Archive for the ‘carlo chiriaco’ Category

Sindaco Cattaneo, dimettiti

6 dicembre 2012

di Giovanni Giovannetti

La condanna di Carlo Chiriaco e Pino Neri al processo milanese alla ‘Ndrangheta rende attuali i rapporti tra i due e il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo, eletto anche grazie ai voti portati in dote da Neri. Ovviamente a sua insaputa...

Al processo milanese alla ‘Ndrangheta lombarda l’ex direttore sanitario dell’Asl pavese Carlo Chiriaco e l’avvocato tributarista Pino Neri sono stati condannati in primo grado rispettivamente a 13 e a 18 anni di carcere. Non sono ancora noti i dispositivi, e dunque ogni commento compiuto sarebbe prematuro.
La sentenza del 6 dicembre 2012 cade un anno dopo quella del giudizio con rito abbreviato del 19 novembre 2011. Entrambe a ragione possono considerarsi una svolta storica per più di un motivo: fra l’altro viene confermata la natura univoca dell’organizzazione criminosa. Dunque la ‘Ndrangheta lombarda vista non come somma aritmetica di ‘ndrine o Locali slegate fra loro bensì come movimento criminale dotato di vertice e ramificazioni che ne fanno la “quarta sponda” delle tre Province storiche calabresi (ionica, tirrenica e reggina).
Secondo gli inquirenti, «una visione parcellizzata della ‘Ndrangheta non consente di valutarne i legami con il mondo istituzionale, imprenditoriale», così come sono emersi dalle indagini Crimine e Infinito. Insomma, a Pavia e in Lombardia «si è riprodotta una struttura criminale che non consiste in una serie di soggetti che hanno semplicemente iniziato a commettere reati in territorio lombardo» poiché i condannati operano «secondo riti di ‘Ndrangheta: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati sono tipici della criminalità della terra d’origine e sono stati trapiantati in Lombardia dove la ‘Ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di violenza».

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Sprofondo nord, atto terzo

13 ottobre 2012

L’orbita del carcere

Quando una persona viene rinchiusa in carcere la ricaduta è gravosa non solo per chi si vede privare della propria libertà personale: cambia la vita anche per i suoi famigliari. Dopo l’arresto di Carlo Chiriaco, i parenti hanno fra l’altro dovuto riscontrare il progressivo defilarsi degli “amici” del congiunto – dal sindaco “formattatore” Alessandro Cattaneo all’onorevole Giancarlo Abelli, all’assessore Luigi Greco, già socio in affari del Chiriaco; da Dante Labate (fu lui a informarlo che era intercettato) a molti altri – gli stessi che fino al giorno prima l’avevano quale sodale nonché ascoltato consigliere. Scaricati dagli “amici”, ai parenti non sono rimasti che i “nemici”: gli autori dell’appello in favore degli arresti domiciliari a Chiriaco per gravi motivi di salute – forma di detenzione meno afflittiva, infine concessagli nel dicembre 2011. Di seguito concludiamo la pubblicazione dello scambio di missive fra i famigliari di Chiriaco e il “nemico” Giovanni Giovannetti – ripreso dalla nuova edizione di Sprofondo nord, Effigie, ora in libreria.

2 settembre. «Caro Giovanni, ti invio una prima trance di documenti, ne seguiranno altri. Questo è l’interrogatorio di mio padre davanti al Gip. Come vedrai, il magistrato non si è nemmeno scomodato. Gli è stata fatta sentire un’intercettazione dove lui parlava del processo Valle, ma omettendo di far sentire le altre quattro dove confuta quello che dice nella prima. A quale crediamo? A quella fatta in macchina con mio padre in compagnia di una scema, che fa comodo alla procura, o alle altre quattro, testimoniate poi dai fatti? Mah. E poi cosa c’entra, da quella storia sono passati vent’anni… L’altra è la famosa “io Neri e Pizzata eravamo i capi della ‘ndrangheta…”, dove lui stesso sottolinea che fu parte di un discorso generale che cominciava dicendo “da quando avevo la discoteca la procura è convinta che io Neri e Pizzata…” ecc., insomma parla di un assunto investigativo. Ti dico che dopo molti soldi, molto tempo, strane dimenticanze, quella intercettazione è arrivata… incompleta. Il maresciallo ci ha detto che si era guastato il nastro (proprio lì guarda un po’) ed è in corso una perizia per presunta contraffazione. Strano. Ti mando anche la decisione dell’ordine dei medici sull’unico reato esistente sulla fedina penale di mio padre, di cui dobbiamo ringraziare l’avvocato che, a fronte di una sicura innocenza e assoluzione, suggerì un patteggiamento per evitare la “gogna mediatica”. Che furbizia. E che sfiga».

13 settembre. «Sai Giovanni, mi sento come una bambina di 36 anni incapace di gestire l’uragano che ci sta seppellendo, ma con la stupida presunzione che ad ondate mi convince di saperlo fare. È che sono sola, e non mi è mai successo. Non ho amiche che possano capire, mia madre ha tanti pregi che io non so cogliere; mio marito è il ragazzo con cui sono cresciuta e fa quello che può dopo che l’ho trascinato in una faccenda che più lontano da lui non poteva essere. E, come sai, il resto della gente, giustamente, dopo un po’ si rompe anche delle disgrazie altrui. Mi sta prendendo l’angoscia. Non sai come mi manca mio papà, che mi risolveva tutti i problemi del mondo. Mi diceva stai tranquilla amore, e mi dava un bacio in testa. L’altro ieri mi ha scritto: “manda mia moglie a ritirare le cose”. “Mia moglie” uguale “tua madre”: non c’è più. Eppure anche così, se mi dicesse stai tranquilla, gli crederei.

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Sprofondo nord, atto terzo

6 ottobre 2012

È in libreria la terza edizione aggiornata di “Sprofondo Nord”, libro inchiesta di Giovanni Giovannetti su cultura mafiosa e affarismo a Pavia. La riscrittura aggiunge temi quali il gioco d’azzardo e l’urbanistica creativa, con notizie anche inedite. Per la prima volta viene infine pubblicato il carteggio tra Giovannetti e la famiglia di Carlo Chiriaco – all’epoca in carcere – che un anno fa portò all’appello per la concessione degli arresti domiciliari all’ex direttore sanitario dell’Asl pavese, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e gravemente malato; carteggio qui di seguito riproposto.

13 agosto 2011. Nella quiete della Pieve non c’è brezza, solo il silenzio interrotto dal frinire delle cicale. Il computer segnala un messaggio, una e-mail sorprendente: «Sono disperata. Mio padre è arrivato a 60 kg, dagli 85 che era, ed è sulla sedia a rotelle. Se la sua è, come mi auguro, un’umana offerta di aiuto o anche solo di consigli su cosa fare, io l’accetto volentieri. Eva Chiriaco». La figlia trentaseienne di Carlo scrive al “nemico”.
Non era la prima volta. Sere prima c’era stata una sua decisa telefonata mentre ero in diretta presso una tv locale («Lei racconta bugie… in galera dovrebbe andarci lei per tutte le calunnie che butta addosso alle persone..», eccetera). E ancora il 2 agosto, commentando sul mio blog: «…Non so se il proverbio sui disagi dei padri che scontano i figli sia riferito a me, ma se lo fosse, non si dia pena. Preferisco avere un padre come il mio – che non ha mai preso una mazzetta, che avrà sparato delle gran cazzate, che ha aiutato tanti poveri cristi senza mai pretendere – che uno come lei, uno che finge di impegnarsi per giuste cause, ma che non ha un briciolo di umanità. Lei che diffonde odio e cattiverie e quasi si duole se poi vengono smentite, se il marcio non esiste. Lei che mi prende in giro nel suo articolo, sulla pagina autoprodotta, riportando la telefonata di Telepavia e affibbiandomi continuamente la frase “al mio papà, del mio papà…” come se fossi una povera cretina. Le dico una cosa, che non comprenderà perché la sua comprensione del dolore comincia e finisce nel gesto eclatante dell’ospitare venti rom in casa, ma non le auguro, per quanto non la stimi, che gli capiti mai quello che è successo a noi, di vedere un uomo ridursi ingiustamente in questo modo. Mio padre sta pagando ciò che non ha fatto, e anche se alla fine avrà giustizia, questo debito di affetti, di tempo, e di salute non sarà più recuperabile. Infine, ho trovato veramente di cattivo gusto la sua richiesta di amicizia nel mio profilo di facebook, che trova probabilmente la stessa ragione d’essere delle sue ciabatte in televisione».

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Arresti domiciliari per Carlo Chiriaco

8 dicembre 2011

A Carlo Chiriaco gravemente malato sono stati finalmente riconosciuti gli arresti domiciliari. Martedì sera l’ex direttore sanitario dell’Asl pavese accusato di concorso esterno in associazione mafiosa è uscito dal carcere milanese di San Vittore per fare così ritorno a casa. Chiriaco è ridotto a uno scheletro, già che pesa 56,7 kg. È anche diabetico, e affetto da un tumore al colon, glaucoma a entrambi gli occhi, protrusioni alle vertebre, oltre che oppresso da una profonda depressione. Motivo per cui la giudice milanese Luisa Balzarotti ne ha disposto il passaggio a misure meno afflittive di limitazione della libertà personale. Una decisione civile, tale da affermare quel sacrosanto principio di giustizia nutrito di umanità già invocato da alcuni di noi nel settembre scorso con l’appello “Restiamo umani”. (more…)

Amici?

24 ottobre 2011
di Giovanni Giovannetti

Dov’è sparito il consigliere comunale Dante Labate, che per Chiriaco era «come un fratello»? E il suo ex socio in affari, l’assessore Luigi Greco? E Luca Filippi? E Rosanna Gariboldi? E suo marito il “faraone”? Di fronte alle allarmanti condizioni di salute dell’ex direttore sanitario Asl hanno preferito il silenzio, né tanto meno registriamo la loro vicinanza umana alla famiglia.

L’appello per gli arresti domiciliari di Carlo Chiriaco (ora recluso nell’infermeria del carcere milanese di San Vittore) ha incontrato vasta eco locale e nazionale. Dopo la sua divulgazione, molti semplici cittadini hanno chiesto di poterlo sottoscrivere. Altri – da Ettore Filippi ad Antonietta Bottini, dal direttore de “Il Ticino” Sandro Repossi allo storico Giorgio Boatti – pur senza sottoscriverlo, ne hanno tuttavia rimarcato le buone ragioni umanitarie.
Non è così per tutti. Desta impressione l’assoluto defilarsi di ex amici quali Luigi Greco, Dante Labate, Luca Filippi e su su fino a Rosanna Gariboldi in Abelli e suo marito il Faraone.
Si può capire la prudenza o il pudore di un Pietro Trivi, che nel frattempo era stato rinviato a giudizio (una volta assolto, Trivi non ha mancato di ricordare l’amico sofferente incarcerato), ma da questi altri, nemmeno indagati, c’era forse da prevedere moti di solidarietà se non politica almeno umana, nonché vicinanza alla famiglia. Invece nulla. (more…)

Ri-costituente

9 ottobre 2011
dei delitti e delle pene altrui
di Giovanni Giovannetti

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». Così recita il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione. Ma a quanto pare il dettato costituzionale è inapplicabile a Carlo Chiriaco – accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e gravemente ammalato – forse perché sottoposto sì a pena, ma preventiva. Inapplicabile anche il secondo comma dell’art. 27, là dove i “padri” costituenti avvertono che «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva»; inapplicabile soprattutto l’art 13 quando, nel penultimo comma stabilisce che «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».
Come scrive Ernesto Bettinelli, «le norme appena citate non fanno che riprodurre quelle condizioni minime di umanità e di dignità per qualsiasi persona che sono all’origine del patto di convivenza» (nel suo bel saggio La Costituzione. Un classico giuridico, Rcs libri 2006, p.92). Il costituzionalista pavese enumera poi alcune “afflizioni supplementari”: «la custodia in luoghi malsani, sovraffollati e degradati che mettono a rischio la salute, l’integrità e la vita stessa di chi è imprigionato; un’assistenza sanitaria precaria o un inadeguato approvvigionamento di beni essenziali alla cura della persona; la privazione immotivata e irragionevole dei contatti con i propri congiunti; la carenza di informazioni sul “mondo esterno”». (more…)

Pazzo o depresso?

6 ottobre 2011

Carlo Chiriaco è stato trasferito dal carcere “punitivo” di Monza (dove per oltre 50 giorni lo hanno tenuto senza cure) a quello ancor peggio di San Vittore, altrettanto privo di centro clinico, tenuto in un reparto psichiatrico, tra i malati di mente, senza lenzuola né scarpe né altri effetti personali. Pazzo o depresso? (e diabetico, e affetto da un tumore al colon, glaucoma a entrambi gli occhi, protrusioni alle vertebre e le altre patologie). Chi lo vuole portare al suicidio?

Chiriaco è ancora recluso nel carcere di Monza

1 ottobre 2011
Ma non c’era un ordine del Tribunale
che ne imponeva l’«immediato» ricovero in un Centro clinico?

«Il 50 per cento delle carceri va chiuso … il nostro sistema è fuori dalla Costituzione». E chi lo denuncia? Giovannetti? Pannella? No, l’affermazione è per bocca del ministro della Giustizia Angelino Alfano. E come dargli torto. La soluzione? Il taglio del 50 per cento ai fondi destinati al Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria da cui dipende la gestione delle carceri: se da un lato aumentano i detenuti (67.900 – il 40 per cento di loro è in attesa di giudizio – quando i penitenziari ne potrebbero contenere non più di 48.000) dall’altro si registra una carenza di organico calcolata in 3.000 fra educatori e assistenti sociali, con buona pace del carattere rieducativo della pena (art. 27 della Costituzione).
Il 22 settembre 2011 il Tribunale di Milano ha disposto che Carlo Chiriaco – gravemente ammalato – fosse «immediatamente trasferito» dal carcere di Monza (dove era arrivato il 2 agosto dal carcere di Torino, dopo una brevissima tappa a Vigevano) ad «un Istituto penitenziario dotato di centro clinico». “Immediatamente” significa «senza il benché minimo indugio» (Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli). Dall’Ordinanza sono intanto trascorse due settimane, ma nulla è stato fatto: Chiriaco lo ritroviamo sempre più male in arnese a Monza, uno dei peggiori, in una cella di 7 mq per tre persone (angusto spazio incredibilmente condiviso con il capo della Locale milanese Cosimo Barranca, ai vertici della ‘Ndrangheta lombarda): lo stesso carcere in cui, per oltre due mesi, Chiriaco non ha ricevuto alcuna assistenza medica, abbandonato a se stesso nonostante le disposizioni del Tribunale estivo.
Un’ultima annotazione: secondo l’Alta corte dei diritti dell’uomo, 7 mq è lo spazio minimo a persona oltre il quale la pena declina in tortura. Con tanti saluti ai diritti costituzionali inalienabili anche, se non soprattutto, per i detenuti. (G. G.)

Italia?

29 settembre 2011
“Fratelli di taglia, la forca s’è desta,
del cappio e del cippo han cinto la testa…”

Di seguito riprendo alcuni commenti in rete (in particolare tra i lettori del sito de “il Fatto quotidiano”) sull’appello che sollecita gli arresti domiciliari per Carlo Chiriaco, gravemente ammalato, sottoposto a carcerazione preventiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

«Ci vorrebbe la tortura con ‘sti figli di puttana. Altro che cure. Bastardi» «Cazzi suoi …scusate il francesismo!» «Un pò di dieta non gli farà male… prima che giunga all’anoressia ce ne vuole…» «Si deprime a stare in carcere? bene, vuol dire che il carcere a qualcosa serve…» «Fanno i pietosi con i delinquenti… tempi da lupi» «Non escluderei nemmeno del tutto che una parte dei mali di Chiriaco siano frutto di un’abile simulazione» «Ma come si fa a sentire umanità per questi viscidi rettili velenosi!» «Sembra un ossimoro! Un grande manager della salute che neanche riesce a tutelare la sua di salute! puuah! puuah!» «Un trattamento di fine vita indolore… ma senza libertà!» «Faceva il pagliaccio, si è fatto beccare e adesso è depresso. E allora? Si chiama giustizia» «Prima muore e prima risparmiamo sul vitto e alloggio gratis che ha nel carcere! quando uccideva o depredava qualcuno, se la rideva… ora, se permettete, ce la ridiamo noi!» «Ecco, adesso gli dovrebbe venire un bel tumorone da un paio di chili e altri quattro anni di chemio e poi crepare a sto pezzo di m.erda» «Che facciano una sottoscrizione gli amici della Locride! facciano la raccolta di farmaci scaduti, per aiutarlo nelle spese!» «Bene, avrà acquistato una linea invidiabile. Che stia in carcere chissenefrega se sta male… poteva pensarci prima» «Sai la gente che paga fior di quattrini nelle cliniche per dimagrire,senza nemmeno riuscirci: lui si è intascato un sacco di soldi e per di più è è diventato un figurino… due piccioni con una fava: che vuole di più?» «Per usare una metafora cristiana, anche se sono ateo, dato che Don Gallo e Padre Zanotelli sono sacerdoti dovrebbero sapere che il diavolo, quando decide di usare tutta la sua astuzia, si traveste da vittima, da indifeso, per sfruttare la pietà per i propri loschi scopi» «E già! Che furbo, lasciatelo in galera!» «Penso che sia evidente come questa “strana malattia” sia un altro espediente per farla franca come dimostrato di recente da un caso analogo. Peccato per Don Gallo e Zanotelli che corrono in soccorso di simili persone». (more…)

Le carceri italiane fanno schifo

24 settembre 2011
di Giovanni Giovannetti

A Carlo Chiriaco è stato finalmente riconosciuto almeno il diritto al ricovero in un centro clinico, e questo è un bene. La nuova disposizione del Tribunale prende atto che, da quando è stato trasferito nel carcere di Monza, Chiriaco non ha ricevuto cure (il 22 settembre per la prima volta, dopo ben 50 giorni, lo ha visitato una psicologa e c’è stato un prelievo del sangue). Per il Tribunale milanese fanno testo le conclusioni dell’ultima perizia Scaglione (8 agosto); anche se le condizioni di Chiriaco sono intanto peggiorate; anche se lo stato di salute del presunto mafioso apparivano difficili già al suo trasferimento a Monza da Torino, un carcere il cui centro medico è citato a modello (fra l’altro, il peso corporeo di Chiriaco era sceso da 85 a 58 kg.).
Da martedì 27 settembre il processo milanese alla ‘Ndrangheta galopperà al ritmo di tre udienze la settimana. Intanto, dal penitenziario di Viterbo è arrivato a Monza il capo della Locale milanese Cosimo Barranca, per avvicinarlo al processo. E sapete in quale cella si è ritrovato? Insieme a Carlo Chiriaco! (ma non andavano mantenuti a distanza fra loro?). Intanto, in città, il nostro appello in favore degli arresti domiciliari per Chiriaco sta provocando accese discussioni (vorrebbe aderire persino Pino Neri…)
Se certa sinistra ruggisce dalla forca, a sua volta la destra bela o rimane silente. Di fronte al dramma umano e alla malattia di Chiriaco, i leoni destrorsi, sodali nei bei tempi, si rivelano ora opportunisti conigli: dopo l’arresto del presunto mafioso, nessun componente la banda Abelli (la più beneficiata dagli aiutini elettorali dell’ex direttore sanitario dell’Asl pavese) ha avuto animo e cuore tale da mandare solidarietà umana all’amico sofferente, a sua moglie e alla figlia. Nessun segnale pubblico o personale, nemmeno ora, isolando così la famiglia nella cupa solitudine.
Nessuna visita al carcere di Torino o di Monza – quest’ultimo tra i più indecenti – da parte dei locali deputati o consiglieri regionali “azzurri”. In una lettera dal carcere brianzolo, gli stessi reclusi denunciano una situazione «che ha ormai oltrepassato ogni limite di sopportazione e di decenza, uccidendo l’unica e ultima cosa che rimane a un detenuto: la dignità di essere uomo». E così proseguono: «viviamo ammassati in tre per ogni cella ovvero con un letto a castello per due persone ed una brandina volante per la notte con spazi di movimento che non superano il metro quadro per detenuto … l’acqua calda non esiste se non di tanto in tanto in due docce, mal funzionanti, per settanta persone … Le celle dell’ultimo piano sono incrostate d’umidità, come le altre, ma con un optional in più: piove dentro ad ogni temporale e si dorme con teli di plastica addosso … Gli oltre 900 detenuti, cioè il doppio di quelli per cui questa “galera” è stata costruita, sono costretti per 20 ore in 7,5 metri quadri tutto compreso. Il rapporto con il personale di sorveglianza è gerarchicamente malsano. Nessuno è responsabile di niente tranne che della sua funzione di schiavettare mille volte al giorno come se da questa parte delle sbarre ci fossero animali».
Contando poche eccezioni (ad esempio, il carcere di Bollate), la condizione dei 67.900 detenuti non migliora negli altri 207 istituti di pena italiani (ne potrebbero contenere 45.681), in deroga ad alcuni diritti costituzionalmente garantiti: il carattere rieducativo della pena (art. 27); il diritto alla salute (art. 32); il diritto a non subire violenze fisiche o morali delle persone sottoposte a restrizioni di libertà (art. 13).
Le carceri italiane sembrano ormai sfuggire ad ogni ordinamento penitenziale e costituzionale. Come leggiamo in un rapporto dell’associazione Antigone, nel primo semestre 2011 hanno già perso la vita oltre 100 detenuti. Ragazzi come il romano Stefano Cucchi, 31 anni, morto nell’ottobre 2009 dopo essere stato malmenato in carcere; o come Luca Campanale, 28 anni, impiccatosi con un lenzuolo ad una grata il 12 agosto 2009 nel carcere milanese di San Vittore; persone come il varesino Giuseppe Uva, 43 anni, morto in ospedale nel giugno 2008 dopo aver trascorso la notte in una caserma per una semplice contravvenzione; immigrati come Sami Ben Garci, 41 anni, che si è lasciato morire il 5 settembre 2009 nel carcere di Pavia, dopo 52 giorni di sciopero della fame contro una condanna a 8 anni per violenza sessuale, da lui ritenuta ingiusta. Sono solo alcuni dei 1.800 detenuti morti nelle carceri italiane dal 2000 a oggi, luoghi dove il 40 per cento dei reclusi è in attesa di giudizio e gli stranieri sono il 35 per cento.
Che fare? Si calcola in 280 euro quotidiani il costo della carcerazione per ogni detenuto; come è ovvio, i costi del reinserimento sarebbero notevolmente inferiori. Che fare dunque? Ad esempio, la “depenalizzazione ragionata”, l’indulto o la riduzione di un 15 per cento della pena per i reati minori già consentirebbero notevoli passi avanti, contenendo altresì la ricaduta sociale (secondo il Ministero di Grazia e Giustizia, solo il 29 per cento dei beneficiati dall’indulto ha nuovamente commesso reati, contro il 70 per cento di chi esce a fine pena).
Quanto ai reati minori, è il caso di guardare a forme alternative di detenzione, specie per chi è punito per il semplice consumo di droga (dal 2005, la “Fini-Giovanardi” sostanzialmente pone sullo stesso piano spacciatori e consumatori) o per i numerosi stranieri “clandestini”, ma solo dopo la “Bossi-Fini”.

Il trasversale partito della forca 2

23 settembre 2011
Una nota di Alberto Ferrari (Sel) e la replica di Giovannetti

‘Ndràngheta, mafia e camorra sono tra le peggiori piaghe del nostro Paese. E non solo per gli atroci delitti commessi, ma perché condizionano la vita di interi paesi e regioni del mezzogiorno; perché diffondono la droga e schiavizzano le donne con la prostituzione; perché prosciugano con l’usura la vita di miglia di persone; perché, come hanno mostrato le indagini della magistratura milanese da tempo hanno anche tutto il nord condizionandone pesantemente la vita politica ed economica. Il danno morale ed economico per il paese è enorme. Drammatico il modello di vita che diffondono tra i giovani. Da tempo hanno messo le radici anche fuori dall’Italia al punto di indurre il Presidente degli USA ad inserirle tra le prime più gravi minacce criminali a livello mondiale. E tutto ciò si traduce per l’Italia in un grave discredito internazionale ed una fuga di capitali di investimento per il senso di insicurezza che tutto ciò comporta.
Di fronte a tutto ciò, una magistratura ed una polizia giudiziaria, di grande rispetto, si è trovata, e si trova, spesso sola a difendere il paese da questo cancro. Ed ha pagato e paga tutto ciò a caro prezzo. Ma la magistratura ha più volte ammonito che questa battaglia non la può vincere da sola se non ha accanto l’intero paese. Se la cultura dell’illegalità e del familismo amorale, di cui la criminalità organizzata si alimenta, non viene sconfitta nel corpo sociale del Paese.
Per questo motivo non sottoscriverò la petizione che, in questi giorni, alcuni hanno promosso sulla stampa, per la concessione degli arresti domiciliari ad un noto medico pavese – imputato di essere un esponente della ‘ndrangheta – perché presenterebbe condizioni di salute incompatibili con la vita carceraria. E non lo faccio perché nella stessa giornata della pubblicazione dell’appello, veniva pubblicata la notizia che il boss mafioso Pelle evadeva dall’ospedale di Locri dove era stato trasferito per grave deperimento perché da mesi, deliberatamente, non mangiava, preparando la fuga. O perché dalle intercettazioni del medico pavese, era risultato che questi, pochi poco più di un anno fa si era detto disponibile a stendere una perizia medica per favorire la scarcerazione di una nota politica pavese arrestata per sospetto riciclaggio. No, non sarebbe onesto.
Non firmerò – e insieme a tanti altri non intendo essere colpevolizzato o accusato di spirito forcaiolo – semplicemente perché credo che anche in questa occasione la magistratura debba essere circondata da tutta la nostra piena fiducia. E’ stato presentato un ricorso. Credo sia doveroso attendere che la magistratura assuma le sue decisioni sulla base di responsabilità e conoscenze certamente più complete di quelle che possiamo avere noi.
Credo che ciascuno sia libero di firmare ciò che vuole. Ma si farebbe un cattivo servizio alla magistratura stessa, e alla nostra città, se la petizione dovesse assumere il tono di una gara tra chi firma e chi non firma. Quasi un voler distinguere tra chi è più buono e chi meno buono, scomodando anche il Beccaria dei delitti e delle pene.

Alberto Ferrari, coordinatore provinciale di Sinistra Ecologia e Libertà

La replica

Di come agisce Sel in tema di diritti umani, a Pavia lo sappiamo da quando, solo pochi anni orsono, alcuni post-comunisti o pre-vendoliani capeggiarono la cacciata senza paracadute dei Rom dal quartiere di San Pietro. All’epoca la discriminante etnica era “Rom uguale a ladro”, oggi aggiornata in “Chiriaco uguale a furbo”. Come ho già avuto modo di sottolineare, sono gli stessi pregiudizi coltivati dalla Lega o da Forza Nuova, pregiudizi nutriti da quella cultura forcaiola dimentica della Costituzione (il coordinatore provinciale di Sel Ferrari si rilegga almeno gli articoli 13, 27 e 32) nonché intenta a scavare quel solco che separa e sempre più separerà me da chi si fa beffe dei diritti alla persona e dai peracottari disinformati.
Il medico Ferrari s’informi: secondo il suo collega Scaglione, perito del Tribunale, il «noto medico pavese» Carlo Antonio Chiriaco (accusato del concorso esterno in associazione mafiosa) «assume scarso cibo non tanto per sua volontaria decisione quanto per un disinteresse» per la vita e per la propria persona. «Il diabete che lo affligge necessita di trattamento con farmaci, e gli stessi sono impostati per una alimentazione “normale” … Concretamente, devesi in qualche modo interrompere tale china per la quale egli rifiuta (seppur non coscientemente) il cibo e conseguente dimagrimento». Il perito rileva altresì che, rispetto alla sua precedente visita, «il quadro patologico che affligge il signor Chiriaco Carlo abbia avuto una evoluzione in pejus», con la «fondata impressione che il quadro emerso sia assolutamente genuino». Oltre al diabete e alla profonda depressione, come ho già più e più volte ricordato Chiriaco è anche affetto da tumore al colon, glaucoma ad entrambi gli occhi, protrusioni delle vertebre che hanno ormai intaccato il midollo esponendolo al rischio di paralisi. Il dimagrimento – da 85 a 57 chili – ha ormai intaccato la massa magra. Correttamente la perizia segnala ai giudici il progressivo peggioramento di Chiriaco, indicando «con forza» le cure urgenti; disposizioni riprese dal Tribunale nella sua Ordinanza di rigetto, e tuttavia disattese dai carcerieri. Questo si segnala al Tribunale: che una sua Ordinanza rimane inapplicata, esponendo il recluso al rischio della vita. Da quando è a Monza (900 detenuti pigiati l’uno sull’altro, il doppio di quelli che quel carcere potrebbe ospitare) non si registrano interventi terapeutici – la sua cartella clinica è incredibilmente ferma al 2 agosto, data del suo trasferimento in Brianza – e il motivo è semplice: Chiriaco non è più curabile in carcere ed è davvero in pericolo di vita. Del resto, l’ex direttore sanitario dell’Asl pavese è arrivato a Monza da Torino, il 2 agosto, che già aveva perso 27 chili. E quello torinese è considerato un centro medico d’eccellenza. Dunque, se anche lo internassero in un carcere attrezzato (sarebbe già qualcosa), conciato com’è temo che non servirebbe a nulla. A maggior ragione oggi, dopo quel suo ulteriore calo del peso e l’aggravarsi delle altre patologie.
Ancora una cosa. Dopo l’arringa del suo segretario politico Alberto Ferrari, sento il dovere di rinnovare stima e amicizia a Franco Osculati (stessa “parrocchia”, non tutti da Sel brandiscono il cappio o il forcone) fra gli altri al mio fianco in questa piccola ma grande umana manifestazione di civiltà.

Giovanni Giovannetti

Amici e nemici

17 settembre 2011

Rai 3 TGR Lombardia del 13 settembre 2011 (in replica il giorno dopo su scala nazionale): l’intervista di Enrico Rotondi a Eva Chiriaco sulle condizioni di salute del padre e le motivazioni dell’appello per gli arresti domiciliari nelle parole di Giovannetti.

Il trasversale partito della forca

16 settembre 2011
Una lettera di Mauro Vanetti alla “Provincia pavese”. La risposta di Giovannetti

L’amico Giovannetti agisce per forte senso d’umanità, ma l’appello che chiede i domiciliari per Chiriaco è sbagliato. Lo stesso Giovannetti ha pubblicato i contenuti della perizia del dott. Scaglione, incaricato dal tribunale di valutare se le condizioni di Chiriaco richiedano il suo trasferimento fuori dal carcere. Il perito ha risposto che Chiriaco rifiuta il cibo e le medicine (come è nel suo diritto), che le sue condizioni sono preoccupanti e vanno trattate, ma che può restare in carcere. O si spiega perché questa perizia sarebbe sbagliata, cosa che nessuno dei firmatari dell’appello (tra cui non vi è neanche un medico) è stato in grado di fare, oppure è veramente inopportuno attaccare la decisione del magistrato. Così facendo si esercita una indebita pressione affinché si arrivi a quanto stanno perseguendo Chiriaco e la sua difesa, così come prima di lui altri incarcerati per i fatti di ‘ndrangheta di Pavia: tornarsene a casa. Le condizioni carcerarie in Italia sono pessime, si affronti questo problema in modo complessivo, preoccupandosi in primo luogo delle condizioni dei poveri cristi, finiti in galera per qualche sciocchezza. Questi appelli ad personam non aiutano ad avere un sistema carcerario più giusto e concentrandosi sui problemi di salute di Chiriaco (in gran parte frutto del suo rifiuto a nutrirsi e a farsi curare) si rischia di mettere in secondo piano il ruolo mostruoso che la ‘ndrangheta sta giocando in Lombardia.

Mauro Vanetti, Rifondazione comunista

Risposta a Mauro Vanetti

Dopo la divulgazione del nostro appello in favore degli arresti domiciliari per Carlo Chiriaco, tra le più cocenti sorprese registriamo l’emersione del trasversale partito della forca, popolato fra gli altri da chi la Costituzione italiana preferisce difenderla con letture alla moda sulle piazze, invece di applicarla. Art. 13: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà»; art. 27: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte». Art. 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Sono alcuni diritti fondamentali della persona, spesso ignorati dalla politica indifferente all’etica, quella rinchiusa in partiti-chiesa invasivi al punto da essersi sostituiti alle persone – unico soggetto razionale e morale, direbbe la politologa Roberta De Monticelli – allontanandosi così dal dettato costituzionale. Sì, perché se il bene ultimo di ogni democrazia è la libertà individuale, la necessaria disciplina dei diritti e dei doveri non può che trovare nella Costituzione e nella Carta dei diritti dell’uomo le sue regole. Regole valide specie di fronte a chi è oggi privato della sua libertà individuale.
Mauro Vanetti è un amico, giovane e intelligente. E forcaiolo. Il 16 settembre, sul quotidiano locale ha commentato il nostro appello in modo tanto plausibile quanto privo di senso. Scrive Vanetti: «Chiriaco rifiuta il cibo e le medicine». Il giovane amico mente sapendo di mentire, già che mette queste sue parole in bocca al dott. Scaglione. Così scrive il perito del Tribunale (8 agosto): Chiriaco «assume scarso cibo non tanto per sua volontaria decisione quanto per disinteresse» verso la propria persona e verso la sua sopravvivenza. Un comportamento drammaticamente autolesionista imputabile all’aggravarsi della depressione che – sottolinea Scaglione – non è più contenibile con l’incremento dei farmaci.
Tralascio l’analisi minuta delle altre patologie di cui soffre l’incarcerato (tumore al colon, diabete, glaucoma ad entrambi gli occhi, protrusioni delle vertebre che hanno ormai intaccato il midollo esponendolo al rischio di paralisi, dimagrimento – da 85 a 58 chili – che ha ormai intaccato la massa magra, ecc.): cappio alla mano, Vanetti considera l’appello («tra i firmatari non vi è neanche un medico») un «inopportuno attacco ai magistrati» (?) o, peggio, «una indebita pressione affinché si arrivi a quanto stanno perseguendo Chiriaco e la sua difesa».
Fatico a seguirlo: Chiriaco un malato immaginario? Questo sembra adombrare Vanetti dalla forca. E come si sostanzierebbe l’«inopportuno attacco ai magistrati»? Correttamente la perizia Scaglione segnala al Tribunale il progressivo peggioramento di Chiriaco, indicando «con forza» le cure urgenti; disposizioni riprese dal Tribunale nella sua ordinanza di rigetto, e tuttavia disattese dai carcerieri: da quando è recluso a Monza (900 detenuti pigiati l’uno sull’altro, il doppio di quelli che quel carcere potrebbe ospitare) non si segnalano interventi terapeutici – la sua cartella clinica è incredibilmente ferma al 2 agosto, data del suo trasferimento in Brianza – e il motivo è semplice: Chiriaco non è più curabile in carcere.
In conclusione, Vanetti invita ad affrontare «questo problema in modo complessivo, preoccupandosi in primo luogo delle condizioni dei poveri cristi, finiti in galera per qualche sciocchezza. Questi appelli ad personam non aiutano ad avere un sistema carcerario più giusto».
Anche lui dovrebbe saper cogliere la differenza che passa tra un intervento umanitario mirato (i diritti costituzionali) e quell’altro, di ambito politico, volto a più ampi orizzonti. Come è evidente, il primo non può che focalizzare sulla realtà conosciuta: ieri un rom, oggi un presunto mafioso; sarà un granellino di sabbia nel deserto, ma questo granellino sta sotto i nostri occhi e non possiamo fare finta di non vederlo, così come appare evidente l’incriccamento della prospettiva qui perorata dal Vanetti: «il problema complessivo…» Infatti non lo ricordo tra chi recentemente è accorso (sono solo esempi ad personam) a prendersi cura di quel Rom, oggi maggiorenne, prossimo alla carcerazione dopo il lontano furto di una bicicletta; o di quell’altro immigrato, imprigionato e rispedito in Romania per una vecchia insignificante pendenza, nonostante il suo contratto di lavoro a tempo indeterminato, che gli permetteva di pagare regolarmente l’affitto. Come ho detto non lo ricordo: forse perché troppo dedito ad affrontare il problema «in modo complessivo». Con buona pace dei «poveri cristi». Loro, nel frattempo, restino in attesa.

Giovanni Giovannetti

Arresti domiciliari per Carlo Chiriaco

14 settembre 2011

Le motivazioni di chi ha firmato l’Appello

Mimmo Damiani, Paolo Ferloni e Giovanni Giovannetti ai microfoni di TelePaviaWeb