Archive for the ‘direfarebaciare’ Category

L’ultima battaglia di Franco

1 maggio 2018

4 dicembre 20012. Nel silenzio assordante degli altri media, il 4 dicembre 2012 dal blog “Direfarebaciare” e dal settimanale “Il Lunedì”, in solitudine, si dava notizia di un nuovo incredibile illecito urbanistico all’orizzonte: la Giunta municipale di Pavia guidata dall’amico degli amici costruttori Alessandro Cattaneo aveva dato il via libera alla edificazione di due palazzine nelle ortaglie dell’antico convento di Santa Clara, nel centro storico cittadino. All’epoca, costruttori, dirigenti comunali e pubblici amministratori erano, chi più chi meno, tutti quanti nel mirino della Procura o per reati di mafia o per altro, e quindi bastò denunciare pubblicamente l’accaduto per creare motivato allarme in Giunta, dirigenti e cementificatori.
Quella è stata l’ultima battaglia dell’avvocato Franco Maurici, nemmeno citato ieri dai giornali. «Contano i fatti», direbbe il più che compianto avvocato. Sì, contano i fatti, e nei fatti sottraemmo il complesso monastico di Santa Clara dalle mani e dal portafoglio degli speculatori. Si rilegga allora qui ciò che non avete trovato ieri sul quotidiano locale. Lo dobbiamo almeno a Franco. (G. G.)

https://sconfinamento.wordpress.com/2012/12/04/vogliono-cementificare-un-parco-storico/

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Renzi è una merda

27 aprile 2018

Il Partito democratico è tenuto per le palle da un manipolo di faccendieri fiorentini più attenti al loro tornaconto (chissà se solo politico) che all’interesse del Paese. In una fase così delicata e di passaggio, a pseudosinistra ci sono apprendisti fregoni che scelleratamente vedrebbero volentieri un governo M5S-Lega, tale da spostare a ultradestra entro un paio d’anni l’asse politico nazionale. Si legga allora il bell’articolo di Gianfranco Pasquino pubblicato oggi sui quotidiani locali del gruppo l’Espresso. Dice Pasquino: «Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo».

Un bivio democratico. Aprire o affossare tutto di Gianfranco Pasquino

Quattro giorni: tanto è durato il mandato esplorativo di Roberto Fico. Nella storia repubblicana quello più lungo resta quello di Giovanni Spadolini nel 1989, durato 21 giorni e capace di produrre il governo Andreotti VI. Tolta la pausa di riflessione del presidente Mattarella, l’esplorazione delle forze politiche affidata prima alla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati (18-20 aprile) e poi a Roberto Fico (23-26 aprile) è durata in tutto sette giorni. In precedenza erano stati sette i mandati esplorativi conferiti dal Quirinale: quattro a presidenti del Senato (Merzagora, 1957; Fanfani, 1986; Spadolini, 1989; Marini, 2008) e tre a presidenti della Camera (Leone, 1960; Pertini, 1968, Iotti, 1987). L’esplorazione del Presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle) si è conclusa positivamente. Le Cinque Stelle confermano che è loro intenzione aprire un confronto programmatico con il Partito democratico. Dal canto suo, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina si dichiara disponibile a verificare se anche nel suo partito esiste una maggioranza a favore dell’inizio del confronto. Toccherà alla Direzione del Partito convocata per giovedì 3 maggio esprimersi, non sul se fare o no un governo con le Cinque Stelle, ma sull’apertura del confronto programmatico. Le prime mosse del due volte ex-segretario del Pd Matteo Renzi e dei suoi sostenitori sembrano essere pregiudizialmente ostili a qualsiasi inizio di confronto. In maniera irrituale, ma rivelatrice del suo personale no procedurale, Matteo Renzi ha fatto una specie di sondaggio “intervistando” i passanti in una piazza di Firenze. Dal canto loro, certamente con l’approvazione, se non anche con l’incoraggiamento dello stesso Renzi, numerosi parlamentari da lui nominati/e hanno inondato la rete esprimendo il loro dissenso con l’hashtag #Senzadime. Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo. I commentatori che s’impegnano in raffinati conteggi sono giunti alla conclusione preliminare che gli “aperturisti” del Pd non hanno attualmente la maggioranza. Qualcosa può cambiare in una settimana soprattutto se il segretario reggente e coloro che pensano che un partito che si chiama democratico ha una responsabilità nazionale riescono chiarire agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori del Pd che il passo da compiere non consiste nella formazione di un governo con il Movimento Cinque Stelle, per di più a guida di Di Maio, ma nell’individuazione di eventuali convergenze fra i programmi delle Cinque Stelle e del Partito democratico. Per uscire dall’ambiguità e per recuperare il senso delle regole in base alle quali funzionano le democrazie parlamentari, coloro che ritengono utile la trattativa debbono, anzitutto, sottolineare che il Movimento Cinque Stelle è un interlocutore legittimo, già riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica. Non si deve ostracizzare a prescindere un attore politico-parlamentare che rappresenta un terzo degli elettori italiani. In secondo luogo, pur nella consapevolezza che gli elettori italiani lo hanno, per una molteplicità di motivazioni, punito, il Pd non deve rinunciare a rappresentare le loro preferenze e i loro interessi e, certo, lo potrà fare meglio se troverà il modo di influenzare il programma del prossimo governo. Terzo, gli oppositori di qualsiasi inizio di confronto enfatizzano siderali distanze programmatiche, persino sulla stessa concezione di democrazia (non oggetto della trattativa di governo che, comunque, si svolge nel quadro della democrazia parlamentare), ma senza confronto nessuna di quelle distanze potrà mai essere misurata convincentemente. Sembra che sulle priorità delle Cinque Stelle e del Pd, le distanze siano a ogni buon conto meno significative di quelle fra Cinque Stelle e Salvini (o centro-destra nella sua interezza), ad esempio, sul reddito di cittadinanza/di inclusione o lotta alla povertà e sull’Europa. Ne sapremo di più, tutti, compresi i due interlocutori, se il confronto comincerà. Prematuro è parlare di Presidente del Consiglio e di ministri anche perché la nomina del primo spetta al Presidente della Repubblica il quale ha anche il potere costituzionale di accettare o respingere i secondi. Nel bene e nel male, la Direzione del Pd ha la grande responsabilità di scegliere se aprire o affossare un vero confronto programmatico e politico.

Ferrante segretario subito

19 marzo 2018

Un estratto dell’intervento di Nicholas Ferrante, vent’anni di Avellino, l’altro ieri al Nazareno. Ferrante ha preso la prima tessera del Partito democratico a 17 anni.

“In Irpinia viviamo una situazione in cui un padre non paga le bollette per mandare il figlio all’università. E il figlio, poi, appena laureato deve accettare un lavoro gratuito, perché quello che conta oggi non è un lavoro retribuito o un diritto in più, ma aggiungere qualche riga al curriculum. Questo non è qualcosa di sinistra, ma è questo che noi in questi anni come Pd abbiamo avallato”. Ma non è tutto: “Noi nel M5s troviamo la bandiera dell’onestà, della moralità, del rispetto dell’altro e la democrazia diretta: questi erano nostri temi ma siamo stati in grado di far prendere a loro tutto questo. Dobbiamo parlare di questione morale, democrazia dei beni comuni, acqua pubblica e rispettare la sovranità popolare sui referendum del 2011 – è una cosa di sinistra – e poi diritti e lavoro”. Infine Ferrante racconta cosa ha fatto la mattina del 5 marzo, quella successiva al voto che ha sancito la sconfitta del Pd alle elezioni: “Sono andato in una scuola a parlare coi ragazzi su invito di una mia professoressa del liceo ed è venuto fuori un quadro terrificante: noi non parliamo più alle giovani generazioni. Non ho saputo rispondere a ragazzi di tre anni più piccoli di me, quando mi hanno chiesto: “Come posso partecipare alla vita del Pd?”. Cosa dovevo rispondere? Di andare a prostrarsi davanti a un signore delle tessere? È stato il momento più difficile. Ho alzato le mani e ho detto: “Non ti so rispondere”. Dobbiamo ripartire dal basso, scusandoci con gli elettori di centrosinistra che hanno votato il M5s: dobbiamo tornare a intercettarli e non dire che loro non ci hanno capito. Loro erano più avanti di noi e i risultati lo dimostrano”.

Il ricatto

7 marzo 2018

di Gianfranco Pasquino

Il ricatto arrogante delle dimissioni sospese. «Renzi agisce come quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone»

Nelle democrazie parlamentari si contano i seggi in Parlamento. Si valutano le convergenze programmatiche, si mette insieme una maggioranza in grado di durare e di fare e s’individua la personalità giusta per guidarla. I gruppi parlamentari hanno, tutti, nessuno escluso, il compito di rappresentare almeno i loro elettori e, nella misura in cui lo desiderano e lo sanno fare, di rappresentare la nazione. Chiamarsi fuori, per di più preventivamente, è un sicuro atto di codardia politica, in qualche caso anche di arroganza egoistica. Le dimissioni annunciate, ma non date, da Renzi configurano esattamente la fattispecie della sua rinuncia trasferita anche sul suo, non sappiamo ancora per quanto, partito a «concorrere a determinare la politica nazionale» (sono le parole dell’articolo 49 della Costituzione). Dopo una sconfitta politica, è dissennato pensare che il Pd potrà contare e meno che “governare” dall’opposizione. Non ci riuscirono i comunisti, molto più compatti e disciplinati e molto meglio preparati dei parlamentari del Partito democratico. Renzi ha annunciato di volere rimanere in carica non per dare un contributo, per lui sicuramente quasi impossibile, alla ricostruzione del partito, al quale non ha mai, in verità, dato significativa attenzione, ma per impedire qualsiasi partecipazione dei gruppi parlamentari del Pd alla formazione di una maggioranza di governo. Tenendo conto di tutte le differenze, che sono grandi, fra i due casi: Renzi non è Schulz, Di Maio non è Angela Merkel, il Pd non è minimamente la Spd e il Movimento Cinque Stelle non è la Cdu/Csu, anche se ha ottenuto un consenso elettorale comparabile, preso atto che nel Bundestag non c’era maggioranza operativa diversa da quella della (un po’ meno) Grande Coalizione, socialdemocratici e democristiani hanno negoziato tutti i punti programmatici e, in parte, persino, tanto inevitabilmente quanto correttamente, le cariche, vale a dire i ministri responsabili di tradurre quei punti in politiche pubbliche. Poi gli iscritti alla Spd sono stati chiamati a decidere. Nessuno dei socialdemocratici si oppose ai negoziati. Un terzo degli iscritti ha poi espresso un voto negativo finendo, però, accettare disciplinatamente la sconfitta e, poi, collaborare affinché la Grande Coalizione governi la Germania nel miglior modo possibile. Con le sue dimissioni a futura memoria Renzi sta praticamente ricattando il suo partito. Si mette di traverso persino al tentativo di aprire un negoziato, di andare a vedere le carte degli altri, in questo caso dei Cinque Stelle che sono quelli che hanno le carte in mano e le daranno. Per dirla con le sue metafore, Renzi agisce come quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone. Renzi ha perso alla grande, ma il pallone non è suo. Decideranno i parlamentari del Pd se continuare a giocare oppure no. Potrebbero decidere di andare a vedere le carte, di negoziare i punti programmatici, di portare l’esito agli iscritti. Nutro una notevole perplessità su una consultazione aperta, molto impropriamente definibile come primaria, poiché credo che debbano assolutamente essere gli iscritti a decidere i comportamenti e il futuro del “loro” partito. Come Renzi lo ha preannunciato, il suo comportamento si configura, da un lato, come integralmente partitocratico: il segretario del partito detta e impone la linea ai gruppi parlamentari. Dall’altro lato, è deprecabilmente antiparlamentare negando qualsiasi autonomia di discussione, di valutazione, di decisione a deputati e senatori eletti dal popolo (questa è la parola giusta). Vero è che, a causa della legge Rosato, quegli eletti li ha praticamente scelti tutti lui, ma, una volta entrati in parlamento, tutti loro hanno il dovere costituzionale di rappresentare la nazione e di farlo “senza vincolo di mandato”. Qualsiasi altro comportamento, a partire dal ricatto delle dimissioni a orologeria, è nocivo al parlamento, all’Italia e allo stesso Pd.

“La Provincia Pavese”, 7 marzo 2018

Cinquestelle

6 marzo 2018

di Giovanni Giovannetti

Ma siamo poi sicuri che alle “politiche” 2018 ha vinto il centrodestra? Perde il Pd; perde Forza Italia; Salvini raddoppia, ma a spese di Berlusconi. E vincono i Cinquestelle, brandendo reddito di cittadinanza, difesa del territorio, più Stato e meno privato per istruzione e sanità, il tutto entro l’orizzonte di una più equa redistribuzione delle risorse (sono in prevalenza valori della sinistra). Il Partito democratico perde al Sud e nelle periferie (2 milioni e mezzo di voti in meno rispetto al 2013). E quell’aizzare i cani contro i grillini traditori per non aver puntualmente restituito una quota dello stipendio, è semmai servito a rendere noto l’avvenuto versamento da parte degli altri, legittimandoli. Schematizzando:

– I Cinquestelle sfondano grazie al voto che fino a ieri ha premiato il Pd (e Grillo e Di Maio rottamano così il renzismo);

– la Lega vince piluccando da Forza Italia (e Salvini rottama il berlusconismo).

Ora il Pd ha un problema: con le buone o con le cattive dovrà cacciare Renzi, ora subito adesso! E a centrodestra un problema ce l’hanno Salvini e ciò che rimane di Forza Italia, problema serio: quello di trovare almeno 40 deputati “responsabili” ovvero comprabili: ne bastassero una decina l’operazione parrebbe fattibile, ma 40 voltagabbana sembrano fuori budget anche per Paperon de Berlusconi.
Anche i Cinquestelle hanno un problema, risolvibile: quello di un accordo politico o quanto meno di programma con un nuovo Pd senza Renzi, coinvolgendo al tempo stesso Liberi e uguali, così da mettere a frutto il mandato del suo “nuovo” elettorato: un governo di centrosinistra, con il Pd al centro e i Cinquestelle a “sinistra”. Sono categorie vecchie e superate, eh grillini, ma è solo per capirci. E questo parrebbe il più serio e stabile dei governi oggi possibili.
Ne sembra convenire il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che medita un incarico a Di Maio con il Pd chiamato a funzioni di garante dei cosiddetti poteri forti nazionali ed europei.
E nel Partito democratico ne conviene il presidente della Regione Piemonte Chiamparino – colui che ha salvato il partito a Torino, mantenendosi in civile dialogo se non in serrata collaborazione col sindaco pentastellato Appendino – che ora si candida alla segreteria Pd, forse prefigurando analoghi intenti. E pare convenirne lo stesso Gentiloni, shoccato dall’esito della tornata elettorale e più ancora dalla reazione dei suo segretario politico finto-dimissionario, ovvero quel tale che, dando inquietanti segni di disordine mentale (peraltro evidenti da tempo), ha invitato i Cinquestelle a fare comunella con la Lega, dimostrando un senso dello Stato pari a zero.

Vi odio, cari poliziotti

4 marzo 2018

Pasolini, il Sessantotto e una «brutta poesia»
di Giovanni Giovannetti

Pier Paolo Pasolini era nato a Bologna il 5 marzo 1922, e dunque oggi cadrebbe il suo novantaseiesimo compleanno. Ma a cinquant’anni dal Sessantotto siamo anche dentro a quest’altro anniversario; e ne ricorre un terzo, correlato a quest’ultimo: l’anniversario degli scontri tra studenti e polizia a Valle Giulia il 1° marzo 1968, quelli presi di mira da Pasolini nella sua tanto citata quanto equivoca ed equivocata poesia Il Pci ai giovani!!, da lui stesso definita «brutta».
A quel tempo per una parte del Pci gli studenti che scendono in piazza altro non sono che «un rigurgito di infantilismo estremista e di vecchie posizioni anarchiche». Lo scrive Giorgio Amendola, in un duro attacco agli studenti dopo gli scontri romani con la polizia del 1° marzo 1968, (Necessità della lotta sui due fronti, “Rinascita”, 7 giugno 1968). Nel rincarare la dose, il migliorista Amendola scrive che «Bisogna notare una nostra debolezza nel condurre una lotta coerente contro le posizioni estremiste e anarchiche affiorate nel movimento studentesco, e di qui diffuse anche in certi settori del movimento operaio. In realtà tutto il nostro fronte di sinistra è restato a lungo scoperto, per il modo debole e incoerente con il quale viene condotta la lotta sui due fronti. Ora la lotta sui due fronti è una necessità permanente del movimento comunista. La lotta contro l’opportunismo socialdemocratico è efficace se essa viene accompagnata da un’azione coerente contro il settarismo, lo schematismo e l’estremismo». Non pago, Amendola accusa il movimento studentesco di manifestare posizioni antisovietiche: «Ora v’è un tratto che lega le varie posizioni estremiste ed anarchiche: ed è, più che la critica, che a volte può essere doverosa, la polemica astiosa e calunniosa antisovietica. Quando a Pechino la manifestazione dei giovani in solidarietà con gli studenti francesi si muove dietro uno striscione nel quale si dichiara la volontà di lottare “contro gli Stati Uniti e contro l’Unione Sovietica”, ebbene si compie un’azione assurda, e noi non possiamo permettere che senza una nostra resistenza simili calunnie penetrino nel movimento giovanile, circolino fra i lavoratori, creino nuovi motivi di confusione e di divisione». Questa presa di posizione verrà ritenuta incauta – bontà sua – dal segretario comunista Luigi Longo, apparentemente incline al «dialogo».

Quel giorno a Valle Giulia studenti di destra e di sinistra insieme danno scacco alle forze dell’ordine («…non siam scappati più», canta Paolo Pietrangeli in Valle Giulia, inno del Sessantotto). Insomma, si assiste a una rivolta generazionale apparentemente estranea alla dicotomia fascismo-antifascismo tanto cara ai partiti. E infatti il primo a intervenire sarà il missino Giorgio Almirante, subito accorso in Università col suo servizio d’ordine a mettere in riga gli studenti di destra, minacciandoli e sconfessandoli; il secondo è Pasolini, con il controverso testo poetico Il Pci ai giovani!!, destinato a “Nuovi argomenti” e pubblicato in estratto da “l’Espresso” il 16 giugno 1968 col titolo Vi odio, cari studenti. Ne fuoriesce una lettura fuorviante sin dal titolo, sostenuta dai versi in cui Pasolini sembra schierarsi con i poliziotti («Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti»). Tutto questo pare assai curioso se a scrivere è la penna del poeta più inquisito del momento, colui che qualche verso più avanti si dice «ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Leggiamo allora Il Pci ai giovani!! per intero:

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.
Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.
Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.
Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.
Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.
E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.
È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.
Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.
I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.
Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.
Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…
Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.
Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

Questi versi finali inducono a riconsiderare il senso dell’intero componimento; e ve ne sono altri in cui Pasolini invita provocatoriamente i giovani a impadronirsi del Pci: «Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni! / Andate a invadere Cellule! / andate ad occupare gli usci / del Comitato Centrale: andate, andate / ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure! / Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere / di un Partito che è tuttavia all’opposizione».
Sì, c’è una nuova idea di “rivoluzione” libertaria progressiva più attenta ai francofortesi che non al marxismo dottrinario in crisi; un salutare ripensamento che attraversa il movimento giovanile e la Nuova sinistra italiana, riverberato da riviste come “Quaderni rossi”, “Ombre rosse”, “Quaderni piacentini”, “Nuovo impegno” e altre ancora. Ma questo proposito il Pci non sembra intenzionato a mutuarlo, percependolo semmai come minaccia in anni di crisi referenziale del più importante partito di massa della sinistra italiana; un partito sempre più attratto dalla prospettiva di una Große Koalition con la Dc.
Certo, se presi alla lettera isolandoli dal contesto, alcuni versi de Il Pci ai giovani!! possono apparire ambivalenti: ad esempio, Franco Fortini vi legge un attacco al movimento studentesco e accuserà Pasolini di ambire alla carica di «fiduciario lirico» del Pci; glielo dirà di persona, interrompendo seduta stante ogni rapporto con lui.
Nel commentare su “L’Espresso” il 16 giugno 1968 questo suo componimento, Pasolini prova allora a precisare «che questi brutti versi, e cioè non chiari, io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti “sdoppiati” cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una captatio malevolentiae: le virgolette sono perciò quelle della provocazione». L’unico brano non provocatorio, riferisce Pasolini, «è quello parentetico finale. Qui sì pongo, sia pure attraverso lo schermo ironico e amaro (non potevo convertire di colpo il démone che mi ha frequentato, subito dopo la battaglia di Valle Giulia – e insisto sulla cronologia anche per i non filologi), un problema “vero”: nel futuro si colloca un dilemma: guerra civile o rivoluzione?» E ancora: «la borghesia sta trionfando, sta rendendo borghesi gli operai, da una parte, e i contadini ex coloniali, dall’altra», scrive: insomma, «attraverso il neo-capitalismo la borghesia sta per diventare la società stessa, sta per coincidere con la storia del mondo». Detta così, come non convenirne.
Tornerà altre volte sull’argomento; in particolare, lo farà il 17 maggio 1969 nella sua rubrica Il Caos, sul “Tempo illustrato”:

Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha “ricevuto” come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista “per pochi”, “Nuovi Argomenti”, erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, “L’Espresso” (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan (Vi odio, cari studenti) che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per “Nuovi Argomenti”) a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa (“L’Espresso”). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma […]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescio, in quanto il potere oltre che additare all’odio razziale i poveri – gli spossessati del mondo – ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un’altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come “ghetti” particolari, in cui la “qualità di vita” è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università.

Ma per quanto Pasolini argomenti, «ormai la frittata era fatta». Come scrive Wu Ming 1 in un commento a quei versi (La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia, “Internazionale”, 29 ottobre 2015), la frittata «sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani». E tuttora, «ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio».

Ciao Clemente

26 febbraio 2018

Di te ricorderò la narrazione di quel ragazzo sedicenne antifascista e comunista che eri, il racconto della parte che hai avuto, con Guido Gnocchi, nel rapimento del primario pavese di ginecologia. La questione era seria: nell’Oltrepo montano si dovevano accudire le ragazze stuprate dai mongoli della divisione Turkestan, gli ex prigionieri di guerra russi la cui ferocia era leggendaria.
Nel 1956 quel ragazzo uscirà dal Pci dopo i fatti di Ungheria (rientrerà nel 1964), diverrà l’avvocato della locale Camera del lavoro, scriverà libri di storia come Le origini del Pci nel Pavese (1969), splendidi romanzi e racconti come Il buon partito (1990) e monografie come quella sul comunista mortarese Carlo Lombardi, il partigiano “Remo” (quasi vent’anni passati nelle galere fasciste e poi commissario politico della brigata partigiana “Capettini”) o Un comunista degli anni ’50, dedicata all’operaio della Necchi Angelo Marinoni.
E tra i tuoi libri, uno lo porto davvero nel cuore: è Operai e contadini, sulla civiltà del lavoro e la storia economica e sociale del territorio pavese. Lo sfoglio: nelle fotografie che lo accompagnano rivedo nitidi momenti della nostra storia e sento l’eco di parole amiche: solidarietà, fratellanza, uguaglianza, democrazia, giustizia… A pagina 155 c’è Carlo Tacconi, un operaio licenziato nel 1953 per avere criticato padron Necchi su “La Squilla”, il quindicinale delle maestranze di fabbrica. A pagina 218 è ritratto Daniele Sacchi, mio compagno di classe alle medie, un giovane operaio licenziato nei primi anni Ottanta insieme alla madre e a un fratello dalla Körting in chiusura, poi falegname in proprio; Daniele è morto qualche anno fa. A pagina 239 rivedo mio padre che dalla Lucchesia emigrò prima in Svizzera, poi a Pavia: gli toccò il reparto solfuri alla Snia Viscosa, poi la fonderia alla Necchi, fino al pensionamento anticipato negli anni della crisi.
Compagni, amici e parenti che hanno fatto di noi quello che siamo.
Cosa ci resta oggi di quella dignità e di quei valori? E ai nostri figli? Per loro, il mercato del lavoro è andato frantumandosi nelle forme flessibili e subordinate agli umori del mercato che oggi ben conosciamo. Altro che funzione sociale dell’impresa, caro Clemente, altro che Repubblica nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro come diritto; altro che «diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», come recita la nostra Costituzione disattesa: ora il lavoro è in somministrazione, salario d’ingresso, lavoro “in affitto”, gabbie salariali, ecc., senza più garanzie; e il lavoratore è diventato flessibile e “fedele” alla fabbrica: quel “comune sentire” non è più tra lavoratori solidali tra loro ma tra lavoratori e impresa: un senso di appartenenza o identificazione fondato sul ricatto, che non ammette fratture.
È andata così, caro Clemente, e la sconfitta brucia dentro. Un ultimo fraterno abbraccio. Tuo

Giovanni

Perle ai porci

9 febbraio 2018

Tra undici mesi ricorrono i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, un evento di risonanza mondiale. E a Pavia che si fa?

di Giovanni Giovannetti

Nel 2019, poco meno di un anno, cadranno i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci. È stato costituito un comitato nazionale per le celebrazioni e si finanzieranno progetti legati a questo anniversario.
Perché ne parlo? Perché Pavia è tra le città a più marcata impronta vinciana, ma pochi sembrano gloriarsene: vinciano e bramantesco è il primo progetto del duomo pavese (1487); pavesi sono i maggiori disegni anatomici di Leonardo, vergati al fianco del grande anatomista Marcantonio Della Torre. Lo stesso Uomo Vitruviano (1490, il più noto disegno di Leonardo) ha documentate radici pavesi, così come ne vanterebbe quella sua “città ideale”, ovvero il grandioso progetto urbanistico che in alcuni suoi disegni sembra fatto a ricalco della pianta romana di Pavia. Pochi localmente lo sanno, dicevo, ma così è.
Pavia era la capitale culturale del Ducato di Milano, e Vigevano era la residenza estiva degli Sforza. Le due città ricorrono in innumerevoli carte vinciane. Ricorre anche il progetto del “Gran Cavallo” in onore di Francesco Sforza, che prende a modello, guai a dimenticarlo, il pavese Regisole.
Quanto all’opera pittorica, l’incompiuto San Girolamo (è ai Musei Vaticani) sarebbe di committenza pavese: infatti suoi committenti parrebbero – stando a Pietro Cesare Marani, uno dei più autorevoli studiosi del Vinci – i geronimiti della chiesa di San Marino (è in via Siro Comi, di fronte all’osteria “Sottovento”).
Risparmierò un dettagliato elenco dei numerosi altri disegni di argomento pavese; molti li riconosciamo nel Manoscritto B (questo quaderno è quasi un trattato di architettura) e vanno dalla perduta chiesa di Santa Maria alle Pertiche al Palazzo Bottigella, dal perduto anfiteatro di Teodorico alla chiesa a croce greca di Canepanova. Altri si trovano nel Manoscritto H, a prevalente argomento vigevanese, nel Codice Leicester, nel Manoscritto L, nei due Codici di Madrid, nel terzo quaderno dei Codici Foster, nel Codice Atlantico e in numerosi altri fogli sparsi.
Un’ultima parola andrebbe spesa su quella che, nel medioevo, era ritenuta una delle maggiori biblioteche europee: stava nella torre sud-ovest del Castello visconteo e comprendeva circa 900 antichi volumi. A Gian Galeazzo Visconti pare l’avesse suggerita il Petrarca. Comunque sia, a fine Quattrocento in quella stanza Leonardo era di casa. Poi, all’alba del Cinquecento, Luigi XII re di Francia se ne porterà a Parigi una buona metà come bottino di guerra, ed è per questo motivo che si sono salvati. Rubati, e dunque salvati.
Anni fa i francesi accettarono di separarsi per qualche tempo da alcuni di questi preziosi codici, per una ipotizzata esposizione pavese («non li prestiamo mai, ma per Pavia faremo un’eccezione», dissero); al solito, andò che non se ne fece un bel niente, e non a causa dei francesi. E tuttavia il valente Saverio Lomartire, a quell’epoca conservatore dei Civici musei pavesi, ottenne per 90 milioni di lire le riproduzioni in microfilm dei codici “parigini”, che ora si trovano in qualche polveroso e inaccessibile cassetto del Castello (renderli utilizzabili? Sia mai…)
Al dunque che propongo? Semplicemente che l’Università non perda del tutto l’occasione, prefigurando – e sarebbe il minimo sindacale – un ciclo di conferenze su Leonardo a Pavia; che so, Alberto Arecchi su Leonardo urbanista e architetto; Domenico Laurenza sui rapporti con l’Ateneo pavese e sui disegni anatomici; Marani sul San Girolamo; Maike Vogt-Lüerssen sulla Gioconda… Ecco qui la ciliegina sulla torta: secondo Vogt-Lüerssen, Monna Lisa altri non è che Isabella d’Aragona, giovanissima moglie infelice di Gian Galeazzo Sforza, sostanzialmente reclusa col marito nel Castello pavese dallo zio usurpatore Ludovico il Moro. E l’abito che indossa sarebbe l’abito del “lutto blando” degli Sforza, portato da Isabella nove mesi dopo la morte della madre Ippolita Maria Sforza, avvenuta nell’agosto 1488. Stando alla storica tedesca, una prima versione del più famoso quadro di Leonardo (del più famoso quadro al mondo!) sarebbe stata quindi dipinta a Pavia, in Castello, tra il maggio e l’agosto del 1489. A sostegno di questa sua convinzione, Vogt-Lüerssen elenca pezze d’appoggio spettacolari, motivo per cui nessuno tra i più beneficiati studiosi della materia se la fila e se la filerà.
Sul resto, sulla possibilità di restituire alla città qualcosa della perduta biblioteca viscontea (la cui stanza è ancora lì, in una delle torri) soppesata la caratura della locale classe dirigente, temo sia inutile avanzare proposte.

L’Apocalisse di Pier Paolo

10 dicembre 2017

di Giovanni Giovannetti

Pasolini, Petrolio, la strage di piazza Fontana a Milano e quei due morti ammazzati: il portinaio padovano Alberto Muraro e l’avvocato romano Vittorio Ambrosini.

12 dicembre 1969. Il giorno della strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano, Pasolini è nella Grecia dei “Colonnelli”, a casa di Maria Callas:

Sono sotto shoc
è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti sono tutti dai cinquanta ai settanta,
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
– sulle cose che devono ben presto accadere –
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni.

Sono i primi versi di Patmos, poesia scritta “a caldo” nel dicembre 1969, prefigurando l’Apocalisse «in questo Paese / che se ne va per le strade nuove della storia» senza più fiducia in uno Stato complice di una tale deriva antidemocratica.
Eh, la Grecia. Pasolini in Petrolio (Appunto 103): «…lunga storia che comincia in America – omicidio di Kennedy – arrivo in Grecia – fascisti italiani ecc.» Sappiamo che gli assassini del presidente americano sono stati addestrati in Grecia; trovano poi rifugio a Roma, coperti da fascisti italiani. Ma più verosimilmente, Pasolini qui allude alla viaggio in Grecia, nell’aprile 1968 sul traghetto Egnatia, di una selezionata schiera di giovani fascisti italiani che, nel primo anniversario della presa del potere da parte dei Colonnelli, sono in Grecia per un corso sull’infiltrazione nei gruppi anarchici. Questo viaggio è organizzato da Stefano Delle Chiaie e dal referente italiano dei Servizi segreti greci Giuseppe Rauti detto Pino (l’onorevole era anche sovvenzionato dall’ambasciata degli Stati Uniti). E con loro c’è Mario Merlino di Avanguardia nazionale, l’infiltrato tra gli anarchici del circolo “22 marzo” (quello di Pietro Valpreda), indagato per le trame connesse allo scoppio della bomba di piazza Fontana e in particolare per la contemporanea esplosione di altri tre ordigni a Roma: in un sottopasso della Banca nazionale del lavoro in via San Basilio (14 feriti), all’ingresso del Museo del Risorgimento e sotto il pennone della bandiera all’Altare della Patria in piazza Venezia (4 feriti).
Ma soffermiamoci sull’Appunto 103. L’Epochè: Storia delle Stragi, là dove l’autore, nella finzione romanzesca, dà voce a un anonimo quarantenne dalla bocca insanguinata e moribondo: un mafioso americano di origine italiana incontrato a Bhagdalon in Nepal ad una povera festa contadina. Anzi sarebbero stati loro, i contadini, a ridurlo in fin di vita prendendolo a bastonate: «capii che si disponeva a lasciarmi, in fretta, le sue ultime volontà» scrive Pasolini «Ma non si trattava precisamente di ultime volontà, bensì di una specie di confessione, che egli fece a me in quanto io ero italiano». Costui era venuto a conoscenza di tremende verità sulla «storia di un colpo di Stato fallito» e dal suo racconto l’autore vorrebbe ricavarne «una sinossi di non più di due o tre cartelle dattiloscritte». Il condizionale è d’obbligo, poiché in fondo a questo Appunto non rimane che una nota di lavoro; insomma, un promemoria. Riportiamolo allora per intero:

[Il racconto del morente è in prima persona: lunga storia che comincia in America – omicidio di Kennedy – arrivo in Grecia – fascisti italiani ecc.
Il morente racconta ciò che sa: ma anche ciò che è venuto a sapere da altri morenti (tre o quattro)* i quali a loro volta, prima di morire, raccontano a lui ciò che sanno.
Il morente del Nepal è dunque l’ultimo in ordine di tempo. Sospetto che non sia stato ammazzato dai buoni nepalesi. Comunque egli (metalinguisticamente) insiste a dire che due sono le fasi delle stragi, due, e il narratore lo ripete ai suoi ascoltatori: Due sono le fasi, due.]
*Uno di questi cade davanti ai suoi piedi di notte dal quarto piano di una clinica (D’Ambrosio). Uno muore cadendo nella tromba dell’ascensore.

Alcuni passi di questa nota paiono scritti a ricalco del suo celeberrimo e coevo Cos’è questo golpe, uscito sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974: in questo articolo Pasolini rimarca le due differenti fasi della strategia della tensione: «Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974)». Così come in Petrolio «due sono le fasi delle stragi, due, e il narratore lo ripete ai suoi ascoltatori: Due sono le fasi, due».
All’Appunto 103a che segue, Un incerto punto fermo, lo stesso incompiuto romanzo è immaginato dall’autore diviso

nettamente in due parti (in senso strutturale, perché, lo ribadisco, io non sto scrivendo una storia reale, ma sto facendo una forma): la prima parte è un ‘blocco politico’ imperniato sulla lotta del potere contro l’opposizione comunista; lotta reale, con una tensione reale; la seconda parte è un ‘blocco politico’ imperniato sulla lotta del potere contro l’eversione fascista: lotta, viceversa, pretestuale, con una tensione pretestuale.

Pasolini sembra anche sapere che il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio, indagando su piazza Fontana, ha dovuto giocoforza inciampare sulla morte non proprio accidentale di Vittorio Ambrosini, un avvocato siculo-romano in rapporti con esponenti di destra e di sinistra poiché teorico dell’incontro tra le forze del fascismo rivoluzionario e quelle del socialismo nazionalista (con evidente richiamo ai propositi della Repubblica sociale). Ebbene, librandosi tenacemente in ambienti neofascisti, l’avvocato apprende alcune verità scottanti sugli esecutori materiali della strage di piazza Fontana a Milano e le riferirà ad Achille Stuani, un ex deputato comunista. E Stuani ben conosce Pasolini, è anche tra gli intervistati nel film-documentario 12 dicembre, la contro-inchiesta di Lotta Continua sui fatti di piazza Fontana firmato da Giovanni Bonfanti a cui Pasolini, come vedremo, contribuisce anche economicamente. Sono sue le sequenze alla tomba dell’anarchico Giuseppe Pinelli al cimitero milanese di Musocco, quelle di Carrara, di Milano, di Viareggio – poi tagliate – e di Napoli. Ambrosini verrà “suicidato” a Roma il 20 settembre 1971, precipitando dal quarto piano del policlinico Gemelli in cui è ricoverato, proprio come si legge in Petrolio.
Sappiamo nome e cognome anche di colui che in Petrolio «muore cadendo nella tromba dell’ascensore»: si tratta di Alberto Muraro, un ex carabiniere, portinaio dello stabile padovano in cui abita il terrorista nero Massimiliano Fachini: Muraro si accingeva a confermare al giudice istruttore Carmelo Ruberto la responsabilità del gruppo di Freda e Ventura in alcuni attentati compiuti a Padova poco prima della strage di Milano.
All’appuntamento col magistrato, calendarizzato per il 15 settembre 1969 (tre mesi prima della strage milanese), Muraro non potrà recarsi poiché il 13 settembre viene gettato dal terzo piano nella buca dell’ascensore. Non si avranno autopsie: per gli investigatori si è trattato di “morte accidentale”.
Desta pertanto impressione l’incredibile ricordo di Italo Zaninello, conoscente del Muraro, riportato da Giorgio Boatti nel suo libro Piazza Fontana: «Lo incontrai alle 20.30 davanti alla portineria. Il Muraro dicendomi di essere stato riconvocato dal giudice aggiunse, giacché lo esortavo a dire la verità e a non avere paura; “Hai un bel modo di dire perché tu non ci sei in mezzo. Un giorno o l’altro verrai qui in cerca di me e mi troverai con una legnata in testa in cantina oppure nella buca dell’ascensore”».

E noi? Coltiviamo asfalto?

8 dicembre 2017

Risposta a Giuseppe Rossetti
di Giovanni Giovannetti

Come non essere d’accordo con Giuseppe Rossetti, l’ex direttore dell’Unione industriali di Pavia che oggi, sul settimanale  “il Ticino”, detta la sua ricetta per fare uscire Pavia dall’angolo: basterebbe «semplicemente che ogni ente, ogni istituzione, chiunque abbia ruolo politico o sociale svolga con serietà impegno e costanza il proprio ruolo». Nel merito, che «il Comune faccia il Comune, il che non vuol dire inventare strategie sul futuribile ma semplicemente tenere in ordine (in tutti i sensi) la città» (tutto qui?) e «la Provincia faccia la Provincia» provando magari a «tenere in ordine la disastrata, terzomondista, rete stradale come fanno le Provincie confinanti».
A Comune e Provincia aggiungerei gli imprenditori: che facciano gli imprenditori creando sghèi e procurando occupazione, possibilmente senza ritrovarsi a processo per danno ambientale o per lottizzazione abusiva o per illecito urbanistico o per qualche altro motivo. Se Pavia ha pagato dazi, il più gravoso sta nella progressiva scomparsa del lavoro produttivo e l’affermarsi della speculazione fondiaria sulle aree dismesse (erano queste le «strategie sul futuribile» per Pavia dei bresciani Beccaria) in una città tuttora priva di cultura industriale.
Nel 1971 le fabbriche pavesi davano lavoro a oltre 16.000 operai (48,04 per cento degli occupati) e a 1.623 impiegati e dirigenti (34,8 per cento). Oggi gli operai sono poche centinaia. Dagli anni Settanta a oggi in città chiudono in rapida sequenza Guidetti, Vanzina, Saiti, Krting, Meta, Ghisio, Vigorelli, Snia Viscosa, Fivre, Necchi… Il mercato locale del lavoro, tradizionalmente poco incline al mutamento e senza settori strategici, ha saputo assorbire solo in minima parte questi nuovi disoccupati, poiché l’economia pavese era fortemente sbilanciata sui settori industriali tradizionali e sul terziario improduttivo di commercio e servizi. Insomma, era un sistema industriale incapace di allargare la sua base produttiva o, almeno, di mantenere stabile l’occupazione.
Per anni abbiamo anche assistito all’uso distorto della cassa integrazione straordinaria tale da trasformare Pavia in un’area a “economia assistita”, con cospicui costi umani e sociali, tant’è che nel decennio 1971-1981 in città l’occupazione industriale scende del 36,9 per cento.
Prendiamo il manifatturiero, prendiamo la Necchi di Pavia. Negli anni Ottanta la più importante fabbrica della città era controllata dai bresciani Beccaria (ne detenevano il 65 per cento, in sodale intrallazzo con la Bipielle di Gianpiero Fiorani, in manette nel 2005) insieme a Giannino Marzotto (14 per cento), Mittel (10), Giorgio Piantini (6) e Aimo Bernardi (5). Nei primi anni Novanta alla fabbrica in crisi arrivano le offerte d’acquisto della Ocean, della Zanussi e di Merloni. Niente. Sostenuto da Forza Italia, nel 1996 Beccaria scopre le carte e presenta uno spietato piano speculativo (al solito, immobiliare) che prevede l’abbandono della produzione e la costruzione di 1.700 alloggi per studenti, 1.000 vani a edilizia residenziale e un ipermercato di ben 34.000 mq.
Quell’anno a Pavia si vota: la spunta il centrosinistra, eletto sindaco Andrea Albergati. Per il neo-assessore all’urbanistica Lorenzo Rampa il manifatturiero era roba da terzo mondo: vede (male) per Pavia un futuro nei servizi avanzati e vorrebbe trasferire la Necchi al nuovo polo industriale del Bivio Vela, nella periferia Est della città; Beccaria la vuole invece liquidare. E la spunterà, senza incontrare ostacoli: fonderia, smantellata nel 1991; macchine da cucire per uso famigliare, trasferite in Asia; macchine industriali, vendute alla Rimoldi di Olcella. Diminuiscono anche i dipendenti (910 nei primi mesi del 2000; nei primi anni Settanta erano oltre 6.000). Infine l’epilogo: la Necchi compressori passa alla Videocom (un gruppo industriale indiano) ed è chiusura, nonostante macchinari e brevetti di prim’ordine (secondo l’amministratore straordinario Locatelli la situazione era «difficile ma non disperata») e nella totale e quanto mai sospetta indifferenza di sindaco, partiti maggiori e parte dei sindacati. Infine il fallimento disposto dal Tribunale di Pavia nel novembre 2003.
Nel 2007 il Tribunale di Milano rinvia a giudizio Giampiero Beccaria e gli altri cinque membri del Consiglio di amministrazione: sono accusati di falso in bilancio e d’aver ostacolato l’attività di vigilanza della Consob. Beccaria (dal 1994 senatore di Forza Italia nonché viceministro per l’Industria, commercio e artigianato nel primo governo Berlusconi) verrà condannato in primo grado a 3 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta legata al fallimento della Rimoldi Necchi spa.
L’epilogo amaro della Necchi rappresenta la pietra tombale sulla passata vocazione produttiva dell’economia industriale cittadina, ormai regredita alle rendite parassitarie di una borghesia mediocre dedita agli affari; a discutibili operazioni finanziarie senza vantaggi per la collettività; al nomadismo pendolare; al precariato intellettuale; al lavoro dissimulato; all’emergenza democratica di una classe dirigente in svendita e incapace di governare i conflitti, espressione di piccoli gruppi (o ’ndrine) che si battono solo per la propria sopravvivenza.
Tornando a Rossetti, l’ex direttore della locale Unione industriali giustamente pretende che «finisca lo scandalo dei ponti sul Po inagibili»: ponti come quello della Becca o della “stecca” o della “mucca da mungere”, per via dei tanti milioni spesi – al momento sono 11 e mezzo, in euro! – e in parte svaporati, parrebbe, nelle tasche dei soliti noti senza dare soluzione al problema (al riguardo, la polizia indaga. Vedremo).
E veniamo alla bretella autostradale Broni-Mortara: secondo Rossetti è stato un errore abbandonarla, poiché «sarebbe diventato il collegamento naturale dell’Emilia con Malpensa e inevitabilmente avrebbe fatto gravare sulla nostra area l’economia di quella regione». Con buona pace, aggiungerei, di quella nostra, ovvero la vocazione agricola di queste nostre terre poiché quell’autostrada avrebbe avuto un impatto devastante per l’agricoltura lomellina, negativa sotto il profilo occupazionale e dannosa per la salute dei cittadini.
Che dire poi dei costi finanziari di un’autostrada che sarebbe venuta a costare circa un miliardo di euro (!?!) con un pedaggio di 14,8 centesimi a chilometro, tre volte le tariffe ora in vigore (un controsenso: contemporaneamente, come lo stesso Rossetti denuncia, 2.000 chilometri di ponti e strade provinciali versano in condizioni pietose); e avrebbe ipotecato a logistica e trasporti il futuro di Pavia e dintorni, proprio ora che l’agricoltura può tornare a essere fonte di occupazione, e rappresentare così una delle vie d’uscita dalla crisi. Specialmente quella a “filiera corta” e a “chilometri zero”, l’agricoltura dei prodotti tipici locali di qualità, quella alternativa alle filiere lunghissime, ai trasporti, alle monoculture produttive.
Sulle colline dell’Oltrepo, la frammentazione e la diversa natura dei territori sono punti di forza per numerose piccole aziende vitivinicole – creative e innovative – orientate all’alta qualità del prodotto.
E noi? Coltiviamo asfalto?

Dodici dicembre

4 dicembre 2017

di Giovanni Giovannetti

Cosa sanno della più recente storia italiana i ragazzi di oggi e di ieri? Cosa ricordiamo sui mandanti e gli esecutori materiali di piazza Fontana a Milano nel 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna (17 morti e 88 feriti); di piazza della Loggia a Brescia (8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus nel 1974, l’anno del referendum sul divorzio (12 morti e 48 feriti); del Rapido 904 nel 1984, anno in cui la Apple lancia il Macintosh (16 morti e 267 feriti). Cosa sappiamo o ricordiamo della bomba alla stazione di Bologna nel 1980 (85 morti e 200 feriti).
Quella tragica stagione di terrore va progressivamente eclissandosi dalla memoria e dal senso comune, anche se la verità rimane scritta in alcuni libri e nelle carte processuali di valenti magistrati che, pur in anni di giustizia prona e garante del “doppio Stato” e degli interessi di taluni “intoccabili” ancorati al potere reale (economico, politico, massonico, religioso o militare che fosse), a partire dalle singole stragi e nonostante i depistaggi hanno saputo ipotizzare un unico disegno eversivo, collegando poi il livello operativo degli esecutori a quello organizzativo e strategico dei mandanti nelle istituzioni: i Servizi segreti nel loro insieme – desiderosi di alimentare il disordine per generare la domanda di ordine – e non singole “mele marce”.
Negli anni caldi della “sovranità limitata”, dell’anticomunismo e dello stragismo di Stato, la punta avanzata della magistratura italiana ha davvero dovuto remare controvento: in quel clima da caccia alle streghe, più d’una inchiesta sarà loro sottratta e insabbiata a Roma presso quel Palazzo di giustizia, garante degli impunibili, che a buon motivo verrà ribattezzato “il porto delle nebbie”. All’opposto, poteva bastare una sentenza favorevole a un lavoratore, mettiamo, in un banale contenzioso di lavoro, per subire censure, procedimenti disciplinari e impedimenti alla carriera.
E per i giudici sinceramente democratici latori di pubbliche critiche, il rischio era quello di ritrovarsi tra gli schedati in odore di comunismo (al generale dei Servizi segreti Gian Adelio Maletti, nel 1980 verranno sequestrate le schede, aggiornate al 1974, di 77 magistrati).
Davvero, a fronte di tutto questo, la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione? Davvero tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, come vorrebbe l’articolo 3? Davvero tutti i partiti hanno sempre potuto concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come leggiamo all’articolo 49? E l’ordinamento delle Forze armate? si è sempre informato allo spirito democratico della Repubblica, come vorrebbe l’articolo 52?

Come tenebra oscura

E tutto questo rimane in parte attuale, poiché la cinica stagione dello stragismo, quei lutti e complicità e mandanti istituzionali, pesa tuttora come tenebra oscura a fronte di un potere e una politica indifferenti all’etica, rinchiusi in partiti-chiesa invasivi al punto da essersi nel tempo sostituiti alle persone – unico soggetto razionale e morale, direbbe Roberta De Monticelli – allontanandosi sempre più dal dettato costituzionale. Sì. Perché se il bene ultimo di ogni democrazia è la libertà individuale, la necessaria disciplina dei diritti e dei doveri non può che trovare nella Costituzione le sue regole; Costituzione che va difesa applicandola, e non solo con letture alla moda sulle pubbliche piazze, in opposizione a chi la vorrebbe riscrivere con intenti autoritari e con accenti reazionari, come già era nelle intenzioni della P2.
La penna che verga il Piano di Rinascita democratica di questa loggia massonica segreta anticomunista e stragista è forse da cercare nelle tasche di Francesco Cosentino, giovane segretario particolare del presidente della Repubblica Enrico De Nicola dal 1946 al 1947, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per il banchiere e finanziere piduista Roberto Calvi, questo alto funzionario dello Stato era il numero due della loggia P2: subito dopo Giulio Andreotti, prima di Umberto Ortolani e Licio Gelli.
Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola, Giuseppe Grassi e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito».

Stragismo di Stato

La bomba che deflagra alla banca nazionale dell’Agricoltura di Milano il 12 dicembre 1969 – subito attribuita agli anarchici – nella realtà è di ambiente atlantico. All’ex agente dei Servizi italiani Gian Adelio Maletti (condannato per i depistaggi su questa e altre bombe, vive tuttora in Sudafrica) pare improbabile che di queste bombe nulla sapessero i vari Servizi d’intelligence americani e forse anche più in alto; il gioco, dirà Maletti, non avrebbe dovuto superare certi limiti, ma sfuggì di mano un po’ a tutti.
A Maletti farà eco niente meno che il compianto Francesco Cossiga: «non mi meraviglierei» dirà l’ex presidente della Repubblica a Lucio Caracciolo «se un giorno si scoprisse che anche spezzoni di Servizi di Paesi alleati o neutrali, non solo nemici, avessero potuto avere interesse a mantenere alta la tensione in Italia tra il fronte comunista e quello anticomunista».
E pur in mancanza di prove dirette, che della bomba di piazza Fontana a Milano fosse al corrente l’US Army Intelligence Agency (il servizio segreto militare statunitense, una emanazione del Pentagono) sta scritto nell’istruttoria del giudice Guido Salvini.
Fra l’altro, il magistrato milanese ha raccolto la testimonianza dell’ex ordinovista mestrino Martino Siciliano – che riferisce a Salvini le confidenze avute da Delfo Zorzi sulla matrice fascista della strage – e di Carlo Digilio detto “Otto”, un agente informatore infiltrato negli ambienti ordinovisti veneti dal capitano David Carrett, Marina statunitense, accasato al comando Ftase di Verona (nel 1974 a Carrett subentrerà il capitano Theodore Richards). Attraverso alcuni infiltrati – Lino Franco, Marcello Soffiati, Digilio e il suo diretto superiore Sergio Minetto, tutti ex combattenti repubblichini – l’intelligence americana ha così potuto monitorare in tempo reale le attività eversive del gruppo neonazista di Ordine nuovo, teleguidato da «una mente organizzativa al di sopra della nostra», come dice a Digilio il terrorista nero Carlo Maria Maggi (è stato recentemente condannato all’ergastolo quale mandante della strage di piazza della Loggia a Brescia). E si tratta delle bombe comprese tra la strage di piazza Fontana e quella di piazza della Loggia a Brescia.
E tuttavia gli americani lasciano fare. Anzi, alcuni tra questi loro infiltrati avranno parte attiva nel preparare ordigni o nell’indottrinare bombaroli ritenendo, scrive Gianni Cipriani ne Lo Stato invisibile, «che in quel modo si applicassero correttamente le direttive degli Usa in materia di sicurezza e di anticomunismo». Secondo Cipriani, trova così credito l’ipotesi «di una diretta responsabilità americana, o di settori non marginali della sua amministrazione, nella copertura degli stragisti di Milano e di Brescia».
A questa conclusione portano infatti le prove e i riscontri accertati dal giudice Salvini nel corso della sua indagine su piazza Fontana: «da parte di strutture di sicurezza alleate», ha detto il magistrato il 12 febbraio 1997 di fronte alla Commissione stragi, «c’è stato un contributo tecnico alla capacità e alla possibilità della struttura occulta di Ordine nuovo a compiere attentati».
Quindi, per taluni militanti di Ordine nuovo inquisiti per banda armata (art. 306 del Codice penale) ma fedeli a due bandiere, il giudice milanese prefigurava quell’articolo 257 del codice penale, spionaggio politico-militare, fino ad allora mai applicato a carico di cittadini italiani.

Distensione?

Sin dagli anni Sessanta lo scenario internazionale vede profilarsi l’orizzonte della distensione tra i due blocchi, atlantico e sovietico; questa prospettiva è tuttavia invisa alla destra eversiva italiana e a settori del mondo politico e militare più reazionario di Roma e di Washington, che lo leggono come fosse un abbassamento della guardia nella lotta al comunismo, un nemico col quale non si dialoga né si scende a patti.
Il primo governo Moro di centrosinistra era nato nel dicembre 1963 con i buoni auspici dell’amministrazione Kennedy. Un orientamento aspramente avversato dalla destra politica americana. L’Italia figurava infatti «nei programmi della Casa bianca, del dipartimento di Stato e del Pentagono come “regime instabile” da sorvegliare ed eventualmente “puntellare”, dopo le illusioni del centrosinistra compiacentemente autorizzate dalle “teste d’uovo” americane con Kennedy alla presidenza», come dirà Gian Adelio Maletti alla Commissione parlamentare sulla P2.
La bomba di piazza Fontana, secondo Maletti non avrebbe dovuto provocare vittime: solo un gran botto da attribuire agli “anarchici” (per Digilio il depistaggio sugli anarchici fu «una mossa strategica studiata dai Servizi segreti italiani al momento in cui era stata concepita l’intera operazione») per giustificare presso l’opinione pubblica la sospensione di alcune garanzie costituzionali così da favorire il passaggio alla Repubblica presidenziale. Invece arrivarono i morti, e con le bare arrivò anche la stringente necessità di coprire i veri mandanti ed altri correi anelanti golpe: in Italia come in Grecia, nel 1967; e come in Cile, nel 1971.

Milani racconta

1 dicembre 2017

Ecco il “libro di San Siro” 2017
di Luisa Voltan

Venerdì 1° dicembre, ore 17.30, presso la sala comunale di via Paratici a Pavia (Palazzo Broletto, ingresso da via Paratici 23) l’assessore alla Cultura del Comune di Pavia Giacomo Galazzo, il presidente della Provincia Vittorio Poma e Pierangela Fiorani, giornalista e scrittrice, festeggiano con Mino Milani l’approssimarsi dei suoi novant’anni e l’uscita in libreria di Margherita Cantarana, “romanzo di San Siro” 2017, e del Diario di guerra di Carlo Milani, padre di Mino.

Con Margherita Cantarana torna un “classico” di Mino Milani, in una nuova e definitiva edizione, ampiamente rivista dall’autore.
Come i più affezionati lettori di Milani sapranno, il contrastato amore tra la contessina Cantarana e Carlo Capsoni ha il suo epilogo in un libro successivo, Il pavese errante, ambientato nella Pavia dei nostri giorni. I due tempi di questo avvincente romanzo sono ora pubblicati in una più coerente veste editoriale dove Milani ha saputo trasformare i documenti scritti relativi a un’epoca remota – le lettere, le cronache e le fonti d’archivio – in un racconto vivo e palpitante, carico di suggestioni. E dove entra anche in prima persona, per svelarne non solo le premesse scientifiche ma anche le conseguenze, a dir poco inaspettate e drammatiche.

Carlo e Margherita

Questo romanzo ha dunque molte caratteristiche insolite e particolari. Pur conservando la scrittura sapiente che ci è nota, qui Milani introduce se stesso come personaggio partecipe degli avvenimenti. Inizia infatti a raccontare in prima persona le circostanze che hanno portato la sua innata curiosità di storico a scavare tra le carte che gli sono capitate tra le mani, quasi casualmente. Dalla sua caparbietà ed esperienza, arriva così fino a noi la storia della giovane e bella Margherita.
Siamo nella Pavia del maggio 1796. I francesi entrano in città. I pochi giacobini pavesi, che sperano nel loro appoggio per poter rovesciare il potere degli aristocratici locali, sono entusiasti. Margherita è l’ultima rappresentante di una nobile famiglia, ora caduta in disgrazia. Il giovane dottore in legge Carlo Capsoni ha «l’ottimismo, la forza, l’ingenuità, forse la follia dei rivoluzionari» ma è anche innamorato di Margherita e, nonostante il suo entusiasmo per Napoleone, è molto combattuto tra la politica e l’amore che prova per la contessina.
Anche se «il generale Bonaparte sta a cavallo sul ciglio della strada; e di tanto in tanto si leva il cappello», la rivolta anti-francese viene soffocata nel sangue. E questa è un’ulteriore svolta drammatica per la storia d’amore di Carlo e Margherita.
Il pericolo si è infatti già insinuato tra loro: un oscuro personaggio pretende la mano della fanciulla dai «lunghi capelli colore dell’oro antico, sciolti sulle spalle in un’onda leggiadra». E le pretese dell’uomo pare siano ampiamente giustificate da documenti: un contratto pregresso pende sulla testa di Margherita?

Le conseguenze dello scrivere

Molte e diverse sono le agitazioni che si sovrappongono per ognuno dei protagonisti: amorose, politiche, etiche. Forte il contrasto – tra ricchezza e povertà, tra nobiltà e potere – che agita il comportamento di queste figure così ben delineate da un Milani che si conferma efficacissimo narratore.
La curiosità dello storico è ciò che lo agita inizialmente e le premesse scientifiche del racconto ne sono la conseguenza. Ma Milani reagisce anche alla supposta responsabilità dell’autore-artista, che lo agita nel profondo. Così giunge ad una conclusione a dir poco inaspettata: le conseguenze drammatiche del suo scrivere devono essere svelate, per riscattare le colpe della sua fantasia.
Così se Milani ha saputo trasformare le lettere, le cronache e le fonti d’archivio in un racconto di grande tensione emotiva, ha saputo anche trasformare le sue inquietudini in un altrettanto suggestivo epilogo, inaspettatamente ambientato sulle strade del nostro tempo.
La breve nota storica che introduce il libro ci prepara e, nel corso del racconto, è con la descrizione della strada che l’autore ci porta a respirare quell’atmosfera: «squilli di tromba, ed alte grida; e subito dopo la strada fu piena di gente», «venne il rumore secco di soldati che s’avanzavano al passo», «Strada Nuova, percorsa da gente che gridava», «su dalla strada, venne più forte il rumore di passi e di voci». Ancora è la strada che accoglie l’inquietudine nel racconto contemporaneo: «In una strada, tutti quelli che camminano alle tue spalle ti seguono».
Ancora è la strada – la piazza – scenario di ciò che sembra la fine di questa storia. Con i documenti Milani ci aveva già mostrato che era solo la fine di uno dei capitoli della breve e intensa vita di Margherita Cantarana. Con la propria confessione ci mostra che non è nemmeno la fine di quel losco pretendente della contessina, quel tale Agosteo che adesso gli mormora: «Non mi fate più domande? che vi è successo?» E lo scrittore risponde: «Mentre scrivevo quel racconto, volevo, ecco, solo scrivere un racconto…»
Forse è stato solo un sogno come tanti: un sogno come quello del possidente che sognava la nobiltà; come quello del giovane rivoluzionario che sognava un’utopia. Forse per Milani è stato solo un sogno, come quelli della contessina che sognava inquietanti premonizioni, forse.

Le verità stanno nella penombra

4 novembre 2017

di Giovanni Giovannetti

Se leggere è utile, rileggere può essere utilissimo. Diamo allora conto di quanto è scritto ne Il superpotere di Peter & Wolf (Pierino e il Lupo; era il nome dato a una rubrica su “l’Espresso”), un libro a metà strada tra il saggio e il romanzo, pubblicato nell’ottobre 1975, forse con l’intento di aggiornare ciò che, sul capitalismo italiano, si legge in Razza padrona di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, uscito l’anno prima. Il superpotere abbraccia un arco temporale di pochi mesi, quelli subito dopo le elezioni regionali del giugno 1975 che vedono l’affermazione del Pci (+ 5,6 per cento).
Pierino e il Lupo scrivono che il Partito comunista italiano ha investito soldi non suoi nell’acquisto di azioni Fiat tramite due finanziarie di Bologna, fino a trasformarsi nell’azionista di riferimento del gruppo torinese (e Eugenio Cefis, avversario di Gianni Agnelli, è forse tra gli occulti registi della scalata). Si legge poi di un dossier su Cefis curato dal segretario generale della Fondazione Agnelli Ubaldo “Baldo” Scassellati, un volume rilegato in pelle volto «a dimostrare cinque cose: i limiti della politica industriale di Montedison; gli espedienti attraverso i quali questo gruppo si era ingigantito; l’equivoco rapporto pubblico-privato esistente all’interno di esso; la strategia multinazionale; la pericolosità di Cefis, campione della borghesia di Stato cresciuta sotto l’ombrello del potere politico».
Questo dossier sparirà, per ricomparire poco dopo nelle mani del presunto massone cardinal Agostino Casaroli, a colloquio immaginario con Cefis sui guai di Montedison; la conversazione si risolve così:

«Vede, caro Dottore, non si poteva consentire che aziende come le sue andassero, come dice lei, a… ramengo. Il Governo ha dato ordine alla Banca d’Italia di procedere al congelamento dei debiti della Montedison e la Banca d’Italia ha trasmesso l’ordine alle Banche che vi avevano anticipato i soldi».
«Quindi… la Banca d’Italia è il mio nuovo padrone», balbettò pallido il capo di Foro Bonaparte.
«No!» ribatté Casaroli. «La Banca d’Italia, a sua volta, ha ceduto tutte le quote a due nostre finanziarie».
«Con sede… a Bologna?» gemette il Dottore.
«Nel Liechtenstein», precisò il monsignore, sfogliando voluttuosamente il volume in pelle scura.
Il dottore si alzò lentamente, barcollava. Non vedeva l’ora di andarsene. Quasi sulla porta si girò e chiese: «I mille miliardi chi ve li ha dati?»
Casaroli rispose: «Non sono dollari, ma petroldollari».
«Di Sindona e dei suoi amici americani?»
«No, di Maometto e dei suoi nipoti sceicchi», disse il monsignore sorridendo.

Il socio africano

Solo Fiction? No, semmai solo voci di Borsa. L’idea romantica di un azionariato popolare sulla maggiore industria privata italiana è suggestiva quanto inverosimile (e già quella dei dossier che spariscono per riapparire in mano ad alti prelati in Vaticano lo è di meno: si pensi ai documenti di Roberto Calvi). Ma sui petroldollari, i due visionari autori de Il superpotere non sono poi così lontani dal vero: nel dicembre 1976, dopo quasi due anni di segrete trattative, la Lybian Arab Foreign Investment Company (Lafico) – articolazione finanziaria del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi – acquisterà per 415 milioni di dollari (360 miliardi di lire) il 10 per cento del pacchetto azionario della Fiat, gravemente indebitata: seimila lire ad azione, 12 volte il prezzo nominale del titolo, quattro volte la quotazione in Borsa del momento: insomma, un vero affare, condotto a buon fine sotto l’attenta regia del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia.
Tra i soci Fiat, Gheddafi è ormai secondo solo all’Ifi, la finanziaria della famiglia Agnelli, e a rappresentarlo nel Cda di corso Marconi entrano il presidente della Libyan Arab Foreign Bank Abdullah Saudi e il vice governatore della Banca centrale libica Regeb Misellati, due distinti e informati signori che mai battibeccheranno sulla gestione; due che, a Torino, «si comportarono come banchieri della migliore scuola ginevrina o londinese» (parola di Gianni Agnelli).
Per i libici l’ingresso in Fiat è infatti una operazione dal significato politico: un accredito da mostrare a chi li accusa di favorire il terrorismo.

Ustica

Premeranno sul management Fiat una sola volta: dopo l’abbattimento del Dc 9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980 e – forse la stessa notte, forse no – della caduta di un aereo militare libico a Castelsiliano, sulle montagne della Sila in Calabria. Proprio Misellati chiederà all’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti di intercedere presso i Servizi segreti italiani per recuperare i resti del Mig 23 libico caduto. Come ha detto Romiti, «Sappiamo che il Mig fu restituito». Restituito solo in parte, poiché molte componenti rimangono a disposizione dell’Aeronautica militare e dei Servizi segreti inglesi, tedeschi e americani. Secondo il giudice Rosario Priore, incaricato dell’indagine su Ustica, «Nell’agosto dell’80 il responsabile dell’attività internazionale di questa impresa, successore proprio in quel mese di Romiti alla presidenza del “Comitato mezzi e sistemi per la difesa”, tal Pignatelli Nicolò, accompagnò Romiti dal Direttore del Sismi Santovito. In questo incontro si parlò tra l’altro della questione del recupero dei rottami di quel velivolo. Esso Pignatelli fu investito della questione tra quella fine d’agosto e la prima decade di settembre da Misellati Rageb, vice governatore della banca nazionale libica e “rappresentante dell’azionariato libico”. Questo “senior” – superando il rappresentante libico a Torino, certo Montasseri – richiese che dell’operazione si occupasse la Impresit, azienda Fiat specializzata nelle grandi costruzioni. Pignatelli comunicò la richiesta a Romiti che nulla obiettò; affidò l’incarico all’amministratore delegato dell’Impresit; furono compiuti sopralluogo e previsione dei costi, previsione che superò il mezzo miliardo. Di tutto fu informato Romiti. L’iniziativa però cadde e Pignatelli seppe che l’operazione era stata affidata e portata a termine da un’impresa calabrese» in odore di mafia: la Elifriuli, incaricata del recupero, aveva dovuto rinunciare dopo le numerose minacce ricevute (e la ditta francese Ifremer, incaricata del recupero dell’aereo civile abbattuto ad Ustica, è ritenuta da Priore in collegamento con i servizi segreti francesi).
Col tempo l’abbraccio a Gheddafi si renderà sempre meno opportuno. S’intende, politicamente inopportuno: dagli Stati Uniti il presidente Ronald Reagan lo accusa di finanziare ed ispirare il terrorismo arabo, minacciando il boicottaggio dei suoi prodotti; e nel 1986 il socio libico controlla il 15,19 per cento delle azioni ordinarie Fiat e il 13,09 di quelle privilegiate. A questo punto la Fiat non può far altro che riacquistare il pacchetto. Ai libici il decennio con Agnelli ha fruttato qualcosa come tremila miliardi di lire.
Non è finita: quindici anni dopo il Governo di Tripoli metterà in cassaforte il 5,31 per cento della squadra di calcio della Juventus (dal dicembre 2001 la Juventus era quotata in Borsa). Motivo per cui Saadi Mu’ammar Gheddafi, figlio terzogenito del dittatore e sedicente calciatore, si toglierà il capriccio di calcare in due occasioni, sia pure per qualche minuto, i campi verdi della serie A italiana, indossando le maglie di Perugia e Udinese.
Oltre alla quota in Fiat, il Governo libico ha posseduto l’1,256 per cento di Unicredit, equivalente a 611 milioni di euro; lo 0,58 di Eni, per un valore di 410 milioni; il 2 per cento di Finmeccanica, 40 milioni di euro.

Buonanotte senatore

Ma torniamo al 1975 e ai valenti Pierino e il Lupo. In Conclusione (così titola l’ultimo capitolo del Superpotere) ecco Giulio Andreotti a mani incrociate sorridere ripensando ai grandi rivali, quei due che volevano mettere le briglie a tutti e invece si son ritrovati con le stanghe sul collo: «Chiusi a sinistra dai “giovani leoni” delle Botteghe Oscure e a destra dal realismo vaticano» Agnelli e Cefis «si erano eliminati vicendevolmente come gli scorpioni nella bottiglia». In mezzo, a mediare, non restava che lui, Andreotti. L’onorevole guardò l’orologio, erano le ventuno e trenta: «Alla stessa ora un’automobile scura di grande cilindrata avanzò verso l’ingresso del ristorante “Le coq d’or” sulla Flaminia vecchia. Il direttore del locale (uno dei più esclusivi della capitale) accompagnò premuroso sulla soglia gli ospiti. Aprendo la portiera posteriore dell’auto, l’uomo disse: “Buonanotte monsignor Casaroli, buonanotte senatore Pecchioli”».
Il piemontese Ugo Pecchioli è uno tra i comunisti più vicini a Mosca e ai Servizi. Sono gli anni della cosiddetta “solidarietà nazionale” o, per dirla con Massimo Teodori, della «degenerazione del sistema democratico in partitocratico», dei mutati rapporti di forza e della collaborazione “comunista” alla sfera governativa (alle elezioni regionali del giugno 1975 10.148.723 italiani, il 33,6 per cento, votano Pci, + 5,6 per cento; e alle “politiche” del giugno 1976 – le prime a cui possono votare i diciottenni – si registra un ulteriore passo avanti: 12.614.650 voti comunisti, il 34,37 per cento, + 7,22). Il Pci è sempre più forza di governo in numerose amministrazioni locali: di sinistra con Psi e Psdi, e di centrosinistra con la Dc.
Il Pci esulta, ma è in difficoltà, poiché il mandato dei ceti medi e della borghesia, che hanno votato numerosi per la falce e il martello, non è la rivoluzione o il cambiamento ma l’ordine. E si prefigurano anni di tediosi sacrifici. Sono anche anni di inediti rapporti tra Pci e Servizi: è il lascito, scrive l’ex ufficiale del Sid Nicola Falde in un suo memoriale, «dell’intesa stabilita in quell’epoca tra Maletti, che riesce ad accreditare una sua affidabilità democratica a sinistra», e i senatori comunisti Pecchioli e Arrigo Boldrini, il carismatico partigiano Bulov.

Sei stato nominato

È forse interpretabile in questo modo il sostanziale laissez-faire del partito sulle nomine di chiacchierati piduisti in delicati settori della sicurezza nazionale? Come la designazione nel 1977 dei generali Giuseppe Santovito (tessera P2 n. 1630) a capo del Sismi, di Giulio Grassini (tessera P2 n. 1620) al Sisde – i servizi segreti riformati – e del prefetto Walter Pelosi al Cesis, l’organismo di coordinamento e controllo dei primi due.
E tra le altre nomine ricorderemo almeno quelle del generale Pietro Musumeci (tessera P2 n. 1604) a capo dell’ufficio controllo e sicurezza; del colonnello Sergio Di Donato (tessera n. 1683) all’ufficio amministrativo del Sismi; del commissario di pubblica sicurezza Elio Cioppa (tessera n. 1890) al coordinamento Sisde per l’Italia centro-meridionale; del maggiore Vincenzo Rizzuti (tessera n. 2098) a capo della segreteria di Grassini. «E così i “servizi riformati” che avrebbero dovuto interrompere una lunga serie di “deviazioni”», complice il Pci, scrive Massimo Teodori, «nascono con un tasso di infiltrazione piduista superiore a quello, già molto alto, degli anni precedenti».
Il Pci non ha nulla da obiettare nemmeno sul passaggio di proprietà del “Corriere della Sera” né, più in generale, sulle malefatte di Gelli e della P2.

La fonte “Marte-Uranio” del Sid si chiama Claudio Martelli

Va esaurendosi la spinta propulsiva della rivoluzione russa del 1917 (la “Rivoluzione d’Ottobre”) e il Pci sta cambiando pelle, stemperando progressivamente la critica al capitalismo e accettando convintamente l’appartenenza dell’Italia all’area atlantica; tanto che, ad una tribuna politica, il 15 giugno 1976 Berlinguer dice chiaro che «è più conveniente per noi socialisti nella libertà stare sotto l’ombrello Nato». E oggi sappiamo che Mosca era d’accordo: ne dà notizia lo storico Roberto Gualtieri, che ha potuto consultare alcuni documenti inediti del Pci ed altri provenienti dagli ex archivi sovietici: quell’intendimento non solo non urtò i dirigenti sovietici, ma li trovò d’accordo. Non fu, insomma, una sorta di pre-strappo, anzi avvenne al culmine della ricucitura post-Sessantotto, anno della condanna da parte del Pci dell’invasione di Praga.
Mentre il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko parla il linguaggio degli affari con i vertici della Fiat e dei maggiori gruppi industriali europei – proponendo loro materie prime in cambio di tecnologie –, Berlinguer prova a dare fiato al progetto dell’eurocomunismo assieme al Pc francese di Georges Marçais e a quello spagnolo di Santiago Carrillo.
Aveva dunque ragione la ben pagata fonte Sid “Marte-Uranio”, ovvero Claudio Martelli che, analizzando i rapporti tra l’Est e l’Ovest europeo, trova il tempo di osservare che l’Unione sovietica muove pugne di conquista economica, come già in Finlandia, e non militare. Al tempo stesso, il Pci smette di prestarsi ad alibi per quel sistema di potere che aveva costruito la sua rendita di posizione sull’anticomunismo interno e sul “pericolo rosso” internazionale.
Passo dopo passo, si aggiornano dunque le relazioni politiche ed economiche tra il Pci e il Pcus: la democrazia è ora tenuta a piattaforma del socialismo, così da non alterare gli equilibri internazionali.

Compagno massone

E in Italia il comunista Giorgio Napolitano può invocare – d’accordo con Henry Kissinger – quel “clima morale superiore” caldeggiato un po’ da tutti, anche da Gianni Agnelli. Nel 1978 lo stesso Napolitano può finalmente recarsi negli Stati Uniti e prende accordi rimasti segreti. E a quel viaggio, stando a quanto si legge in un libro di Gioele Magaldi, parrebbe risalire l’affiliazione alla Massoneria (Ur-Lodge Three Eyes) del futuro presidente della Repubblica. Un altro storico dirigente del Partito comunista, Giorgio Amendola, sarebbe tra i confratelli euro-atlantici della Ur-Lodge Lux ad Orientem. Magaldi (e su di lui non sono piovute querele), aggiunge a questo elenco anche Massimo D’Alema, affiliato alle Ur-Lodges Pan Europe e Rosa-Stella Ventorum.
L’affiliazione latomistica di Napolitano sarebbe avvenuta a Washington. «Dopo una forza di pre-iniziazione esperita nelle vicinanze della Yale University, a New Haven, Connecticut» Napolitano, scrive Magaldi, «fu cooptato dalla prestigiosa Ur-Lodge sovranazionale denominata Three Architects o Three Eyes appunto nell’aprile 1978, nel corso del suo primo viaggio negli Stati Uniti». Quanto ad Amendola, sarebbe stato introdotto «direttamente dal massone Zbigniew Brzezinski», consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e uomo forte della politica americana e internazionale (Magaldi, Massoni, Chiarelettere, pp. 96 e 448).
In sostanza, pur emarginato dal governo del Paese, il Pci entra di prepotenza in quel sistema di potere che, proporzionalmente al peso politico, gestisce le cariche, amministra le clientele e riscuote le mazzette, sia localmente che su scala nazionale.

Ma andate a lavorare

16 ottobre 2017

Huston, al Mezzabarba abbiamo un problema. E non sono le casse comunali pavesi vuote o il vuoto di idee e visioni sul futuro della comunità. Per il segretario cittadino del Pd il problema è semmai la svolta orange del sindaco di Pavia Massimo Depaoli. Il Depa un Hare Krishna? No, come si legge sull’edizione odierna de “la Provincia Pavese”, il cittadino Depaoli ha firmato «un documento degli arancioni» di Pisapia (l’ex sindaco milanese di centrosinistra) «a sostegno della candidatura di Giorgio Gori alla Regione Lombardia» (Gori, il candidato del Pd…) e tutto questo per Roberto Calabrò e il locale Pd costituisce un problema di quelli pesi assai, tale da «cambiare radicalmente lo scenario».
Ma costoro sanno distinguere il nulla dalle travi, ovvero ciò su cui loro amano alambiccarsi rispetto al livello minimo di decenza civile e politica richiesto in questi tempi grami? Di tante fesserie e di altrettanta inutile zavorra, almeno a sinistra, davvero si può fare a meno. (G. G.)