebbe anche un aggiustamento di tiro sul numero dei partecipanti mentre noi avevamo avuto dalla Camera del lavoro la cifra di 300 mila pare che l’Anpi al Tg3 abbia dato una cifra superiore al mezzo milione come valutazione adesso credo che abbiamo già scalpitanti due telefonate pronto io vorrei intervenire su questa falsa storia delle contestazioni a Bossi tu hai partecipato al corteo sì io ho partecipato e ho seguito proprio l’inserimento del corteo della Lega nella manifestazione scusa se ti interrompo ma vorrei invitare gli ascoltatori a non polarizzarsi solo sulla Lega perché mai finora il 25 aprile è stato celebrato con un concorso di popolo di queste dimensioni e dunque una cosa come questa è talmente ricca di spunti da ragionarci sopra che non dovremmo perderci soltanto dietro alla Lega comunque non ti voglio interrompere vai avanti no il problema non era la Lega il problema era l’informazione che è stata data io ho seguito le aperture del Tg3 e del Tg2 mi sono perso quella del Tg1 perché stavo telefonando e devo dire che viene fatta un po’ una mistificazione di questo fatto

insomma le contestazioni che ci sono state sono state nei confronti della Lega in quanto tale non erano nei confronti delle persone evidentemente quello che la gente contestava era il fatto che la Lega ha stretto un’alleanza con le destre ma è stata una contestazione che è stata soltanto verbale tant’è vero che il servizio d’ordine era composto soltanto da una fila di persone tranquillamente disposte in fila indiana che non hanno avuto nessun problema il problema grosso è invece l’informazione che viene data di tutto questo e che è una cosa a dir poco vergognosa soprattutto da parte del Tg3 edizione regionale che ha fatto un servizio che ha drammatizzato l’episodio della Lega in maniera esagerata iniqua non si può dare l’informazione su una manifestazione di 300 mila persone concentrando tre quarti del tempo della notizia su un episodio marginale di contestazione io invito quelli che l’hanno visto a dare un colpo di telefono alla Rai e protestare contro questo tipo di informazione va bene ti ringraziamo ciao

e infatti basta riflettere un momento quanti ricoverati all’ospedale ci sono zero quante bottiglie molotov sono state tirate zero quante cariche della polizia ci sono state zero quanti spintoni tanti da una parte e dall’altra ma non ci sono stati incidenti ci sono stati spintoni tra la polizia che cercava di portare avanti il corteo della Lega e i manifestanti non un gruppo di facinorosi ma tutti quelli che si sono trovati davanti alla Lega e che impedivano il loro passaggio la polizia ha tentato per due ore di fare avanzare i leghisti insieme al resto del corteo spingendo i manifestanti ci ha provato ha fatto un metro ogni 10 minuti e alla fine Fascisti leghisti fuori dal corteo quelli che urlavano questa frase sono stati in qualche modo accontentati perché superato piazzale Oberdan visto l’imbocco dei bastioni di porta Venezia è arrivato l’ordine della questura portateli via e i leghisti hanno imboccato i bastioni di porta Venezia sono arrivati a piazza della Repubblica da lì hanno fatto via Turati via Manzoni e hanno terminato il loro corteo in piazza della Scala cosi sono andate semplicemente le cose

ma ecco le aperture dei telegiornali il Tg3 regionale ha aperto Non meno di 200 mila persone da tutta Italia il Tg2 delle 19 e 45 Quel giorno di primavera festa di libertà e di democrazia il Tgl delle 20 Oltre 200 mila persone hanno sfilato con grande civiltà il Tg4 un flash nel titolo Milano capitale di questo 25 aprile il Tg5 In bilico tra passato presente e futuro oltre 200 mila persone secondo la questura 500 mila per gli organizzatori abbiamo adesso due ascoltatori che languiscono pronto mi sentite io volevo fare un piccolo appunto cioè io ho visto tante bandiere rosse tanti striscioni ma ho visto poche bandiere italiane cioè secondo me il 25 aprile deve essere una festa per festeggiare la vittoria di un popolo tu c’eri no io purtroppo ho una gamba ingessata e non sono potuto andare saresti venuto col tricolore si perché io penso che il 25 aprile non ha vinto un partito non ha vinto un colore ma ha vinto l’Italia ha vinto un popolo che rappresentava gli ideali di giustizia e libertà grazie adesso sentiamo un’altra telefonata

pronto dunque io volevo dire una cosa io sono milanese ma non ho sfilato con la Lombardia mi sono mischiato con i fiorentini perché erano molto più divertenti ho l’impressione che i milanesi siano venuti in pochi avrebbero potuto venire in di più almeno per una forma di rispetto per quelli che hanno fatto 12 ore per venire su io per esempio tutte le persone eravamo in dieci che dovevamo trovarci per andare insieme alla fine siamo andati in due perché fra una storia e l’altra come al pupo gli è venuto il cagotto o io ho finito tardi di lavorare in ospedale ieri sera e sono distrutto oppure domani devo partire per lavoro o anche sì sai c’è la Lega non mi piace tutti discorsi che lasciano un po’ il tempo che trovano evidentemente non erano convinti di venire secondo me Milano non ha fatto una gran bella figura come dicevate pochissime bandiere fuori poca gente alle finestre buondio ciao pronto io ci sono stata e pensavo all’ascoltatore di prima che diceva che c’erano pochi tricolori in piazza oggi ma forse non si è accorto che non abbiamo più neanche quello ma voi andreste in giro oggi col tricolore

perché tu dici che l’ha rubato Forza Italia eh certo insomma in anni sessantotteschi non si andava in giro col tricolore perché non si riconosceva la nazione ma soprattutto perché il tricolore se l’erano mangiato i fascisti e ci sono voluti anni e anni perché la bandiera nazionale qualcuno cominciasse a riconoscerla come una cosa non targata politicamente poi adesso tu dici che se l’è rimangiata Berlusconi secondo me si tu non sei di questa idea per me non l’abbiamo più io mi vergognerei a uscire col tricolore mah io spero che non sia proprio così però è interessante come problema eh si pensateci ciao pronto qui Radio Popolare 20 e 33 valutazioni sulla manifestazione di oggi pronto volevo fare una valutazione la prima è vero che è stata una manifestazione in gran parte della sinistra però mi sembra che sia stato evidente che si tratta di una sinistra sempre più articolata cioè è vero che come è stato detto c’era una quantità enorme di gruppetti di associazioni eccetera e ognuno che si era preparato i suoi striscioni e i suoi slogan e ha voluto portare così anche i suoi propri temi di liberazione

oggi infatti moltissima gente non aveva nessuna voglia di sfilare sotto le bandiere dei partiti e questa gente sicuramente forse era la maggioranza va bene pronto mi sentite si siamo qua siamo in diretta ciao sono Loredana ciao tu hai partecipato al corteo si sono L
oredana Berté ah ciao ciao sei tu quello che ho incontrato in Galleria e mi hai detto sono di Radio Popolare no non ero io vabbé non importa comunque siete stati bravissimi io vi ho seguito fino alle 3 e mezzo poi sono uscita e ho scoperto che forse tutti i miei amici sono leghisti perché mi sono trovata da sola a piazza del Duomo eh ma dovevi aspettartelo tu hai fatto la canzone Amici non ne ho sì ma meno male che l’ho scritta prima comunque mi sono trovata benissimo anche senza nessun amico perché ne ho trovati tanti nuovi mi sono proprio divertita perché ho parlato con un sacco di gente di ogni genere ma sono anche d’accordo con l’ascoltatore di prima che ha parlato della cattiva accoglienza questo è vero

io ho chiesto a un po’ di gente chi arrivava da Potenza chi arrivava da Firenze o da Ferrara e tutti hanno detto che non hanno trovato niente di aperto la gente era provata dalla pioggia dalla fame dal viaggio cioè io mi sono sentita anche un po’ a disagio perché stando a Milano io non sono milanese ma vivendo a Milano mi è dispiaciuto che Milano non abbia partecipato come avrebbe dovuto grazie Loredana ciao vi saluto ciao Loredana ecco un’altra telefonata pronto io volevo dire una cosa ho notato anch’io che c’era poca gente di Milano be’ ma adesso non esageriamo non è che tu puoi indovinare subito a occhio nudo chi sono i milanesi e chi no la valutazione che mi faceva prima qualcuno è che le presenze organizzate venute da fuori Milano fra treni e pullman dovrebbero essere state sulle 80 mila e siccome abbiamo superato i 300 mila comunque un po’ di milanesi c’erano no secondo me c’era molta Lombardia e c’era molto hinterland di Milano ma rispetto alle potenzialità della città non erano molti i milanesi avrebbero potuto essere molti di più

pronto due cose velocissime la prima è una gran felicità per la manifestazione erano anni che non vedevo l’ora di tornare in piazza con tanta gente è stata una vera soddisfazione e sta a dimostrare che se la sinistra lancia delle parole d’ordine lancia delle mobilitazione corrette giuste la gente in piazza ci viene ancora e c’ha ancora tanta voglia di farlo la seconda è una critica scandalosa da fare al comune di Milano io mi sono vergognate vedendo in metropolitana centinaia e centinaia di persone li in coda per fare il biglietto ma tu volevi che lo regalassero sicuramente sì perché c’è gente che fa 1000 chilometri per venire e in metropolitana tanto di carabinieri e polizia che verificavano chi imbucava H biglietto e bisognava fare la coda trovare la moneta perché magari erano chiusi gli automatici d’altra parte il comune ha accolto un po’ come dire a denti stretti questa cosa eh si ma anche la stampa il Corriere della Sera Oggi Milano sarà invasa il termine invasa è significativo di come si intende la presenza della gente nella città sembravamo gli Unni per la stampa grazie

pronto sono in diretta sì sono Felicia sono stata alla manifestazione sono arrivata qui nel periodo della solidarietà con il famoso golpe cileno e oggi mi sono ritrovata a vivere un po’ di quella massa italiana molto bella che faceva solidarietà con il Cile vent’anni fa e che ho trovato veramente splendida grazie ciao adesso vorrei chiedere a tutti che cosa pensano che si è ottenuto con questa manifestazione se posso dire la mia mi sembra che si sono ottenute due cose importanti primo che l’opposizione c’è e che comunque le piazze se vuole sono della sinistra non della destra e seconda cosa che il 25 aprile e la Resistenza non si toccano cioè che abbiamo non sconfitto ma sicuramente messo in difficoltà e ulteriormente rinviato un processo di revisione storica che stava avanzando quello che non si è ottenuto perché sarebbe trionfalistico dirlo è di mettere seriamente in crisi lo schieramento che ha vinto le elezioni non illudiamoci su questo pronto io volevo dire che cosa abbiamo ottenuto io personalmente da questa manifestazione ho ottenuto una bella terapia dopo la scoppola che abbiamo preso alle elezioni la depressione post elezioni

è stata una bella terapia ritrovarsi oggi in piazza così tanti e poi è stata certamente una manifestazione della sinistra del popolo della sinistra perché è stata una manifestazione di bandiere rosse io direi che quello che abbiamo ottenuto è di avere celebrato l’inizio dell’opposizione abbiamo ritrovato nel 25 aprile una data nella quale possiamo ritrovare un momento di unione delle sinistre il popolo della sinistra c’è e se si vuole si può costruire qualche cosa per il futuro ciao ti ringraziamo pronto io ho partecipato alla manifestazione devo dire che eravamo conciati come straccetti tutti quanti per la pioggia oggi pomeriggio siamo partiti in cinque famiglie compresi i figli quindi abbiamo dovuto superare i problemi delle mamme coi bambini eccetera tutto è andato bene anche perché c’era questa voglia di partecipare di essere presenti e devo dire che oddio non si sarà raggiunto un grandissimo obiettivo tipo far cedere un momentino questo inizio di governo però almeno è servito a dare un po’ di fiducia nella gente nel popolo della sinistra diciamo io ho avuto questa impressione grazie ciao

pronto volevo dire soltanto che oggi ci siamo sentiti tutti un po’ più vivi presenti io non partecipavo a un 25 aprile dai tempi di Lotta continua e mi sono sentito un po’ più confortato da tutta l’amarezza della sconfitta elettorale ciao pronto ah eccomi qua felice devo dire un grazie enorme a quei poliziotti che facevano la catena per difendere quelle facce di bronzo dei leghisti è stato proprio un sospiro di sollievo di fronte a questa gente che ti insulta continuamente con la loro arroganza è stata una grande rivincita la gente è stata molto più civile di loro però gliele ha dette ed era ora grazie pronto sono una persona anziana e mi permetto prima di tutto di ringraziarvi perché vi ho seguito per radio è stata una cosa meravigliosa e mi ha risvegliato tante cose dentro bellissime sono felice che c’erano moltissime persone che se non erano di Milano erano di altre parti l’importante è questo che c’era il popolo e la cosa poi si tramanderà noi l’abbiamo sentita è una cosa meravigliosa ragazzi in alto i cuori vi saluto pronto ecco io vorrei unirmi al coro d’indignazione dei milanesi democratici per come i nostri ospiti oggi sono stati trattati

ma vorrei anche rincarare la dose non c’è stata soltanto la mancanza di ospitalità per cui la gente non sapeva dove andare a bere un caffè dove comprare A biglietto del metrò dove fare la pipì ma c’è stato di peggio secondo me e l’hanno visto tutti quelli che sono passati da corso Buenos Aires ecco di fronte alla Standa per difendere i calzini di Berlusconi c’era una fila di carabinieri con i fucili spianati davanti a migliaia di persone che stavano democraticamente sfilando ora questo non è solo mancanza di ospitalità ma è aggressività grazie pronto io vorrei provare a rispondere alla domanda che è entrata in modo martellante in questa trasmissione che cosa abbiamo ottenuto be’ io credo che una cosa abbiamo ottenuto abbiamo ottenuto di sapere che c’è un sacco di gente soprattutto giovani che ha una grande voglia di futuro che ha voglia di un futuro non normalizzato ha voglia di un futuro non mistificato ha voglia di non rassegnarsi alle dittature e ai grandi uomini del destino e le radici di questo futuro sono la Resistenza e la Liberazione

pronto sono in onda sì sei in onda sono Ugo e sono un frate francescano ho partecipato anch’io alla manifestazione da piazza Oberdan con le Acli scusa la voce ma il freddo e l’acqua hanno abbondantemente bagnato anche me comunque sono stato molto felice di partecipare penso che i religiosi debbano essere in mezzo al popolo specialmente in queste occasioni io ho un’immagine bellissima della manifestazione di oggi pomeriggio in corso Buenos Aires alzo gli occhi perché sento un grande urlo un grande grido di gioia e vedo una signora che butta verso il corteo dei fiori strappandoli dalle piante che aveva sul balcone e buttandoli di sotto dove c’era anche un piccolo complessi
no che stava suonando Bella ciao è stato un momento veramente commovente bene grazie sono le 21 e 04 ti lasciamo perché c’è il notiziario ci sentiamo subito dopo ciao a tutti continueremo a parlare del 25 aprile ancora per tutta la sera spero che siate tutti asciutti io ancora non ci sono riuscito a asciugarmi

In diretta a Radiopopolare il diluvio della Liberazione. Milano, 25 aprile 1994 (Una mattina ci siam svegliati, XIII)