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Nel setaccio dell’intelligenza

13 giugno 2009
Una nient’affatto serena e pacata analisi del dopo Elezioni
di Armando Barone

All’indomani di queste Europee, che in Italia sono in realtà elezioni di conferma del primo anno di mandato, il quadro è chiaro: l’Italiano premia il voto populista e demagogo. Vota a destra, certo, senza entusiasmo ma in massa. E anche per mancanza di alternative, a meno di non considerare alternative credibili il vuoto preconfezionato del PD o la superofferta 3×1 della sinistra detta radicale.
L’analisi politica dei protagonisti non brilla per finezza. A Franceschini e al suo illuminato entourage, che ha tenuto a precisare che «è finita la luna di miele di Berlusconi con gli Italiani», l’unica risposta sensata è «omiodio». Berlusconi, per cui è stata colpa della moglie se non ha sfondato il tetto del 40%, paga solo un maldestro tentativo di orientare i sondaggi – un bluff da broker di scommesse. Per la Lega, che ostenta in ogni dove tutta la serena volgarità di Borghezio, sdoganato anche lui – sgradevole effetto collaterale – si tratta della conferma che il partito è diventato nazionale. E tristemente, occorre prenderne atto. Per l’Idv-che-ha-quasi-raddoppiato-i-voti ora si tratta di costruire l’alternativa a Berlusconi. Condannando De Magistris a confrontarsi addirittura con (ah, ironia della sorte!) Mastella. Ferrero e Vendola meritano un minuto di silenzio, che pare di sparare sulla crocetta rossa. Per l’Udc, è finito il bipolarismo – che non è mai iniziato, ma l’importante era che lo dicesse Tabacci, quello più intelligente, se no poi si scopre che hanno detto un’altra cazzata.

Scorie

Eppure nel setaccio dell’intelligenza qualche scoria dovrà pur rimanere. Di grosso e di ovvio c’è che: uno, se Berlusconi tentenna lo fa per scandali e scandalicchi (a seconda che lo dica Famiglia Cristiana, Libero o Repubblica) da Prima Repubblica: sesso lusso e peculato – certo non per altre e ben più gravi ragioni quali essere accusato di aver corrotto David Mills; due, i frammenti del consenso a Berlusconi che si volatilizzano finiscono per depositarsi sulla Lega, incredibilmente anzi no – e su questo torneremo; tre, l’Idv vince grazie alle sue candidature eccellenti e per effetto dei vasi comunicanti che la legano al PD; quattro, anche all’appello del voto Europeo, si comferma l’amara sentenza: la Sinistra atomica è giunta al punto di non ritorno. C’è da sperare che si possa evitare un terzo grado di giudizio.
Si mormora ancora, un po’ meno stupiti e un po’ più rassegnati del solito: ma come fa a essere così strapotente il messaggio di Berlusconi e del suo governo? A ogni elezione si fanno i conti, e anche stavolta, che il consenso doveva ritrarsi dinanzi alle vicende giudiziarie a lui collegate e dinanzi all’esibizione del suo privato, un lusso volgare denunciato dalla moglie e non certo dagli odiati togati comunisti, il supporto non è comunque mancato. Il dazio pagato è stato minimo. I suoi elettori sono rimasti, tutt’al più, perplessi. E chissà se tra loro ci sono anche gli elettori di AN, congelati dai berluscones in attesa che l’eterno maggiordomo Fini li porti di nuovo in tavola, alla fine della parabola di Berlusconi. Fine che non arriva mai.

La lega bombarda

Dicevamo: c’è la sempre incomprensibile, e terribile, avanzata della Lega. I medici guardia, le cariche della polizia sui rifugiati politici, le campagne anti-rom e i respingimenti in nome della campagna elettorale permanente hanno dato i loro frutti. Come tutti i popoli che hanno poca esperienza di immigrazione (in emigrazione, invece, sarebbe laurea in secula seculorum), l’Italiano è tendenzialmente xenofobo, e la Lega gli apre la strada a sentirsi serenamente razzista. Ma questo non basta a spiegarne l’ulteriore avanzata: fin nelle Marche, anche in Emilia, anche in Toscana.
Per di più, la Lega è oggi il partito (nazionale) con l’invidiabile record di presa per il culo dei suoi elettori: in vent’anni che esiste e nonostante quattro governi dell’amato-odiato Berlusconi, il suo fare politico è improntato a un’incrollabile doppiezza.
Facciamo un breve ma significativo elenco? Secessione, niente. Federalismo? Solo fiscale, e non è detto. Roma ladrona? La Lega ha lottizzato come chiunque altro, gode dei favori di denaro di Berlusconi, incassa i rimborsi elettorali come gli altri, vota gli aumenti di stipendio ai parlamentari. Immigrati, romeni, zingari? La Bossi-Fini non solo non ha mai funzionato, ma anzi ha compromesso seriamente il funzionamento degli apparati. Vogliamo parlare della legge elettorale Calderoli? Europa? Dopo aver sostenuto che era una jattura, e l’euro una creazione di Prodi, adesso la Lega corre alle Europee ‘per difendere il latte italiano’, ossia per far ritirare le sanzioni inflitte quegli stessi allevatori che ha fin qui bellamente ignorato. Lavoro? Difende i lavoratori di Malpensa dopo aver plaudito alla formazione della Cai, creazione di Berlusconi e dei suoi sodali, prima e dopo le Politiche del 2008. Plaude a Sacconi che demolisce il diritto di sciopero, a Tremonti che in Finanziaria premia i padroni e le banche, punisce cassintegrati, disoccupati e precari, ma i suoi elettori la votano, e continuano a esibire il fantasma dell’operaio leghista come uno scalpo del fu schieramento popolare di sinistra. E tutto questo senza contare la beffa di CredieuroNord.
Il senso della rappresentanza politica della Lega si limita al gridare quello che la sua base grida. Il fare, è quello di tutti gli altri, anzi peggio, anzi meglio se coi soldi di Berlusconi.
Messa così, gli elettori della Lega sarebbero tutti poco furbi, apertamente xenofobi, ricchi di famiglia e soprattutto masochisti. E non è proprio così.
La spiegazione di questo straordinario impero del consenso, che i barbari nordisti condividono con gli odiati patrizi mediolani, ha una sua spiegazione. Lontana, ma non troppo. Risale ai tempi di Tangentopoli, dove si originarono le fortune politiche e personali di Berlusconi.

La mamma partito

Quando Tangentopoli faceva scrivere sui muri viva il pool, l’Italiano osservava cauto e scettico l’eroe Di Pietro, diceva a tutti di non aver mai votato per la DC o il PSI e discettava sul fatto che, adesso, non si poteva nemmeno gettare la croce addosso a tutti. C’era un sistema, occorreva adeguarsi. E poi si sa che ai livelli alti non si paga mai.
Bisogna comprenderlo, compatirlo. Per gli Italiani grama gente (povera, semplice) i partiti erano la mamma. A cui chiedere per sistemarsi. Di cui lagnarsi se si alleava con questa o quell’altra comare, da difendere se veniva attaccata. E Lo Stato era la casa di famiglia: caro rifugio per i tempi bui, insopportabile prigione quando la luce brilla fuori dalle finestre. Pur sempre il luogo dell’autorevolezza, delle radici, dell’educazione.
Il padre? Eh, il padre non era sempre certo: Gramsci e Togliatti, De Gasperi. Preti, madonne. Ex fascisti. Carcerati, anarchici. Americani, francesi, cinesi. Russi. Qualcuno che insegnasse una via alla democrazia per un Paese giovane, rissoso, ma grato d’esser sopravvissuto all’inferno della guerra, e quasi fuori dall’incubo della fame.
Con la strategia della tensione, le stragi, il terrorismo e la repressione, l’Italiano bambino si stringeva al petto della mamma partito, militava per lei e per sé, andava a scuola di vita con la militanza e poi tornava alle urne per raccontare cosa aveva imparato. Nella casa Stato, però,
qualcosa s’era incrinato. Ombre, minacce. La casa in cui era nato, costruita dai genitori o dai nonni partigiani, pareva nascondere qualcosa. Si cominciò a diffidare, coltivare rancori. Ad andarsene, addirittura a combattere, lo Stato. Il fatto era che lo Stato pareva esser diventato proprietà di qualcuno, e non la casa di tutti. E questo qualcuno intendeva disporne a proprio piacimento.
Visto che la mamma non si poteva discutere, ci si guardò dai padri: meglio allontanarsi. Meglio distrarsi, dopo la sbornia di sangue. Meglio marinare la scuola di vita e divertirsi. La mamma partito provò a mettersi in mezzo, ma niente. Arrivò il momento in cui la politica non contava più. Lo chiamarono riflusso. Erano i padroni alla riscossa, protetti dalla Loggia. E c’era anche quel robusto decisionista che pareva aver chiaro tutto, poteva badare lui alla mamma partito, e se è per quello pure alle altre mamme. E poi, poi diavolo quanti soldi pareva portasse a casa. L’Italia pareva l’America: e chi ci ferma più?

Casa Mediaset

Con Tangentopoli, lo shock: l’Italiano prende ad avere in sospetto anche la mamma: ripudio, separazione, rivalsa. Il padre adottivo finisce preso a monetine in strada. Nonostante abbia visto chiaramente per anni cosa stava succedendo, l’Italiano si sente tradito e invoca punizioni esemplari. Un po’ ipocrita, l’Italiano. Ma almeno ha una reazione, uno scatto d’orgoglio. Ci si aspetta la prova della sua maturità elettorale. Ma l’onesta diffidenza per la sua casa Stato è ormai aperta ostilità. La sua adolescenza, tra i tabù del Vaticano e i totem della televisione, si allunga. Dopo aver marinato le lezioni sulla propria storia e sulla geografia del sociale che cambia, difficile che prenda in mano la propria vita democratica.
Appare difficile anche farsi una fidanzata, una famiglia. Se cerchi un partito che somigli alla tua mamma partito, troverai quello che è rimasto in giro: copie sbiadite. Difficile anche farsi una nuova casa, l’Europa, che non somiglia per niente alla tua, e finisce che ne diffidi tanto quanto. Dal canto loro, le mamme partito sono allo sbando. Hanno paura dell’abbandono. E allora serrano i ranghi, negano tutto, si barricano nella casa Stato, e comincia a prendere corpo l’idea che dei figli si può fare anche a meno. Ai figli devoti, poltrone – e schiaffoni a figli ribelli.
Abbandonati dalle madri prima di aver deciso di abbandonarle loro stessi, gli italiani sono disorientati, stanchi, affamati di informazione e di risposte. L’idea sarebbe tornare sui banchi di scuola, scoprire le alternative, emanciparsi, impegnarsi. Ci prova pure, l’Italiano, ma ogni tanto si perde a bighellonare guardando la tv. Ed è dalla tv che conoscerà l’onda lunga del populismo classista.

Il Paese Azienda

All’arrivo di Berlusconi in politica, l’Italiano è un tardoadolescente confuso, che ha rotto con la mamma, lasciato la scuola di democrazia ed è in cerca di un surrogato di guida che gli dica come si fa a diventare uomo. La Provvidenza gli appare sotto forma di Mediaset.
Berlusconi capisce che l’Italiano è un consumatore insoddisfatto. Lo blandisce col marchio del non-politico, del non stato. La sua persona diventa il prodotto, e glielo vende come emblema del successo. Assume manodopera e la fornisce di kit elettorali come i kit di vendita degli agenti di commercio. E la campagna elettorale diventa pubblicitaria: occupare ogni spazio, con ogni prodotto, continuativamente.
Il pubblico diventa una parolaccia: è il privato che vince, è la libera competizione il suo nuovo credo, e chi non ci riesce, semplicemente, è un fesso. Il lavoro non è più un diritto. È un dovere. E anzi l’Italiano è grato al padrone perché, in tempi di disoccupazione e sistemi clientelari, chi lo assume gli dà la possibilità di consumare. Il linguaggio di Berlusconi, grezzo e ignorante ma ammantato di visicdo paternalismo, è quello dei ricchi. Butta via la tua storia, ne possiamo fare a meno, dice. E l’Italiano ne rimane affascinato: decisionismo alla Craxi, soldi che spuntano ovunque, e fuori dalle balle quelle suocere di comunisti. Basta con il non si può, il sentirsi inadeguato rispetto a intellettuali, storici, europeisti.
La casa Stato diventa l’Azienda: il governo consiglio d’amministrazione, il parlamento platea di azionisti, la politica mercato, l’informazione marketing. La politica estera è un fatto da piazzisti: non vince chi ha merce migliore, ma chi riesce a venderla. L’Azienda non tollera opposizione, chiaro. Liquida i sindacati come fannulloni, gruppi fanatici, ostacoli al dispiegarsi della produttività. L’azienda se ne infischia della Storia. Conta il presente, conta il futuro.
L’Italiano si sente miracolato: se la casa Stato è ostile, l’Azienda invece è amica, pronta ad arruolarlo, ossia a dargli quel ruolo che aspettava. L’Italiano si sente importante nel suo ruolo di consumatore, perché l’economia gira con lui. Per la verità non vive bene, anzi i soldi sono sempre meno, ma è solo perché è colpa dell’Europa e dell’euro, della crisi, dell’Opposizione. Dello Stato.
Quando in Parlamento si approvano leggi ad personam, non si stupisce: io avrei fatto lo stesso, pensa, e può non vergognarsi. Quando gli si propone di vedere gli immigrati come bersagli, non gli pare vero: sdoganata anche la paura del diverso.
È tanto suadente il linguaggio del partito vincente, e tanto intenso il bombardamento continuo della merce berlusconizzata, che quando si vede chiamato alle urne, ci va volentieri: bisogna fare il tifo nella finale del Campionato Bipolare.

L’uomo ostile

Berlusconi è l’uomo che è ostile con lo Stato, che ha in spregio le regole della democrazia, quello per cui ogni legge è un laccio – e ha imparato presto a sciogliere i propri nodi e a ad annodare le gambe degli altri. Quello per cui il potere, che logora chi non ce l’ha (battuta atroce, ma l’Italiano ne ride, invece di spaventarsene), va usato per se stesso e propri scopi. La sua concezione di libertà è al di fuori di qualsiasi etica e morale, perché non attiene al pubblico, ma al personale. La sua azione politica non tiene mai conto di una collettività, ma di una convergenza di interessi. E in cima al suo credo c’è la ricchezza personale e di chi è utile a conservarla, incrementarla, perpetuarla.
Per l’Italiano, che in Berlusconi riconosce la potenza del ricco e del successo, l’individualismo classista, l’ostilità verso gli apparati, non conta niente che, per paradosso, la carica che Berlusconi ricopre sia la più importante dello Stato. Che abbia applicato al pubblico il manuale Cencelli come i vituperati partiti della Prima Repubblica, che abbia bloccato qualsiasi concorrenza ai suoi interessi e perfino si sia elevato al di sopra della legge. Che le tasse che abolisce a ogni campagna elettorale dal 1994 a oggi siano in realtà aumentate. Che abbia inglobato fascisti e post fascisti nel suo partito azienda. Che sia un corruttore. Che il Paese Azienda vada di male in peggio. Che si sia incominciato a contare un po’ troppe balle: sulla spazzatura, che tanto riguarda i napoletani o i palermitani, o sulle mafie, che tanto riguardano i siciliani e i napoletani. Perfino sull’Abruzzo usato per la campagna elettorale. Purché decida lui tutto e subito, si accetta anche che i pubblici ufficiali vengano trasformati in polizia dell’Immigrazione, si tollera che le scuole cadano a pezzi senza fondi. Che i banchieri, indicati al pubblico come i responsabili della grande crisi, vengano premiati – e neanche sottobanco.
Ecco, se Berlusconi si accompagna con minorenni, o anche maggiorenni ma sempre sciacquette sono, forse quello può essere un problema. I festini coca e starlette della Prima Repubblica non piacciono più. La ricchezza e il lusso esibito a villa Certosa infastidisce. I voli privati col menestrello di corte è esagerato. Che perfino la persona più vicina a lui ne metta a nudo e in prima pagina il privato, fa un po’ schifo anche all’Italiano. Che forse non è ancora pronto, dopo le leggi razziali e i fascisti, le leggi ad personam, i rapporti clientelari, la corruzione, la politica derby, il razzismo da paese e tante altre belle cosette, a vedersi sdoganato, il giorno dopo l’ingresso della gnocca al Ministero, anche il pisello.

La sbornia del centrosinistra

Una socialdemocrazia dovrebbe parlare il linguaggio dello stato sociale, che è la funzione primaria e non accessoria dello Stato, e con quello ricostruire il rapporto tra Stato ed elettore. L’errore, per ammissione stessa di alcuni protagonisti del primo governo Prodi, è stato prima di aver sottovalutato Berlusconi, e poi di averlo sopravvalutato. Il populismo del padrone di Arcore aveva prodotto una tale improvvisa ondata di consenso, e per giunta a riempire i vuoti lasciati da democristiani e socialisti craxiani, che la componente progressista tradizionale ha clamorosamente sbandato: si è creduto prima di poterlo neutralizzare inserendolo nel sistema partitocratico (vedi Bicamerale), e poi di sottrargli consenso giocando sul suo stesso terreno.
Errori terribili. Spesso, quando si parla della mancata produzione di un’alternativa da parte del centrosinistra, si riduce la questione all’accettazione, più o meno supina, del liberismo economico come principale linea guida della politica di un Paese. Non basta: la portata culturale di un messaggio del genere è enorme, su un elettorato immaturo e disorientato come quello italiano. Legittimandolo come interlocutore, si è dato a Berlusconi il vantaggio di rappresentare il nuovo e l’ostile. Seguendolo sul terreno ultraliberista, si è concesso al suo personale successo di rappresentare la prospettiva di successo economico di un intero Paese. L’ansia di autoconservazione di una vecchia classe politica, sfibrata da Tangentopoli, non poteva competere con l’incarnazione del vincente.
In più, in un contesto in cui un’economia profondamente prostrata faticava a reagire, si sono abbandonati due temi fondamentali di ricostituzione del rapporto elettore-istituzioni: lo stato sociale e la legalità.
Si dimentica che la questione morale e la lotta al nero e all’evasione non appartengono alla sfera della mera politica parlata. Sono il morbo nero dell’economia. Portare soldi allo Stato e cominciare a redistribuirli è un potente viatico a mosse impopolari come l’aumento delle tasse – vecchio cavallo di troia di Berlusconi tra gli scontenti del centrosinistra. Colpire le rendite e incentivare la produttività avrebbe potuto competere con il vuoto delle politiche economiche escogitate da Tremonti, il cui genio creativo è tutto trucchi da commercialista di bassa lega, per giunta distruttivi per il patrimonio dello Stato. Si sarebbe messo in campo il nuovo vero contro la fuffa innovativa. Non è detto che avrebbe prevalso, ma almeno ci sarebbe stata partita.
Il governo che Mastella e Dini hanno fatto cadere è stato l’epilogo finale di una lunga serie di scelte sciagurate. Era l’ultima occasione per dire all’Italiano che lo Stato non gli è ostile. Che anzi, quello ostile all’Italiano era proprio Berlusconi. Fornendo un vero ricambio in Parlamento, ridistribuendo il tesoretto, sanando l’orribile ferita dei precari, demolendo il tragico impianto giudiziario ad personam, riformando la giustizia e l’impianto carcerario anziché fare l’indulto, restituendo all’informazione il suo ruolo di servizio, assicurando pluralità al mercato e dismettendo i panni del verace alleato della Chiesa, avrebbe ottenuto molto di più.
Con quella maggioranza forse non si poteva fare tutto (si poteva fare una maggioranza migliore?), ma – ovvio – certo molto di più di quanto non si è fatto.
Senno di poi? Forse, ma nel dubbio è sempre meglio ribadire, visto che dal Berlusconi exploit siamo arrivati al Berlusconi quater. E quel poi assomiglia sempre di più a un cattivo doposbronza.

L’alternativa è conflitto

Il peccato più evidente del centrosinistra, e da qualche anno anche della sinistra, è stata l’incapacità di rappresentare l’alternativa – si dice così. E anche di comunicarlo, ma questa è una vecchia storia. Come costruire l’alternativa, se non era chiaro prima, lo è adesso. Per opporsi a Berlusconi occorre capire cosa è Berlusconi. E fare il contrario.
Berlusconi è la forbice sociale che si allarga. La tentazione autoritaria. È l’illegalità premiata, l’appello all’evasione fiscale. È populismo. È il ricco contro il povero, che mette il povero contro il più povero. È soldi per se stesso e per i sodali in affari. È anche, a volte e non tutta, Confindustria. Berlusconi è anche la Lega, quando parla di immigrazione. È il padrone, e i padroni se non gli piaci ti licenziano. È insensibile al diritto internazionale. È cattolico perché il Vaticano è potere. È l’occupazione delle frequenze e la lottizzazione della Rai. È tutto e completamente ripiegato su se stesso. È un bluff riuscito, perché nessuno va mai a vedere. Berlusconi disprezza gli Italiani. Ma non ne può fare a meno, è malato di consenso. Berlusconi è menzogna.
Tutto ciò che non è Berlusconi può essere vera opposizione. Di conseguenza: redistribuzione, informazione, legalità, immigrazione, laicità. Sostenere politiche di redistribuzione: tassare le rendite e i grandi patrimoni finanziari, ridurre il prelievo fiscale prima ai precari, poi ai lavoratori dipendenti e poi a tutti, gradualmente ma continuativamente. Sostenere l’operaio contro il padrone: la cassa integrazione va estesa ai precari, va prevista la defiscalizzazione per le piccole imprese che producono, innovano e assumono. Informazione: contro le menzogne e le campagne immagine di Berlusconi, per arginare lo strapotere delle sue televisioni, non c’è che informare correttamente, proteggere l’editoria indipendente, liberare le frequenze, liberare la Rai dall’influenza dei partiti. Legalità: recupero dell’evasione, istituzione del conflitto di interessi per costituzione, radere al suolo il palco delle leggi che protegge Berlusconi, a cominciare dal lodo Alfano e dalla legge sulle intercettazioni, riscrivere le norme in materia di reati finanziari. Immigrazione: la gestione dei flussi non è né ordine pubblico né lavoro a chiamata. O si comprende che l’immigrazione ci sarà sempre, che è un tema internazionale, e soprattutto che porta benefici all’economia, non danni, o è meglio ritirarsi, sciogliere il partito, smettere di fare politica.
Laicità: non è ammissibile che un partito non abbia una linea politica su diritti civili e temi etici, perché significa che non è degno di rappresentare nessuno. La libertà di coscienza è una linea. Il cattolicesimo oltranzista è una linea. Avere dubbi e aprire dibattito è una linea. Avere quindici linee per dieci dirigenti è un insulto all’intelligenza degli elettori.

La risposta è controcultura

Queste sono risposte a Berlusconi. Colpire la sua menzogna, informando. Affondare la sua popolarità, controinformando. Sostenere i redditi più bassi e da produttività significa togliere i redditi bassi e le piccole imprese da sotto l’ombrello del ‘popolo della partita IVA’ che elegge Lega e PdL. Coltivare la legalità e dare risposte serie alla società civile, negando qualsiasi connivenza con il PdL, è semplicemente avere dignità. Ma se non bastasse si pensi a cosa vuol dire recuperare anche solo frazioni di economia al nero: valori da due, tre leggi finanziarie. Altro che usare il tesoretto per il debito pubblico, come l’ineffabile Padoa Schioppa sosteneva.
Aprire ai temi dell’immigrazione, proponendo una gestione costante dei flussi e non un rubinetto militarizzato, e alle politiche di integrazione, seguendo i modelli sperimentati con successo altrove, vuol dire aprire un conflitto con gli elettori, rischiare: ma si deve, o la partita con la destra è persa da oggi.
Difendere l’autonomia del Parlamento dal Vaticano e da ogni altra influenza è semplicemente doveroso, ma se non bastasse si valuti che il voto cattolico è per natura ampio ed estremamente vario. Contenderlo a Berlusconi non significa fare a gara con lui a chi bacia più tonache, ma dare rappresentazione di tutte le sue componenti. Come? La risposta è sempre la stessa: laicità nello Stato e religione quale che sia nel privato. È un patto accettabile da qualunque parlamentare che sappia fare il suo mestiere, con buona pace di Binetti e soci.
Da questi punti programmatici nasce l’idea di fondare una controcultura che si opponga alla cultura dominante, o non-cultura berlusconiana, ben più pericolosa perché sopravviverà all’uomo Berlusconi. E solo con queste premesse, è possibile parlare di partiti, quali e quanti, di consenso, di leadership.

Lo Stato alleato

La maturità dell’Italiano elettore e della sua vita democratica è solo sospesa, non cancellata. Non ancora, almeno. La sua formazione può riprendere, ma a patto che lo Stato cominci a comportarsi da alleato e non da elemento ostile. Ricucire il rapporto tra Stato e cittadino significa anche molte altre cose, di cui qui non v’è cenno, quali per esempio rivedere il rapporto tra cittadini e Polizia, radicalmente compromesso dopo il G8, o fermare lo scempio della scuola e dell’ambiente. Al centro di questa rifondazione non può esserci che un vero ricambio della classe politica – quanti anni ci vogliono? – che imposti e risolva la questione dell’incompatibilità delle cariche, della trasparenza delle organizzazioni partitiche, degli stipendi di deputati e senatori e, finalmente, proponga una legge elettorale non orientata al bipolarismo, che in Italia non si può fare e non è cosa da fare.
Essere tra i padri ricostruttori dello Stato alleato come antitesi dello Stato ostile berlusconiano, invertire la tendenza in favore della crescita culturale del sistema Paese, è un’autentica rivoluzione. A questa rivoluzione può aspirare solo una sinistra consapevole di cosa è il berlusconismo e di come si combatte. Capace di sostenere una battaglia culturale e politica di lungo respiro, inclusiva nei confronti di liste civiche, movimenti, intellettuali, società civili. In questo quadro, certo, è importante valutare la scelta di uno o più leader in area progressista, ma la questione sembra essere di lunga sopravvalutata. La reale dimensione di una leadership si valuta solo nel tempo, e parrebbe fin troppo banale e semplicistico dire che non è la singola persona che ne determina il risultato. Il ruolo del leader è quello del moltiplicatore del consenso, della rappresentanza visiva, dell’agente primo del processo di trasformazione. Il parlante del nuovo linguaggio: chiaro, deciso, pronto a dibattere. Se anche carismatico, ben venga.
Non si vedono ora leader che mostrino di possedere queste consapevolezze, e di guadagnare autorevolezza con le loro argomentazioni. Se sia il momento storico o la confusione delle forze progressiste a impedirne la nascita, non è dato di sapere. Del resto, l’Italiano siamo tutti noi, elettori immaturi e disorientati: nel riprendere la nostra formazione alla democrazia, chi lo sa, potrebbe accadere di incontrare nuovi leader, nuovi agenti del cambiamento, nuovi moltiplicatori del consenso. Il cammino è lungo: che la Sinistra sia con noi.

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo

11 giugno 2009
da Pavia, Giovanni Giovannetti

«Abbiamo perso, ma siamo orgogliosi di essere comunisti». Sono parole del segretario cittadino di Rifonda ed ex candidato sindaco Pablo Genova (“La Provincia Pavese”, 11 giugno 2009), dopo la débâcle elettorale delle amministrative (a Pavia Pdc e Prc insieme hanno ottenuto l’1,6 per cento; 5,3 per cento nel 2005). Le ragioni della sconfitta? Secondo Genova è dovuta al riverbero della situazione nazionale e alla «concorrenza delle liste civiche…». Concorrenza delle liste civiche? Pablo Genova sarà anche «orgogliosamente comunista», sarà anche un amico ma – detto francamente – non sa fare di conto.
5.3 meno 1.6 fa 3.7: dónde está eso pueblo Pablo? Andrebbe fatta l’analisi dei flussi, ma né io né altri abbiamo soldi da buttare e dunque, pallottoliere alla mano, limitiamoci a qualche microragionamento. A Pavia la destra fa bottino (54,4 per cento), il Pd e la ‘lista civica di Albergati’ arretrano (29.83 per cento; 31.7 nel 2005), Idv cresce poco (2.67, ben al di sotto del risultato nazionale), spariscono i ‘socialisti’ (1.60 per cento; 3.92 quattro anni fa). Nel 2005 il candidato della destra al primo turno aveva ottenuto il 42.15 per cento:  meno 9.2 rispetto a Cattaneo, quasi speculare ai voti persi dal centrosinistra (8.1 per cento, Sinistra anticapitalista compresa).
Qualcosa è successo, caro Pablo, ma da dentro il tuo bozzolo rosso e vuoto hai paura di vederlo: dall’analisi dei flussi alle ‘politiche’ 2008, si ricava che oltre il 40 per cento degli elettori storici di Rifondazione ora vota Lega! D
a qualche anno la Lega (e non qualche lista civica) si sta progressivamente pappando l’elettorato della sinistra antagonista (al nord sta cannibalizzando anche Berlusconi e Fini).
Il progressivo arretramento della sinistra dal sociale ha lasciato queste praterie alle culture politiche dei Bossi e dei Maroni, che sempre più si candidano a rappresentare il popolo della partita Iva e delle nuove professioni – oggi bastonato dalla crisi e dalle banche – e cioè si candidano a rappresentare questi nuovi soggetti alla deriva, che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese dopo che, negli ultimi vent’anni, 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Pil – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media l’anno a lavoratore (che sale a 7.000 euro se consideriamo solo i 17 milioni di lavoratori dipendenti).
Un anno dopo le ‘politiche’ (un anno speso invano) rimane l’incapacità di stare pragmaticamente nella società e dentro i movimenti: senza un radicale rinnovamento di mentalità e di quadri dirigenti, senza la volontà di parlare (non solo sotto elezioni) ai moltissimi cittadini che hanno votato Lega e Berlusconi, senza la capacità di comprendere l’attuale frammentazione sociale e gli interessi dei soggetti che la compongono, senza tenere barra a dritta su etica e valori, coniugare il ‘piccolo’ con il ‘grande’, il ‘locale’ ai ‘grandi temi’, senza il recupero della passata funzione pedagogica, senza conoscenza e fatica e radicamento territoriale la sinistra è morta e sepolta. Con buona pace dell’«orgoglio comunista».

Globale, europeo e locale

5 giugno 2009
É tempo di agire
da Pavia, Franco Osculati*

Sinistra e libertà e Sinistra democratica, l’una per le europee, l’altra per le comunali. Perché queste liste? Semplicemente perché vogliamo riprendere il discorso del socialismo europeo: pacatamente, ma senza equivoci.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto che la crisi economica di questi ultimi mesi è per il fondamentalismo liberista quello che fu il crollo del muro di Berlino per il comunismo. In effetti assistiamo ad avvenimenti che dovrebbero aprire gli occhi a molti. Avidità e eccessiva disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e dei patrimoni sono alla base della crisi. Quando, su entrambe le sponde dell’Atlantico, la sinistra – insieme a sindacati forti e mediante un giudizioso intervento dello Stato – si opponeva a viso aperto a tali disvalori, le cose andavano meglio per tutti. Cresceva l’economia e cresceva in particolare il ceto medio. Un operaio o un impiegato, con un solo stipendio, offriva un’esistenza dignitosa all’intera famiglia. Oggi, senza almeno due stipendi, come tirare avanti? E i ragazzi, anche laureati, che sono “somministrati” (lavoro interinale) tra i vari impieghi per poche centinaia di euro, e di tre mesi in tre mesi? E‘ facile anche raffigurarsi, in questo contesto, le condizioni delle lavoratrici, specialmente se madri.
E’ tempo di agire. Solo dal lavoro e solo dalla produzione nasce il benessere duraturo. Non dalle alchimie finanziarie. E allora tassiamo le rendite, i profitti eccessivi, i redditi immeritati e smisurati. Giorni fa l’onorevole Matteo Colaninno (Pd) ha dichiarato che non si può elevare la pressione fiscale sui ricchi fin tanto che non sarà vinta la battaglia contro l’evasione. Caro Colaninno c’è del vero in quanto Lei dice, ma si immagini quanto possa essere maggiormente utile battere l’evasione per dare spazio ad una ridotta imposizione sui redditi da 20 o da 30.000 euro.
Se è scontato che determinate politiche fiscali e sociali sono possibili solo a livello europeo, localmente è anche necessario assicurare buoni servizi alle famiglie. Anche per loro mezzo si riconosce il valore fondante, per l’economia e la società, del lavoro. A Strasburgo o a Pavia lo scopo è lo stesso.
In città si registrano aspetti di incuria che sconcertano. Per esempio, in troppe aree la fa stabilmente da padrone lo sporco. Spetta anche ai cittadini tenere pulito, ma l’Asm non funziona, o non funziona bene. Non ha giovato la cura costituita dalla duplicazione di cariche, presidente e amministratore delegato, e dalla moltiplicazione di società partecipate, ciascuna con presidente, consiglio di amministrazione e altra struttura fine a se stessa.

Nessuno sa dire quando usciremo dalla crisi, crisi che è dannatamente seria: il Pil regredisce al passo del 6% e il debito pubblico progredisce in misura del 15%. Si accumulano costi ingenti che non potranno essere addossati, ancora una volta, soltanto su chi lavora e su chi ha poco. Dalla crisi usciremo soltanto puntando sull’ambiente. Se non cambiamo registro la prossima bolla a scoppiare sarà quella ambientale, di tutte la più distruttiva. Barack Obama stesso sembra volerci dire che dopo il vapore, l’elettricità, il motore a scoppio e internet ci potrà essere un solo avanzamento tecnologico epocale, la salvaguardia dell’ambiente. In questo senso si sentiamo ferventi “obamiani”. La tutela dell’ambiente richiede di operare a diversi livelli, globali, europei e locali. Conseguentemente, tra le varie candidature a sindaco, preferiamo appoggiare quella del professor Ferloni. Per preparazione specifica e per credibilità personale, Paolo è senz’altro il candidato più attrezzato per guidare Pavia in futuro. Saranno anni difficili ma dovranno sfociare in una trasformazione radicale.

*Ordinario di Scienza delle Finanze (Facoltà di Scienze Politiche) Dipartimento di Economia Pubblica e Territoriale Università di Pavia

La teoria degli insiemi e la Casa del Popolo

4 giugno 2009
Lettera aperta a Irene Campari e Pablo Genova
da Pavia, Armando Barone

Se ci figurassimo il Circolo Pasolini, la sinistra anticapitalista e Insieme per Pavia come tre insiemi di persone e idee per la città, quante e quali sarebbero le intersezioni di questi tre insiemi? Lavoro, Case Popolari, cultura dell’antirazzismo. Pace. Sostegno alle fasce deboli. Ambiente. Merci a km zero. Niente cemento, niente ipermercati. Divertimento giovanile. Cultura e musei. L’acqua come bene pubblico.
Leggo i programmi di Prc e Pdci, gli articoli di Irene. Poi rileggo il nostro, e mi accorgo che stiamo parlando lo stesso linguaggio. Tre lingue che la babele elettorale distingue e separa, fedele alle rispettive originalità, eppure così familiari l’una all’altra, così contigue, come lingue che si contaminano a forza di prestiti nella piccola Europa.
Lunedì sorrideremo e ci incazzeremo con in mano le stampe del sito della Prefettura, ma guardando un po’ più in là, a quello che verrà poi, viene il dubbio: non è che, senza accorgercene, stiamo costruendo quel blocco a sinistra, aperto e plurale, di cui da anni si cercano le tracce? Non sarebbe un esperimento interessante, dopo le Elezioni, provare a lavorare sulle nostre intersezioni?
Tempo fa mi trovai a discutere via blog con Paolo Ferrero di sedi ‘attive’. Ossia: utilizzare sedi e circoli di partito con ruoli di servizio, ricostruendo il rapporto con il territorio. Come avere una casa del popolo in ogni città o magari in ogni quartiere, con assistenza legale gratuita o a rimborso spese, accoglienza immigrati, ufficio coordinamento dei csv, sportello gas e km zero. E una potente opera di contro informazione e libera cultura.
Fare politica in questo modo non sarebbe più utile, lungimirante, persino più gratificante?
Paolo Ferloni, nell’ intervista ‘embedded’ che abbiamo pubblicato di recente sul nostro blog, ha invocato l’abolizione delle etichette. Diceva: occorre sapere chi siamo, e cosa non siamo. Nel suo profilo mi ci sono riconosciuto. E per uno come me, che si è sempre riconosciuto nell’idea comunista ancora da costruire, figlia e nipote della Resistenza, interessata alla decrescita, viva nell’eco di Puerto Alegre, non è parso neanche innaturale.
Due partiti uniti in un processo di rinnovamento, il circolo politico e culturale, la lista civica di sinistra: se le rispettive storie possono dividere, l’agire politico può unire. E dove c’è agire politico, c’è rappresentanza. Democrazia, come si usa dire, ‘dal basso’.
Posso anche sbagliarmi, ma c’è un futuro, qui, da qualche parte.
Interessa?

«Ci dovete rispettare attraverso le cose che fate»

2 giugno 2009
Reportage dai margini della città
da Pavia, Paolo Ferloni

In sella alla mia bicicletta raggiungo la periferia nord ovest di Pavia. Decido di arrivarci partendo dal centro così, strada facendo, posso osservare e paragonare tra di loro tutte le soluzioni urbanistiche più o meno intelligenti che sono state adottate a Pavia nel corso degli anni.
La mia pedalata termina nel cortile di una casa popolare, e lì vedo un gruppo di inquilini e amici degli inquilini che stanno rimettendo a nuovo una cancellata alla cui manutenzione, evidentemente, l’ente pubblico non ha mai provveduto. Dal cortile, varco la soglia di un portone che m’immette in un androne semibuio. Salgo a piedi tre rampe di scale e suono alla porta di un appartamento abitato da una coppia di pensionati di circa 70 anni che vivono in questo caseggiato che è senza ascensore.
Il signore che mi invita ad entrare è visibilmente emozionato. Ma lo sono anch’io, perché in quel preciso istante temo che la mia visita possa essere interpretata come una sfacciata violazione di uno spazio privato, per “biechi” fini elettorali. So che non è così, e che non è mia intenzione invadere la privacy di nessuno, ma la persona che ho davanti che cosa penserà?
Il signor Antonio mi fa accomodare. Poco dopo arriva anche la moglie che ha in braccio il piccolo Francesco. Il rito del caffè si compie nel salottino. Il ghiaccio è rotto. Sto vivendo un incontro elettorale a ruoli rovesciati perché i miei interlocutori questa volta “parlano” ed io, col piattino e la tazzina del caffè tra le mani, “ascolto”.
La signora, anziché dirmi che tanto non cambierà nulla, che i politici sono tutti uguali e che anch’io sono come tutti gli altri, mi mette davanti alle mie responsabilità di candidato sindaco. E lo fa con l’atteggiamento di chi vuole riaffermare perentoriamente un binomio, degno delle migliori tradizioni democratiche: «Io, cittadina! Tu, candidato sindaco!» Così, alla pari. Senza contrapposizioni, ma nel reciproco rispetto dei ruoli.
«Noi cittadini non vogliamo essere trattati da fessi, e voi amministratori ci dovete rispettare attraverso le cose che fate».
E per meglio sottolineare il concetto, lo ripete: «…ci dovete rispettare attraverso le cose che fate».
Bevo l’ultimo goccio di caffè. E la signora formula un desiderio.
«Mi piacerebbe incontrare per strada gli ultimi tre o quattro sindaci e dire loro una cosa molto semplice. Visto che siete stati “i primi cittadini di Pavia” (il tono è ironico), adesso guardatevi attorno! Fate una passeggiata fra i cassonetti, ammirate lo schifo e le mini discariche a cielo aperto, contate i chilometri che da casa mia devo fare per andare in farmacia, dal fruttivendolo, dal fornaio, visitate le case popolari del Crosione. Entrateci e stupitevi, se ne siete capaci».
Squilla il telefono e la signora risponde. Il figlio le dice che è in ritardo e che fra un’ora verrà a riprendersi il piccolo Francesco: il nipotino al quale i nonni fanno da baby sitter mentre papà e mamma sono a lavorare.
La telefonata offre ad Antonio lo spunto per parlare degli asili nido: «Quelli privati costano troppo e quelli pubblici sono pochi. Dicono che non hanno i soldi per costruirli, ma i soldi per costruire una piscina… che poi non hanno costruito, li hanno trovati».
Antonio si riferisce ai 730.000 euro pagati dal contribuente al costruttore, a titolo di risarcimento per la mancata costruzione della piscina di via Acerbi.
La signora mi guarda e mi chiede: «Ha capito, Ferloni che cosa intendiamo?»
«Sì, ho capito», rispondo senza aggiungere altro.
La visita volge al termine. Dopo i saluti, accarezzo la testina del piccolo Francesco, e tolgo il disturbo. Mentre scendo le scale sento ancora il gusto di quello straordinario caffè che ho bevuto in un istruttivo e sincero salotto di periferia.

Lettera a un giovane candidato sulla verità

14 Maggio 2009
Le mancate risposte di Alessandro Cattaneo, candidato sindaco per il centro-destra
da Pavia, Giovanni Giovannetti

Caro Alessandro, hai 29 anni come il mio figlio maggiore, ed è forse per la giovane età che ogni tanto provo per te sincera simpatia e un istintivo senso di protezione. È capitato quando, nei primi giorni di questa lunga campagna elettorale, qualcuno disse che eri un candidato sindaco «senza classe e carisma», destinato a rimanere tale. Privo di carisma? Chi può dirlo ora? Forse qualche esperto in eugenetica, gli stessi che specularmente sarebbero portati a sostenere che i Rom sono antropologicamente tutti ladri e tutti malfattori, un fenomeno alieno come lo stesso Cattaneo o i ‘diversi’ da noi, da combattere, da temere e da infamare. Allora ti ho difeso, così come – negli anni scorsi – ho difeso il diritto alla scuola dei bambini Rom e il comandante dei vigili Gianluca Giurato, entrambi infamati dai maggiorenti della passata amministrazione, tanto incline a occultare (se non a favorire) l’illegalità istituzionale, quanto solidale nel negare verità e diritti fondamentali.
Verità… su questo blog, Roberta Salardi e Luisa Voltán hanno raccontato i loro ‘oggetti smarriti‘, una bandiera rossa, una panchina… io ci aggiungo il sentimento di verità. Bisognerebbe chiedersi dove siano finiti la verità e i sogni. Bisognerebbe chiedersi se sia ancora possibile non separare il pensiero dall’azione, nonostante tutto.
La politica miope accattona e codarda; la politica che coltiva le rendite elettorali della paura, dell’esclusione e dell’odio; la politica che criminalizza i poveri invece delle povertà; la politica che favorisce il business delle mafie, lo spreco delle risorse e le speculazioni immobiliari; la politica che non si è opposta alla trasfusione del razzismo e della xenofobia nelle vene del senso comune, gettando invece benzina sul fuoco dell’intolleranza; questa politica, che non distingue tra guardie e ladri, sta rubando il futuro a noi e ai nostri figli. E allora si dovrebbe tornare a sognare e a coltivare i semi dell’utopia della verità (e chissà perché la verità appare adesso così utopica).
Caro Alessandro ti scrivo perché l’altra sera, nel corso dell’incontro con gli abitanti del quartiere Vallone, ti ho visto scivolare sopra una buccia di banana (avrei volentieri scritto «ti ho visto pestare una merda», ma non si può).
Prima hai decantato l’agricoltura come il vitale – se non l’unico – motore dell’economia territoriale, poi ti sei schierato a favore dell’ecomostro autostradale Broni-Mortara, che dell’agricoltura lomellina rappresenterà la pietra tombale, perché consumerà 8 milioni e mezzo di metriquadri (!) di territorio vergine; perché impedirà ogni coltura biologica lungo tutto il suo percorso, e perché sposterà il baricentro territoriale su logistica e trasporti – settori dallo scarso profilo occupazionale – proprio a danno dell’economia agricola.
Per collegare al meglio Oltrepo e Lomellina basterebbero una rete viaria più fluida dell’attuale, il raddoppio della linea ferroviaria Pavia-Mortara e piccoli accorgimenti come, ad esempio, alcune circonvallazioni e il raddoppio del ponte sul Po a Bressana: una strada gratuita e dal modesto impatto. Invece tu, Abelli e Formigoni ci volete ammorbare con un ecomostro da 1.064.000 (milioni!) di euro che porterà i gas di scarico di 40.000 autoarticolati ogni giorno direttamente dentro ai nostri polmoni. Un serpente d’asfalto che saremo noi alla fine a pagare: sono i costi del pedaggio di 0,148 euro a chilometro – tre volte le tariffe ora in vigore – e i costi ben più onerosi e gravosi sulla salute dei cittadini.
Fare disastri a danno delle generazioni a venire sembra il trend del momento.
In Italia, in soli 15 anni il trasversale ‘partito del mattone’ ha urbanizzato 3.663.000 ettari di suolo – nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!) – il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni ahinoi governate dal centrosinistra, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato come risorsa ma come intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.
In un rapporto di Italia Nostra leggiamo che nella provincia di Pavia in quarant’anni sono stati urbanizzati 13.085 ettari, equivalenti a 196.000 pertiche milanesi di terra agricola e forestale. Nell’arco di cinquant’anni lo spazio occupato da abitati e case è quasi raddoppiato, passando dal 3,4 per cento al 7,8 per cento del territorio. Nell’arco di poco meno di un cinquantennio le aree urbanizzate hanno invaso una superficie equivalente a 19.000 campi di calcio. Una velocità e una percentuale (- 9,3 per cento) superiore a quella che – negli ultimi 40 anni – ha riguardato le altre due province a vocazione agricola della bassa Lombardia (Cremona – 8,1 e Mantova – 8,9). Il fenomeno ha interessato principalmente i terreni agricoli della pianura, tra i più fertili del mondo, una risorsa ambientale, paesaggistica ed economica di valore strategico.
Insediamenti di ogni tipo invadono le aree agricole, mentre imponenti aree industriali dismesse giacciono inutilizzate e abbandonate al degrado. Ad alimentare il consumo di suolo, hanno scritto Roberto Camerini e Paolo Ferloni «è una impostazione culturale figlia di un modello di sviluppo che ignora i limiti fisici dell’ambiente».
In risposta alla stagnazione e alla recessione economica si annunciano progetti di scarso contenuto sotto il profilo occupazionale, ma di notevole impatto negativo sul territorio (termocombustori, centrali elettriche, aree logistiche, ecc.) proprio mentre chiude lo zuccherificio di Casei Gerola.
Caro Alessandro, la politica deve tornare a parlare il linguaggio della verità. Senza se e senza ma. Riflettici.

“il miglior fabbro”

27 marzo 2009

Vorremmo provare a fare qualcosa di buono per la nostra città, Insieme per Pavia e insieme al nostro candidato sindaco Paolo Ferloni . Insieme per Pavia è un sostanziale avanzamento dell’esperienza politica del Cantiere che, in Consiglio comunale, per molto tempo ha condotto in solitudine un’opposizione severa e documentata, portando i problemi reali alla conoscenza dei cittadini. Insieme per Pavia raccoglie persone per bene e capaci: uomini e donne, giovani e meno giovani che hanno a cuore gli interessi di questa nostra città, che oggi richiede un lavoro intenso di ricostruzione sia civile che politica.

(more…)

Gli affari loro 1

20 marzo 2009
Da Albergati a Capitelli ad Albergati
da Pavia, Giovanni Giovannetti

Piera Capitelli? Di lei non si parla più. Forse perché è stata il peggior sindaco della recente storia pavese e forse di sempre, ma la sua croce andrebbe fatta portare anche da alcuni dei suoi apostoli (dirigenti del Comune e del suo partito), quelli che ora negano persino di conoscerla.
Tutti meno uno: il nostro eroico Simone da Cirene è Andrea Albergati, il candidato sindaco, l’usato sicuro in dote al Partito democratico. Se amate il cabaret non perdete il godibilissimo video di Albergati su Facebook e su You Tube, nel quale l’ex sindaco neo-candidato dichiara che «è necessario completare un lavoro che arriva da lontano» e che bisogna dare «un segnale di continuità». Quale lavoro resta ancora «da completare»? Dopo nove anni con Albergati sindaco più quattro con Capitelli Pavia è stabilmente ai vertici in più d’una classifica nazionale: siamo primi nell’abusivismo edilizio, primi nella cementificazione del territorio, primi nelle classifiche del gioco d’azzardo, primi per numero di sportelli bancari in rapporto agli abitanti… A giudizio dell’antimafia, questi sono inequivocabili segnali della penetrazione mafiosa in città e secondo il Procuratore distrettuale antimafia Ferdinando Pomarici «le mafie sono ormai radicate a Pavia e in provincia, operano negli appalti, nella ristorazione, nel piccolo e nel grande commercio». Non è dunque per caso se il Rapporto 2003 della Commissione antimafia rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del ‘pizzo’ ma quella del videopoker» (pag. 382). Se aggiungiamo le industrie che hanno chiuso e l’esercito dei 12.000 pendolari il quadro si completa da solo.
Ripeto: quale lavoro è ancora «da completare»? Forse qualche imperfetto accordo sottobanco con Giancarlo Abelli, oppure con l’altrettanto  trasversale ‘partito del cemento’ e degli affari visto all’opera nell’iperspeculazione Carrefour, alla Marelli e alla Snia. O forse la svendita a prezzi di realizzo dell’Asm, ormai alla canna del gas e da commissariare. Guarda caso, l’attuale  presidente Asm si chiama Andrea Albergati. Guarda caso, prima di lui era presidente Daniele Bosone. I due sono come Stanlio e Ollio o – se preferite – come Bonnie e Clyde: inseparabili.
Allora facciamo un passo indietro, a partire dalla prima storica edizione del Festival dei Saperi (2006), e raccontiamo la vera via Crucis: quella dei pavesi, con Albergati, Capitelli, Portolan e i loro comprimari e lacché nella parte dei legionari che li hanno accompagnati al Golgota. Non resta che sperare nella resurrezione.

Prima stazione. Festival dei Saperi

A Torino il presidente del Grinzane Cavour Giuliano Soria è finito in carcere per aver usato «soldi pubblici per fini privati»; a Pavia la campagna elettorale 2005 di Piera Capitelli l’hanno pagata i contribuenti e la locale Procura nemmeno indaga.

Si è scoperto che una parte del pubblico denaro speso per il Festival (oltre un milione di euro per cinque giorni di conferenze: quattro volte più del necessario) è andato a ingrossare le tasche di alcune aziende d’area, di amici di amici e di Stefano Francesca,  un ‘funzionario’ del Pd genovese mandato a far pratica a Pavia.  Sono gli stessi ‘amici’ che un anno prima avevano suggerito idee e lavorato ‘gratuitamente’ e nell’ombra alla privatissima campagna elettorale di Capitelli. Una volta eletta, il neosindaco ha saldato i sospesi, usando i soldi dei contribuenti: una parte rilevante del pubblico denaro, ufficialmente e impunemente speso per la prima edizione del Festival. Scampato alla Procura pavese (nonostante le delibere manipolate, i travasi di denaro, le rendicontazioni lacunose, ecc.) nel maggio 2008 quel funzionario genovese viene arrestato a Genova con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione ed alla turbativa d’asta: la Wam&Co di Francesca – vista all’opera anche a Pavia – avrebbe emesso fatture fittizie per coprire tangenti.

I nomi delle ditte coinvolte sono a disposizione della Magistratura, che una buona idea già se la sarebbe potuta fare aprendo Fuochi sulla città (Effigie, 2007) – il libro-inchiesta sulla malagestione del Festival – e indagando su certe tipografie genovesi, certi creativi milanesi, certi call-centre molisani elencati nel libro. A Pavia le indagini non sono state fatte; il libro non è stato aperto. Fuochi sulla città è citato nell’ordinanza di rinvio a giudizio del Gip di Genova.

Seconda stazione. I traffici dell’ufficio Traffico

Cultura mafiosa e cultura politica: stesso linguaggio? «Io parlo per messaggi». La frase non è stata pronunciata dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, bensì dal sindaco di Pavia Capitelli. La rivolge a Vito Sabato, funzionario presso il Comando della polizia locale, durante un colloquio del marzo 2006, al quale prende parte anche il direttore generale del Comune Giampaolo Borella.
Il 23 febbraio 2006, Sabato aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Denunciava alcune gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale («dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento); denunciava anche lavori fatturati e «in gran parte mai realizzati». Un meccanismo in voga da anni, afferma Sabato: una «continuità di reato» con ditte «in affari con Capone» (Antonio Capone, l’ex responsabile dell’ufficio Mobilità e Traffico), sempre le stesse, che a turno ottenevano l’appalto anche se ai lavori provvedeva (quando provvedeva) la Biesse di Cura Carpignano. La ditta appaltatrice tratteneva per sé una parte del compenso, senza muovere un alluce. Gli illeciti commessi sarebbero gravissimi: violenza privata, diffamazione, falso ideologico, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, violazione delle norme che regolano gli appalti, peculato, frode nelle pubbliche forniture, corruzione, occultamento e distruzione di atti pubblici.
In un secondo esposto alla Procura, il 23 febbraio 2007 Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore alla Mobilità e alla Polizia locale (Portolan «si spinse fino al punto di incaricare della progettazione di opere di segnaletica stradale – per un importo complessivo di 220.000 euro – finanche un dottore commercialista […] Il comandante dei vigili Gianluca Giurato ricevette in quella circostanza pressioni, che vennero definite ‘indirizzi politici’ da parte dell’assessore»); e chiama in causa anche il direttore generale Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate essere vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al Segretario generale del Comune, Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che il dott. Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».
«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve… » Parole inquietanti. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione risparmia ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio… » Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico. Le pressioni del sindaco si aggiungono così alla lunga serie di «intimidazioni e abusi», minacce di ritorsione e di licenziamento che Sabato e Giurato stanno già subendo, da mesi. Portolan ha ottenuto la revoca dal servizio Mobilità per Giurato, e per Sabato l’esilio in uno sperduto loculo dell’ufficio Anagrafe, senza telefono né computer.

Terza stazione. Semafori rossi

Nel dicembre 2007 Domenico Pingitore (uomo di Portolan, indagato per usura e per calunnia) accusa il capo dei vigili di aver manipolato il concorso per 5 posti nella Polizia municipale; è una sòla, ma il sindaco prende la palla al balzo e il 26 febbraio 2008 sospende Giurato. In un’intervista al quotidiano locale, il sindaco parla di «gravi e incomprensibili leggerezze e superficialità in alcune scelte da lui prese». Tra i motivi della sospensione si cita l’opposizione di Giurato all’introduzione in città dei semafori T-Red (di cui la Ci.Ti.Esse di Rovellasca detiene l’esclusiva) commercializzati dalla Scae di Segrate. Qualche mese dopo il giudice Ferrari reintegra Giurato nel ruolo di Comandante della Polizia locale. Della denuncia di Pingitore viene intanto chiesta l’archiviazione, sbugiardando chi aveva interesse a infamare o incastrare il capo dei vigili.
Giovedì 18 settembre la Guardia di Finanza arresta Raoul Cairoli, amministratore unico della Ci.Ti.Esse, e mette agli arresti domiciliari Giuseppe Astorri, il direttore commerciale della Scae. Pesante l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Alcune società, guidate da Ci.Ti.Esse, si sarebbero accordate per pilotare le gare d’appalto «in collusione tra loro e con i pubblici ufficiali».
Sotto inchiesta è un sistema che l’Unione Consumatori ha definito «la truffa del secolo». I dati sono impressionanti: negli ultimi cinquant’anni, le multe per i divieti di sosta, di fermata e per il superamento del limite di velocità sono aumentate del 6.870 (!) per cento. Un business per le amministrazioni vampire, che in questo modo fanno cassa, come ha denunciato Enrico Gelpi, presidente dell’ACI.
Il sistema T-Red si è rivelato la punta avanzata della frode a danno degli automobilisti. Secondo il Giudice milanese per le Indagini Preliminari Andrea Ghinetti, le ditte installatrici taravano gli impianti in modo da favorire le infrazioni, in accordo con funzionari compiacenti. Nel 2006 e limitatamente ai casi in esame, si è avuto un giro d’affari di oltre 10 milioni di euro. Buona parte di questi apparecchi erano dati in noleggio ai Comuni, che incassavano i due terzi degli introiti. Il resto andava al fornitore il quale, molto spesso, si dimostrava generoso con i funzionari e con gli assessori più zelanti.
Guarda caso: il T-Red è il sistema al quale si era opposto il capo dei vigili, quel Giurato sollevato dall’incarico per avere escluso dalla gara d’appalto la chiacchierata Ci.Ti.Esse.
Guarda caso: proprio su questo fronte si incrina il rapporto tra il capo dei vigili e l’assessore Portolan.
Guarda Caso: Ci.Ti.Esse e Scae hanno trovato buona accoglienza a Belgioioso, dove è sindaco Fabio Zucca, compagno di partito di Portolan e suo predecessore all’assessorato pavese alla Mobilità, feudo dello Sdi.
Guarda Caso: Antonio Capone, rinviato a giudizio a Pavia per i traffici all’Ufficio Traffico, è stato consulente del comune di Belgioioso.
Guarda caso: nell’elencare i motivi della sospensione, il 26 febbraio 2008 il sindaco Piera Capitelli cita le lamentele di Cairoli e della Ci.Ti.Esse, allora messo da parte e ora inquisito, per accusare Giurato di aver esposto l’amministrazione alle loro «minacciate azioni giudiziarie». 
L’altra ditta sotto inchiesta, la Scae, si era aggiudicata una gara per la realizzazione della segnaletica stradale, ma non ha mai eseguito i lavori: non era in grado di farlo. la Scae avrebbe esibito false credenziali.
Con quali documenti la ditta di Segrate si è aggiudicata l’appalto? Le risposte arriveranno dalla Procura pavese, se indagherà attraverso quali oscuri canali alcune aziende possono ottenere certificazioni taroccate, vergate da compiacenti funzionari comunali. Intervenga allora anche il ministro Brunetta, perché sono dipendenti pubblici nel libro paga della pubblica amministrazione, e ahinoi anche di altri.

(1- Continua)

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11 marzo 2009

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da Pavia, Giovanni Giovannetti

 

 

Come ve lo figurate il futuro sindaco della nostra città? La destra se lo immagina giovane «inesperto» e «disponibile ad essere guidato»; la pseudosinistra lo vorrebbe tale e quale ad Albergati, il presidente dell’Asm in disarmo (l’Asm ha un debito di 57 milioni di euro; più di 800 euro per ogni pavese, neonati inclusi!). Albergati è stato sindaco per due mandature, dal 1996 al 2005, le stesse nelle quali si consolida il debito delle municipalizzate e il modello trasversale di gestione del territorio per aree di influenza, che lorsignori nuovamente vorrebbero riproporre: un modello che piace molto ad alcuni partiti, forse perché i conti salati che ha lasciato li dovranno saldare i cittadini, non loro.

 

 

Venditori di fumo

 

Che “progetto” c’è dietro a tutto questo? Quello di una città dormitorio piacevole solo per alcuni, perché per gli altri non c’è lavoro. Nelle liste d’attesa comunali sono iscritte oltre 1.000 famiglie che cercano casa, perché certi affitti sono fuori della loro portata; il rapporto tra l’edilizia pubblica e quella privata in città è di 1 a 10; le periferie sono prive di servizi; al Crosione si vorrebbe edificare sull’unica zolla verde del quartiere; a Pavia ovest è annunciata la costruzione di un inutile raccordo autostradale che passerà davanti a sei scuole, un oratorio e un parco giochi, massacrando un intero quartiere di polveri sottili.

Non è tutto. Teniamo d’occhio quanto, nei prossimi anni, succederà intorno ad alcune aree industriali dismesse, come Landini, Snia, Neca e Necchi; teniamole d’occhio, perché altre aree postindustriali ce le siamo già giocate: all’area Fiat ora c’è l’ipermercato Carrefour, la più grossa speculazione immobiliare mai vista in città (favorita dalle Giunte Albergati e Capitelli), mentre l’area Marelli è stata sostanzialmente ‘regalata’ al costruttore Napolitano;  all’area Landini – una pattumiera della  deindustrializzazione –  è prevista edilizia residenziale sopra un terreno inquinato da idrocarburi e metalli pesanti, un terreno che pensavano di bonificare alla buona.

Teniamo d’occhio anche l’Asm (15 aziende e un centinaio di amministratori ben remunerati, sistemati dai partiti): le sue tariffe sono le più care della Lombardia. L’Azienda pavese dei servizi municipalizzati è l’emblema dello spreco del pubblico denaro, un costo che la città non può più permettersi di pagare.

Che cultura politica è questa? Un modello di governo omertoso e dirigista, arrogante e muscolare, che «ha distrutto le municipalizzate» ha scritto l’ex sindaco di Torino Diego Novelli «per un perverso concetto di liberalizzazione e privatizzazione, costituendo una miriade di spa»; un modello che non prevede le critiche e la trasparenza, un modello ipocrita e aziendalista, che per la collettività produce meno servizi e insieme maggiori costi (le poltrone dei mandarini). Una greppia per tutti, maggioranza e opposizione, con qualche briciola per i baciamano. Se la politica si fa piccina, senza visioni né orizzonti, ed è capace solo di difendere se stessa e i suoi privilegi (un posto nel Consiglio di amministrazione dell’Ospedale o dell’Asm può valere 40.000 euro lordi l’anno) certo continua a sopravvivere, ma uccidendo ogni reale democrazia.

Sfoglio Operai e contadini di Clemente Ferrario. Nelle fotografie del libro rivedo nitidi momenti della nostra storia e risento l’eco di parole amiche: solidarietà, fratellanza, uguaglianza, democrazia, giustizia… A pagina 155 c’è Carlo Tacconi, un operaio licenziato nel 1953 per avere criticato padron Necchi su “La Squilla”, il quindicinale delle maestranze di fabbrica. A pagina 218 è ritratto Daniele Sacchi, mio compagno di classe alle Medie, un giovane operaio licenziato insieme alla madre e a un fratello dalla Körting in chiusura, poi falegname in proprio; Daniele è morto qualche anno fa. A pagina 239 rivedo mio padre che dalla Lucchesia emigrò prima in Svizzera, poi a Pavia: gli toccò il reparto solfuri alla Snia Viscosa, poi la fonderia alla Necchi, fino al pensionamento anticipato negli anni della crisi. Compagni, amici e parenti che hanno fatto di noi quello che siamo. Cosa ci resta oggi di quella dignità e di quei valori? E ai nostri figli?  Per loro, oggi, il “lavoro” è un’altra cosa: pendolarismo, attività precaria o “a termine” nei call centre milanesi.

 

 

Rompere i giochi

 

Per quale motivo il sindaco di Pavia deve essere indicato dai comitati d’affari che siamo soliti chiamare partiti politici, abitati da cacciatori di poltrone e di affarucci, imbonitori che ignorano il bene comune? Dove sta scritto che non si possa praticare una terza via, quella di un sindaco competente, onesto, visionario, radicato e vincente, tanto lontano dai partiti quanto vicino ai bisogni dei cittadini?

 

Competente. Vorrei che il sindaco della mia città fosse in grado di affrontare senza intermediari i punti chiave del nostro futuro: che sapesse di cosa si parla quando si parla del Polo tecnologico (quello di Cambridge ha portato 2400 nuovi posti di lavoro); che favorisse la collocazione a Pavia di aziende che fanno ricerca e producono beni, al fine di creare alcune centinaia e forse migliaia di posti di lavoro; che offrisse ai 12.000 pendolari e ai loro figli opportunità sottocasa; che ponesse un freno al debito dell’Asm; che si circondasse di consiglieri capaci, persone disposte a dare e non solo a ricevere; che ascoltasse la voce dei cittadini e che favorisse la loro partecipazione alla gestione del bene comune; che sapesse far fruttare al meglio le risorse ambientali e territoriali e le locali potenzialità umane; che avesse cura della salute dei suoi datori di lavoro, e cioè di noi cittadini; che inaugurasse un vero dialogo con l’Università; che conoscesse la macchina comunale; che mettesse i dipendenti comunali nella condizione di lavorare al meglio delle loro capacità, senza essere perseguitati, ecc.

Insomma, un sindaco che inaugurasse un ribaltamento di prospettiva, che coltivasse l’ideale dello sviluppo compatibile e che non facesse pagare ai suoi concittadini e alle generazioni a venire i costi della cementificazione, tanto benvista dagli speculatori e dagli affaristi quanto lontana da una idea di città con più lavoro e più qualità della vita.

Una città più pulita, dove fosse possibile fare tardi la sera; una città più europea e vivace, dove in certe zone del centro e dei quartieri fosse possibile tirar tardi, in agorà che non fossero i tristi ghetti dell’iperspeculazione commerciale; una città più sicura, che desse lavoro e servizi, e una rete di protezione civica per i più deboli; una città che vedesse rifiorire il commercio di vicinato, linfa vitale dei quartieri, e nella quale le periferie fossero una parte importante del tessuto urbano e non – al contrario – desolate appendici incolori e insapori di un centro storico senza più cinema e senza più vita.

 

Onesto. Un sindaco che non fosse tenuto a rendere conto al trasversale partito degli affari, lo stesso partito che ha lasciato che le mafie edificassero e riciclassero il denaro sporco, facendo di Pavia non la capitale delle “eccellenze” e dei “saperi” ma la capitale delle Slot Machine (una ogni 55 abitanti, più del triplo della media nazionale), del videopoker e delle costruzioni abusive (in Italia siamo primi assoluti). Per anni, ben prima dell’amministrazione Capitelli i partiti tradizionali si sono spartiti il territorio come se fosse un bottino, in affari con i grossi gruppi commerciali e immobiliari, incuranti del calo occupazionale per la chiusura delle fabbriche e dei piccoli negozi (per ogni posto di lavoro acquisito in un iper se ne perdono cinque nei negozi di vicinato), incuranti della qualità della vita che va peggiorando, soprattutto per la popolazione anziana. Vorrei un sindaco onesto, che provasse a stimolare la voglia di riscatto e l’orgoglio dei pavesi.

 

Visionario. Un sindaco concreto, generoso, autorevole, che sapesse investire sulla qualità della vita (lavoro, servizi, cultura) non solo sfruttando al meglio le risorse che abbiamo, ma anche movimentandole con le idee; un sindaco che sapesse contrastare le trame politico-mafiose che – passo dopo passo e nell’ombra –hanno devastato la città, azzerato l’occupazione industriale, tolto prospettive a migliaia di famiglie, emarginando disoccupati, giovani e anziani, e reso Pavia la città più depressa della Lombardia. Un sindaco capace di collegare la realtà locale ai grandi temi, entro scenari e obbiettivi realisticamente perseguibili. Un sindaco che si imponesse su chi vuole speculare sul cambio di destinazione d’uso dei terreni o spostare risorse dalle attività produttive alla speculazione finanziaria, in particolare quella immobiliare, il ventre molle della città.

 

Radicato. Un sindaco che conoscesse bene la città e il suo territorio; un sindaco autonomo dai “poteri forti”, autorevole e vincente. Un sindaco di tutti.

Ci piace questo candidato? Allora votiamolo.

 

Soldatini

9 marzo 2009
Ripropongo su “Direfarebaciare” il post e i relativi commenti apparsi sul blog del Circolo Pasolini di Pavia dedicato alla convention grillesca di Firenze. Dopo alcune mie repliche il blog pseudopasoliniano è stato messo in modereazione; l’ultimo intervento, il numero 16, è stato addirittura cancellato (G. G.)

Le liste di Beppe Grillo contro il «Governo illegale di nani e ballerine» «Questo esecutivo è un governo illegale, incostituzionale, eletto senza voti di preferenza. Fatto di nani, ballerine, puttanieri e ruffiani». Lo ha detto Beppe Grillo durante la convention delle liste civiche a lui ispirate in corso in un teatro fiorentino. Riferendosi ai partiti l’ attore genovese ha sottolineato: «Se ne sono andati, forse non ci sono mai stati, non si sa cosa siano. C’ è il Pdl, il Pd senza la ‘ellè… Sono tutti finiti». Durante il suo intervento Grillo ha parlato anche della crisi economica: «Dobbiamo preparaci ad una miseria a cui non siamo assolutamente abituati, ma che ci farà molto bene perché toglierà di mezzo tutti i bisogni inutili. È una grande opportunità. Siamo l’unico vero virus che attraversa la nostra Italietta scomparsa: forse perderemo oggi, ma le nostre idee sono quelle che vinceranno in futuro». L’attore genovese, ha presentato i principi della Carta di Firenze, il documento programmatico che ispirerà l’ azione politica delle «sue liste civiche»: ripubblicizzazione dell’acqua, espansione del verde urbano, contrasto all’edilizia speculativa, connettività ad internet gratuita per tutti, sviluppo delle fonti rinnovabili, politica di rifiuti zero e trasporti non inquinanti.
All’incontro ha preso parte anche Marco Travaglio. In Italia bisogna «ripartire dalla Costituzione», che «non è un ferrovecchio, ma una grande bandiera da sventolare, un testo che ci invidiano»: questa l’esortazione il giornalista ha rivolto all’assemblea delle liste civiche. Per Travaglio i «grillini» che saranno eletti nei Consigli comunali dovranno «studiare molto la Costituzione e leggere le delibere, studiarne i dettagli e trovare notizie utili per la Corte dei Conti, se c’è sperpero di denaro pubblico, o la magistratura ordinaria, se ci sono invece sconfinamenti nel penale; e spesso ce ne sono». Si dovrà invece «evitare che le liste civiche ripresentino i vizi dei partiti – ha ammonito – se non fanno da trait d’union fra i cittadini e la politica è inutile farle, perché sarebbe l’ennesima replica della Casta». Ripartire dalla Costituzione, dice Travaglio, anche perché «se uno la rilegge e la usa come un’arma contundente appena entra in un’assemblea legislativa, è come l’aglio per i vampiri: fa effetti devastanti, basta leggerne un paio di passi per seminare il panico»; il giornalista ha quindi letto alcuni articoli fra gli applausi, sottolineando ironicamente i punti che più sembrano discostarsi dalla prassi politica odierna. Travaglio ha concluso il suo intervento rileggendo «un discorso attuale, che sembra scritto stamattina», ovvero l’intervista ad Enrico Berlinguer sulla questione morale: «Se ci fate caso – ha sottolineato – nel Pantheon dei padri fondatori del Partito Democratico, Berlinguer non ce l’hanno voluto. Hanno voluto Craxi, e stanno facendo la stessa fine». (“Il Sole 24ore”, 8 marzo 2009)

Grillo lancia le liste civiche: «Governo anticostituzionale». Firenze. “I partiti sono morti. Noi siamo l’unico vero virus che attraversa la nostra Italietta scomparsa: forse perderemo oggi, ma le nostre idee sono quelle che vinceranno in futuro”. Beppe Grillo, in un teatro fiorentino affollato da oltre 2000 persone, lancia le liste civiche a lui vicine che si presenteranno in tutta Italia alle prossime elezioni amministrative. E lo fa sferrando un nuovo attacco al governo Berlusconi: “Questo esecutivo è illegale, incostituzionale, eletto senza voti di preferenza. Fatto di nani, ballerine, puttanieri e ruffiani”. Poi tocca al capo dello Stato. Contro cui Grillo torna a puntare il dito: “Se facessimo satira al contrario dovremmo dire che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è sveglio, che Berlusconi è un buon politico e Gasparri è intelligente”.
La verve dell’attore si concentra, poi, sulla crisi economica: “Dobbiamo preparaci ad una miseria a cui non siamo assolutamente abituati, ma che ci farà molto bene perché toglierà di mezzo tutti i bisogni inutili. E’ una grande opportunità”.
Il comico genovese presenta così principi della Carta di Firenze, il documento programmatico che ispirerà l’azione politica delle “sue liste civiche”: ripubblicizzazione dell’acqua, espansione del verde urbano, contrasto all’edilizia speculativa, connettività ad internet gratuita per tutti, sviluppo delle fonti rinnovabili, politica di rifiuti zero e trasporti non inquinanti. “Sono punti di buonsenso, e oggi il buonsenso è rivoluzionario”, continua Grillo.
Ma si deve pensare anche a un nuovo modello di mobilità: “L’automobile è morta”, insiste il comico. Criticando gli incentivi alla rottamazione. Nel mirino del comico genovese anche le politiche dei Comuni in tema di edilizia, oltre che il piano di liberalizzazione annunciato dal governo, esortando i futuri componenti delle liste civiche a impegnarsi, una volta eletti, nell’opporsi alla cementificazione: “Basterà che uno di voi entri in comune, e questo giochino glielo stronchiamo sul nascere”.
Le liste di Grillo sono annunciate in 13 comuni italiani, tra i quali Firenze, Bologna, Roma, Pescara, Torino, Perugia, Bergamo e Forlì. (“La Repubblica”, 8 marzo 2009)

Grillo: «Questo è un governo è illegale» Il comico lancia a Firenze le liste civiche a lui ispirate che parteciperanno alle prossime amministrative. Firenze -«Questo esecutivo è un governo illegale, incostituzionale, eletto senza voti di preferenza. Fatto di nani, ballerine, puttanieri e ruffiani». Lo ha detto Beppe Grillo durante la convention delle liste civiche a lui ispirate in corso in un teatro fiorentino. Riferendosi ai partiti l’ attore e comico genovese ha sottolineato: «Se ne sono andati, forse non ci sono mai stati, non si sa cosa siano. C’ è il Pdl, il Pd senza la “elle”… Sono tutti finiti». Durante il suo intervento Grillo ha parlato anche della crisi economica: «Dobbiamo preparaci ad una miseria a cui non siamo assolutamente abituati, ma che ci farà molto bene perché toglierà di mezzo tutti i bisogni inutili. È una grande opportunità».
Travaglio e la Costituzione – All’incontro ha preso parte anche Marco Travaglio che ha sottolineato come in Italia sia necessario «ripartire dalla Costituzione», che «non è un ferrovecchio, ma una grande bandiera da sventolare, un testo che ci invidiano». Per Travaglio i «grillini» che saranno eletti nei consigli comunali dovranno «studiare molto la Costituzione e leggere le delibere, studiarne i dettagli e trovare notizie utili per la Corte dei Conti, se c’è sperpero di denaro pubblico, o la magistratura ordinaria, se ci sono invece sconfinamenti nel penale; e spesso ce ne sono». Si dovrà invece «evitare che le liste civiche ripresentino i vizi dei partiti – ha ammonito – se non fanno da trait d’union fra i cittadini e la politica è inutile farle, perché sarebbe l’ennesima replica della Casta». (“Il Corriere”, 8 marzo 2009)

domenica, 08 marzo 2009 – alle ore 18:54 *** link al post *** commenti (16)
Commenti
#1 08 Marzo 2009 – 21:58
E’ il caso che anche Beppe Grillo studi la Costituzione. Incontrera parole come “cittadinanza” e “lavoratori”, parole legate a un’idea di nazione che nulla ha da spartire con la radice etnofobica di alcune sue recenti esternazioni.
Blogger: GGiovannetti

#2 08 Marzo 2009 – 23:44
Signor Giovannetti, vedo con piacere che anche lei segue Grillo, questo mi fa molto piacere. Ho letto e sentito l’uscita di Grillo, e sono assolutamente certo che il suo non era un discorso contro i Rom ma contro l’afflusso scriteriato e non controllato di delinquenti che lasciano il proprio paese, dove leggi e carceri, puniscono severamente la delinquenza, per trovare lidi dove le leggi non esistono o sono del tutto insufficienti a garantire la sicurezza pubblica. Questo non succede solo in Romania, ma anche in altri paesi come in Polonia,Bulgaria, Marocco. Paesei con una giurisprudenza che permette ai tutori della legge di lavorare in maniera adeguata al problema. Passeggiare per le strade di Bucarest, o Varsavia o Marrakech in piena notte è più sicuro che andare a mezzogiorno in stazione Centrale a Milano. E questo è un dato di fatto. Mi chiedo perchè non parliamo mai dei 170 mila cittadini con passaporto italiano di etnia Rom che vivono in case, lavorano e pagano regolarmente le tasse. Persone perfettamente inserite nella società italiana.Persone che con la loro cultura passata di nomadi hanno preso ciò che di meglio la cultura europea poteva offrirgli, e se la sono fatta propria, diventando per noi “autoctoni italiani” un pozzo di cultura con la loro musica, le loro tradizioni, che mai nessun cittadino civile Italiano ha messo in discussione con apostrofi razzisti. Il problema si pone quando queste persone vengono ghettizzate in campi periferici o ancora peggio in mezzo a una strada. Dove la legge del più forte la fa da padrona. I Rom e Sinti devono avere tutti i nostri diritti, come devono osservare tutti i nostri doveri. E bisogna metterli nelle condizioni di poter adempiere ai nostri/loro doveri. Ma lo Stato e le persone che fino adesso lo hanno amministrato, non sono riuscite a farlo nemmeno per gli Italiani. Se vuole posso portarle così tante realtà di cittadini Italiani che sono nelle stesse situazioni e in molti casi anche peggio dei Rom. E allora cosa vogliamo fare Signor Giovannetti? Una guerra tra poveri? Io non ci penso nemmeno. L’italiano, il rumeno, il marocchino, il messicano, il keniota, lo svedese, l’americano, il brasiliano, il cinese, per me sono la stessa identica cosa. Se invece per lei i Rom sono diversi dai Marocchini o dai Cinesi questo è affare suo. Ma questo problema non è stato certo Grillo a crearlo, e dargli del razzista mi sembra un attacco abbastanza di basso livello, come fanno i signori della vecchia politica, che invece di prendersi le proprie responsabilità, scaricano sugli altri i problemi che non hanno saputo risolvere. Spero che anche lei non si abbassi a leggere tra le righe quello che fa comodo per la SUA campagna elettorale. In fondo anche la Bibbia o il Corano , possono essere testi che si prestano a diverse interpretazioni, stà all’uomo etico e puro interpretarli nel modo corretto.
Giuseppe Parroco
utente anonimo

#3 09 Marzo 2009 – 08:53
Caro Giuseppe Parroco, bravo, diamoci del lei, e continui pure così: a pendere dalle labbra del grillo ragliante, qualunque cosa dica, qualunque cosa pretenda: da bravo soldatino obbedisca al suo lider minimo, perché il momento è di quelli in cui bisogna credere e obbedire, e magari combattere i Rom.
A proposito dei Rom, non la sapevo così ecumenico e felicemente multietico: è vero che né lei né altri grilli siete mai venuti a frinire dalle parti della Snia durante l’emergenza umanitaria dei Rom (negli stessi giorni, vi ricordo goliardescamente in piazza a giocare al tiro a segno contro l’effigie della Capitelli), ma è altrettanto vero che non ricordo una sillaba a vostra firma in difesa dei migranti, di qualunque censo o etnia essi fossero; e non ricordo nemmeno le vostre bandiere garrire al vento grondanti indignazione sotto il cielo di Lampedusa o a manifestazioni come – ad esempio – quella sì multietnica tenutasi a Milano meno di due settimane fa. Ma si capisce: forse da Genova non vi avevano informati; forse Grillo non ha dato la notizia sul blog. Grillo? Credo sia la stessa persona che, nel 2007, prima di un suo spettacolo, aveva negato la solidarietà ai Rom e ai volontari pavesi, perché l’argomento non avrebbe “incontrato i favori del pubblico”. Ho poi sentito lo stesso ligure blablanare dal suo blog di “sacri confini della Patria che la politica ha sconsacrato”, di “immigrazioni selvagge” paragonate a un “vulcano, una bomba a tempo che va disinnescata”, di “un Paese che scarica sui suoi cittadini i problemi causati da decine di migliaia di Rom della Romania che arrivano in Italia”.
“Decine di migliaia di Rom”? Ma almeno il capo genovese dei setta nani e i suoi lacché sanno di che cosa stanno parlando quando danno i numeri? I Rom immigrati in Italia dalla Romania sono circa 30mila, bambini inclusi! (e buona parte degli altri zingari sono italiani da oltre 7 secoli!). Come dire che gli adulti di etnia Rom attualmente tra noi sono circa 15mila. Tutti delinquenti? Parrebbe di sì.
Caro Parroco, continui pure a recitare il dogma e a praticare la sua fede, cosi come Fede fa con Berlusconi, in previsione di una nuova marcia su Roma, per la cameratesca difesa dei “sacri confini della patria che la politica a sconsacrato”. Confini da riconsacrare con l’acqua benedetta del golfo di Genova.
Blogger: GGiovannetti

#4 09 Marzo 2009 – 08:59
Sembra che a qualcuno interessino solo i Rom,si parla sempre di Rom.Per me e molti altri,se non stanno bene in Italia, i Rom possono andarsene da dove sono venuti, dato che nessuno, tranne uno o due , li vuole in Italia. Perchè ce li devono imporre ogni giorno con i loro articoli insensati?Basta con sti rom e con le accuse alla Polizia italiana. Siamo in Italia, non in Romania.
utente anonimo

#5 09 Marzo 2009 – 09:49
Marco Travaglio, Sonia Alfano … nani, marcia su Roma. Cosa non si farebbe per una riga in cronaca.
utente anonimo

#6 09 Marzo 2009 – 09:50
Signor Giovannetti, ognuno fa quello che può. Qualcuno senza dire nulla, altri sbandierandolo ai 4 venti.
Un vecchio monaco Tibetano diceva: Parla solo se quello che dici è più bello del tuo silenzio. Capisco che per lei questo è aramaico antico.
Giuseppe Parroco
utente anonimo

#7 09 Marzo 2009 – 09:56
GiGi sta impedendo al cantiere di far l’accordo con campari e grillo. Veltri svegliati!!!!!! S’è smarcata la campari lo puoi fare anche tu.
utente anonimo

#8 09 Marzo 2009 – 11:15
Come capita a chi mangia pane e populismo a colazione pranzo e cena, i poco informati grillini e il loro parroco locale stanno facendo di tutta l’erba un fascio littorio. Su questo non ho altro da aggiungere.
Voglio invece spendere due parole sull’accordo tra i grillini e la lista civica alla quale insieme ad altri da tempo sto lavorando.Tutti sanno che i candidati non nascono sotto i cavoli, ma sono espressione di culture compatibili (antifascismo e antirazzismo per me restano due discriminanti) e – per i piccolini – il frutto di un duro lavoro comune. Tutti sanno che una lista civica è tale se è composta da cittadini e non la somma aritmetica di componenti. Tutti sanno che io stesso ho sostenuto la candidatura di Irene Campari quale sindaco di una lista civica. Negli stessi giorni, Campari ha pubblicamente dichiarato di non essere disposta a candidarsi. Tuttavia, contemporaneamente, ha mandato i suoi “bravi” da noi a negoziare un accordo tra ‘componenti’ formulato cosi: “Cari voi, noi siamo due componenti (grillini e circolo Pasolini) voi una, ci mettiamo d’accordo e presentiamo una lista insieme. Ma sia chiaro: il candidato sindaco deve essere Irene Campari, il programma deve essere il nostro – già certificato da Beppe Grillo in persona – e i candidati devono essere scelti secondo le regole dettate da Grillo, anzi, siamo lieti di informarvi che anche il simbolo sarà quello indicato da Grillo. Del resto, noi Grillini siamo 14, la ‘componente’ circolopasliniana sono ben 2 e voi… voi siete solo un centinaio…”
Per un momento, abbiamo creduto di stare su “scherzi a parte”. La nostra risposta, chiara, è stata questa: “A essere di manica larga ci sarebbe ancora un posto in lista, alla “C”. Ve lo diciamo per il bene di Campari: come anche i ciechi sanno, se altri come voi unti dal verbo del genovese, si dovessero candidare, otterreste come unico risultato il rosso scalpo della mia consorella in tante battaglie: senza un tale lavoro di squadra, senza questo sacrificio (improbabile) da parte vostra, quasi sicuramente Irene Campari dovrà seguire il prossimo consiglio comunale seduta insieme a me tra le panche del pubblico”.
Liberi voi di giocare con i barattoli in piazza o videogiocare con facebook, ma per ottenere un risultato non bastano le intenzioni, non basta credersi gli unici a possedere la verità, quella rivelata in Liguria da uno che dice di camminare sull’acqua del golfo di Genova: occorre un radicamento locale (per taluni, ahinoi sopratutto clientelare) che voialtri nemmeno vi sognate; occorrono altresì rapporti personali consolidati e quella rete di relazioni che né io né Campari ci sogniamo di possedere, nonostante anni di lotte in comune.
Detto questo fate la vostra lista e suicidate Campari: disperderete qualche centinaio di voti, quando ne basterebbero molti meno in preferenze per spingere di nuovo Irene in consiglio comunale a fare da avamposto. Ma evitate di fantasticare su possibili alleanze alle vostre singolari condizioni. Liberi voi di fare finta di essere sani: ma a cento passi da noi.
utente anonimo

#9 09 Marzo 2009 – 11:17
manca la firma. eccola…
Blogger: GGiovannetti

#10 09 Marzo 2009 – 11:33 Completamente andato. e se tu stessi cento magbyte lontano da qui? utente anonimo

#11 09 Marzo 2009 – 11:37 Appunto: di tutta l’erba un fascio littorio…
Blogger: GGiovannetti

#12 09 Marzo 2009 – 11:41 Questo mette la merda nel ventilatore senza rendersi conto che è rivolto verso di lui.
utente anonimo

#13 09 Marzo 2009 – 11:44
GG qualsiasi cosa tocchi la distruggi, proprio non sei capace di costruire, poveri Veltri…..ma meglio così si distruggeranno e spariranno anche loro..non è una grossa perdita per la città!!!!!
utente anonimo

#14 09 Marzo 2009 – 11:47
Giovannetti sei vecchio, tu, le tue idee i Veltri, siete vecchi……
utente anonimo

#15 09 Marzo 2009 – 11:59
Come Circolo Pasolini è da tempo che abbiamo deciso di non dar seguito a questi commenti; a ciò ci atterremo anche ora. Tuttavia, il richiamo al plurale che fa il commentatore ci obbliga a rivolgerci direttamente agli esponenti del Cantiere ed in particolare a Walter Veltri – con il quale abbiamo avuto numerosi incontri ai quali il commentatore non ha mai partecipato – chiedendogli se condivide le accuse di fascismo, mafiosità, collusione, piccineria, oscurità, razzismo che il sedicente rappresentante della Costituente della loro lista sta avanzando nei nostri confronti. Lo chiediamo in virtù del lavoro svolto in Consiglio comunale, del rispetto che davamo per scontato ci fosse e dell’avversione viscerale verso le manipolazioni strumentali delle identità personali. Siamo molto dispiaciuti che il Cantiere lasci – nonostante ci sia un contatto diretto tra Meetup Circolo Pasolini e walter Veltri – a chi vuol dividere l’uso di argomenti tanto odiosi e infamanti. Non aggiungiamo altro, solo che si è ormai superata la soglia dell’inciviltà, quell’inciviltà alla quale non assimiliamo in alcun modo gli aderenti del Cantiere, per i quali abbiamo il massimo rispetto.
Circolo Pasolini Blogger: circolopasolini

#16 09 Marzo 2009 – 12:44
Grazie per aver confermato i contatti tra voi e noi (da voi gestiti come ho scritto). L’alta scuola politica del circolo pasolini sembra incapace di replicare, e cita l’abecedario capitelliano secondo il quale ogni opinione non gradita era un atto di lesa maestà. Peccato. Perché c’è stato un tempo in cui questo era un blog democratico, antifascista e antirazzista, e non la melassa attuale, incolore e insapore. Un tempo in cui Irene Campari scriveva repliche indignate come quella qui sotto a Beppe Grillo su diritti e razzismo. Altri tempi.
***
Beppe Grillo ha preso una posizione sui Rom inaccettabile. Abbiamo scritto un commento sul suo blog.
Mi sto occupando, insieme a Giovanni Giovannetti , della comunità Rom sgomberata alla ex Snia Viscosa di Pavia il 3 settembre scorso, dopo che l’amministrazione ha tenuto quelle 200 persone in uno stato di assoluto degrado, senza garanzia di alcun diritto basico. 74 bambini non hanno assolto all’obbligo scolastico, molti non erano vaccinati. Ci siamo rivolti alla Procura per la loro iscrizione, e non perchè i genitori non volevano mandarceli, ma perchè le istituzioni preposte non se ne occupavano. I Rom sono stati utilizzati per una bieca operazione immobiliare relativa al recupero dell’area dismessa dove dimoravano. Sono stati cacciati da un giorno all’altro senza alcun tipo di garanzia. A Pavia abbiamo vissuto uno tra i momenti peggiori della sua storia e tradizione del rispetto e della tolleranza. Abbiamo assistito a Pieve Porto Morone a manifestazioni dii razzismo vergognoso nei confronti di 18 cittadini Rom di cui 10 bambini, da parte di Forza Nuova, Lega Nord di Borghezio e cittadini locali. Siamo stati testimoni in diretta di lanci di mattoni che hanno sfiorato la testa di un bambino Rom. E stiamo, al di là di tutto e dell’impensabile, cercando molto laicamente di garantire loro un lavoro, una abitazione decente e la frequenza dei bambini a scuola. E’ possibile. E siamo in pochissimi a farlo. E allora perchè anche su questo civilissimo blog dobbiamo leggere le argomentazioni più retrive, più criminalizzanti, più contrarie alle dichiarazioni universali dei diritti dell’Uomo? Argomentazioni che hanno solo a che fare con “la percezione” e non con la conoscenza? Non doveva essere questo un blog che ci portava lontano dalle false paure, per riportarci a quelle vere? O mi ero sbagliata?
Irene Campari
Blogger: GGiovannetti

Vate retro Alex

6 marzo 2009

da Pavia, Giovanni Giovannetti

 

 Caro Giancarlo Abelli, a che gioco sta giocando? Sta forse provando a uccidere Alessandro Cattaneo nella culla? Vuole staccare la spina dell’incubatrice? Dire che Cattaneo è «inesperto» o – peggio ancora – uno che ha dato la sua «disponibilità a essere guidato» (“La Provincia Pavese”, 4 marzo) equivale a bollarlo come immaturo, dando corda e un robusto albero a chi già pensa di impiccarlo senza appello ai suoi 29 anni, prima ancora di vederlo alla prova; equivale a tacitare chi vorrebbe dare al vostro baby-candidato sindaco la possibilità di esibire «idee, capacità di scelte, originalità dei programmi, indipendenza politica, approccio con l’elettorato» (queste ultime sono parole di Mino Milani, riprese dalla “Provincia” di venerdì 6 marzo). (more…)

La bella addormentata

1 marzo 2009
da ze City, le proposte di Zesitian

Pavia elegge il sindaco a giugno. Ho appuntato qualche idea su un fogliaccio di word, che ho inviato prima di tutto a Elio e Walter. Ora comincio a pubblicare qui quelle note, confidando nella vostra voglia di discuterne. E se qualcun altro le leggerà, beh, sappia che voterò il candidato sindaco che più si avvicina al sindaco che vorrei qui a ze City.

Se la sinistra non si occupa di lavoro, ambiente, Bene Comune non è sinistra – Se l’amministratore non pianifica, è un impiegato a tempo e non un amministratore. Se la sua politica non ha un indirizzo preciso, se non è in grado di raccontare cosa immagina per la città e per i suoi concittadini, il suo ruolo sarà quello di ostaggio dell’una o dell’altra parte – In Politica non si promette, si propone – Se uno ha paura che il suo programma sia troppo ambizioso e la sua politica troppo schierata, vuol dire che non ha le idee chiare: è l’elettore che deve dire con il suo voto se condivide il suo progetto oppure no – Pavia è la città delle occasioni sprecate. Abbiamo tutto, teste e mezzi e, se si vuole, anche denari. Si fa fatica a credere che gli amministratori vivessero realmente come tutti gli altri, uscendo di casa per prendere i mezzi, portare i bimbi a scuola o all’asilo, fare la spesa, andare a passeggio. E dinanzi a un quadro nazionale in cui l’opposizione c’è ma non si vede e le amministrazioni locali devono reinventarsi un ruolo sociale con l’obiettivo della pura sopravvivenza della comunità che sono chiamate ad amministrare, le logiche della spartizione e spoliazione affaristica non valgono più. Le città sono fatte anche di carne e sangue e pensieri: anche Pavia, immersa nel suo imperturbabile sonno borghese, è destinata a svegliarsi.  (more…)

Condividere il sindaco

23 febbraio 2009

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da Pavia, Giovanni Giovannetti

 

 

Una proposta semplice semplice ai partiti e ai movimenti di sinistra. Quella di condividere il candidato sindaco, sia pure con liste e identità separate tra loro. La rivolgo a Italia dei valori, Comunisti italiani, Rifondazione, Cantiere, Sinistra democratica e indipendenti di sinistra, e cioè all’area che in Consiglio comunale e in città si era opposta alla politica affaristica della Giunta Capitelli, vincolata a Forza Italia da accordi sottobanco di spartizione territoriale. Una situazione che potrebbe riproporsi dopo giugno, a scranni invertiti, con il Pd a reggere il secchio e Forza Italia la cazzuola al partito del mattone e degli affari che – anche localmente – guarda con peloso interesse ad Expo2015.

La crisi del Partito democratico, la sua incapacità a mostrare segnali forti di ravvedimento e di cambiamento, nonostante i gravi errori commessi a Pavia e nel Paese, lo imporrebbe quale imperativo morale. Ma c’è di più, perché il valore aggiunto sta nei programmi, assolutamente sovrapponibili nei loro snodi fondamentali: lavoro, sicurezza sociale, difesa del territorio e dell’ambiente, riqualificazione dei quartieri, edilizia popolare, partecipazione dei cittadini alla gestione delle risorse comuni… Si può fare.

Gerontocomio

21 febbraio 2009

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Per fatto personale, e forse per amore

da Pavia, Giovanni Giovannetti



Sento strane voci gracchiare, voci che mi vedrebbero candidato alle prossime elezioni amministrative. Come ho più volte ripetuto non sarò candidato, né – dopo giugno – mi vedrete accettare incarichi o sedie in qualche ben remunerato Consiglio di amministrazione. Scrivo quello che scrivo perché vorrei che i miei numerosi figli potessero un giorno vivere in una città migliore dell’attuale, una città governata da gente onesta, meno paludata e più attenta al bene comune. Ma per ottenere risultati occorre farsi carico di qualche responsabilità e scommettere su persone nuove.

Fino a quando resteremo passivi di fronte allo scempio dei quartieri dormitorio e alla periferizzazione delle nostre vite, in una città che non offre lavoro? E, allargando lo sguardo: per quanto tempo ancora bruceremo le risorse non rinnovabili, a danno delle generazioni a venire?

Si devono modificare il nostro modo di vivere, il rapporto con la natura e il modo di pensare. Si deve reinventare la politica dal basso. Come osserva Serge Latouche, «Si potrebbe mangiare meglio, respirare meglio, godere meglio del mondo invece di sfruttarlo, vivere in città belle invece di distruggerle. Tutto questo presuppone un nuovo senso civico e una forte coscienza ecologica, insieme ad una forte solidarietà, non solo tra gli uomini, ma anche tra gli uomini e le altre specie».

Come già altre volte ho scritto, al trasversale e carsico “partito degli affari” andrà opposto un l’altrettanto trasversale “partito del bene comune” che, al linguaggio menzognero del falso progresso, del falso sviluppo, della falsa crescita sappia opporre quello della città dei cittadini e della partecipazione con al centro il lavoro, la sicurezza sociale, la difesa del territorio e dell’ambiente, la riqualificazione dei quartieri, la condivisione della gestione delle risorse comuni. Un ribaltamento di prospettiva, che opponga l’interesse dei pavesi a quello degli speculatori e alle trame politico-mafiose che, passo dopo passo e nell’ombra, hanno devastato la città, azzerato l’occupazione industriale, tolto prospettive a migliaia di famiglie, emarginando disoccupati, giovani e anziani.

Sono i motivi di fondo della lista civica alla quale alcuni di noi stanno lavorando, un progetto a cui intendo contribuire suggerendo idee. Proposte che volentieri metterò a disposizione di tutti.

 

 

Albergati tris

 

C’è chi vive nel Paese reale e chi in quello delle fate. Nel Paese reale assistiamo alle dimissioni di Walter Veltroni e al fallimento del Veltrusconismo. È crollato l’asse politico-finanziario che nella pseudosinistra voleva mescolare il capitale con il lavoro, rispolverando il modello delle corporazioni fasciste, provando così a inibire il conflitto sociale che la recessione sta rendendo sempre più acuto. Il paese delle fate è Pavia, città nella quale una intera classe politica vive scomodamente imbullonata alla cadréga, indifferente alla catastrofe. Per loro innovare è solo questione di formule, ad esempio nascondersi dentro una lista civica e fingere apertura alla società civile, quasi si vergognassero di appartenere al Partito democratico.

Tentano anche di inibire l’ascesa di persone oneste e di progetti condivisi non solo con Giancarlo Abelli di Forza Italia (o con Zunino o con Gavio o con Marazza…) e di contenuti, per sottrarre Pavia ai manolesta e ai supermen della speculazione immobiliare. Hanno sbagliato tutto, localmente e nel Paese. Ma, nonostante Veltroni, non sanno darsi torto, perché ammettere gli errori implicherebbe quantomeno il loro ritiro a vita privata. No. Per questa locale nomenklatura la politica è un mestiere che – dati i tempi – va difeso con le unghie e con i denti, costi quel che costi.

Mentre a destra avanza l’idea di un sindaco giovane (l’indicazione è di Berlusconi in persona) guardato a vista da una Giunta politica e coesa, da pseudosinistra vorrebbero opporre un cavallo di ritorno. A meno che Andrea Albergati sia solo un omonimo del sindaco predecessore di Piera Capitelli: che non seppe arginare il debito delle municipalizzate (il passivo dell’Asm è di oltre 50 milioni di euro!); che non si oppose alla nascente iperspeculazione Carrefour (che ha mosso i suoi primi decisivi passi proprio con Albergati alla guida della municipalità); che autorizzò la costruzione di garage sotterranei nel centro storico (paradigmatico il caso del parcheggio quasi sotto la chiesa romanica di San Primo, così come i propositi – poi accantonati – di un parcheggio sotto piazza San Michele); che propose una devastante strada di gronda lungo le rive del Ticino a sud della città; che tentò di affidare l’Ufficio tecnico e l’Ufficio tributario a una società esterna (tentativo fallito, operazione che avrebbe tolto al Comune le leve fiscali); che non si adoperò per impedire il fallimento della Necchi. Per tacere dello scellerato acquisto di azioni per un miliardo delle vecchie lire della Broni-Stradella S.p.a. (partecipata della molto chiacchierata Société Generale des Eaux), la società con le tariffe per acque e rifiuti tra le più alte della Lombardia e servita da una rete colabrodo, tanto che il comune di Zavattarello se ne era allontanato.

Come sempre, destra e sinistra sono “unte” nella lotta. E i cittadini? E la questione morale? E la discontinuità con le recenti ruberie? E la politica? No, grazie.

Possibile che un partito come il Pd non abbia saputo coltivare qualche giovane di talento, qualche onesta e capace alternativa al vecchio che avanza? Sì, è possibile. Ma forse qualche nome… Tempo fa quel burlone dell’ex vicesindaco Filippi aveva accennato alla “nazionale del Mezzabarba”, e cioè la replica alla luce del sole dell’asse di spartizione territoriale piddì-Forzitalia, un accordo tra i fratelli di sangue Porcari e Abelli. Ma forse Filippi si era spiegato male, forse intendeva favorire l’ascesa sugli scranni alti del Mezzabarba di una inedita formazione bipartisan under 30 o giù di lì: ventenni e trentenni come Davide Lazzari (pd) o Alessandro Cattaneo (Pdl), o Roberto Veronesi (Pd) o Jacopo Leonardelli (Pdl), insieme – perché no – alla “meglio gioventù” in emersione dal volontariato o dalla società civile: Giovanni Toscani, Francesca Vaccina, Giovanni Vitrano, Ale Cajani… Ovviamente sono fantasie, ma è lecito supporre che la “meglio gioventù” pavese non sfigurerebbe nel confronto con le gerontocrazie viste all’opera sino ad ora.