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Torniamo a distinguerci

28 giugno 2010
di Alberto Ferrari *

Non si capisce nulla della manovra fiscale se non si torna a distinguere tra destra e sinistra. Se non ci si muove incominciando a dire che questa è una manovra di destra perché sfrutta la crisi (reale) per puntare, alla fine, a ridurre lo stato sociale. E lo fa spingendo, se non obbligando, parecchie famiglie ad indirizzarsi verso l'uso privato della sanità, della scuola, della copertura pensionistica e anche del lavoro costringendo molti, per trovare lavoro, a darsi la partita Iva, anche quando fanno un lavoro del tutto assimilabile al lavoro dipendente
A questa manovra, se tutto andrà bene per la destra, ne seguirà un'altra, di richiesta di riduzioni delle tasse quando una parte significativa dei cittadini, più per necessità che per scelta, si sarà orientata verso il privato e dunque reclamerà una qualche riduzione dalle tasse non utilizzando più i servizi pubblici.
È pur vero che la manovra ce la chiede l'Europa, insieme al Fondo monetario internazionale. Ma è bene non dimenticare che l'una e l'altro sono oggi in mano alla destra e ad essa, più ancora che il rientro dalla crisi, di cui è in gran parte colpevole, interessa l'abbattimento del modello socialdemocratico europeo con il suo stato sociale, visto da sempre come l'avversario vero del capitalismo duro e puro, perché potrebbe essere un virus, un modello, che potrebbe diffondersi in tanti paesi emergenti. Se non si parte da qui, ossia dalla politica che è scelta tra opzioni culturali diverse, non si esce dalla confusione che alberga a sinistra.
Chi ha avuto la fortuna, o sventura, di vedere prima a Ballarò Morando, che doveva contrastare Tremonti e due giorni dopo, ad AnnoZero, Bersani nell'identico ruolo, ha, più di una volta, pensato di trovarsi su "Scherzi a parte". Nessuno dei due ha mai citato i termini di "destra e sinistra", nessuno dei due ha mai accusato la destra di essere la causa prima dell'attuale crisi mondiale per aver voluto sostituire il lavoro con la pura speculazione finanziaria. Morando è parso addirittura scavalcare Tremonti a destra e Bersani non ha saputo andare oltre al ripetere ossessivamente: dovete dirmi che cosa volete fare. Come se non toccasse a lui, come leader dell'opposizione, disvelare a che cosa effettivamente mira la proposta di manovra del Governo e che cosa invece il PD, propone agli italiani per superare la crisi. Una manovra di lacrime e sangue, se necessaria, ma con una chiara visione sul tipo di società che, alla fine del tunnel della recessione, il PD intende proporre agli italiani e su chi deve fare i sacrifici maggiori.
Se lo scopo della destra è arrivare alla fine della crisi con una società strutturalmente e culturalmente spostata più a destra (più individualismo e meno comunità), allora tutte le sue azioni vanno valutate in rapporto a questo, prima ancora che valutate se sono troppo dure o troppo molli, se sono molto utili o poco utili ai fini della crisi. Va valutato lo scopo che esse perseguono, prima ancora dei risultati contingenti. Non perché alla sinistra non interessi risolvere i problemi urgenti e contingenti, ma perché, tra le azioni immediate e contingenti, vanno individuate quelle che stabilizzano la crisi ma al tempo stesso orientano la società verso un futuro modello sociale che non può essere lo stesso di quello della destra.
Quando la destra taglia indiscriminatamente fondi alla scuola pubblica, e al personale che v'insegna, non lo fa avendo come obiettivo quello di eliminare gli sprechi, ma quello di deprezzare la scuola pubblica di ridurre le offerte di fruibilità per costringere una parte, sempre più ampia, delle famiglie a rivolgersi per necessità ai privati. Cosi, gradualmente, il privato aumenta e la scuola pubblica entra in una spirale d'irreversibile degrado. Lo stesso vale per la sanità pubblica e per altri settori come l'utilizzo dell'acqua pubblica o di altri beni primari come le reti per l'elettricità o per i trasporti su rotaia.
Le proposte alternative della sinistra devono dunque essere diverse e opposte a quelle della destra.
E non deve poi essere molto difficile alle forze di sinistra, con i validi economisti di cui può disporre, elaborare una contro manovra che abbia il mandato politico che ho più sopra tracciato: riequilibrare strutturalmente il sistema di tassazione; introdurre norme effettive di contrasto alla scandalosa evasione fiscale che, come l'ha definita il governatore Draghi, è la vera macelleria sociale del paese; salvaguardare i capisaldi dello stato sociale: scuola sanità pensioni diritti del lavoro; rilanciare lo sviluppo produttivo e i consumi riorientandoli verso forme e prodotti di risparmio energetico e di eco compatibilità.
Concludo, per render più concreto il mio pensiero con un esempio che ho già ricordato, in un precedente scritto: la prima proposta da fare è quella, a sostanziale invarianza del gettito, di rimodulare le aliquote dell'IRPEF (la tassazione che interessa la totalità dei cittadini) oggi composte di cinque soli gradini, riducendo le imposizioni per i redditi più bassi e introducendo ulteriori gradini crescenti per i redditi più elevati. Per esempio, l'aliquota del 43 per cento oggi è prevista per i redditi superiori ai 75.000 euro sino all'infinito. Se la si utilizza invece solo per redditi da 80mila sino a 120mila, e da 120mila sino a 200mila s'introduce un nuovo gradino del 48 per cento e cosi via per altri scaglioni superiori di reddito, si riducono le tasse ai ceti medio-bassi e si eviterebbe l'assurda proposta – peraltro di dubbia costituzionalità – di tassare del 10 per cento solo alcune fasce di dipendenti pubblici, con intenti discriminatori punitivi, come si sta proponendo per i Magistrati. Tassare progressivamente i redditi più alti non è avercela con i ricchi, ma è un banale principio di equità fiscale.
La manovra che la sinistra deve saper metter in campo non dovrà però sfuggire ai problemi posti dall'attuale gravissima crisi: essa non potrà eludere la necessità di chiedere lacrime e sangue. Ma lo dovrà fare con lo stesso obiettivo, ma diametralmente opposto, della destra: uscire dalla crisi avendo rafforzato la cultura, le forze, di sinistra in tutta l'Europa e avendo dato una chiara dimostrazione di saper agire con rigore ma nel pieno rispetto dell'equità e della solidarietà.

* Sinistra e Libertà Pavia

Lo stato del sociale

15 giugno 2010
di Alberto Ferrari

La pesante manovra finanziaria proposta in questi giorni dal Governo italiano, ma anche da tutti i governi europei, in risposta alla grave crisi che sta investendo l'euro pone almeno tre prime riflessioni.
Non vi è alcun dubbio che in una famiglia (lo Stato, semplificando, non è molto dissimile da una famiglia) quando i debiti sono divenuti troppo elevati e vi è il rischio di non ricevere più prestiti (per gli Stati europei di non trovare più chi acquista i loro buoni del tesoro togliendo loro le necessarie risorse finanziarie per andare avanti), diventa necessario tirare la cinghia e magari anche incominciare a vendere l'argenteria. Ma è altrettanto ovvio che tirata la cinghia ulteriormente, e venduti i beni di cui ancora può disporre, una famiglia così non risolve i suoi problemi se i suoi componenti non trovano altrettanto rapidamente nuove occasioni di lavoro e non tornano a guadagnare e a rilanciare i consumi, senza i quali anche l'occupazione non si espande. La manovra finanziaria attuale non sembra per niente affrontare questo problema e dunque sembra servire solo a rendere più povere le famiglie.
Il secondo problema è che una famiglia non vive isolata, ma vive in una comunità fatta da più famiglie. E in una comunità quando si chiedono sacrifici così duri è indispensabile che questi sacrifici, se si vuole che siano accettati, siano distribuiti in modo da dare un chiaro segnale di equità. E, anche qui, è ciò che la manovra proposta dal governo non fa. La destra, e per imitazione anche parte della sinistra, continua a dire che le tasse sono troppe elevate, superando il 43,9 per cento, e che dunque per rilanciare l’economia, occorrerebbe diminuire le tasse ma che, non potendolo fare per l'attuale grave crisi, non devono comunque salire. Si può anche convenire, ma il 43,9 per cento è come le statistiche del pollo di Trilussa: il problema non è di modificare il valore medio del 43,9 per cento, ma di diversamente modulare gli importi in modo che si tassi meno chi guadagna di meno e di più chi guadagna di più. L'imposta che interessa la totalità degli italiani, e rende più facile il confronto sull'equità fiscale è l'imposta sul reddito delle persone fisiche: l'Irpef.
L'Irpef si applica per scaglioni di reddito. Per l'anno in corso le aliquote sui redditi sono cosi definite: fino a 15.000 euro di reddito, aliquota al 23 per cento pari a 3.450 euro di tasse; dai 15.000 ai 28.000 euro, si pagano 3.450 euro + 27 per cento della parte eccedente 15.000; dai 28.000 ai 55.000 euro, si pagano 6.960 + 38 per cento della parte eccedente 28.000 euro; dai 55.000 ai 75.000 euro si pagano 17.220 euro + 41 per cento della parte eccedente 55.000 euro; oltre i 75.000 euro si pagano 25.420 euro + 43 per cento della parte eccedente 75.000). Ora appare evidente a tutti che la sperequazione maggiore sta nel fatto che il legislatore ha previsto quattro scaglioni sino ad arrivare a 75.000 euro e un solo scaglione per i redditi eccedenti i 75.000 euro, come se, sopra i 75.000 euro fosse indifferente tassare un importo di poche decine di migliaia di euro o di milioni di euro. Mentre è evidente a tutti che se si guadagnano 20.000 euro sopra i 75.000, si lasciano in tasca al contribuente poco più di 11.000 euro, mentre se si guadagnano 500.000 euro oltre i 75.000, restano in tasca ben 280.000 euro, che è cosa ben diversa in termini reali di capacità di spesa.
La prima cosa da fare, per un partito di sinistra è dunque proporre di aumentare gli scaglioni di reddito sino a prevedere uno scaglione dell'80 per cento per redditi molto alti. Si dirà che è demagogia di sinistra. Eppure come ha ricordato alcune settimane fa il Nobel Krugman, fu proprio Eisenhower, quando era presidente degli USA, a introdurre un'aliquota per i redditi più alti addirittura del 91 per cento. Inoltre, in un paese di scandalosi evasori, i possessori di reddito sopra i 75.000 euro saranno anche solo il 2 per cento dl totale, ma è anche vero che secondo i dati del 2008, del ministero, detengono il 14 per cento del reddito complessivo. Aumentare le aliquote, rimodulando positivamente quelle per i redditi medio bassi, sarebbe peraltro più utile che avventurarsi in proposte di tetti di stipendio agli alti dirigenti o tagli del 10 per cento ai politici che aprirebbero contenziosi quasi sempre vincenti per i ricorrenti.
La terza riflessione, oltre alla sacrosanta lotta all'evasione e ad altre norme sulle rendite finanziarie, è sulla politica della destra, a livello globale e non solo italiano. Alla destra non importa tanto impoverire le famiglie – anche se essa sa che più si è poveri e più si accetta di fare qualsiasi lavoro a prezzi sempre più bassi e con meno tutele – ma interessa di più abbattere lo stato sociale in modo da sconfiggere il senso di comunità e di collettività, perché capace di reagire al potere, riducendo tutti a singoli individui, secondo la gravissima ma, dal suo punto di vista, efficace frase della Thatcher: io conosco gli individui non la società.
Non dovrebbe essere dunque difficile alla sinistra trovare proposte alternative e di forte impatto per una propria coerente e visibile proposta politica.

Una lotta di civiltà

31 Maggio 2010
Referendum sull'acqua pubblica. Siamo a quota 700.000 firme
di Alberto Ferrari

Sta procedendo molto bene la raccolta di firme a sostegno del referendum sull'acqua pubblica. Quello promosso da un ampio e unitario Comitato e che prevede la sottoscrizione di tre quesiti per: a) fermare la privatizzazione dell'acqua; b) aprire la strada alla ripubblicizzazione; c) eliminare i profitti dal bene comune acqua.
In appena quattro settimane, sulle otto utili per la raccolta delle firme, nella nostra provincia si sono superate le 6000 firme, sull’obiettivo finale di 6600. E a livello nazionale si è già superata la soglia delle 700.000 firme.
Chi ha partecipato, nei banchetti, alla raccolta delle firme, ha potuto costatare la convinta voglia di aderire di numerosi cittadini per difendere un bene essenziale che è sentito come appartenente a tutti. Non è necessario insistere ad invitarli: si formano code spontanee di cittadini desiderosi di testimoniare la loro condivisione al referendum. Un bel segnale per tutti coloro che ritengono profondamente sbagliata la decisione dell'attuale governo di consegnare questo bene comune al profitto dei privati e delle grandi multinazionali. Una lotta generale di civiltà, un impegno volontario in evidente controtendenza allo spettacolo indecoroso di una parte della classe politica, e di potere, intenta alla corruzione e al furto continuo delle risorse pubbliche.
Mentre la crisi economica acuisce le diseguaglianze, ed è pagata dai soggetti più deboli, una partecipazione così vasta e sentita, ad una iniziativa che vuole restituire questo bene essenziale alla gestione collettiva, appare come il segnale evidente che nelle nostre popolazioni è ancora molto vivo il senso della comunità.
La lezione da trarre è che è vivo nella gente il senso che non tutto è riducibile a pura merce e a puro mercato. Vi sono beni come l’acqua, ma anche come la sanità la scuola pubblica ed il diritto ad un lavoro dignitoso, che sono diffusamente vissuti come diritti inalienabili di tutti. Si tratta solo, come con il referendum sull’acqua, di stimolarli ad esprimersi.
Ma non tutto si concluderà con la raccolta delle firme. Dopo l'ormai prevedibile successo della raccolta delle firme sarà indispensabile vincere il referendum che si terrà, prevedibilmente, nella prossima primavera. Un successo del referendum tornerebbe utile, soprattutto, per le forze migliori di questo Paese. Quelle che ricercano, nel cambiamento, uno sviluppo sostenibile e una sempre maggiore giustizia sociale.

La grande giostra

15 marzo 2009
di Alberto Ferrari

La lettura dei giornali ed i dibattiti che si susseguono sulle reti televisive evidenziano un fatto strano: la grave crisi economica che stiamo attraversando è il frutto amaro delle politiche della destra, ma nessuno sembra volerlo chiarire e denunciare. Non lo denuncia neppure una larga parte della sinistra, e i molti liberal o pseudo tali, volti piuttosto ad ammonire che ora non è tempo di trovare le colpe, ma di cercare le soluzioni. Fingendo di dimenticare che, senza un’approfondita analisi tecnico-politica di ciò che avvenuto e del perché è avvenuto, si rischia di affidare le soluzioni della crisi agli stessi che l’hanno determinata. E ciò non è proprio la soluzione migliore. O forse è proprio perché una parte rilevante della sinistra – in questi ultimi anni – si è fatta troppo sedurre dal pensiero neoliberista, allontanandosi in modo pericoloso dai propri valori e dalla propria cultura. Sarà bene rifletterci perché, se è vero che la storia non si ripete mai eguale, è però vero che essa insegna molto per affrontare l’oggi ed il domani.
La crisi economica attuale è il prodotto delle scelte politiche avviate negli USA verso la fine degli anni 70. In quegli anni stavano attraversando una grave crisi economica, ma soprattutto una crisi d’immagine. Con Carter presidente erano ridicolizzati nell’Iran di Komeini ed in difficoltà in molti altri paesi dell’Africa e dell’America latina e, sotto il profilo economico e dell’innovazione tecnologica, venivano superati dal Giappone e dai paesi asiatici. I potentati economici e militari di Washington ritenevano che la crisi fosse il risultato delle politiche arrendevoli dei presidenti democratici che avevano indebolito le istituzioni e lo spirito americano. Con il supporto di economisti e politologi e delle grandi reti televisive di destra, decisero di passare al contrattacco, rilanciando il patriottismo e tornando al liberismo più puro; liberando i famosi “spiriti animali” del mercato come unico motore dello sviluppo; liberando l’America da tutti quei lacci e lacciuoli statali che, a loro parere, non avevano fatto altro che indebolire l’immagine forte del popolo americano. Si incominciò così con Reagan nel 1980 in America (e con la Thatcher l’anno prima in Gran Bretagna) proclamando che lo Stato non era la soluzione dei problemi, ma era esso stesso il problema, con i suoi costi e la sua invadenza burocratica; e solo il ritorno al libero mercato, liberato dai lacci e soprattutto dalle tasse, avrebbe rimesso in moto l’economia, portando ricchezza a tutti, e una nuova stagione di potere per il mondo occidentale ed anglosassone in primis.
Si resero tuttavia subito conto che riducendo le tasse senza aumentare i salari (che avrebbe penalizzato le imprese) si sarebbe sottratto allo Stato la funzione di ridistributore di reddito (i servizi dati alle persone) e ciò avrebbe rischiato di far perdere il consenso anche dei propri elettori. Sulla spinta di influenti economisti, fautori del libero mercato, scelsero allora di spostare la funzione di distributore dallo Stato al sistema bancario, spingendo le banche ad una massiccia politica di concessione del credito oltre ogni corretto limite di garanzia.
Il sistema bancario – conscio dei rischi, ma anche attratto dai lautissimi guadagni – chiese in cambio di poter operare con maggiori libertà e minori controlli; e ottenne un minor controllo delle autorità centrali sulle operazioni finanziarie, nonché la messa sul mercato di nuovi prodotti finanziari che – in modo molto poco trasparente – miscelavano e trasferivano il rischio enorme dei debiti non garantiti (i famosi titoli tossici) non sulla singola banca ma su più soggetti (dispersione del rischio) e – attraverso il mercato finanziario e borsistico – sugli stessi cittadini.
Iniziò così l’epoca di un’enorme follia economico-finanziaria dove le banche d’affari – e soprattutto i loro dirigenti – guadagnando somme enormi attraverso l’agio sulle transazioni, avevano interesse a far girare sempre più soldi; le imprese ottenevano facili aperture di credito attraverso la sottoscrizioni di prodotti finanziari, di fatto non coperti; i singoli cittadini – attraverso il facile credito al consumo – si sentivano improvvisamente ricchi, senza più remore nello spendere. Ma tutto il era garantito non da ricchezza solida, ma da una bolla enorme di cambiali, spesso garantite dal valore di immobili anch’esso gonfiato.
Le imprese ottenevano facile credito perché da un lato i consumi (soprattutto di beni superflui e di immagine) aumentavano a dismisura in una sorta di edonismo consumistico; dall’altro le buste paga dei lavoratori restavano sostanzialmente invariate, mentre il loro potere di acquisto veniva fasullamente incrementato con il facile credito (credito facile invece di aumento di salario). Così i lavoratori diventavano a poco a poco solo consumatori e si interessavano sempre meno all’andamento dei loro salari effettivi che aumentavano di poco oppure, messi in crisi dalla delocalizzazione delle loro imprese, non aumentavano affatto. Tutto insomma era diventato una sorta di inconscio ultimo ballo sul Titanic al quale erano stati subdolamente invitati anche i passeggeri di seconda e terza e quarta classe.
Così la ruota della nuova economia turbocapitalista si rimise a girare in modo sempre più frenetico – per quasi trent’anni – distribuendo ricchi profitti a pochi e finta ricchezza ai più; e convinse tanti della sua bontà, e con loro una parte rilevante della sinistra europea come Blair e Schroeder (e in Italia gran parte della dirigenza dei Ds). Temendo contraccolpi elettorali – la gente voleva consumare sempre più per sentirsi ricca, altroché prediche – abbandonarono i fondamenti della cultura socialdemocratica (solidarietà, rigore, economia sociale di mercato, ferreo ruolo dello Stato nel regolare l’economia e distribuire il reddito, chiara connotazione a difesa dei lavoratori quale parte più debole della società, mantenimento sotto il controllo dello stato dei beni pubblici primari) e cominciarono a parlare di terza via socialista, che altro non è stato se non l’accettazione della nuova ondata liberista.
Un grande processo di trasformazione profonda e antropologica del mondo occidentale era oramai avviato: al rigore, alla coscienza del rischio, al passo non più lungo della gamba, allo sviluppo lento ma graduale basato su beni utili e durevoli era subentrata l’ideologia di uno sviluppo frenetico, dove il lavoratore dipendente – trasformandosi sempre più in semplice consumatore – perdeva il proprio radicamento classista e la propria cultura identitaria, divenendo sempre più preda del moloc consumista.
Il capitalismo si stava trasformando in un “mostro mite” come più tardi venne definito da Raffaele Simone (Il mostro mite. Perché l’Occidente non va a sinistra, 2008). Caduta la cortina di ferro e scioltasi nel 1991 l’URSS, il turbocapitalismo è ora pronto ad invadere il resto del mondo, perché ha bisogno di continuamente espandersi, per non mostrare il suo bluff iniziale di una finta ricchezza costruita su debito che alimenta debito, per non rovinare su se stesso.
E la Sinistra dove era?
Già nei primi anni ’70, Pasolini (non a caso un artista) aveva preconizzato i grandi rischi cui si esponevano i partiti di sinistra, con la loro incompresione delle ideologie che si celavano dietro a semplici termini come sviluppo e progresso, spesso usati come sinonimi. Se lo sviluppo (in quanto semplice risultato di produzione e consumo di merci è proprio della cultura della destra, perché funzionale ai produttori) finirà per attrarre nella sua orbita – che è ideologia consumistica – i lavoratori; e se non è accompagnato, per insistente lavoro culturale della sinistra, dal “Progresso” – che in quanto nozione ideale (politica e sociale) è propria della sinistra – allora per la sinistra diverrà difficile recuperare il tempo perduto: l’ideologia consumista avrà di fatto messo in ombra l’idea di progresso come idea di classe.
Ma indubbiamente era difficile per chi non era poeta ma politico (ragionante quindi in termini elettorali) intuire già allora la gravità della rivoluzione antropologica che la destra stava volutamente mettendo in atto; e difficile contrastare quella cultura che stava generando uno sviluppo che pareva inarrestabile, in un processo di continua “distruzione creativa” secondo la felice definizione di capitalismo data da Schumpeter.
Ma non era però neppure impossibile. Già nella prima metà degli anni ’90 l’economista francese Michel Albert (commissario al Piano francese con Mitterand presidente, e accademico di Francia) spiegava che il futuro del mondo si sarebbe deciso – non nello scontro tra capitalismo e comunismo, come ancora gran parte della sinistra si attardava a pensare – bensì tra il neocapitalismo conservatore americano di Reagan (fondato sui valori individuali, la massimizzazione dei profitti a breve termine, lo strapotere dei mercati finanziari) e il modello di capitalismo europeo “renano” la cui culla furono i grandi conglomerati operai del bacino industriale del Reno (basato sull’economia sociale di mercato, il consenso sociale e le prospettive finanziarie a lungo termine).
Non essersi sufficientemente fermate ad analizzare questi processi non ha consentito per tempo alle sinistre di comprendere ciò che stava avvenendo nel capitalismo anglosassone, né comprendere meglio i valori del modello socio-politico-economico europeo, realizzato in gran parte in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con il determinante contributo dato dalla socialdemocrazia, a partire dal suo ri-fondativo congresso del ’59 a Bad Godesberg.
L’ondata liberista appariva allora così vincente da impedire di valutare gli inganni ed i rischi su cui si fondava.E pure a sinistra (chi teneva il potere all’interno dei partiti di sinistra) si incominciò a ritenere che il socialismo avesse esaurito la sua spinta propulsiva e fosse oramai incapace di dare risposte ai nuovi bisogni – ideologia obsoleta del secolo passato si dirà ad un certo punto. Non restava altro che accettare la libera cultura del mercato come vincente, cercando solo di ridurne le maggiori asperità e imitandola: nella riduzione del potere dello Stato; nell’adeguarsi alla cultura individualista e della meritocrazia individuale a scapito di quella collettiva; nella riduzione delle tasse; nella privatizzazione di tutti i beni, anche di quelli che erano alla base dei principi di solidarietà, e di quelli che garantivano forti entrate per lo Stato.
Privatizzare fu lo slogan anche di molta parte della sinistra, e furono considerati vetero-comunisti e vetero-socialisti i fautori della difesa del modello sociale europeo. Anche se ancora nel 2004 Jeremy Rifkin – da americano – girava il mondo per spiegare come il sogno europeo basato sull’economia sociale e sul consenso – fosse molto più attuale e vincente del sogno neocapitalista americano, perché più morale agli occhi del mondo globalizzato.
Ma a sinistra sembravano prevalere i fautori della terza via, gli ideologi del tramonto delle ideologie del ‘900 e del valore della contrapposizione tra destra e sinistra. Predicavano il superamento delle ideologie (a partire da quelle della sinistra) fingendo di non accorgersi che invece la destra era tutt’altro che tramontata, ma ben presente e sempre più vincente.
Lo scoppiare della crisi economica trova dunque gran parte della sinistra non solo totalmente impreparata sotto il profilo culturale ed ideologico a contrastare il processo culturale e politico che sta alla base della crisi (e che è processo di destra) ma addirittura in parte corresponsabile o comunque tiepida nel denunciare quel progetto, avendo troppo presto abbandonato i suoi valori e le sue pratiche. Non si spiegherebbe in altro modo l’insistenza (anche da parte di autorevoli esponenti della sinistra) nel voler confinare le cause della crisi all’interno di sole tecnalità finanziarie oppure nella scarsezza di regole del mercato finanziario; o ancor peggio, nella sola presenza di pochi manager avidi e di farabutti – come Tanzi in Italia o Madoff in America – anziché cercarne le cause politiche.
Due posizioni appaiono prevalenti. Una rilevante parte della dirigenza della sinistra (per lo più autodefinitasi riformista) in Italia come in Gran Bretagna e Germania, non vuole ammettere l’errore di non aver voluto vedere che tutto ciò è il frutto dell’esplosione fallimentare (e prevedibile) di un enorme processo politico e culturale, messo in atto dalla peggiore destra capitalistica americana con l’obiettivo di sconfiggere sì il comunismo sovietico, ma anche il pensiero debole dell’occidente, rappresentato dal modello socialista europeo. E questa aveva scelto la via ad essa più consona: dimostrare la superiorità del modello individualista e del totale libero mercato contro ogni pretesa di solidarismo e di mercato sociale. E procede ad una vera e propria rivoluzione culturale attraverso l’asservimento dei mass media (giornali ma soprattutto televisioni e cinema che impongono nuovi modelli culturali: la finta ricchezza del facile credito, l’esplosione dei consumi individuali spesso superflui, l’eliminazione dei consumi e servizi collettivi – automobili anziché treni) che potesse trasformare antropologicamente i singoli cittadini di tutto il mondo in folli consumatori e produttori, prigionieri di una grande giostra (creativa e distruttiva) dalla quale era vietato scendere pena l’arresto di tutto il sistema. Scardinare il solidarismo collettivistico insito nel pensiero comunista e socialista, era il grande obiettivo di Reagan e della Thatcher e dei loro successori.
Purtroppo l’altra parte minoritaria della sinistra (definitasi radicale) pur avvertendo i rischi di quel sistema di potere così apparentemente accattivante, anziché studiarlo a fondo e contrastarlo (nel quotidiano, sotto il profilo culturale e politico) preferiva – e preferisce – fare un’opposizione ideologica – comunismo contro capitalismo – opponendo il mito dell’uscita dal capitalismo, ossia dal mercato, rendendosi così incomprensibile a quelle stesse masse alle quali dice di rivolgersi. Masse che – citando ancora Pasolini – vivono in se stesse sempre più acutamente la contraddizione tra l’idea di progresso – valori più benessere – presente nelle loro coscienze, e l’idea consumistica di sviluppo ancora più presente, luccicante ed estremamente accattivante, nella quotidianità dell’esistenza.
Che fare dunque?
Non si può uscire dalla crisi se non la si smette di pensare che la crisi è frutto di errori finanziari e di mancanza di regole o dell’avidità di pochi corrotti. Bisogna assumere con forza la convinzione che la crisi è frutto delle deliberate politiche delle destre, nonché degli errori di valutazione e dei ritardi politico-culturali delle sinistre.
L’uscita dalla crisi – che è crisi di visione politico-culturale -non può avvenire se non stabilendo un diverso rapporto tra le nazioni, basato su un diverso modo di intendere lo sviluppo mondiale, le integrazioni fra i popoli, le loro culture, le loro economie. Si dovrà stabilire un diverso rapporto con l’ambiente e con le risorse naturali; una risocializzazione tra le persone, e tra queste e l’ambiente. Un ritornare a privilegiare il Progresso come sviluppo connesso ad una visione della vita e del mondo, contro il mero sviluppo che finisce per essere solo mercificazione di tutto, lavoro e dunque uomo, compresi.
Ma ciò non può avvenire attraverso semplificazioni massimaliste o individualiste, che promettono soluzioni rapide ed immediate che, nell’attuale contesto, altro non farebbero che far collassare del tutto l’attuale sistema economico mondiale, impoverendo ulteriormente le masse lavoratrici e spingendo queste in ancora più profonda povertà e, per reazione, ad una pericolosa richiesta di sistemi politici populistici e di destra.
Ma occorre anche respingere la posizione della sinistra antagonista caratterizzata da un anticapitalismo assoluto, che rifiuta la necessità o la possibilità di contrapporre al neocapitalismo conservatore americano un diverso capitalismo, sul modello di quello europeo sperimentato dalle socialdemocrazie nei primi 30anni del secondo dopoguerra. Una posizione massimalista pericolosa, perché ritiene che la grave crisi economica – e la grave crisi sociale che da essa deriverà – potrà costituire lo strumento per l’avvio della nuova rivoluzione comunista. E non si avvede invece che essa rischia di minare alle fondamenta le libertà democratiche, rischia di dare il via ai nazionalismi e ai peggiori populismi, di cui le emergenti pulsioni razziste – riemergenti anche in Europa – costituiscono i primi pericolosi segnali.
Sul piano ambientale, come ha scritto il filosofo André Gorz (Ecologica, 2009) per poter cambiare occorre un ecologismo politico che, partendo dalla critica al capitalismo, si riconosca nell’idea socialista di cui l’ecologia politica è una dimensione essenziale. Perché partendo solo «dall’imperativo ecologico, si può arrivare tanto ad un anticapitalismo radicale quanto ad un pétanismo verde, un comunitarismo naturalista». In tale senso, l’ecologismo non può dirsi indifferente tra socialismo e neocapitalismo. Ma anzi, il pensiero ecologico è necessario al socialismo proprio per impedire che, per motivi elettoralistici, in nome del solo principio della ricchezza da distribuire, smarrisca parte dei propri principi allineandosi alla cultura mercatistica della destra come in parte è avvenuto in questi ultimi vent’anni.
La gran parte delle masse lavoratrici è oggi avvolta nella contraddizione dell’essersi assuefatta al ruolo di consumatore, e l’accorgersi – ora, drammaticamente – che questo ruolo non le ha consentito di avere più nulla di certo, nulla di sicuro, neppure il lavoro delle proprie braccia. Essa, come diceva Pasolini, vive questa acuta contraddizione nel profondo della coscienza e della vita quotidiana, ma non sa come porvi rimedio; perché l’individualismo connesso al diventare solo consumatore gli ha tolto i rapporti di quotidiana solidarietà con i propri simili, con coloro con i quali condivideva la stessa cultura di vita, la stessa quotidianità, e quindi gli ha tolto la convinzione che comunque uniti si può aspirare ad una propria migliore condizione di vita. Oggi il lavoratore, dipendente o autonomo, vive nel profondo l’inquietudine della propria solitudine e, non potendo più cercare la risposta rassicurante nell’ambito della solidarietà e forza di appartenenza ad un classe, comunque unificante, la cerca – individualmente – all’esterno inseguendo di volta in volta il presunto colpevole della sua insicurezza (l’immigrato che lo deruba del lavoro, il diverso) o cercandola nel leader carismatico che lo possa rassicurare – avendo perso con i legami sociali – la fiducia nelle capacità collettive.
Lo sviluppo voluto in modo cosi totalizzante dalla destra, a partire dalle politiche reaganiane, si è comportato come una vera e propria droga dalla quale sarà difficile disintosicarsi, perché ha svuotato la coscienza di milioni e milioni di persone, sostituendovi solo il rito gratificante del consumismo “senz’anima”. Si comprende dunque perché, sia chi lo ha utilizzato (a destra) come vera e propria clava politica, ma anche chi è stato tiepido (a sinistra) nel contrastarlo, oggi cercano di ridurre l’attuale gravissima crisi solo ad un fatto tecnico, ad un ciclo economico come se ne sono visti già nel passato, ad un incidente di percorso per l’avidità di pochi, e non sa proporre altro se non di tornare a spingere la ruota dello sviluppo consumistico.
Occorre invece tornare allo spirito della socialdemocrazia europea, dove accanto alla elencazione dei principi e dei valori che erano a fondamenta del socialismo, erano altresì indicati i percorsi e gli strumenti necessari per realizzarli; tra i quali centrale (in netto contrasto con le politiche reaganiane e thacheriane, ma anche con il marxismo) il ruolo forte dello Stato come regolatore del mercato, ridistributore della ricchezza attraverso lo stato sociale e proprietario dei beni pubblici primari, che non possono essere lasciati al libero mercato senza mercificare l’uomo stesso (la scuola pubblica, la tutela della salute, le pensioni, l’acqua, i trasporti pubblici, ecc.); uno Stato che assume, contro il rischio di strapotere del mercato, la difesa della parte più debole della popolazione, quella dei lavoratori dipendenti, come sua finalità prevalente allo scopo di promuovere la solidarietà e le pari opportunità. Uno Stato che assume su di se l’idea di progresso, contrastando l’idea fredda del solo sviluppo.
La ripresa del socialismo non può dunque avvenire se non si torna a portare al centro del dibattito culturale e politico il dualismo tra sviluppo e progresso. L’aver abbandonata la battaglia culturale, prima ancora che politica, per quest’ultimo ha portato la sinistra verso una sorta di acquiescenza, quando non corresponsabilità, nel privilegiare la ricchezza delle merci (il mercato) rispetto all’idea più globale ed inclusiva di progresso, ritenendola più capace di pagare in termini di consenso elettorale. O quantomeno a ritenere che, per governare, occorresse prima privilegiare lo sviluppo, pensando di realizzare in un secondo tempo il progresso. Ma assumendo in modo così aperto i modelli della parte avversaria, la sinistra si allontana sempre più dai propri valori e dal proprio modello culturale di società, e finisce per essere percepita così liquida da non fare più presa nella coscienza profonda della società. E finisce per assomigliare (ed essere percepita) come una brutta copia dell’avversario.
Guardiamo a ciò che sta avvenendo in America oggi. Nell’America di Bush la destra, tramite i soggetti dominanti dell’industria e della finanza, era arrivata far credere che fosse l’individuo che trionfava: il suo individualismo esasperato, la sua centralità definita dalla ricchezza e dagli status symbol di cui poteva circondarsi, non importa se di proprietà o a credito. E vediamo come sta finendo, con un presidente che – proprio perché era solo individuo – ha finito per non rappresentare più nessuno. Nell’America di Obama è lo Stato che torna ad essere centrale, che torna ad essere l’entità attorno alla quale la gente si stringe per recuperare un senso di fiducia collettiva. Per ritrovare un’idea di progetto per la vita di tutti, all’interno del quale si collocano anche le aspettative della propria vita. Ed è questa idea di “progetto per la vita di tutti” che definisce l’idea di “progresso” che va ben oltre il semplice sviluppo.
In Europa è la socialdemocrazia uscita dal manifesto di Bad Godesberg che più di ogni altra cultura politica ha rappresentato, dal dopoguerra ad oggi, questa sintesi tra sviluppo e progresso, coniugando – nella prassi politica democratica – la valorizzazione dei diritti e delle energie individuali, senza le quali non c’è libertà, e con la giustizia sociale, senza la quale non vi è diritto di cittadinanza per tutti. E aveva individuato nello Stato democratico (individuato ad un tempo sia dal capitalismo estremo, che dal marxismo come un inutile intoppo) il soggetto cui demandare tale compito.
Di fronte alla grave crisi economica attuale – che è crisi non tecnicistica, ma crisi del modello politico della destra – l’alternativa del modello socialista, quale conosciuto in Europa, riappare come vincente. Per questo esso può e deve tornare a parlare alla gente d’Europa, a tutti i popoli; ed in particolare ai giovani, per ridare alle loro drammatiche incertezze quotidiane e di prospettiva una risposta alta che l’individualismo, per quanto esasperato, non sarà mai in grado di dare.

Gare liquide

10 febbraio 2009

da Pavia, Alberto Ferrari

Il business dell’acqua potabile in provincia di Pavia è calcolabile in 40milioni di euro. La Regione Lombardia dopo aver fatto una legge che imponeva, di fatto, ai Comuni, la privatizzazione della gestione dell’acqua potabile (reti ed erogazione), a seguito della presa di posizione di molti consiglieri regionali e di 154 Comuni, che minacciavano un referendum abrogativo, è stata costretta a fare marcia indietro ed a proporre modifiche alla legge consentendo così ai Comuni di mantenere, in ambito pubblico, la gestione delle reti e dell’erogazione dell’acqua potabile, senza più l’obbligo di conferire tutto ai privati.
Tutto ciò sta creando più di un problema nella nostra provincia perché, con solerzia molto sospetta, le forze politiche maggiori (PdL e PD) avevano già costituito il consorzio provinciale per la gestione integrale del ciclo dell’acqua potabile (ATO) e, con ancora maggiore solerzia, avevano avviato le procedure di gara per affidare ai privati l’intero ciclo erogativo. Il cambio di rotta regionale ora li sta spiazzando ma, pervicacemente, il presidente dell’ATO Todeschini (del PdL) ed il vice presiedente Villani (segretario provinciale del PD) sostengono che la gara avviata non può più essere fermata neppure di fronte al ripensamento regionale. Poiché la privatizzazione di un bene pubblico come l’acqua è un fatto gravissimo, le ragioni addotte dai due esponenti politici appaiono quanto meno discutibili proprio di fronte al ripensamento regionale, esattamente come discutibile era parsa la fretta nell’aver avviato la gara quando sapevano del dibattito che era in atto in Regione.
Ecco un terreno concreto sul quale, i giovani esponenti del PD, possono far valere, all’interno del loro stesso partito e del loro segretario provinciale, la “questione morale”, perché tale è la difesa di un bene pubblico quale l’acqua potabile contro coloro i quali la vorrebbero cedere in mani private.

* Sinistra Democratica

Il vuoto della sinistra

6 novembre 2008

di Alberto Ferrari

 

Ospitiamo questo intervento di Alberto Ferrari, militante di Sinistra democratica. Secondo Ferrari, la sinistra deve ripartire dalle emergenze che pesano sulle spalle dei “Penultimi” (classe media, precari, lavoratori) anche per aiutare gli Ultimi (immigrati, poveri, emarginati). Se non ci si occupa di loro, saranno i fascismi e i razzismi a cavalcare e dominare i bisogni di queste soggettività sociali, facendo sterzare sempre più a destra il Paese.

 

C’è qualcosa, avvenuto nella nostra società, che la sinistra, da qualche anno a questa parte, non riesce più a capire. Adriano Sofri, tra gli autori di Sinistra senza sinistra (Feltrinelli, 2008), lo definisce il problema dei "Penultimi". Tempo fa I Penultimi erano i veri Ultimi: erano la classe salariale – e oggi, sempre di più, anche la classe media -, il tradizionale bacino ideale, ed elettorale, della sinistra, abbandonata letteralmente a se stessa da quando sono comparsi all’orizzonte della sinistra gli Ultimi: i nuovi venuti, gli immigrati, i poveri che più poveri non si può. Coloro che, a differenza dei primi – che richiedevano un impegno politico e sindacale durevole – richiedono un po’ di compassione ed un impegno saltuario tra un talk show e l’altro.

Così gli Ultimi, divenuti Penultimi, si sono sentiti mortificati ed esasperati; perché poi gli Ultimi, spesso con la loro diversità irriverente, sono andati ad occupare i loro spazi sociali, i loro bar, le loro case, i loro quartieri e non i quartieri alti dove, progressivamente, si è trasferita la dirigenza di quella che una volta si chiamava sinistra. Ma, soprattutto, i Penultimi si sono sentiti soli e traditi. Ed allora hanno cominciato a guardare alla Lega e a votare a destra. Non tenere in debito conto i problemi dei Penultimi è, oggi, la grave leggerezza della sinistra.

Ne è un esempio, oggi, anche la questione, sollevata dalla Lega, delle classi ponte per gli immigrati per l’eccessiva presenza di bambini che non conoscono la lingua italiana. Il problema è reale ed esiste oramai da alcuni anni. Ci sono quartieri, specie nelle grandi città, dove spesso, nelle classi della scuola dell’obbligo, i figli degli immigrati sono in maggioranza rispetto agli altri. Ciò crea inevitabilmente problemi di insegnamento. E poiché si tratta altrettanto spesso di quartieri periferici già problematici sotto il profilo dell’integrazione, tutto ciò aggrava la situazione e chi può manda i propri figli in altre scuole, magari private. E come dargli torto, in una società dove sempre più si allentano i vincoli sociali e sembra essere importante solo il successo individuale? La Lega se ne è accorta. La sinistra no.

La sinistra avrebbe tutte le carte in regola per comprendere per prima questi problemi, per sollevarli e proporre le proprie soluzioni a vantaggio di tutti: ultimi e penultimi. Ma sembra non esserne più capace. Ancora una volta, allora, è la Lega a denunciarlo pubblicamente, anche se poi le soluzioni proposte appaiono profondamente sbagliate.

La sinistra, che non sa più anticipare tali emergenze, dovrebbe almeno saper cogliere l’occasione e, di fronte alle proposte aberranti della Lega, dovrebbe riconoscere l’esistenza del problema e battersi per la sola soluzione utile che consiste nell’aumentare gli insegnanti di sostegno là dove questi problemi si manifestano. Ma non lo fa. Preferisce negare e limitarsi ad attaccare la soluzione proposta. Ma così facendo ancora una volta rischia di perdere l’occasione di riavvicinarsi ai Penultimi, di comprenderne il disagio, di aiutarli anziché colpevolizzarli e di capire che, senza aiutare i Penultimi, non si possono aiutare neanche gli Ultimi. E di questo, scrive amaramente Sofri, se ne nutrono i fascismi ed i razzismi.