Archive for the ‘abelli anthology’ Category

Abelli Anthology 6

4 dicembre 2010

Gian Carlo Abelli incontra la troupe di Annozero sul ponte della Becca presso Pavia

Annunci

Il mafioso della porta accanto

13 luglio 2010
Qualche considerazione in margine all'arresto di Carlo Antonio Chiriaco
di Giovanni Giovannetti

Cosa Nostra? A Pavia non esiste. E infatti tutti gli arrestati del 13 luglio (San Enrico) sono affiliati o in affari con la 'Ndrangheta calabrese. Arrestato per concorso in associazione mafiosa e corruzione il direttore sanitario dell'Asl pavese Carlo Antonio Chiriaco; arrestato l'imprenditore edile di San Genesio Francesco Bertucca; arrestato l'avvocato tributarista Pino Neri di Pavia che, insieme ai fratelli Mandalari di Bollate e a Cosimo Barranca di Segrate, era ai vertici della "Lombardia”, un supergruppo criminale autonomo persino dalle cosche calabresi. Indagati anche l'assessore al Commercio del Comune di Pavia Pietro Trivi (avrebbe pagato 150 voti di preferenza ad una persona indicata da Chiriaco) e il presidente della Commissione comunale Territorio Dante Labate, alla cui elezione avrebbe concorso il Neri.
Nelle carte dell'indagine coordinata dai magistrati Ilda Bocassini – procuratore aggiunto di Milano – e Giuseppe Pignatone della Procura di Reggio Calabria, si afferma che il medico odontoiatra calabrese Chiriaco («uno degli uomini più influenti della sanità lombarda») era un affiliato «a completa disposizione» di Neri e Barranca, la cinghia di trasmissione tra i clan e la politica. Nell'ordinanza del Gip Andrea Ghinetti si riferisce che Chiriaco «è in contatto costante con membri del sodalizio coi quali, dalla propria privilegiata posizione, intesse rapporti di reciproco interesse rendendo possibile la devastante penetrazione del sodalizio nel tessuto economico, politico e amministrativo pavese».
In una intercettazione ambientale del dicembre scorso il direttore sanitario dell'Asl pavese si vanta di essere stato insieme a Neri e Pizzata  «il capo della N'drangheta a Pavia», e così prosegue: «Il primo processo l'ho avuto a 19 anni per tentato omicidio… comunque la legge è incredibile… quando tu fai una cosa puoi star certo che ti assolvono, se non la commetti rischi di essere condannato. Quella roba lì è vero che gli abbiamo sparato (bestemmia) è vero che gli abbiamo sparato non per ammazzarlo, però è anche vero che l'abbiamo mandato all'ospedale (pausa)… assolto per non aver commesso il fatto (sarcastico)». L'impresario edile Salvatore Pizzata (socio del Neri, a cui rispettosamente l'avvocato dava del "voi"; i due erano anche confratelli in Massoneria) lo ricordiamo mediatore tra la cosca Nirta-Strangio e i famigliari di Cesare Casella poco dopo il suo rapimento nel 1988. Neri invece era giunto studente a Pavia sul finire degli anni Settanta, poi neolaureato con una tesi sulla 'Ndrangheta… Arrestato una prima volta il 15 giugno 1994, l'insospettabile tributarista verrà condannato a 9 anni di reclusione per traffico di droga, pena in gran parte scontata agli arresti domiciliari. Secondo gli investigatori, «Neri  appare come al centro di un comitato d'affari che, grazie ad appoggi ed entrature nel mondo politico, riesce ad aggiudicarsi lucrose iniziative immobiliari».
Un milione e mezzo di intercettazioni telefoniche sono ora a disposizione dei magistrati. Il 30 dicembre 2009 Chiriaco indica nel deputato Gian Carlo Abelli, già vice coordinatore di Forza Italia, il politico "amico" su cui fare convergere i voti delle 'ndrine: «Lui deve fare l'assessore alle infrastrutture… lui ha testa… ma nei prossimi cinque anni c'è l'Expo 2015… ma sai cosa c'è da fare nei prossimi cinque anni… proprio a livello di infrastrutture in Lombardia?… ma hai voglia… è l'assessorato più importante…».
Alle elezioni regionali del marzo scorso Abelli e Angelo Gianmario hanno ottenuto un risultato inferiore alle attese. Tuttavia, secondo gli investigatori «a fronte dell'impegno elettorale profuso dalle famiglie Neri e Barranco a favore dei candidati indicati da Chiriaco, gli esponenti della 'Ndrangheta si aspettavano dei precisi ritorni di carattere economico».
Da vertigine le pagine dell'Ordinanza sui rapporti tra Chiriaco, Neri e i Filippi, l'ex vicesindaco Ettore (assessore al Bilancio con il centrosinistra, ora fiero sostenitore dell'abelliano sindaco Cattaneo) e il figlio Luca, ex consigliere comunale, ora nel Cda di Asm. Alle elezioni amministrative pavesi del 2009, con “sole” 251 preferenze Rocco Del Prete è il primo dei non eletti nella lista Rinnovare Pavia dei Filippi: Del Prete viene indicato «nella piena disponibilità di Pino Neri e il fatto era noto a Neri, Chiriaco e Filippi […] Deluse le aspettative di Neri e Del Prete, in vista delle elezioni regionali 2010 Filippi riprende i contatti elettorali con Neri sempre sotto l'egida di Chiriaco». Come gesto riparatore e atto di buona volontà l'avvocato 'ndranghista chiede allora a Filippi di “dimissionare” uno dei due candidati eletti, in modo da lasciare lo scranno al “suo” Del Prete. Operazione impossibile. Ettore propone infine «l'incarico di direttore dell'Asm», poltrona che l'uomo «nella piena disponibilità di Pino Neri» sdegnosamente rifiuta (avrebbe volentieri accettato il posto nel Cda di Asm, andato poi in dote a Luca Filippi). Dopo diversi incarichi presso i Lavori pubblici comunali, non a caso Rocco Del Prete viene infine assunto nel maggio 2010 ad Asm Lavoro, guarda il caso presieduta da Luca Filippi. Qualche giorno prima, insieme alle elezioni regionali si è votato per le comunali di Vigevano e Voghera: come leggiamo, «Del Prete a Neri raccontava di aver ricevuto una telefonata da Ettore Filippi e di averlo subito raggiunto in un luogo dove era anche presente Carlo Chiriaco; l'incontro era ancora una volta finalizzato a ottenere il sostegno dei calabresi». Nessuno dei candidati di Filippi in Oltrepo e in Lomellina verrà eletto, ma a Vigevano con 129 preferenze Salvatore Ilacqua è il più votato. Suo padre Giuseppe «è colui con il quale Chiriaco afferma di aver perpetrato un'estorsione» (da una intercettazione ambientale del 14 marzo 2010).
Gli inquirenti annotano incontri anche tra Neri e quel “mister preferenze” alle ultime Regionali, il leghista Angelo Ciocca, cugino dell'assessore all'Urbanistica Fabrizio Fracassi (Lega Nord), che – stando ai si dice – avrebbe negoziato con l'avvocato calabrese l'acquisto di un lussuoso appartamento in Piazza Petrarca a Pavia, a un prezzo singolarmente vantaggioso. Resta il fatto che i due si conoscevano: in un video della Polizia si vede Ciocca in compagnia di Neri, Diana e Del Prete.
Intrallazzi, favoritismi… Da antologia alcuni colloqui tra Luca Filippi e Chiriaco. Nell'agosto 2009 l'Asl esegue dei controlli in un locale di proprietà di Luca: leggiamo che «Filippi contatta immediatamente Chiriaco – "Mi hai rotto i coglioni!… tutti i giorni mi mandi l'Asl nei locali", chiedendo, com'è evidente, un suo intervento risolutivo che, tra l'altro, non si faceva neanche attendere»: con la radiomobile Chiriaco fa subito presente ad un funzionario dell'Asl che il controllo dal Filippi costituiva un «problema di carattere politico» e dunque andava eseguito «con una certa morbidezza»: «Gigi, ascolta… oggi quelli devono andare lì no… gli dici di andare con … molta benevolenza…».
Il 17 giugno 2009 Luca Filippi e Chiriaco sono in auto e parlano del neo assessore ai Lavori pubblici Luigi Greco:

Chiriaco – Se lo sappiamo gestire abbiamo un bel sistema…
Luca Filippi – Lo so…
Chiriaco – Non come prima che eravamo… (incomprensibile)
Filip
pi
– Siamo in pochi, adesso Greco bisogna un attimo inquadrare…
Chiriaco – Greco si farà i cazzi suoi ed i suoi intrallazzini… Farà lavorare Peppino Romeo per le strade, farà i cazzi suoi…
Filippi – Gli ha regalato il ristorante…
Chiriaco – Eh… il ristorante… allora, ufficialmente…
Filippi – Ufficiosamente?
Chiriaco – Adesso è tutto di Greco, ufficialmente…
Filippi – Ho capito che non l'ha pagato lui… dove li trova i soldi…
Chiriaco – Lui non ha messo una lira, ho messo tutto io…
Filippi – Lo so che non ha una lira, è mio socio…

Chiriaco possedeva quote in tre società occulte: la Melhouse srl e la Carriebean International Society srl e la P.F.P. srl. Melhouse gestisce il ristorante-griglieria La Cueva in via Brambilla a Pavia, di cui l'assessore Greco deteneva il 34 per cento; il 66 per cento residuo era in quota a Monica Fanelli, moglie di Rodolfo Morabito, cugino di Chiriaco. Il 22 gennaio 2009 la Fanelli cede la sua parte a Greco e a Gabriele Romeo. Un altro travaso lo registriamo il 16 ottobre 2009, quando Greco passa il 16,75 per cento delle sue quote a Laura Zamai e un altro 16,75 per cento alla compagna di Chiriaco Danlis Ermelisa Segura Rosis. Il 16 marzo 2010 le due signore rivendono a Greco le loro quote e il fratello Gianluca rileva la parte di Gabriele Romeo. Come ha precisato l'assessore, «dal marzo 2010 nella società ci siamo solo io e mio fratello». Diversa l'opinione degli inquirenti, secondo cui «Greco è il titolare apparente in quanto i reali soci sono Chiriaco e Giuseppe Romeo, nipote di Salvatore Pizzata».
Nelle intercettazioni si incontrano i fondi europei, 15-20 milioni in euro da destinare ad una nuova cittadella tra l'Idroscalo (di proprietà del costruttore calabrese Carmine Napolitano) e il gasometro di piazza Europa, operazione che avrebbe visto muovere «provvigioni» del 20 per cento destinate a Trivi e al presidente della Commissione comunale Territorio, il calabrese Dante Labate (ex An) eletto, secondo gli investigatori, «anche grazie ai voti portati da Pino Neri».
In un'altra intercettazione del 18 settembre 2009 Neri  parla con Antonio Dieni (un imprenditore edile di Sant'Alessio) di una società, ancora da costituire, per riciclare il denaro acquistando immobili nel centro di Pavia: «Carlo [Chiriaco] aspetta che… facciamo questa società… È possibile che domani vado a trovarlo pure con Giorgio [De Masi, un autorevole esponente della "Provincia", organismo direttivo a cui fanno capo le 'ndrine] perché gli devo far vedere un affare, se hanno soldi da investire ce li deve riciclare lui e ci fa un… Ho un affare a Pavia… Adesso perché compro un terreno lo inseriscano nel Piano regolatore».
A Chiriaco (proprietario di 38 abitazioni e titolare di 10 conti correnti) viene anche contestata l'intestazione fittizia «di numerosi beni a vari prestanome»; di mantenere rapporti «con varie amministrazioni comunali al fine di ottenere favoritismi quali l'aggiudicazione di appalti, il mutamento di Piani regolatori»; di mantenere «rapporti privilegiati con esponenti del mondo bancario al fine di sostenere finanziariamente investimenti occulti ed iniziative immobiliari»; di essersi attivato «per il mutamento del Prg di Pavia e per la pratica edilizia inerente l’Immobiliare Bivio Vela s.r.l. al fine di sostenere gli interessi di Chriaco e dei soggetti a lui legati».
Bivio Vela s.r.l.? quella dei lodigiani Marazzina amici di Fiorani, già proprietari della Necchi? Sembrerebbero le stesse società, le stesse persone, gli stessi interessi e forse gli stessi scenari che raccontano Marco Preve e Ferruccio Sansa nell’ottimo libro Il partito del cemento (Chiarelettere, 2008). Gli autori descrivono la spericolata ascesa del trasversale partito degli affari e del mattone tra La Spezia e Ventimiglia, speculatori che dal 1990 al 1995 in Liguria hanno edificato sul 45,55 per cento del territorio libero residuo.
Nella costellazione Bipielle brillava la Pmg, ora sotto inchiesta in Liguria, che è da ricondurre ai fratelli Ambrogio e Giampaolo Marazzina e a Gianpaolo Bruschieri. Quest’ultimo è l’amministratore delegato della LdL (Gruppo Marazzina, settori logistica ed edilizia) proprietaria di 60.000 mq destinati a logistica presso il bivio Vela, il polo industriale mancato della città.
Le inchieste liguri che hanno lambito Marazzina prendono spunto dalle indagini su Pietro Pesce, un costruttore di Cogoleto già socio dei Marazzina in Pmg, al quale la Bpl di Fiorani aveva accordato fidi per 22 milioni di euro. Secondo la Casa della legalità di Genova, Pesce sarebbe in affari con le famiglie dei Mamone e dei Nucera, indicate dalla Commissione antimafia come appartenenti alla “Santa” (secondo una relazione della Dia, la famiglia Mamone è «organica della ’Ndrangheta» nonché vicina alla cosca siciliana dei Mammoliti – Direzione investigativa antimafia, 2° semestre 2002).
A margine dell’operazione “Pinocchio”, nel 2005 Gino Mamone è stato indagato dalla procura di Alessandria per la bonifica illegale delle aree Ip di La Spezia e dell’ex Shell di Fegino presso Genova, ad opera della Eco.Ge, una sua società.
Tra gli avvocati al seguito di Mamone si segnala Massimo Casagrande. Ex consigliere comunale genovese dei Diesse, Casagrande è stato arrestato nel maggio 2008 – coinvolto nell’inchiesta su “mensopoli” – insieme all’amico e sodale Stefano Francesca, il regista della campagna elettorale del sindaco di Pavia Piera Capitelli e collettore genovese delle tangenti di “mensopoli”. In alcune intercettazioni, Francesca e Casagrande parlano di fatture fittizie a Mamone da parte della Wam&co di Francesca, fatture necessarie a coprire le tangenti. I retroscena della gestione Francesca del pavese Festival dei Saperi (delibere manipolate, rendicontazioni lacunose per spese quattro volte superiori al necessario) sono raccontati  nel libro Fuochi sulla città (Effigie, 2006), con notizie di reato che la Procura di Genova ha prontamente acquisito, a differenza di quella pavese, nonostante un esposto. In una intercettazione ambientale Massimo Casagrande riferisce di aver incontrato il Procuratore capo reggente di Pavia Salvatore Sinagra «…che conosco. Sono stato un’ora lì, mi ha detto… risolvo» (Sinagra ha ammesso l’incontro). Infatti qualcuno ha risolto: l’esposto su Francesca è stato archiviato.
Bocassini da Milano, Pignatone da Reggio Calabria… Sembra che la mafia non esista solamente per la Procura pavese. Non si contano le notizie di reato a piazza del Tribunale offerte da questo e da altri blog: in Procura deve essere sfuggita anche l'inchiesta che segue, apparsa il 1° marzo scorso sul settimanale “Il Lunedì” (Commissione antimafia? Inutile, “a Pavia la mafia non esiste”) e – in forma più ampia, in collaborazione con Irene Campari – sul n. 5 della rivista “Il primo amore” (A cento passi da Buccinasco, dove “la mafia non esiste”). Guarda il caso, nell'inchiesta si incontrano proprio in nomi degli abelliani incalliti Chiriaco e del suo avvocato nonché assessore Pietro Trivi: il primo l'hanno arrestato, il secondo è indag
ato.
Come si può leggere, nel testo butto lì una pesante allusione alla mancata vigilanza dell'Asl pavese sul ricovero del paraplegico Ciccio Pelle “Pakistan”, un boss di primissimo piano in cura sotto falso nome e con false cartelle mediche presso la pavesissima clinica Maugeri. Mi piglio così una querela dal direttore sanitario Carlo Antonio Chiriaco, rappresentato dall'avvocato Pietro Trivi. Recentemente Trivi lo ritroviamo tra gli avvocati schierati a difesa di Rosanna Gariboldi, la moglie di Abelli imprigionata il 20 ottobre 2009 per il riciclaggio monegasco del denaro sporco di Giuseppe Grossi, un amico di famiglia. Ebbene, secondo gli investigatori, il direttore sanitario dell'Asl pavese Chiriaco si era reso disponibile «a creare false prove per dimostrare la sua incompatibilità con il regime carcerario».
E adesso? Niente paura. La Procura pavese potrà riscattarsi indagando il sottobosco del videopoker (una macchinetta mangiasoldi ogni 55 abitanti. La provincia di Pavia è al primo posto nella spesa pro capite per il gioco d'azzardo) oppure mappando – e poi perseguendo – lo spaccio in corso nei locali 'cheap' cittadini, che tra i consumatori vede centinaia di ragazzini (il nuovo mercato) a cui coca e pasticche vengono vendute in offerta speciale. Spostando di poco la mira, la Procura potrebbe verificare le voci certamente infondate che raccontano di 350mila euro passati dalle mani di un noto faccendiere a quelle di un altrettanto noto politico emergente locale, per la sua più che riuscita campagna elettorale. Le indagini potrebbero poi indugiare sulle aree agricole intorno al Carrefour, quelle destinate a cambiare destinazione, nonché sulle altre aree del Pgt pavese – quelle tinteggiate a rosa dai pretoriani della “politica del fare” scempio urbanistico – possibilmente scavando tra le pieghe delle sommerse relazioni pericolose – tuttora in corso – tra alcuni spregiudicati affaristi con o senza coppola e i loro locali vecchi e nuovi referenti politici. Ben oltre l'ormai “perdente” Abelli; persino oltre Chiriaco. Un ultimo pensiero va all'abelliano sindaco di Pavia, l'amico di Trivi Alessandro Cattaneo: invece di solidarizzare con la banda Bassotti o dare del mitomane al sodale di Abelli Carlo Chiriaco ora in disgrazia, prendi le distanze e dimettiti, in segno d'amore per la tua città. Quanto al presidente della Commissione comunale antimafia Sandro Bruni, solidale con Trivi: vergognati!

* * *

A Pavia la mafia non esiste di Giovanni Giovannetti

«La mafia non esiste» dicevano i boss negli anni Settanta; a Pavia la mafia non esiste, fa loro eco Marco Sacchi, in una lettera sul quotidiano locale del 16 febbraio scorso. Secondo Sacchi «è singolare scoprire che Pavia è il crocevia di attività fortemente illegali, dalla mafia alla camorra e al narcotraffico. Ancor più singolare è poi sapere che il tutto avviene con la connivenza di chi è deputato a controllare e reprimere questi loschi traffici "ignorati persino dalla locale Procura", come il Giovannetti dice» (ho accennato alle mafie sommerse locali due settimane fa, difendendo il Centro sociale 'Barattolo').
Sacchi non legge “La Repubblica”, dunque non sa che «i gruppi siciliani dei Calaiò e dei Perspicace non si sono limitati a far arrivare dalla Colombia, via Spagna, fiumi di cocaina. […] Francesco Perspicace, nato a Caltagirone 48 anni fa, ma da un pezzo residente a Sant´Angelo Lodigiano» (Davide Carlucci, 24 luglio 2008), ha una quota in Servizi blu case-Iniziative immobiliari, gruppo con centinaia di collaboratori, sede principale a Villanova del Sillaro (Lodi), con uffici a Milano, Pavia e in Sardegna.
Sacchi non legge nemmeno il “Corriere della Sera”: nel dicembre 2006 Alfio Scaccia scrive che il clan mafioso Rinzivillo di Gela, in Lombardia «fa affari a Brescia, Como e Pavia, e soprattutto a Busto Arsizio che, secondo gli inquirenti, era diventata una “Gela del varesotto”». Pavia è citata come una delle basi operative dei traffici illeciti, come il riciclaggio del denaro sporco: «I proventi di estorsioni e droga venivano infatti reinvestiti in attività apparentemente pulite». 
Al Sacchi sono anche sfuggite alcune intercettazioni telefoniche tra membri del clan Rinzivillo, nelle quali Rossano Battaglia e Crocifisso (Gino) Rinzivillo parlano di lavori edili, di appalti e di un lavoro «grosso» dalle parti di Pavia: Rossano – a inizio Aprile… dovrebbe iniziarne uno a Pavia!; Gino – dove?; Rossano – a Pavia!… vicino Pavia…; Gino – ah, ho capito!… ma è grosso come lavoro?; Rossano – buono è! Chiavi in mano!; Gino – ah, va bene!
Martedì 4 novembre 2008 la Dda ha confiscato quattro aziende di proprietà dell’imprenditore siciliano Marcello Orazio Sultano (settore costruzioni) per un valore di 9,5 milioni di euro. Sultano sarebbe un personaggio di spicco di Cosa nostra, vicino al clan Rinzivillo-Madonia. Una delle aziende sequestrate, la Nuova Montaggi, ha sede a Sannazzaro dé Burgundi in Lomellina, con magazzino a Pieve del Cairo. 
Figurarsi poi se Sacchi ha avuto per le mani la relazione della Commissione antimafia sulla ’Ndrangheta (19 febbraio 2008) nella quale si segnala la presenza a Pavia dei clan Bellocco e Facchineri. Sacchi avrà invece letto l’illuminante libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso Fratelli di sangue (Pellegrini, 2006); deve essersi però fermato a pagina 124, perché in quella successiva si segnala la presenza dei Barbaro e dei Platì ad Alagna Lomellina e a Pavia; e proseguendo, a pagina 187 si legge che a Pavia è presente la cosca dei Mazzaferro oltre ad esponenti del crotonese. Al clan dei Mazzaferro sembra apparentato Giuseppe Dangeli, arrestato per riciclaggio a Landriano nell'ottobre 2006; nel gennaio 2002 cade l'arresto a Pavia di Vincenzo Corda, «boss del crotonese che stava organizzando una base operativa in provincia di Pavia» (Rapporto 2002 della Commissione antimafia, p. 47).
E dov'era Sacchi la mattina di venerdì 27 novembre 2009? Di certo non a Borgarello, luogo in cui in un appartamento accanto alla farmacia, con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga, estorsioni e traffico d'armi vengono arrestati l'imprenditore edile Carmine Vittimberga, sua moglie Graziella Manfredi e il nipote Luigi Manfredi. I tre appartengono alla cosca dei Nicoscia di Capo Rizzuto, coinvolta in una sanguinosa faida con la cosca rivale degli Arena, guidata dal boss Carmine Arena, ucciso nel 2004 a colpi di bazooka sparati contro la sua auto blindata. Vittimberga e Manfredi vivevano a Borgarello da sei anni. La cosca Arena ha ramificazioni a Stoccarda e Francoforte. A loro si era rivolto nel 2008 il senatore Nicola Paolo Di Girolamo (l'esponente politico Pdl a libro paga del boss Gennaro Mokbel) per ottenere i voti degli italiani in Germania – decisivi per la sua elezione a Palazzo Madama – a testimoniare la rilevanza sovranazionale delle mafie in generale e della 'Ndrangheta in particolare.
Sacchi era forse in montagna mercoledì 2 dicembre 2009: quel giorno, su ordine della Procura di Bari, in corso Manzoni a Pavia viene sequestrata la sede del centro benessere “Solemania”, insieme a due appartamenti: secondo gli investigatori, sarebbero stati acquistati reinvestendo denaro proveniente dal narcotraffico.
Sacchi era forse al mare quando, il 18 settembre 2008, alla clinica Maugeri di Pavia viene arrestato Francesco Pelle detto Ciccio “Pakistan” – un boss di primo piano della 'Ndrangheta – tradito dalle frequenti telefonate in Colombia intercettate dalla Dea, l’agenzia antidroga degli Stati Uniti, che subito informa Nicola Gratteri al Dipartimento distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
Pelle è accusato di omicidio ed è latitante dal 30 agosto 2007, dopo la “strage di ferragosto” a Duisburg in Germania, nella quale un commando dei Nirta-Strangio ammazza sei persone della cosca avversaria dei Pelle-Vottari-Romeo. È l’epilogo della sanguinaria “faida di San Luca”, cominciata nel 1991 e culminata con l’uccisione di Maria Strangio il 24 dicembre 2006; alimentata dalla sete di vendetta di Ciccio Pelle – ridotto in carrozzella da una scarica di pallettoni il 31 luglio 2006 – e dalla guerra di supremazia nel controllo dello spaccio della coca a Duisburg, in mano ai Pelle-Vottari-Romeo. “Pakistan” è paraplegico: un proiettile gli ha leso la spina dorsale. Era ricoverato da tre mesi, sotto falso nome e con false cartelle mediche (si è detto paralitico a causa di un incidente stradale), ricercato dalla Polizia e dai Carabinieri, inseguito da nemici vecchi e nuovi che lo volevano eliminare. Era coperto da una rete di protezione locale e aveva molti soldi in tasca. Nessuno ha fatto domande sulla vera natura delle sue ferite. Del resto, nella clinica pavese ai degenti “eccellenti” devono essere abituati: Giuseppe Setola, lo spietato killer del clan dei Casalesi, uno dalla mira infallibile, dopo la cattura si era detto semicieco (secondo il coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti «Setola ci vede benissimo») e il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere lo aveva mandato a curarsi proprio a Pavia, al Centro di riabilitazione visiva della Maugeri.
Setola era sottoposto alla 41bis (la legge che impone il carcere duro e il sequestro dei beni ai condannati per attività mafiose), ma non viene tradotto nel carcere di Opera né in quello pavese di Torre del Gallo. Dal gennaio all’aprile 2008 è tenuto agli arresti domiciliari in un appartamento di vicolo San Marcello, insieme alla moglie. Il 23 aprile il pistolero dei Casalesi fugge da Pavia e proprio allora comincia la carneficina: la sua banda ammazza 18 persone in 4 mesi.
Il ricovero pavese di Ciccio Pelle “Pakistan” a Pavia (forse anche quello di Setola) ci pone di fronte a qualcosa che sembra una vera e propria truffa. Appare allora lecito domandare se alla Maugeri sia mai stata aperta una inchiesta amministrativa; se gli atti siano stati trasmessi al Dipartimento distrettuale antimafia; se sia mai stata ino
ltrata la denuncia per il danno al sistema sanitario.
Chi controlla i ricoveri? Li controlla l’Asl, di cui Carlo Antonio Chiriaco è direttore sanitario. Il suo nome è impronunciabile persino in Consiglio comunale dove, il 2 dicembre 2008, l’avvocato difensore di Chiriaco nonché consigliere comunale di Forza Italia Piero Trivi con altri esponenti della destra aggrediscono verbalmente il consigliere Irene Campari dopo un suo accenno ad una vecchia storia che vedeva coinvolto il direttore sanitario dell’Asl, in rapporti con il clan calabrese dei Valle, condannati a Vigevano per usura nel maggio 1993. Francesco Valle detto “don Ciccio”, della cosca Condello di Reggio Calabria, era giunto a Vigevano nei primi anni Ottanta in soggiorno coatto; in Lomellina prestava denaro ai commercianti e ai piccoli artigiani bisognosi di liquidità immediata, praticando interessi del 35 per cento al mese e del 400 per cento all'anno, interessi estorti dai suoi 'esattori' (il figlio Fortunato – «la mente del clan» -, il genero Fortunato Pellicanò e il nipote Leone Lucisano) con minacce, violenze e intimidazioni.
A Vigevano il clan affiliava una trentina di persone. Un rapporto della questura pavese nel 1992 segnala «che il Valle è solito circolare con un’autovettura blindata intestata al suo autista». Ritroviamo oggi la cosca in provincia di Milano. Secondo fonti di polizia, intorno ai Valle «ruoterebbe un vero e proprio comitato affaristico-mafioso che può contare su appoggi politici di rilievo all’interno delle istituzioni lombarde».
«Le mafie sono ormai radicate a Pavia e in provincia, operano negli appalti, nella ristorazione, nel piccolo e nel grande commercio». Lo ha confermato il Procuratore distrettuale antimafia Ferdinando Pomarici, (“la Provincia Pavese”, 25 settembre 2008). Difficile sperare che le mafie si fossero fermate a Buccinasco, la Platì del Nord. E infatti Pavia brulica di inutili cantieri, di oscure operazioni immobiliari, di lussuosi negozi sempre deserti che cambiano frequentemente proprietario, di oltre sessanta sportelli bancari nonostante l’assenza di attività produttive.
A Pavia tutti ricordano il rapimento del diciottenne Cesare Casella il 18 gennaio 1988 e – prima ancora – quello di Giuliano Ravizza la sera del 24 settembre 1981, entrambi ad opera della cosca Nirta-Strangio. Casella rimase recluso in Aspromonte per ben 743 giorni, e già allora si parlò di ‘talpe’ locali dei calabresi. Venne poi liberato il 30 gennaio 1990, si dice anche grazie alla mediazione di un noto costruttore della Locride, da anni residente in città.
Quella era la stagione della “mafia rurale” dei rapimenti, delle estorsioni e dell’usura, i cui ricavati sono stati investiti nel più redditizio traffico della cocaina: un fiume di denaro sporco dilavato in banche compiacenti, in borsa, nell’edilizia privata, nelle bische clandestine; oppure moltiplicato con il traffico dei rifiuti e nelle sale gioco (a Pavia si conta una new-slot ogni 55 abitanti, più del triplo della media nazionale, una spesa media di 1.498 euro per ogni abitante), oppure negli appalti pubblici e nell’escavazione; o investito nel commercio e nella grande distribuzione, o nell’acquisto di cliniche, alberghi, ristoranti, cinema…
Guardo il numero delle battute e sono già ben oltre il consentito. Devo così rinunciare ad illustrare al Sacchi alcuni scenari trame e personaggi dell'ecobusiness locale, a partire da Giorgio Comerio, che da Garlasco trasformava in oro i rifiuti nocivi e radioattivi sopra navi a perdere (Riccardo Bocca, “L'espresso”, 3 giugno 2005) e a finire con il pavese Raoul Alessandro Queiroli, indagato nell'inchiesta veneta “Cagliostro” e in quella toscana denominata “pesciolino d'oro”, infine incarcerato a conclusione dell'inchiesta piemontese “Pinocchio” sul lucroso smaltimento illegale di 350 tonnellate di rifiuti tossici: terre inquinate da idrocarburi, residui della triturazione delle componenti in plastica delle autovetture, materiali con lattice e ammoniaca, fanghi di perforazione, traversine ferroviarie che da Genova, Savona, Pavia, Lecco venivano smaltiti nell'alessandrino, nel novarese, nel pavese e nel milanese. (Ecomafie, Rapporto di Legambiente 2005). L'inchiesta si conclude nel 2008, dopo 16mila intercettazioni telefoniche e 35 persone denunciate, 17 delle quali incarcerate. Vengono coinvolte quattro ditte della provincia di Pavia: Atiab di Torre d'Isola, Alm.eco di Pavia, Agritec di Casteggio e Dvm di Casorate Primo. Sotto l'asfalto della tangenziale di Casorate la Dvm avrebbe collocato «un milione di chili di scarti di fonderia, eternit e terre contaminate da idrocarburi» (“La Provincia Pavese”, 13 marzo 2007) che avrebbero fatturato guadagni vertiginosi ad alcune ditte fornitrici (lo smaltimento dei rifiuti speciali costa circa 6,6 euro al chilo: in questo modo la spesa può superare di poco i 50 centesimi).
Dei numerosi episodi di intimidazione a politici, imprenditori e magistrati abbiamo ormai perso il conto. Ne riprenderemo alcuni tra i più recenti: il cappio appeso ad un chiodo (marzo 2009) all'ingresso dell'abitazione dell'allora consigliere comunale pavese Irene Campari, fautrice della Commissione antimafia; il proiettile nelle buste inviate al Pm vigevanese Rosa Muscio e – ancora a Vigevano – all'architetto Sandro Rossi (novembre e dicembre 2009); i due proiettili calibro 9 in busta chiusa e l'auto incendiata all'assessore vigevanese all'Urbanistica Giuseppe Giargiana (novembre 2008 e luglio 2009); la testa di capra mozzata e i proiettili inesplosi lanciati a Vigevano nel giardino della villa della famiglia Colombo (luglio 2008); la bottiglia incendiaria e la testa di capretto appesa all'inferriata dell'abitazione dell'imprenditore edile Renato Brambilla (settembre 2008); la bomba carta fatta esplodere a Belgioioso sul tettuccio dell'autovettura del presidente dell'associazione Artigiani Giuseppe Daidone.
La notte tra l'8 e il 9 ottobre 2008, a Torre d'Isola sono andati in fiamme tre automezzi appartenenti ad Angelo Bianchi, un imprenditore in affari con Queiroli. Incendio doloso? Improbabile, perché a Pavia, caro Sacchi, «la mafia non esiste».

"Direfarebaciare", 25 febbraio 2010
"Il Lunedì", 1° marzo 2010

Una prima ghiotta versione di questa inchiesta in Pontevecchio Connection – prima parte ("Direfarebaciare", 9 ottobre 2008)

Abelli Anthology 5

22 agosto 2009
Accusa di riciclaggio per la moglie di Abelli
di Luigi Ferrarella

Last but not the least, ecco il recentissimo articolo del “Corriere della Sera” sul conto di Lady Rosanna Gariboldi in Abelli nel paradiso fiscale di Montecarlo, nonché su alcuni movimenti in denaro estero su estero (Svizzera e ritorno) verso un conto di Giuseppe Grossi. Grossi è un imprenditore del ramo bonifiche, uno che ama la caccia e le auto d’epoca, un amico di merende del marito. Entra in scena l’avvocato svizzero Fabrizio Pessina, al soldo  di Grossi, in carcere dal febbraio al luglio 2009 per il presunto riciclaggio di 22 milioni di euro, «sovrafatturati nei costi di bonifica dell’area di Santa Giulia di Luigi Zunino» a Milano Rogoredo, bonifica affidata a una società del Grossi. Una soffiata della Guardia di Finanza? Guerra tra bande nel Popolo delle LIbertà?  Resa dei conti tra Poderstà e Formigoni? (alle recenti elezioni provinciali milanesi vinte dal berlusconiano Podestà, i ciellini avrebbero votato in massa per il "nemico" Penati…). Certo è che i 570 nomi usciti dal computer di Pessina sembrano ormai in mano a molti: studi fiscali, nemici politici di Abelli e Formigoni, giornalisti… Settembre è alle porte. In questi articoli abbiamo incontrato Santa Rita e Santa Lucia: la prima è popolarmente nota come avvocatessa dei casi impossibili; la seconda sostenne con fermezza la sua fede fino al martirio: a quale delle due intende votarsi il nostro “faraone”?

Lei, Rosanna Gariboldi, è assessore all’«Organizzazione interna e relazioni esterne» della Provincia di Pavia e moglie di Giancarlo Abelli, già assessore della Regione Lombardia prima di diventare parlamentare del Pdl e vicecoordinatore nazionale del Popolo della Libertà. Lui, Giuseppe Grossi, alla testa della «Sadi» quotata in Borsa, è il più grande imprenditore italiano delle bonifiche ambientali di ex aree industriali. Pavesi entrambi. Ma a unirli c’è anche altro. Un conto cifrato del la moglie di Abelli a Montecarlo, dalla singolare operatività: nel luglio 2007 bonifica a un conto svizzero gestito da un fiduciario di Grossi 500.000 euro, poi per due volte nel marzo e nell’ottobre 2008 riceve complessivamente 632.000 euro da conti esteri 'schermati' di Grossi. La Procura di Milano ha avviato una rogatoria internazionale a Montecarlo sul conto di Gariboldi presso Banque J. Safra, al momento indagando la moglie di Abelli per l’ipotesi di reato di riciclaggio. Grossi è invece sotto inchiesta già da febbraio, quando due suoi collaboratori, gli ex del la GdF Paolo Pasqualetti e Giuseppe Anastasi, e il suo avvocato svizzero Fabrizio Pessina, sono stati arrestati con l’accusa d’aver riciclato all’estero per conto di Grossi 22 milioni sovrafatturati nei costi di bonifica dell’area di Santa Giulia di Luigi Zunino. Con Santa Giulia il capitolo Gariboldi-Grossi c’entra nulla: vi spunta solo per un disguido, buffa breccia nel muro di riservatezza bancaria. L’ha ricostruito in un memoriale Pessina, che per Grossi gestiva so cietà estere e che da Grossi riceveva (tramite collaboratori) gli estremi dei conti ai quali mandare soldi, senza però mai sapere chi ci fosse dietro.
Un appunto sequestrato «riporta l’istruzione (ragionevolmente da Anastasi e/o Pasqualetti) rispetto alla necessità di bonificare 332.000 euro al conto 17964 A alla banca J.Safra di Montecarlo» nel 2008. Lo staff di Pessina prova ad eseguire. Ma un altro «appunto a mano, ragionevolmente della mia segreteria» (ritorno fondi, manca beneficiario) fa capire cosa è accaduto: la banca vuole maggiore dettaglio. Gli uomini di Grossi rispondono alla struttura di Pessina, con un altro appunto sequestrato, di dire alla banca che «l’intestazione del conto J.Safra è ' Associati'. Saluti e Buona Pasqua». Ma neppure l’indicazione Associati , da sola, basta alla banca, come si capisce dalla segretaria di Pessina che annota banca, dati beneficiario incompleti.
Alla fine è Banque Safra, con la segretaria Isabella, a quasi dettare come vada compilato il bonifico: in alto a destra, allora, nell’appunto la segretaria di Pessina «aggiunge Gariboldi, seguito da una freccia esplicativa: dato Isabella devo indicare».
Così emerge l’abbinamento Associati 17964 Gariboldi. Da questo conto, Gariboldi il 27 luglio 2007 risulta aver ordina to un bonifico di 500mila euro a uno dei conti gestiti da Pessina per conto di Grossi al Chiasso. Ma un’informativa GdF segnala ai pm «che, a fronte di questo accredito, il 17 marzo 2008 e il 6 ottobre 2008 sono stati eseguiti due bonifici di 332.000 e 300.000 euro a favo re del conto monegasco» di cui beneficiaria è la moglie di Abelli. Che, interpellata dal Corriere, spiega: «Mi ha restituito soldi che gli avevo prestato. Grossi è un amico. Un giorno mi ha detto: sto facendo un affare, se vuoi ti investo dei soldi. Glieli ho dati dal conto che ho in Francia per le spese di una casa che ho lì, e lui me li ha restituiti 18 mesi dopo, con un interesse del 10-12%». Prestare soldi a Grossi che maneggiava milioni in contanti? «Sono una persona semplice, forse troppo in buona fede». Che affare era? «Non lo so, non lo chiesi a Grossi». C’era un contratto tra voi? «No, niente nero su bianco, sa com’è con gli amici, anche le garanzie non esistono, si fa un favore a un amico…».

”Corriere della Sera”, 5 agosto 2009

Abelli Anthology 4

21 agosto 2009
E il figlio dell’assessore alla Famiglia divenne primario
di Gianluigi Paragone

Le colpe dei padri non dovrebbero mai ricadere sui figli, così come quelle dei figli sui padri. Ma se di cognome fai Abelli e non sei un semplice omonimo del plenipotenziario lombardo alla sanità , almeno in Lombardia, almeno tra Voghera e Montescano qualche porticina aperta forse la trovi. Ovviamente la trovi per meriti professionali, null’altro che per meriti professionali, anche se chiamarsi Abelli a volte conta. Ad esempio, sul registro scolastico sei secondo solo ad Abbado, e  dopo l'Università… Dopo l'Università vieni solo dopo «AAA. Primario radiologo referenziato cercasi. Astenersi lottizzati e perditempo». L’articolo che segue – del direttore di “Padania” Gianluigi Paragone – è del 2005.

Ha ragione Formigoni: Alessandro Cè deve chiedere scusa. Sì, in quell’intervista al “Corriere della Sera”, ha sbagliato. Dicendo infatti che «Alcuni vivono la politica come logica di potere e forse a questa categoria appartiene Formigoni», Cè ha sbagliato. Ha sbagliato a dire «forse»: Formigoni non è estraneo a quella logica di potere. C’è dentro da capo a piedi.
E lo dimostra la cura con cui Formigoni sta sbrigando alcune questioni in materia di sanità, prima che il bubbone scoppi del tutto. E cioè prima che Cè torni alla Sanità, oppure prima che la giunta Formigoni vada in crisi. Oppure ancora prima che Formigoni faccia le valigie per Roma. Cosa ha fatto il “Celeste” in versione assessore? Tra le “urgenze” da sbrigare ha sbloccato il passaggio dell’ospedale di Saronno a Fondazione. E ha detto sì alla nomina di un certo Fabrizio Abelli a primario di radiologia all’ospedale di Voghera, Pavia.
Abelli, chi? Abelli Fabrizio. Da non confondere con Abelli Giancarlo, assessore della giunta Formigoni e papà di Fabrizio. Il quale non è neanche da confondere con Abelli Paola, la quale è sì figlia di Abelli Giancarlo – l’assessore – ma anche direttore sanitario di una clinica privata convenzionata con la Regione Lombardia: la Maugeri di Montescano, Pavia.
Non c’è che dire, Abelli è un ottimo assessore alla Famiglia: la sua infatti l’ha sistemata davvero bene. Il figlio primario. La figlia direttore sanitario. In molti dicono che anche gli amici, per la verità, Abelli li ha a cuore: l’ultimo è quel Di Giulio, anch’egli in odor di primariato.
Alla luce dei fatti, non si può che dare ragione a Formigoni: la querelle Cè rischiava davvero di bloccare la sanità lombarda. Meno male che ci ha pensato il puro Governatore, l’integerrimo, il rampollo di casa Cielle. Colui che si indigna solo a parlare di potere, figurati a inciuciarci.
Bene – dicevo – ha fatto il Governatore lombardo a prendere lui le deleghe della Sanità e occuparsi di due-tre passaggi su cui Cè si ostinava a voler vederci più chiaro. Già, perché magari i due figli di Abelli sono le persone più preparate nel loro campo, anzi sicuramente lo saranno (anche se digitando Google non ci sono rimandi professionalmente interessanti sulle esperienze dei due Abelli jr) e, quindi, curricula alla mano, avrebbe anch’egli, Alessandro Cè, premiato i due bravi figlioli dell’assessore alla Famiglia. Ma fatto da Formigoni… in tutta fretta… in una situazione politica ancora da chiarire… i figli di Abelli… Il dubbio eccome se c’è. Anzi, Cè. Decisioni quantomeno inopportune, diciamo così. Ma non per lui, per Formigoni che a un quotidiano locale avrebbe detto che «La sanità non è della Lega né di Cè». È vero: la sanità è dei cittadini; lombardi innanzitutto. E il fatto che il“Celeste” lo abbia omesso non è una certificazione di garanzia sulla sua personale politica sanitaria. Una politica per cui i primariati si danno anche per Grazia ricevuta (e non solo per la brillantezza del curriculum), per cui le strutture private devono drenare un po’ di risorse alle strutture pubbliche e il ticket va conservato anche se sta penalizzando eccessivamente i meno abbienti. E molto altro ancora ci sarebbe da dire.
Sono tutte argomentazioni per le quali la Lega ha preteso l’assessorato alla Sanità, con il fine di imprimere una guida politica diversa. Se infatti il “modello sanitario di Formigoni” (il che non equivale a dire il “ odello sanitario lombardo…”) fosse perfetto, l’ex assessore Borsani non ci rimetteva le penne politiche alle ultime elezioni regionali. Ecco perché Bossi ha individuato in Alessandro Cè (politico non in cerca di visibilità: era capogruppo alla Camera) la persona giusta per quell’incarico. La sanità (materia delle tre che con la riforma saranno devolute in esclusiva alle Regioni) non può continuare a essere gestita come se fosse una società per azioni, con manager e medici lontani dalla gente: la Sanità deve essere a misura di persona; una persona che in una fase delicata della sua vita ha bisogno di particolari attenzioni. Persone e non utenti.
Sulla sanità c’è una questione politica: Formigoni sapeva benissimo che, accettando di affidare l’incarico alla Lega, le politiche sanitarie lombarde avrebbero subìto un’azione diversa. Meno privatistica, per esempio. Più chiusa alle nomine con corsie preferenziali, come dimostra la vicenda del figlio di Abelli, la cui nomina a primario di radiologia nell’ospedale di Voghera ha, quantomeno, registrato una improvvisa accelerazione.
Fabrizio Abelli già svolgeva mansioni dirigenziali in una struttura privata: la clinica riabilitativa Maugeri di Pavia, centro accreditato presso la Regione (in parole povere: prende soldi pubblici). La stessa clinica di cui la sorella, Paola Abelli, è direttore sanitario. Dal 10 ottobre – si aspetta ancora la firma del direttore generale Sanfilippo – il figlio dell’assessore Giancarlo Abelli guiderà dunque la radiologia, passando dal privato al pubblico. Sarà un caso, ma un altro ciellino andrà così ad aggiungersi alla già lunga lista di primari appartenenti a Cl. L’altro giorno la Compagnia del compianto don Giussani ci scrisse una lettera precisando che loro nelle nomine non entrano, hanno altro a cui pensare: sarà per un eccesso di amicizia tra ciellini nel Pirellone, o sarà che avere un santo protettore in Paradiso aiuta, o ancora che il Governatore e il direttore generale della Sanità (Carlo Lucchina) sono di Cl, sarà quel che sarà ma i ciellini promossi sono davvero tanti. Forse troppi…
Formigoni – che tanto si è indignato per il passaggio sulle logiche di potere nell’intervista di Cè – poteva dunque evitare in questa situazione di stallo di portare avanti la pratica del figlio di Abelli. Le priorità della Sanità sono ben altre…

“la Padania”, 29 ottobre 2005

Abelli Anthology 3

20 agosto 2009
Polizze milionarie a Pavia
di Franco Vernice

A Gian Carlo Abelli il 13 porta sfiga. Era il 13 febbraio 1985 quando venne arrestato – insieme a Dino Landini e al cognato Claudio Gariboldi – per ordine del giudice istruttore Cesare Beretta, che lo accusava di peculato e concorso in truffa (verrà assolto). Claudio Gariboldi è il fratello di Rossella, l'assessore provinciale pavese e moglie di Abelli balzata recentemente agli onori delle cronache per alcuni movimenti in denaro presso un suo conto cifrato (17964 A) alla banca J. Safra di Montecarlo, conto sul quale la Guardia di Finanza sta ora indagando. 1985, altri tempi: a Tangentopoli mancavano sette anni e c'era ancora la Democrazia cristiana, il partito per il quale si industriava il nostro apprendista "faraone" .

Lo dipingono come una specie di "Gei Ar" del Ticino, grintoso e rampante fino alla sfrontatezza. Un politico duro, ma anche un uomo di mondo. Dalle 22 di mercoledì scorso, Giancarlo Abelli, consigliere regionale democristiano, presidente dell' importantissima commissione regionale per la Sanità, oltre che proconsole dell'ufficio speciale per l'Oltrepo, è rinchiuso in una cella del carcere di via Romagnosi, sulle spalle un'accusa di peculato che certo molto peserà nella prossima campagna elettorale. Un altro presunto capitolo della "tangenti story" italiana, a quanto pare. A spedirlo in prigione, è stato il giudice istruttore Cesare Beretta, che da molti mesi scandaglia nei meandri amministrativi dell'ospedale Policlinico San Matteo, cattedrale del nostro sistema sanitario, l'istituto dove vanno a farsi operare i "re del pallone" con il ginocchio "rotto", ultimi ospiti il milanista Hateley e l'interista Zenga. Il giudice Beretta sospetta che nelle polizze di assicurazione stipulate dal San Matteo, del quale Abelli è stato a lungo presidente-padrone, vi siano pesanti irregolarità. In pratica, svariati milioni sarebbero finiti nelle tasche sbagliate. Così, sono partiti i mandati di cattura: uno per Abelli, che deve rispondere anche di concorso in truffa, un altro per un ex direttore amministrativo del San Matteo, Dino Landini, anch'egli incriminato per peculato e concorso in truffa, un terzo mandato di cattura indirizzato a Claudio Gariboldi, imputato di truffa. Gariboldi è il fratello della donna con la quale Abelli vive. Il legame Abelli-Gariboldi venne usato dagli autori (o dall' autore) di una lettera anonima spedita in duplice copia nel 1983 al quotidiano locale, "La provincia pavese" e alla magistratura. Poche righe, ma piene di veleno, per insinuare che dietro le assicurazioni del San Matteo, ci fosse del losco. Da tempo, "La provincia pavese" insisteva con inchieste e servizi sul Policlinico, la più grande azienda pavese, con migliaia di dipendenti ed un bilancio annuo superiore ai cento miliardi. Insieme ai tenaci giornalisti della "Provincia", in seguito alla lettera anonima, cominciarono così a muoversi anche i giudici. Per qualche mese, l'inchiesta sembrò muoversi sott'acqua. Poi, ecco una serie di perquisizioni negli uffici del San Matteo, e in quelli di Claudio Gariboldi, titolare di un'agenzia delle assicurazioni "Reliance", ma anche agente di altre compagnie. Vengono passati al setaccio tutti i contratti stipulati dopo il 1974. Nel frattempo, partono ventidue comunicazioni giudiziarie. Una è per Abelli, le altre vengono mandate a casa di Gariboldi e di altri amministratori o ex amministratori del San Matteo. Dopo una prima cernita, i ventidue si riducono a otto: Abelli; Gariboldi; l'ex presidente del San Matteo, Attilio Ciacci; l'attuale vice-segretario della Dc pavese, Dino Cristiani; l' altro ex presidente Virginio Trespi; l' ex consigliere Lino Lugano e il suo collega Francesco Falerni, più Dino Landini. Agli otto, il 5 febbraio 1985, il giudice Beretta fa riritare i passaporti. Nel frattempo, il giudice istruttore e il pm Giuseppe Baccolo studiano i risultati di una perizia d'ufficio sulle polizze e fanno una scoperta. Fra le copie custodite dall'amministrazione del San Matteo e quelle in mano a Gariboldi gli importi non corrispondono. Le carte dell'ospedale registrano sempre cifre più alte delle copie conservate dall' assicuratore. La differenza, in qualche caso, è notevole: una polizza che al San Matteo sembra essere costata 338 milioni e rotti, nella versione Gariboldi appare di appena 160 milioni. E le polizze sono molto numerose, contro gli incendi, per la responsabilità civile, contro gli infortuni ai dipendenti. Una montagna di polizze. Fra l'altro, ad inchiesta già in corso, nel 1984, il San Matteo, (ora presieduto da Pier Franco Marchetti, dc, e diretto da un grande amico e compagno di partito di Abelli, Giovanni Azzaretti) risulta essersi servito ancora una volta del solito Gariboldi. Anno dopo anno, polizza dopo polizza, il totale in gioco è di centinaia e centinaia di milioni. Interrogato dai giudici, Claudio Gariboldi pare abbia ammesso «che qualche cosa non andava», assumendosi però ogni responsabilità. Un'inchiesta che sembrava procedere, per la verità, un po' a stento. Fino a mercoledì, quando il giudice Beretta ha ascoltato l'ex consigliere del Policlinico Francesco Falerni, rimasto al San Matteo dal ' 76 all' 81, quando preferì farsi da parte. Democristiano dalla fama specchiata, pare che Falerni non si trovasse del tutto a suo agio con Abelli, all'epoca presidente dell' ospedale e gran manovratore della Dc pavese. Controlla il 40 per cento del patito (sotto le insegne di Forze Nuove), quando l'ex ministro Virginio Rognoni, che è di Pavia, nella sua città conta solo il 14 per cento. «Dal San Matteo mi sono defilato perché la gestione Abelli non mi convinceva», racconta Falerni. Con i giudici, mercoledì, Falerni ha parlato per sette ore. Alla fine, nella testa dei magistrati sembra si sia accesa la classica lampadina: dai dossier hanno tirato fuori tre documenti, relativi ad una polizza del 1979, li anno studiati, poi Beretta ha firmato i mandati di cattura. Abelli, contro il quale da tempo l'opposizione di sinistra alla Regione Lombardia aveva aperto il fuoco, ha dovuto dimettersi dalle sue presidenze, pur mantenendo la poltrona di consigliere. La Dc lombarda, in ogni caso, ne ha proposto la sospensione cautelativa dal partito. Mentre si appanna la ferrea ma poco adamantina immagine del "Gei Ar" del Ticino, l'inchiesta prosegue. Ieri sera è stato interrogato l'ex "spalla" di Abelli, Dino Landini. Presto, toccherà allo stesso Giancarlo Abelli. E i magistrati sembrano decisi a verificare se davvero, quello strano ospedale era diventato una colossale piazza d' affari. Lo stesso Beretta ha in canna un' altra indagine: al centro gli appalti da decine di miliardi per la costruzione di alcuni nuovi reparti del San Matteo.

“la Repubblica”, 15 febbraio 1985  

Abelli Anthology 2

18 agosto 2009
Abelli rassicura Pipitone «Ora chiamo io la Cantù»
di Walter Galbiati e Emilio Randacio

Seconda puntata della nostra Abelleide, con questo articolo sui rapporti – certificati da alcune intercettazioni telefoniche – tra l’ex assessore regionale e Francesco Pipitone, proprietario della clinica Santa Rita di Milano. Il medico del Santa Rita Pier Paolo Brega Massone è in galera da 14 mesi, accusato di omicidio volontario e truffa ai danni del sistema sanitario nazionale. L’ex assessore regionale alla Sanità Gian Carlo Abelli invece pare tranquillo: come il mafioso Vittorio Mangano (lo “stalliere di Arcore” incarcerato per tre omicidi, traffico di stupefacenti ed estorsione; quello che, secondo Marcello Dell'Utri, è stato «a suo modo un eroe») anche Brega Massone tace e almeno per ora non sembra voler barattare «dignità con libertà».

Pressioni, lobbing, telefonate con politici che sembrano amici intimi e possono dare una mano. A un mese dal blitz che ha scoperchiato lo scandalo della clinica Santa Rita, la procura, in silenzio, cala altre carte che fanno intuire i futuri sviluppi dell' indagine, tutt'altro che conclusa. Perché, scorrendo le ultime intercettazioni depositate al tribunale del Riesame dai pm Tiziana Siciliano e Grazia Pradella, si scoprono telefonate anomale tra i vertici della Sanità lombarda e quelli della Santa Rita, dal 2006 nei guai per la sospensione della convenzione con il Servizio sanitario nazionale (Ssn), soprattutto per colpa di quello che oggi sembra essere il principale responsabile dello stato in cui la struttura privata si trova, il primario del reparto di chirurgia toracica Mario Brega Massone. All'indomani del suo allontanamento dal centro dell'ex notaio Francesco Pipitone, il chirurgo oggi in carcere da poco più di un mese, non desiste dall' idea di ritornare al suo posto. Così sembra spiegarsi la conversazione del 4 gennaio scorso, intercettata dalle Fiamme gialle del Nucleo di polizia tributaria. Brega Massone chiama Maria Cristina Cantù, attuale numero uno della sanità in Lombardia. Il medico chiede un colloquio. La Cantù si è appena insediata alla direzione generale della Asl Milano 1. L'atteggiamento del manager pubblico, non è tenero. Anzi. La Cantù, parlando della situazione della Santa Rita alla quale deve essere rinnovata la convenzione con il Ssn dopo i fatti del 2006 e la sospensione del 2007, dice: «Sicuramente la Santa Rita è indifendibile e quindi mi sorge spontaneo, da osservatore esterno, domandarmi come, chi ha talento, chi può essere un fuoriclasse, va alla Santa Rita». Presa di posizione secca, intransigente, precisa e che sembra lasciare poche speranze. Sembra, perché tre mesi dopo, a marzo, queste certezze sembrano misteriosamente cambiare, improvvisamente, tanto che è la Cantù stessa ad apporre la firma sulla convenzione con la clinica Santa Rita. Cosa è successo nel frattempo? Che cosa ha fatto cambiare idea alla manager in quota Lega Nord? Per capire il motivo della virata, sembra emblematica un'altra conversazione captata dai militari delle fiamme gialle. Gli interlocutori sono nientemeno che l' allora assessore regionale alla Famiglia, Giancarlo Abelli, Forza Italia, oggi promosso al rango di vicecoordinatore nazionale del movimento fondato da Silvio Berlusconi e, dall'altro capo della cornetta, il proprietario della Santa Rita, quell'ex notaio Pipitone attualmente agli arresti domiciliari. Tra i due si registra un tono molto confidenziale. Abelli al telefono con Pipitone dice: «Mi ha chiamato la Cantù, mi ha chiesto se sei soddisfatto». Tre mesi prima dei 14 arresti, la commistione che ruota intorno alla gestione della struttura emerge in maniera sempre più evidente. Il 31 marzo, infatti, è ancora Pipitone a chiamare Giancarlo Abelli per chiedere una revisione del contratto. L'assessore è un po' contrariato: «Cazzo, io ho la campagna elettorale, che cosa c'è?». L'ex notaio non demorde. «Mi hanno messo nel contratto, mi hanno imposto di fare della riabilitazione di manutenzione, mettendo a disposizione 30 posti letto. Mi danno 1,5 milioni di euro in meno, abbiamo finito perché è più oneroso». In sostanza Pipitone chiede ad Abelli di togliere quella richiesta, preferisce rinunciare a 1,5 milioni di euro di fatturato perché comunque mettere a disposizione 30 posti letto per la riabilitazione di manutenzione gli costerebbe di più. Ma l'esponente azzurro lo consiglia, frenando le sue intenzioni. «Non firmare, non firmare. Adesso chiamo io la Ser… chiamo la Tempini, la Cantù. Dì alla Cantù (ndr, sempre la manager Asl) di non rompere i coglioni… che hanno imposto delle cose che sono pazzesche». Mentre l'inchiesta che ha coinvolto i medici e la proprietà potrebbe essere vicina a una conclusione, i filoni che verranno scandagliati nelle prossime settimane sono indirizzati a far emergere le coperture che hanno garantito per troppi anni l’impunità dei responsabili.

“la Repubblica”, 11 luglio 2008

Abelli Anthology 1

17 agosto 2009
«Le cliniche degli orrori? Il vero orrore è il sistema sanitario»
di Gianni Barbacetto

Scandali, inchieste e arresti… Eppure Gian Carlo Abelli rimane in sella. Anzi, fa carriera: assessore in Regione Lombardia, vice coordinatore nazionale di Forza Italia e infine deputato. Riproponiamo allora, uno alla volta e in ordine sparso, alcuni articoli dimenticati sulle leggendarie imprese del  temuto “faraone” della Bassa. Di lui si parla anche in questa intervista di Gianni Barbacetto a Giuseppe Santagati, il manager milanese che scoprì e denunciò lo scandalo delle ricette d'oro, e per questo fu cacciato.

«Ora tutti abbiamo visto all’opera la “clinica degli orrori”. Ma quello della Santa Rita di Milano è un caso limite: il vero orrore, ogni giorno, è il nostro sistema della sanità. È questo che poi crea le cliniche degli orrori». Il giudizio, netto e senz’appello, è di uno che se ne intende: Giuseppe Santagati, avvocato amministrativista, è da vent’anni manager della sanità a Milano. Degli scandali negli ospedali parla con cognizione di causa, perché è lui che ha scoperto la madre di tutti gli scandali. Era il 1996 e allora quelle che oggi si chiamano Asl (aziende sanitarie locali) si chiamavano Ussl (unità socio-sanitarie locali). Ebbene, Santagati era direttore generale dell’Ussl 39, Milano sud e paesoni dell’hinterland, per territorio la seconda della Lombardia. Un bel giorno di marzo, entrò trafelata nel suo ufficio una dottoressa dell’Ussl, Tiziana Zuliani: «A costo di autodenunciarmi, devo dirle che ho firmato una ricetta irregolare, ho fatto una prescrizione non legittima».
Che cosa aveva mai fatto la dottoressa Zuliani? Aveva prescritto un esame medico complesso, chiamato Spect, non rimborsabile dal servizio sanitario. Con qualche timbro in più, lo aveva fatto diventare rimborsabile. Poi si era pentita ed era corsa dal capo. Santagati capì subito che non si trattava di un fatto isolato. Aprì un’inchiesta interna. E scoprì che lo Spect e tanti altri esami erano regolarmente prescritti da molti medici, dietro pressanti sollecitazioni, e adeguati compensi, di un ras della sanità milanese, Giuseppe Poggi Longostrevi, padrone di cliniche e laboratori d’analisi. Era una truffa gigantesca: molti miliardi di lire di denaro pubblico allegramente rubati. Che cosa fece Santagati? Invece di voltarsi dall’altra parte, o di pretendere la sua parte nel banchetto, raccolse le sue carte e andò a consegnarle al procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli. Nacque così quello che fu chiamato lo “scandalo delle ricette d’oro”.
700 medici coinvolti, 175 condannati. E fine drammatica per Poggi Longostrevi che, lasciato solo da tutti, anche da quelli che avevano permesso la sua resistibile ascesa, nel settembre 2000 si tolse la vita. Non prima di aver confermato di aver dato soldi e regali a tanti, medici e funzionari. Settanta milioni anche a Giancarlo Abelli, da decenni uno dei padroni della sanità in Lombardia, contemporaneamente consulente di Longostrevi e consigliere del presidente della Regione Roberto Formigoni: «Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto. Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione», aveva spiegato Longostrevi. E poi aveva aggiunto: «Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore». Abelli, in effetti, divenne prima assessore di Formigoni e ora è addirittura parlamentare del Pdl. Processato, fu assolto da una sentenza che però puntualizza: «La consulenza, non effettiva, mascherava un versamento in denaro al politico per guadagnarne i favori».
«Sa che cosa successe invece a me?», chiede oggi Santagati. Ebbe un premio, per aver fatto risparmiare alla Regione un pacco di miliardi? «No. Fui cacciato. Sostituito al vertice della mia ex azienda (ironia della sorte o scelta calcolata?) da un mio omonimo: Santagati Giuseppe, stesso nome e stesso cognome». Santagati, quello vero, continua: «Dalle “ricette d’oro” (1997) alla “clinica degli orrori” (2008) c’è in mezzo un decennio che è stato un susseguirsi di scandali. Solo gli ultimi e solo quelli avvenuti a Milano: San Carlo, otto arresti per truffa al sistema sanitario nazionale; San Siro-San Donato, sequestrate centinaia di cartelle, modificate (secondo l’accusa) per ottenere maggiori rimborsi; San Pio X, centinaia d’interventi di chirurgia estetica praticati su malati di Aids; San Raffaele-Ville Turro, due medici arrestati per una presunta truffa presso il Centro del sonno. L’elenco potrebbe continuare. È mai possibile? È evidente che qualcosa non funziona nel sistema».
Le storie si ripetono all’infinito. Ogni volta ci sono fatture gonfiate, dichiarazioni false, piccoli interventi chirurgici fatti passare per operazioni più grosse. Oppure interventi pagati, ma mai fatti. O, ancora, eseguiti, ma del tutto inutili e a volte anzi dannosi. Cambiano i protagonisti e le tecniche, però la sostanza resta uguale: «La Regione paga, butta i nostri soldi. Come fanno a ripetere che la sanità lombarda è la migliore d’Italia? Hanno trasformato gli ospedali in un supermercato: ed è una gara a offrire le cure più costose, non importa se utili o no. Uno entra per una visita ed esce con un trapianto. L’interesse del sistema è il profitto dell’imprenditore della sanità, non la salute del paziente».
Ma la Regione non controlla? «Se a scandalo segue scandalo, è evidente che i controlli non funzionano», risponde Santagati. «Sono i fatti a dimostrarlo. Il modello lombardo, il modello Formigoni, ha trasferito ingenti risorse dagli ospedali pubblici alle cliniche private. La Regione paga, alla fine, le prestazioni di tutti. Così, nel migliore dei casi, spinge a dare sempre più prestazioni, e a scegliere quelle più costose. Nel peggiore dei casi, quando entra in scena un medico disonesto, le prestazioni saranno anche inutili, oppure dichiarate ma non eseguite».
Santagati ha proposto di sottoporre anche le aziende sanitarie all’obbligo di revisioni contabili, come le aziende private: «Almeno avrebbero revisori dei conti indipendenti e non, come oggi, di nomina politica». Ma ora sono di moda proposte che vanno nella direzione opposta. Santagati agita una pagina del Sole 24 ore: «Giuseppe Rotelli, padrone di molte cliniche private milanesi, propone che anche gli ospedali pubblici diventino società per azioni. Per aumentare la loro efficienza, dice. Ma quale efficienza, in un mercato protetto in cui, alla fine, è sempre la Regione a pagare? Diventando società per azioni, gli ospedali sfuggirebbero anche all’unico controllo che oggi funziona, quello della Corte dei conti. Ma le cose vanno avanti così. Tutti s’indignano per gli orrori e non vedono (o non vogliono vedere) il sistema che genera quegli orrori».
Strano anche il metodo di selezione dei manager della sanità. Cacciato Santagati, che aveva scoperto la truffa, restano quelli che non si accorgono di niente. Resta, per esempio, Antonio Mobilia, ora direttore generale del San Carlo, ma prima direttore dell’Asl 1 da cui dipendeva la Santa Rita degli Orrori: le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato i suoi stretti rapporti d’amicizia con il proprietario della clinica, Francesco Paolo Pipitone. Mobilia era già stato indagato, nel 1999, per sospetti favoritismi a un fornitore, ma era poi stato prosciolto.
Restano ai vertici degli ospedali lombardi perfino i manager già condannati per scandali del passato. Come Vito Corrao e Pietro Caltagirone, entrambi con sulle spalle una sentenza per falso e abuso d’ufficio nel processo che in un primo tempo aveva coinvolto anche Mobilia. Condannati, eppure entrambi premiati: Caltagirone con un posto di direttore generale all’ospedale di Lecco, nominato nel 2007 dal presidente Formigoni in barba alla legge nazionale sulla sanità che esclude
dai ruoli dirigenziali chi ha subìto sentenze di condanna. Una provvidenziale delibera della giunta regionale lombarda ha stabilito i criteri per le nomine in terra padana, dimenticando d’inserire falso e abuso d’ufficio tra i reati che impediscono di diventare direttore generale. Così anche Corrao, dopo la condanna, è stato nominato da Formigoni direttore generale del Gaetano Pini, che ha lasciato solo per passare al vertice di un ospedale privato, il San Giuseppe.
Santagati ormai non se la prende. Il suo ultimo incarico è stato quello di revisore dei conti al Niguarda, il più grande ospedale milanese, ma non lo hanno riconfermato. Ora aspetta di entrare al Gaetano Pini, ma su questo deve pronunciarsi addirittura il Consiglio di Stato.

"Il venerdì di Repubblica", 11 luglio 2008