Archive for the ‘gianni barbacetto’ Category

Abelli Anthology 1

17 agosto 2009
«Le cliniche degli orrori? Il vero orrore è il sistema sanitario»
di Gianni Barbacetto

Scandali, inchieste e arresti… Eppure Gian Carlo Abelli rimane in sella. Anzi, fa carriera: assessore in Regione Lombardia, vice coordinatore nazionale di Forza Italia e infine deputato. Riproponiamo allora, uno alla volta e in ordine sparso, alcuni articoli dimenticati sulle leggendarie imprese del  temuto “faraone” della Bassa. Di lui si parla anche in questa intervista di Gianni Barbacetto a Giuseppe Santagati, il manager milanese che scoprì e denunciò lo scandalo delle ricette d'oro, e per questo fu cacciato.

«Ora tutti abbiamo visto all’opera la “clinica degli orrori”. Ma quello della Santa Rita di Milano è un caso limite: il vero orrore, ogni giorno, è il nostro sistema della sanità. È questo che poi crea le cliniche degli orrori». Il giudizio, netto e senz’appello, è di uno che se ne intende: Giuseppe Santagati, avvocato amministrativista, è da vent’anni manager della sanità a Milano. Degli scandali negli ospedali parla con cognizione di causa, perché è lui che ha scoperto la madre di tutti gli scandali. Era il 1996 e allora quelle che oggi si chiamano Asl (aziende sanitarie locali) si chiamavano Ussl (unità socio-sanitarie locali). Ebbene, Santagati era direttore generale dell’Ussl 39, Milano sud e paesoni dell’hinterland, per territorio la seconda della Lombardia. Un bel giorno di marzo, entrò trafelata nel suo ufficio una dottoressa dell’Ussl, Tiziana Zuliani: «A costo di autodenunciarmi, devo dirle che ho firmato una ricetta irregolare, ho fatto una prescrizione non legittima».
Che cosa aveva mai fatto la dottoressa Zuliani? Aveva prescritto un esame medico complesso, chiamato Spect, non rimborsabile dal servizio sanitario. Con qualche timbro in più, lo aveva fatto diventare rimborsabile. Poi si era pentita ed era corsa dal capo. Santagati capì subito che non si trattava di un fatto isolato. Aprì un’inchiesta interna. E scoprì che lo Spect e tanti altri esami erano regolarmente prescritti da molti medici, dietro pressanti sollecitazioni, e adeguati compensi, di un ras della sanità milanese, Giuseppe Poggi Longostrevi, padrone di cliniche e laboratori d’analisi. Era una truffa gigantesca: molti miliardi di lire di denaro pubblico allegramente rubati. Che cosa fece Santagati? Invece di voltarsi dall’altra parte, o di pretendere la sua parte nel banchetto, raccolse le sue carte e andò a consegnarle al procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli. Nacque così quello che fu chiamato lo “scandalo delle ricette d’oro”.
700 medici coinvolti, 175 condannati. E fine drammatica per Poggi Longostrevi che, lasciato solo da tutti, anche da quelli che avevano permesso la sua resistibile ascesa, nel settembre 2000 si tolse la vita. Non prima di aver confermato di aver dato soldi e regali a tanti, medici e funzionari. Settanta milioni anche a Giancarlo Abelli, da decenni uno dei padroni della sanità in Lombardia, contemporaneamente consulente di Longostrevi e consigliere del presidente della Regione Roberto Formigoni: «Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto. Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione», aveva spiegato Longostrevi. E poi aveva aggiunto: «Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore». Abelli, in effetti, divenne prima assessore di Formigoni e ora è addirittura parlamentare del Pdl. Processato, fu assolto da una sentenza che però puntualizza: «La consulenza, non effettiva, mascherava un versamento in denaro al politico per guadagnarne i favori».
«Sa che cosa successe invece a me?», chiede oggi Santagati. Ebbe un premio, per aver fatto risparmiare alla Regione un pacco di miliardi? «No. Fui cacciato. Sostituito al vertice della mia ex azienda (ironia della sorte o scelta calcolata?) da un mio omonimo: Santagati Giuseppe, stesso nome e stesso cognome». Santagati, quello vero, continua: «Dalle “ricette d’oro” (1997) alla “clinica degli orrori” (2008) c’è in mezzo un decennio che è stato un susseguirsi di scandali. Solo gli ultimi e solo quelli avvenuti a Milano: San Carlo, otto arresti per truffa al sistema sanitario nazionale; San Siro-San Donato, sequestrate centinaia di cartelle, modificate (secondo l’accusa) per ottenere maggiori rimborsi; San Pio X, centinaia d’interventi di chirurgia estetica praticati su malati di Aids; San Raffaele-Ville Turro, due medici arrestati per una presunta truffa presso il Centro del sonno. L’elenco potrebbe continuare. È mai possibile? È evidente che qualcosa non funziona nel sistema».
Le storie si ripetono all’infinito. Ogni volta ci sono fatture gonfiate, dichiarazioni false, piccoli interventi chirurgici fatti passare per operazioni più grosse. Oppure interventi pagati, ma mai fatti. O, ancora, eseguiti, ma del tutto inutili e a volte anzi dannosi. Cambiano i protagonisti e le tecniche, però la sostanza resta uguale: «La Regione paga, butta i nostri soldi. Come fanno a ripetere che la sanità lombarda è la migliore d’Italia? Hanno trasformato gli ospedali in un supermercato: ed è una gara a offrire le cure più costose, non importa se utili o no. Uno entra per una visita ed esce con un trapianto. L’interesse del sistema è il profitto dell’imprenditore della sanità, non la salute del paziente».
Ma la Regione non controlla? «Se a scandalo segue scandalo, è evidente che i controlli non funzionano», risponde Santagati. «Sono i fatti a dimostrarlo. Il modello lombardo, il modello Formigoni, ha trasferito ingenti risorse dagli ospedali pubblici alle cliniche private. La Regione paga, alla fine, le prestazioni di tutti. Così, nel migliore dei casi, spinge a dare sempre più prestazioni, e a scegliere quelle più costose. Nel peggiore dei casi, quando entra in scena un medico disonesto, le prestazioni saranno anche inutili, oppure dichiarate ma non eseguite».
Santagati ha proposto di sottoporre anche le aziende sanitarie all’obbligo di revisioni contabili, come le aziende private: «Almeno avrebbero revisori dei conti indipendenti e non, come oggi, di nomina politica». Ma ora sono di moda proposte che vanno nella direzione opposta. Santagati agita una pagina del Sole 24 ore: «Giuseppe Rotelli, padrone di molte cliniche private milanesi, propone che anche gli ospedali pubblici diventino società per azioni. Per aumentare la loro efficienza, dice. Ma quale efficienza, in un mercato protetto in cui, alla fine, è sempre la Regione a pagare? Diventando società per azioni, gli ospedali sfuggirebbero anche all’unico controllo che oggi funziona, quello della Corte dei conti. Ma le cose vanno avanti così. Tutti s’indignano per gli orrori e non vedono (o non vogliono vedere) il sistema che genera quegli orrori».
Strano anche il metodo di selezione dei manager della sanità. Cacciato Santagati, che aveva scoperto la truffa, restano quelli che non si accorgono di niente. Resta, per esempio, Antonio Mobilia, ora direttore generale del San Carlo, ma prima direttore dell’Asl 1 da cui dipendeva la Santa Rita degli Orrori: le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato i suoi stretti rapporti d’amicizia con il proprietario della clinica, Francesco Paolo Pipitone. Mobilia era già stato indagato, nel 1999, per sospetti favoritismi a un fornitore, ma era poi stato prosciolto.
Restano ai vertici degli ospedali lombardi perfino i manager già condannati per scandali del passato. Come Vito Corrao e Pietro Caltagirone, entrambi con sulle spalle una sentenza per falso e abuso d’ufficio nel processo che in un primo tempo aveva coinvolto anche Mobilia. Condannati, eppure entrambi premiati: Caltagirone con un posto di direttore generale all’ospedale di Lecco, nominato nel 2007 dal presidente Formigoni in barba alla legge nazionale sulla sanità che esclude
dai ruoli dirigenziali chi ha subìto sentenze di condanna. Una provvidenziale delibera della giunta regionale lombarda ha stabilito i criteri per le nomine in terra padana, dimenticando d’inserire falso e abuso d’ufficio tra i reati che impediscono di diventare direttore generale. Così anche Corrao, dopo la condanna, è stato nominato da Formigoni direttore generale del Gaetano Pini, che ha lasciato solo per passare al vertice di un ospedale privato, il San Giuseppe.
Santagati ormai non se la prende. Il suo ultimo incarico è stato quello di revisore dei conti al Niguarda, il più grande ospedale milanese, ma non lo hanno riconfermato. Ora aspetta di entrare al Gaetano Pini, ma su questo deve pronunciarsi addirittura il Consiglio di Stato.

"Il venerdì di Repubblica", 11 luglio 2008

Chi ha paura della commissione antimafia?

28 Maggio 2009
da Milano, Gianni Barbacetto

Quando, fra dieci o vent’anni, si racconterà la storia di questi strani tempi nella Milano che aspettava l’Expo, si dovrà spiegare che il consiglio comunale nel 2009 votò all’unanimità la costituzione di una commissione antimafia, poi la maggioranza ci ripensò, ne impedì il funzionamento e infine votò di nuovo, decretandone a maggioranza l’eutanasia. Questa commissione non s’ha da fare. Bocciata, lo stesso giorno in cui i giornali riportano la cronaca dell’ultimo morto ammazzato di mafia, davanti al Bar Quinto di Quarto Oggiaro.
Perché bocciata? Perché non ha poteri, è inutile – spiega il centrodestra. L’ha detto anche il prefetto. Ci sono già i magistrati e le forze di polizia: è compito loro indagare sulla mafia. Eppure c’è un precedente, anzi due: la commissione comunale antimafia presieduta dal professor Carlo Smuraglia nel 1990 fece un ottimo lavoro; la commissione sulla corruzione nel commercio presieduta dal professor Nando dalla Chiesa nel 1995 ebbe buoni risultati. Certo, magistratura e polizie fanno le indagini, mentre una commissione comunale non può avere poteri giudiziari d’inchiesta. Ma anche l’amministrazione pubblica può (anzi deve) avere un ruolo nel contrasto alle infiltrazioni mafiose: può monitorare le situazioni a rischio, può aumentare la trasparenza nelle procedure, può alzare barriere amministrative alle infiltrazioni dell’illegalità. La sola presenza di una palese, decisa e proclamata attività amministrativa antimafia darebbe coraggio ai funzionari onesti che si oppongono a procedure illegali e scoraggerebbe i deboli con la tentazione di cedere… I giudici arrivano a cose fatte, come il chirurgo che asporta l’organo malato; la politica e l’amministrazione possono (e devono) arrivare prima, prevenendo l’estendersi della malattia.
Ma la maggioranza che governa Palazzo Marino non l’ha capito, o non l’ha voluto. Forse teme che troppo parlar di mafia infanghi l’immagine della città, che deve mostrare solo il suo volto scintillante – moda, design, soldi e finanza – e tenere nascosto il suo lato oscuro, che esiste fin dai tempi di Sindona, fin dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli, fin dall’insediamento nell’hinterland delle cosche calabresi. E oggi, dice il magistrato antimafia Vincenzo Macrì, «Milano è diventata la capitale della ‘Ndrangheta».
O forse la politica teme che l’antimafia diventi un’arma politica, brandita da una parte contro l’altra. Il centrodestra a Palazzo Marino teme che il centrosinistra impugni l’antimafia come una clava contro la maggioranza? Peccato, perché le organizzazioni criminali, a Palermo come a Napoli, a Reggio Calabria come a Milano, cercano sempre rapporti con la politica, a destra o a sinistra non importa: l’illegalità è generosamente bipartisan. Non sempre lo è il contrasto all’illegalità. Eppure l’antimafia non è né di destra né di sinistra. Certo, chi è al governo, a Roma come a Milano, ha più possibilità di essere assediato e infiltrato dagli uomini delle cosche. Ma proprio per questo sarebbe stato più bello e più forte che Pdl e Lega e Udc avessero puntato con chiarezza sulla commissione antimafia: avrebbero così tutelato non solo la città, ma anche i loro stessi partiti, dai rischi futuri di indagini che – Dio non voglia – dovessero finire per sfiorare qualche loro esponente. Avrebbero isolato preventivamente eventuali “mele marce” e avrebbero potuto dire ai cittadini: vedete? noi siamo dalla parte della legalità. Così finisce invece per prevalere una difesa a oltranza della politica, anche nelle sue espressioni meno difendibili. Difesa in nome dell’appartenenza, invece che in nome della legalità condivisa.
A questo punto tocca alla città: continui il lavoro morto prima di cominciare, costituisca una commissione antimafia, non di parte, non strumentale, non contro i partiti, ma realizzata con chi ci sta della politica e della pubblica amministrazione, della cultura e dell’economia. Il meglio di Milano è già pronto a impegnarsi.

http://antimafiepavia.splinder.com/

Il golpe di Silvio. Sei tesi sulla nuova Tangentopoli

30 dicembre 2008
di Gianni Barbacetto

1. Nuova Tangentopoli? Scandalo Del Turco in Abruzzo, arresti a Napoli di quattro assessori e di un imprenditore, arresto del sindaco di Pescara, indagini a Firenze, a Potenza, a Genova, a Torino, a Milano… Scoppia di nuovo la "questione morale", e questa volta a sinistra? Ma Tangentopoli non è mai finita, quella "nuova" è semplicemente la continuazione di quella vecchia. La corruzione è endemica in questo paese, anche se resta invisibile finché qualche indagine non la impone all’attenzione dell’opinione pubblica. Anche il coinvolgimento della sinistra non è poi una gran novità, visto che già Mani pulite si occupò delle tangenti rosse del Pci-Pds di Milano, delle coop rosse, degli appalti rossi dell’Enel e dell’Alta velocità, della valigia portata a Botteghe Oscure da Raul Gardini…

2. Sempre tutto uguale, dunque? No. Oggi il sistema dei partiti è diverso da quello della Prima Repubblica. La Tangentopoli scoperta da Mani pulite ruotava attorno a partiti forti, con cassieri centrali e imprese organizzate a cartello per la spartizione sistematica degli appalti. Oggi prevale il bricolage, con imprenditori che si conquistano appalti e potere stringendo rapporti privilegiati con i signori della guerra dei partiti. A destra e a sinistra. Anche il Partito democratico, grande occasione perduta, è diventato una incerta federazione di correnti, con capibastone in competizione tra loro al centro, e cacicchi che occupano il territorio in periferia.

3. Problema morale? Certamente problema politico: i partiti – tutti ormai, di destra e di sinistra – hanno un problema di rapporti malati con il mondo degli affari, non più regolati dalla trasparenza, dal libero mercato e dalla ricerca del bene comune. I cacicchi, i signori della guerra acquistano il loro potere dal rapporto privilegiato che instaurano con gli imprenditori.

4. C‘è una vicenda recente che mostra la nuova Tangentopoli all’opera, a cui oggi possiamo guardare come a un caso esemplare: le scalate incrociate del 2005 dei Furbetti del quartierino. Lì c’è tutta la nuova architettura della Tangentopoli del terzo millennio: il rapporto malato tra politica e affari, la preminenza della finanza (che progetta) sui partiti (che sostengono), il coinvolgimento bipartisan…

5. Giorgio Galli spiegava la Tangentopoli della Prima Repubblica con il blocco generato dal bipartitismo imperfetto: il Pci non poteva accedere all’area di governo per motivi geopolitici, così i partiti di governo (Dc e Psi in testa) erano "condannati" a governare, improcessabili, dunque corrotti dalla certezza dell’impunità. Oggi il bipartitismo dell’alternanza si è realizzato, ma c’è un nuovo blocco nel sistema politico: quello dell’accesso ai gruppi dirigenti dei partiti. La nomenklatura è chiusa, si alimenta per cooptazione e impedisce un vero rinnovamento. Un Obama è impensabile, nell’Italia dove i gruppi dirigenti sono eterni e irremovibili, malgrado le sconfitte.

6. Di fronte alla più profonda e irrevocabile crisi politica mai vista in Italia, le ricette dei partiti sono inesistenti, inadeguate, vuote. O addirittura provocatorie. Che cosa significa proporre, di fronte a una nuova epidemia di tangenti, la "riforma della giustizia"? Ha la stessa logica di pretendere, dopo un’ondata di nubifragi, la riforma dell’allevamento dei bovini. O invece una logica ce l’ha, ma è la stessa del prendersela, allo scoppio di un’epidemia di peste, con i medici, indicandoli come i nuovi untori. E che cosa significa chiedere, nella tempesta della corruzione, l’abolizione delle intercettazioni? È come perorare l’abolizione della Tac. La politica, davanti allo sconfortante spettacolo della corruzione dispiegata, invece di riformarsi reagisce chiedendo l’impunità per legge.

www.societacivile.it

A cento passi dall'Expo

28 dicembre 2008

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

da Milano, Gianni Barbacetto

 



I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già entrati nei municipi. Comunque, a Milano e fuori, hanno già stretto buoni rapporti con gli uomini dei partiti.
«Milano è la vera capitale della ’Ndrangheta», assicura uno che se ne intende, il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, della Direzione nazionale antimafia. Ma anche Cosa nostra e Camorra si danno fare sotto la Madonnina. E la politica? Non crede, non vede, non sente. Quando parla, nega che la mafia ci sia, a Milano. Ha rifiutato, finora, di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo. Eppure le grandi manovre criminali sono già cominciate.
Ne sa qualcosa Vincenzo Giudice, Forza Italia, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Incontri, riunioni, brindisi, cene elettorali, in cui sono stati coinvolti anche Paolo Galli, Forza Italia, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. E Massimiliano Carioni, Forza Italia, assessore all’edilizia di Somma Lombardo, che il 14 aprile 2008 è eletto alla Provincia di Varese con oltre 4 mila voti: un successo che fa guadagnare a Carioni il posto di capogruppo del Pdl nell’assemblea provinciale. Ma è Cinque, il boss, che se ne assume (immotivatamente?) il merito, dopo aver mobilitato in campagna elettorale la comunità calabrese.
Ne sa qualcosa anche Loris Cereda, Forza Italia, sindaco di Buccinasco (detta Platì 2), che non trova niente di strano nell’ammettere che riceveva, in Municipio, il figlio del boss Domenico Barbaro. Lui, detto l’Australiano, aveva cominciato la carriera negli anni Settanta con i sequestri di persona e il traffico di droga. I suoi figli, Salvatore e Rosario, sono trentenni efficienti e dinamici, si sono ripuliti un po’, hanno studiato, sono diventati imprenditori, fanno affari, vincono appalti. Settore preferito: edilizia, movimento terra. Ma hanno alle spalle la ’ndrina del padre. Cercano di non usare più le armi, ma le tengono sempre pronte (come dimostrano alcuni bazooka trovati a Buccinasco). Non fanno sparare i killer, ma li allevano e li allenano, nel caso debbano servire. Salvatore e Rosario, la seconda generazione, sono arrestati a Milano il 10 luglio 2008. Eppure il sindaco Cereda non prova alcun imbarazzo.
Ne sa qualcosa anche Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo, guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto. A guidare gli affari, però, è ormai il rampollo della famiglia, Salvatore Morabito, classe 1968, affari all’Ortomercato e night club (For a King) aperto dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali di Milano. È lui in persona a partecipare a una cena elettorale in onore dell’«amico» Colucci, grigliata mista e frittura, al Gianat, ristorante di pesce. Appena in tempo: nel maggio 2007 viene arrestato nel corso di un’operazione antimafia, undici le società coinvolte, 220 i chili di cocaina sequestrati.
Ne sa qualcosa anche Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi: oggi è sotto processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano. Indagato per tentata corruzione nella stessa inchiesta è Francesco De Luca, Forza Italia poi passato alla Dc di Rotondi, oggi deputato della Repubblica: a lui un’avvocatessa milanese ha chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida.
Ne sa qualcosa, naturalmente, anche Marcello Dell’Utri, inventore di Forza Italia e senatore Pdl eletto a Milano. La condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa si riferisce ai suoi rapporti con Cosa nostra, presso cui era, secondo la sentenza, ambasciatore per conto di «un noto imprenditore milanese». Ma ora una nuova inchiesta indaga anche sui suoi rapporti con la ’Ndrangheta: un altro imprenditore, Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta, lo aveva messo in contatto con la famiglia Piromalli, che chiedeva aiuto per alleggerire il regime carcerario al patriarca della cosca, Giuseppe, in cella da anni. Alla vigilia delle elezioni, Miccichè prometteva a Dell’Utri un bel pacchetto di voti, ma chiedeva anche il conferimento di una funzione consolare, con rilascio di passaporto diplomatico, al figlio del boss, Antonio Piromalli, classe 1972, imprenditore nel settore ortofrutticolo con sede dell’azienda all’Ortomercato di Milano. Sentiva il fiato degli investigatori sul collo, Antonio. Infatti è arrestato a Milano il 23 luglio, di ritorno da un viaggio d’affari a New York. È accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio.
Qualcuno si è allarmato per questa lunga serie di relazioni pericolose tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. Che importa che la cronaca, nerissima, della regione più ricca d’Italia metta in fila scene degne di Gomorra?
A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico di un Comune vicino, Lonate Pozzolo. Negli anni scorsi, proprio tra Lonate e Ferno, paesoni sospesi tra boschi, superstrade e centri commerciali, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo, 28 anni, è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar: un killer con il casco in testa, appena sceso da una moto, gli ha scaricato addosso quattro colpi di pistola. Alfonso Muraro è stato invece crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto.
L’ultimo cadavere è stato trovato la mattina di sabato 27 settembre in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano: Cataldo Aloisio, 34 anni, aveva un foro di pistola che dalla bocca arrivava alla nuca. A 200 metri dal cadavere, la nebbiolina di primo autunno lasciava intravedere il cimitero del paese, in cui riposa finalmente in pace, benché con la faccia spappolata, Carmelo Novella, che il 15 luglio scorso era stato ammazzato in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso.
Milano, Lombardia, Nord Italia. È solo cronaca nera? No, Gomorra è già qua. Ma i politici, gli imprenditori, la business community, gli intellettuali, i cittadini non se ne sono ancora accorti.

 

www.societacivile.it