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I dubbi della fatica

31 luglio 2009
Zurigo, 2 luglio 2006
di Claudio Malvicini

Si era già preso una pausa di riflessione, ma solo quella volta ha pensato di tradirla: la mattina del 2 luglio 2006, a Zurigo. La sveglia suona alle 4. Fuori è buio e anche dentro le idee non sono proprio chiare. La gara parte alle 7 e in quelle tre ore la domanda muta di tutti questi anni riesce per la prima volta a farsi sentire: «Ma chi te lo fa fare?» Lui la ascolta e si dà anche una risposta che non si aspettava: «Questo è l’ultimo, da domani smetto».
Domani però arriverà solo dopo nove ore, 47 minuti e 8 secondi di muscoli in fiamme e articolazioni che scricchiolano. E con una gran voglia di fermarsi senza poterlo fare davvero, perché della fatica puoi anche stancarti, ma non puoi lasciarla così: in mezzo a una strada. Dentro quelle dieci ore scarse la fatica si trasforma, ma solo per indossare ogni volta una maschera più truce: prima 3 chilometri e 800 metri a nuoto, poi 180 chilometri in bicicletta, infine 42 chilometri e 197 metri di corsa. È l’Iron man, la specialità più dura del triathlon, così dura che non puoi incontrarla per caso, come fosse una curiosità. Una fatica così devi proprio andarla a cercare. Sarà per questo che Simone si sente così legato a lei. «Ho incontrato la fatica da bambino quando mia madre, che è infermiera, mi mandava a nuotare per la scoliosi. Da allora la fatica è stata sempre una valvola di sfogo, ma non ho mai fatto uno sport di squadra e un po’ mi manca la giocosità di una partita». Ma il suo è un amore totalizzante che non lascia spazio a divagazioni.
Prima di Zurigo il suo rapporto con la fatica aveva già avuto uno scricchiolio, ma allora la colpa era stata degli altri uomini. «Dopo il titolo mondiale del 1999 nel quattro di coppia speravo di essere convocato per le Olimpiadi di Sydney nel quattro senza o nel doppio, invece non è successo.E lì qualcosa in me si è rotto spingendomi ad attaccare il remo al chiodo».
Ma la delusione passa e il richiamo della fatica è troppo forte. Gli è bastato tornare a nuotare, come farebbe chiunque vuole tenersi un po’ in forma, per riallacciare quel rapporto. La vasca è stata per Forlani come la prima sigaretta dopo una lunga astinenza, qualcosa che manda in fumo l’orgoglio per riportarti a quella parte di te che chiede solo di essere se stessa. La passione si è riaccesa cominciando presto a chiedere di più in una forma di bulimia della fatica che sposta sempre un po’ più in là i limiti. Così è passato dalla piscina al triathlon, e nel 2005 ha affrontato il suo primo Iron man, a Klagenfurt. Nel 2008 riuscirà anche a qualificarsi per quello delle Hawaii, che assegna il titolo mondiale. Nelle isole statunitensi arriverà secondo degli italiani e 147esimo assoluto, un grande risultato per un non professionista, ma non abbastanza per la sua fatica. Da qui la voglia di partecipare all’Iron man delle isole Lanzarote, il più duro di tutti perché in acqua la corrente è forte, in bici il vento è un compagno dispettoso e a piedi devi resistere alle salite e al gran caldo.
Eppure quella mattina a Zurigo Simone ha dubitato. Un po’ ha inciso la consapevolezza di come si sarebbe sentito nei giorni successivi. «Dopo il primo Iron man, ho passato una settimana in cui non riuscivo a fare le scale da tanto mi facevano male i muscoli». Il resto l’ha fatto la consapevolezza di quanta strada avrebbe ancora fatto se non avesse smesso. Sebbene il lavoro gli lasci poco tempo, percorre in un anno circa 330 chilometri a nuoto, 10mila in bici e 1.800 a piedi. Sarebbe bastato rinunciare quel giorno e tutta questa fatica non si sarebbe mai incarnata. La maratona poteva essere il momento giusto per smettere. «Di solito si va in crisi dopo il trentesimo chilometro, ma se fai la maratona dopo tutta quella fatica in acqua e in sella, la crisi arriva quasi subito. Nei primi otto chilometri ancora reggi, gli altri sono un incubo in cui senti la fatica di ogni passo. Se poi ti fermi al primo rifornimento lo fai a tutti perché è il tuo corpo a infilarsi in quel breve riposo che gli concedi e a chiedertene sempre di più». Eppure nemmeno quella volta ha detto basta. «La maratona ti distrugge psicologicamente, ma quando ho finito quella di Zurigo ho subito pensato che la volta dopo ci avrei messo meno». E nell’abbraccio ruvido della fatica Simone si è sentito di nuovo a casa. Un po’ spartana ed esigente, ma pur sempre casa.

Simone Forlani, pavese classe 1975, è stato tre volte campione d’Italia di cannottaggio e iridato nel 1999 nel quattro di coppia pesi leggeri. Passato al triathlon è arrivato 147esimo (secondo degli italiani) all’Iron man delle Hawaii che assegna la corona mondiale.

Senza rimpianti

21 luglio 2009
Ravenna, 14 dicembre 2008
di Claudio Malvicini

Il titolo italiano è ancora lontano, niente di più che un sogno. In questo giorno di tardo autunno Federico è solo un schermidore prestato all’ingegneria, o piuttosto un ingegnere che non aveva perso la voglia di tirare. E i riflessi per farlo. A Ravenna si sta svolgendo uno dei tornei di qualificazioni alle finali nazionali e nei sedicesimi di finale il tabellone mette a confronto questo 31enne pavese e Matteo Tagliariol, medaglia d’oro a Pechino, alla prima gara ufficiale dopo i Giochi. Sulla carta sembra una di quei turni di Coppa Italia tra squadre di categorie diverse, ma non è così perché Federico è undicesimo in Italia. A confronto ci sono soltanto due diversi modi di vivere lo sport. Da una parte c’è un azzurro che è entrato nel gruppo sportivo dell’Aeronautica per trasformare la scherma nel suo lavoro, dall’altra un ex nazionale che ha preferito la carriera da ingegnere per non perdere il piacere di tirare di spada nel tempo libero.
I due si sono già incontrati tre volte e Federico ha evitato il ko solo quando Tagliariol era ancora un under 20. Non si può dire però che a forza di frequentarsi siano diventati amici. «Diciamo che caratterialmente non ci prendiamo molto, infatti non ci siamo salutati né prima né dopo l’incontro».
E in mezzo? Il campione di Pechino parte 2-0, come da pronostico. Federico pareggia, ma in fondo la strada verso i 15 colpi è lunga e chi guarda pensa che qualche stoccata di studio possa metterla a segno anche il più debole. Da qui al 9-9 è sempre l’oro di Pechino a passare in vantaggio e il pavese a rintuzzare, come se il campione proponesse ogni volta una nuova soluzione e lo sfidante una contromossa.
«Non mi sono preoccupato in quella fase, perché andare in svantaggio contro il campione olimpico è come finire sotto se affronti l’Inter: te lo aspetti e sai che devi reagire». L’unica volta che mette avanti la testa è quella decisiva. Sull’11-9 i due mettono a segno un colpo doppio che chiude il secondo dei tre periodi da 3 minuti che delimitano la sfida, la pedana che il tempo costruisce per i contendenti. «Nella pausa ho raccolto le idee e al rientro c’è stato un altro colpo doppio, ma ormai a quel punto io avevo raggiunto un livello di concentrazione altissimo ed ero focalizzato solo sul braccio di Tagliariol e sulle sue gambe. É stato come se io mi muovessi a una velocità maggiore della sua e potessi vedere cosa avrebbe fatto nel momento stesso in cui partiva l’assalto».
Da dove arriva questa concentrazione? Dalla tranquillità più che dall’allenamento visto che solo una volta a settimana incrocia la spada con il maestro Adolfo Fantoni al Cus e negli altri giorni cerca di mantenere la condizione atletica come può, cioè dopo l’orario di lavoro e mica sempre. Per lavoro ha vissuto a Ferrara, Padova e Torino, sempre con la scherma come compagna di viaggio. E pensare che da bambino ha cominciato a tirare di spada proprio per la ragione opposta, cioè perché ero la disciplina più a portata di mano. «Mia madre non guidava – ricorda – e allora preferiva mandarmi alla palestra di via Porta, che era a pochi centinaia di metri da casa. Mi aveva detto che se non mi fosse piaciuta la scherma avrei potuto provare con il volley perché era sempre lì». Invece la scherma gli è piaciuta, così tanto da non essere disposto a sacrificare il piacere di salire in pedana al bisogno di farne un lavoro. «A 20 anni potevo entrare anch’io nei gruppi sportivi militari, ma ho detto di no e non mi sono mai pentito. Io sono uno che rende solo se si diverte, con loro invece ogni volta che sali in pedana hai la pressione di dover fare risultato, altrimenti a fine stagione puoi essere escluso dal gruppo sportivo». Far dipendere la fiducia dai risultati sarebbe come legare l’amore ricevuto a quello che sappiamo dare e Federico ha preferito tagliare questo legame scorsoio tra affetto e risultati. Così facendo però si è condannato a fare più strada per arrivare, ma è una strada che ha percorso con la mente libera. Il pavese piazza la stoccata del 14-11, poi arriva il colpo doppio del 15-12. Federico ha vinto, e non saluta. Per la fatica, non andrà oltre i quarti di finale; ma ci sono giorni in cui un singolo istante oscura tutti gli altri. E poco importa se non c’è nessuno a metterci una medaglia al collo.

Federico Bollati, spadista pavese classe 1979, è stato medaglia di bronzo ai Giochi del Mediterraneo del 2005 ed è arrivato secondo alla prova di coppa del mondo di Londra del 2003. Nel 2009 ha vinto il titolo italiano assoluto individuale.

La crepa nel sogno

13 luglio 2009
Cremona, 29 aprile 2008
di Claudio Malvicini

Sulle prime sembra che stia facendo stretching, con la schiena a terra, le gambe piegate e gli occhi che guardano in su, ma quando il tempo del riscaldamento finisce, capisci che non è così. Le compagne vanno a prendere posto, sul parquet tra le due tribune affollate del palazzetto di Cremona, lei invece resta distesa, nascosta dietro un cartellone pubblicitario, con un velo di lacrime ad avvolgerle lo sguardo ancorato al soffitto. Pochi giorni prima, nella semifinale play off contro Milano, una vertebra si è arresa alla fatica escludendola dall’ultimo atto, quello che mette in palio un posto per la A1. La Riso Scotti Pavia è in campo, ma Nadia questa partita la può solo vedere. E allora preferisce farlo così, in disparte, come un animale ferito che volta le spalle al mondo non potendolo fermare, che preferisce sentirlo piuttosto che non vedersi coinvolto. Da bambina sognava la A1, un sogno che non ha smesso di inseguire nemmeno quando ha scoperto che non sarebbe cresciuta oltre il metro e 76: troppo poco per un attaccante di questo livello, dicevano tutti. A quel punto però lei aveva già capito che la volontà conta almeno quanto i talenti, che pure non le mancavano: gambe esplosive, grande ricevitrice, buona manualità, quella che serve a battere il muro anche quando ti sovrasta con i suoi tentacoli come fosse una torre animata.
Nadia sembra un portiere in difesa e un grillo in attacco, colpisce di bastone e di fioretto, e poi ha grinta. Con quella si è trasferita dalla Sicilia alla Lombardia, per giocare e studiare. Un infortunio simile l’aveva avuto anche l’anno prima, ma dopo qualche mese di sosta e di riabilitazione era tornata ai suoi livelli. Prima di questo giorno di aprile avreste detto che era stata baciata dalla fortuna perché Nadia ha 23 anni, sa giocare ed è pure bella. Ma un sogno deve incarnarsi per diventare realtà e in questa trasformazione può rivelarsi imperfetto, non per un limite di determinazione, piuttosto per un suo eccesso. Qualcuno dirà che ha preteso troppo dal suo fisico, che saltava troppo in alto per la sua schiena, come fosse un Icaro bruciato dal sole della volontà che si porta dentro. Fatto sta che una vertebra si è crepata, come un vaso di terracotta, e da quella crepa il sogno di Nadia percola.
La squadra vincerà questa partita e anche la serie, e lei avrà tre mesi per far saldare la frattura e ricominciare. Nella stagione dopo, in A1, riuscirà anche a giocare e dimostrare che si può attaccare a questi livelli anche da un metro e 76 di partenza, ma quella schiena non riuscirà ad evitare una nuova crepa nel periodo natalizio, come fosse carbone regalato dalla Befana a chi non lo meritava. Il nuovo infortunio farà dire a molti che dovrebbe diventare un libero e cedere così al realismo di quella schiena che ne tarpa le ali senza scalfirne il talento. Il ritiro della maglia numero 3, «per lo spirito di sacrificio e l’attaccamento alla squadra», come dirà il gm Gigi Poma, arriverà nella primavera 2009 e sarà come l’istantanea di un sogno: la dimostrazione che è stato realtà e la cristalizzazione del dolore lasciato dalla sua fine.
Quello però è il futuro, il presente è questa sera di aprile nel palazzetto di una città senza mare, che arriva come la negazione di tutto quello che si aspettava di vivere da bambina, quando giocava a pallavolo in casa con la sorella, con una porta aperta a fare da rete, o quando girava per il paese in bicicletta, con il mare sullo sfondo. Per lei vivere era una strada da percorrere con pochi dubbi e tanta voglia di andare, nonostante gli ostacoli. Se in questa sera quegli occhi verdi sondano il soffitto non è per ancorarsi, ma per cercare una via di fuga, perché hanno capito cosa spinge molte persone a non inseguire mai davvero i propri sogni: la paura di scoprire un giorno di non poterli reggere e ritrovarsi così perduti.

Nadia Terranova, classe 1985, è nata a Ragusa e si è trasferita in provincia di Pavia a 20 anni, per giocare a volley e frequentare l’università. Dopo una stagione a Belgioioso, in B2, si è trasferita a Villanterio in B1, poi diventata Pavia con la conquista della A2. In quattro stagioni tra A2 e A1 ha segnato 875 punti in 377 set (2,3 di media).

La strada segnata

7 luglio 2009
Valle d’Aosta, un giorno del 1985
di Claudio Malvicini

La Fiat 600 scivola sul ghiaccio della prova speciale e nemmeno la bassa velocità le evita di mettere una ruota oltre il ciglio della strada, il resto lo fa il peso del motore. L’auto si inclina e viene trascinata lungo il pendio, rotola per una ventina di metri abbattendo qualche albero e si ferma sulle quattro ruote, ammaccata ma intera. «In quegli istanti ho pensato ad Attilio Bettega, che era morto poco tempo prima in un incidente simile. Poi mi sono accorto di essere ancora intero, sono sceso dall’auto e alla morte non ho pensato più». Non lo ha fatto nemmeno il giorno del secondo incidente, 20 anni dopo. «Quella volta il pilota ha toccato il freno sull’asfalto viscido e siamo andati a sbattere contro un albero. Mi ricordo il parabrezza che si avvicinava alla mia faccia, ma senza toccarla. È stato tutto così rapido che non ho avuto nemmeno il tempo di avere paura».
Le occasioni per spaventarsi non gli mancherebbero se solo alzasse lo sguardo dai fogli che tiene sulle gambe, ma in un rally non è consigliabile perché sono i piloti a portare le auto fuoristrada, ma sono quelli come lui a doverlo impedire. È il navigatore a disegnare a parole il percorso davanti agli occhi del pilota come fosse un faro nella tempesta, tanto che chi guida potrebbe anche affrontare una prova speciale senza guardare, gli basterebbe mimare quello che ascolta.
Il navigatore ha il controllo della situazione, ma è il pilota a dover mettere in pratica la sua volontà e, come per ogni astrazione che si incarna, non sempre le cose vanno come vorremmo. E quando il pilota sbaglia è come se abbattesse anche il faro finendo con la barca sugli scogli. Seduto in posizione più arretrata, non per vedere meglio ma perché deve fare da contrappeso, il navigatore decodifica appunti che sembrano codici fiscali. Imbragato com’è, si rende conto di essere in una centrifuga con le ruote solo quando l’auto atterra dopo un salto, la giostra gira e lui non deve perdere il segno in quella sequenza di curve e rettilinei che si riducono a lettere e numeri per farsi spazio nella velocità.
Descritto così sembrerebbe che l’altro si diverte mentre lui fa il lavoro sporco, eppure non cambierebbe di posto, e non solo perché da navigatore ha vinto un titolo italiano nel gruppo N e uno intercontinentale (Irc) a due ruote motrici. «Adesso ho 50 anni e i riflessi non sono quelli di una volta, ma il problema è un altro. A questa età userei troppo la testa invece quando guidi devi avere una forma di follia ragionata, perché non puoi comportarti come un incosciente, ma non puoi nemmeno essere troppo razionale, altrimenti alzi il piede dall’acceleratore». L’occasione per fare il pilota non ce l’ha mai avuta, nemmeno da giovane, quando andava a seguire le prove speciale in notturna del rally "Quattro regioni" per poter restare fuori fino a tardi la sera. «Quando si comincia, chi guida ha sempre l’onere di trovare i soldi per affittare l’auto e pagarsi i meccanici, e io i soldi non ce li avevo per cui fare il navigatore era l’unica possibilità per restare nel mondo dei motori. Certo, avrei potuto cercarli, anche perché nelle categorie inferiori non si spendono le decine di migliaia di euro a gara del campionato Irc, ma lì è stata la pigrizia a fregarmi facendomi accettare il ruolo del navigatore». È stato invece il buonsenso a sconsigliargli di mollare tutto per fare lo sportivo a tempo pieno. Dal 1983 si guadagna da vivere come postino – a Pavia – e utilizza i giorni di ferie e i permessi per gareggiare.
I rally lo hanno fatto diventare fatalista. «Non puoi salire in auto e sperare che non succeda niente perché altrimenti ti spaventeresti a ogni curva. Quando ci penso mi dico che se devo morire in un incidente, è meglio in una gara che travolto per strada mentre consegno la posta in scooter». Forse così potrebbe quasi avere un senso.

Enrico Cantoni è nato nel 1959 e ha vinto il campionato italiano gruppo N nel 2001, come navigatore, a bordo di una Mitsubishi guidata da Alex Fiorio; e nel 2008 il titolo Intercontinental rally challenge a due ruote motrici sulla Fiat Punto turbo diesel Abarth pilotata da Marco Cavigioli.

uno stetoscopio

22 giugno 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n. 09
di Claudio Malvicini

«Questo cos’è, il 14esimo?»
Ecco cosa è diventato questo lavoro – pensa – un continuo conteggio della mia resistenza in una corsa con ostacoli ad altezza variabile. Una corsa senza prospettive, in cui si può solo girare intorno. Come un criceto. E’ come se il correre fosse tutto, non perché dia un senso alle cose ma perché impedisce di pensare alla sua assenza.
Entra il paziente sulle sue gambe e lei sente che a questa notte non ha niente altro da chiedere: solo codici bassi, please.
Sui 30 anni, magro al limite della denutrizione, chiaramente astenico. Non è per questo però che è qui. Dice di sentire da giorni un dolore al petto, sopra il cuore, verso la spalla. Un dolore che sembra una coltellata.
«E’ un dolore che la solitudine acuisce, come se il coltello girasse, e che invece si stempera se penso ad altro».
Più che l’elenco dei sintomi, uguale a mille altri che ha sentito nelle sue notti in Ps, a colpirla sono state la sua voce, profonda e dolorosa, e le parole che ha usato. Un ragazzo colto. Ma quanto ragazzo?
«Quanti anni ha?»
«38».
Pensa che la domanda sia sbagliata. (more…)