Archive for the ‘giorgio steimetz’ Category

Cefis Steimetz Pasolini

13 novembre 2010

Bruna Miorelli intervista Giovanni Giovannetti
Radio Popolare, Sabato Libri, 13 novembre 2010

Come corsari sulla filibusta 7

11 novembre 2010

di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti

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Le verità negate

«Chi tocca il Principe avrà del piombo; chi non lo tocca avrà dell’oro», scrive Steimetz: piombo tipografico o di un qualche calibro? Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dell’omicidio di Pasolini. Il 26 aprile 1976 il tribunale di Roma lo ha condannato alla pena di nove anni, sette mesi e dieci giorni di carcerazione, oltre a una multa di 30.000 lire per atti osceni. Il 7 maggio 2005 Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava… Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “arruso”, “fetuso”». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo un’esca.
Pasolini, stando alla seconda versione di Pelosi, viene massacrato da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980 e, ora sappiamo, fino a tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti».[91]
Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? Domande in sospeso su cui insiste Gianni D’Elia nel suo prezioso libro-inchiesta Il Petrolio delle stragi, ripreso nel 2009 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero.[92] Assieme al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna uscito su “Micromega” n. 6/2005, alle tante firme italiane e internazionali raccolte dalla rivista “Il primo amore” per la riapertura del processo e al presunto ritrovamento di una parte del capitolo mancante Lampi sull’Eni [93], forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista e poeta friulano.[94] Quasi quarant’anni dopo. Quarant’anni di verità negate agli italiani, in un Paese esposto alle pulsioni mafiose del Potere. È la pasoliniana «mutazione antropologica della classe dominante», che ritroviamo nel linguaggio narcotizzante della televisione, (la grande scommessa P2 persa da Cefis, vinta da Berlusconi), nelle parole vuote – menzognere e terroristiche – della pseudo-politica e nell’immutata logica del Potere, che ha portato al mondo in cui viviamo adesso.
Gli italiani sono oggi relegati nella cattiva società dei ceti immobili; del finto sviluppo senza progresso; delle diseguaglianze senza ascensore sociale «in un Paese orribilmente sporco» e privo di mobilità.
Il Paese della corruzione, delle tangenti, dei favoritismi e dello spreco del pubblico denaro; un Paese tenuto in scacco – oggi come allora – dall’invasiva e colonizzante contaminazione delle mafie, che approfittando del vuoto si fanno Stato, in Lombardia come in Sicilia, in Emilia come in Calabria. Nella politica, nell’economia, e nella finanza e nella società la contaminazione destruttura e corrode nonostante la retorica del consenso strausata da chi, coltiva l’interesse particolare, ignorando la globalizzazione degli uomini e le svolte epocali annunciate dall’arrivo dei nuovi migranti; e assecondando irresponsabilmente gli umori forcaioli della piazza. Quella piazza che in un’allucinante circolarità loro stessi sobillano, alterando tragicamente l’etica pubblica, al punto da elevare a cultura prevalente il nuovo fascismo e con tutto il suo portato di razzismo e xenofobia che, senza ostacoli o freni inibitori, si riversa dalla politica populista al senso commune. L’Italia sembra così il terreno di coltura per un nuovo sovversivo «regime reazionario di massa». [95] È del resto in corso un forte impoverimento del ceto medio – a livello europeo – che può avere come esito una qualche nuova forma di fascismo.[96]
Ma l’effetto più visibile di questa contaminazione pervasiva, è il crescere della cattiveria: «Il tasso di cattiveria sta crescendo sempre più. Le macchine economiche, mediatiche, sportive e di altro tipo funzionano facendo venire fuori il peggio dalle persone e dal Paese. Ovunque esasperazione, invidia, risentimento, livore, paura. L’Italia di questi anni è la fabbrica della cattiveria». [97]
La cattiveria è una rendita economica, e lo sanno bene i Governi che negli ultimi vent’anni hanno sostenuto l’ascesa del loro Prodotto interno lordo con le spese militari e con l’indebitamento di milioni di famiglie, attratte dal miraggio della new economy – la truffa del secolo – mentre intanto i profitti migravano dall’industria verso il sistema finanziario e si drenava il denaro dei piccoli risparmiatori, indotti a indebitarsi dall’offerta vantaggiosa di finanziamenti da parte del sistema creditizio, come nella truffaldina deriva di mutui Subprime sulle case.
La cattiveria è soprattutto una rendita politica, e lo sa bene la Lega nord che «raccoglie le paure degli uomini spaventati e le moltiplica. Capta la xenofobia e la riproduce». È la Lega dei localismi «che intercetta lo spaesamento prodotto dalla globalizzazione. Intercetta il distacco dallo Stato, dalle istituzioni, dalla Ue. E lo amplifica». [98]
Sulla cattiveria si stanno costruendo rendite elettorali e fortune politiche e antipolitiche e lo sa bene il sistema dei partiti, di destra e di sinistra, sempre più attratti dalle semplificazioni del populismo e della demagogia, scorciatoie che ignorano la realtà.
Che la cattiveria sia una rendita economica, finanziaria, politica e persino sociale lo sanno bene i furbetti e le mafie. Infatti larga parte dell’economia italiana è sommersa o in mano a chi, dismesse coppola e lupara, oggi opera in Borsa: il sommerso e le mafie, sommati, fanno un fiume di denaro – circa il 40 per cento del Pil – che preme sull’economia legale e condiziona il libero mercato. Le mafie fatturano 175 miliardi di euro – l’11, 1 per cento del Pil – che è frutto di attività criminali e che viene reinvestito nell’edilizia e nelle attività commerciali, o in operazioni finanziarie attraverso banche compiacenti. Nelle sole regioni del Nord, oltre 8. 000 negozi sono gestiti direttamente dalle mafie inabissate dei colletti bianchi. In Italia, 180mila esercizi commerciali sono sottoposti all’usura, con tassi di interesse in media del 270 per c
ento: un movimento di denaro di 12, 6 miliardi che va ad aggiungersi al ricavato delle estorsioni (circa 250 milioni di euro), della droga (59 miliardi di euro), delle armi (5,8 miliardi), della contraffazione (6,3 miliardi), dei rifiuti (16 miliardi), dell’edilizia pubblica e privata (6,5 miliardi) delle sale gioco e scommesse (2,4 miliardi), della compravendita di immobili, della ristorazione, dei locali notturni, ecc. Uomini cerniera mantengono i collegamenti con il mondo dell’economia, della politica e della finanza. Le mafie condizionano l’intera filiera agroalimentare (7,5 miliardi) interagendo con segmenti della grande distribuzione.
Le mafie delocalizzano, diversificano gli investimenti, hanno molta liquidità, non pagano le tasse, non hanno bisogno di indebitarsi con le banche e pagano cash . Le Procure hanno invece le armi spuntate, perché la legge sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai mafiosi può essere facilmente aggirata (ad esempio, intestando le proprietà a compiaciuti prestanome), mentre strumenti che potrebbero rivelarsi incisivi, come l’anagrafe dei conti correnti bancari, è disattesa da vent’anni. [99]
La cattiveria a volte è un crimine. Ed è criminale lasciare morire esseri umani (come è ormai norma al largo di Lampedusa), criminale uccidere persone che spesso stanno fuggendo da altre guerre. La cattiveria a volte nemmeno la si vede. Ad esempio, quella nascosta dietro le “morti bianche” sul lavoro, una vera emergenza.
La cattiveria di chi usa le malattie, le povertà e il disagio per traghettare pubblico denaro verso privatissime strutture d’area.
La cattiveria delle false bonifiche – quelle a danno della salute dei cittadini – e dei veri bonifici sui conti cifrati esteri di persone già ricche eppure ostinatamente venali.
La cattiveria dei cementificatori, degli asfaltatori e di chi non smette di speculare sul consumo di territorio vergine, che è un bene non riproducibile. La cattiveria di chi vuole trasformare l’acqua in una merce su cui lucrare, con rincari fino a cinque volte il prezzo attuale.
La cattiveria dei «cattolici senza fede», leghisti digiuni dei Vangeli che esibiscono una croce senza più Cristo né carità. È la Lega «sorta nel vuoto prodotto dall’eclissi del sacro e dalla secolarizzazione. Propone una nuova religione. Naturalmente secolarizzata. Senza Dio e senza chiesa. Sovente, contro la Chiesa». [100]
Tutto questo e molto altro ancora è cattiveria, ma al peggio non c’è mai fine. I cambiamenti climatici, l’inquinamento delle acque e la biodiversità in declino sono di gran lunga più cattivi e devastanti della crisi finanziaria, al punto da minare il futuro stesso della specie umana, che negli ultimi cinquant’anni è raddoppiata. Nello stesso tempo, un terzo delle specie selvatiche o si sono estinte o sono state decimate dal nostro espansionismo.
Scrive Gianni D’Elia: «le parti di Petrolio che non si trovano più davano forse molto fastidio al Nuovo Potere, che si andava consolidando. Forse avrebbero fatto lo stesso botto di Mani pulite, contro la tangentopoli stragista di quella stagione, invece sepolta nella rimozione che siamo diventati, pasolinianamente, “a mutazione criminale avvenuta”».[101] E allora leggiamo Questo è Cefis, e rileggiamo anche Petrolio, che al libro di Steimetz deve molto. Ripercorriamo «il viaggio dantesco dentro i “gironi” della notte repubblicana, della sua “mutazione antropologica” e politica infernale».

(dall’introduzione a Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz, edito da Effigie nella collana Saggi e documenti)

[91] D’Elia, Il Petrolio delle stragi, p.98. Il cugino di Pasolini Guido Mazzon (testimonianza raccolta da D’Elia e Giovannetti il 24 ottobre 2005, a Pavia) «Mia cugina Graziella [Chiarcossi, erede del poeta] mi telefonò due volte  il giorno del delitto – “I fascisti hanno ucciso Pier Paolo”– e qualche tempo dopo, un mese, non ricordo bene.  i ricordo bene quello che mi disse  “sono venuti i ladri in casa, hanno rubato della roba, gioielli e carte di Pier Paolo”» . Mazzon ha poi ripetuto la sua testimonianza  a Paolo Di Stefano (sul “Corriere della Sera”, 4 marzo 2010)  «Nel ‘75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai  “Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa”. E pensai anche  “Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?”. Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse» Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo  vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo.  ia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo». Ancora Mazzon a Matteo Sacchi (“il Giornale”, 4 marzo 2010)  «Io ricordo bene che dopo la morte di Pasolini mia madre ricevette una telefonata proprio da Graziella Chiarcossi che le comunicava che c’era stato un furto. Avevano portato via delle carte e dei gioielli.  Mia madre era molto turbata. All’epoca non pensammo affatto a Petrolio.  a col senno di poi e con queste rivelazioni, tutto potrebbe assumere un senso».
[92] Lo stesso titolo di uno dei capitoli del libro di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro.
[93] «L’ho letto, è inquietante, parla di temi e problemi dell’Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese». Così parlò Marcello Dell’Utri il 2 marzo 2010, annunciando che di Lampi sull’Eni – il capitolo mancante di Petrolio, il mutilato romanzo di Pier Paolo Pasolini – proprio di quelle pagine proprio lui, beffardamente era entrato in possesso. Una notizia clamorosa due volte perché l’amico dello stalliere di Arcore stava dando (inconsapevolmente?) una “notizia di reato” e perché nonostante Dell’Utri ci saremmo trovati di fronte a pagine di rilevante interesse sia storico che letterario. Presto Dell’Utri si corregge «in realtà non l’ho letto… me ne hanno riferito un sunto… sembra ch
e in quelle pagine Pasolini parli… parli dell’Eni… di Cefis… di Mattei…». E a Paolo Di Stefano (“Corriere della Sera”, 12 marzo 2010) Ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano». Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta «Più esattamente Lampi su Eni». Alessandro Noceti (collaboratore di Dell’Utri) su “il Giornale” del 4 marzo 2010 dice che quelle pagine «erano all’interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un Istituto che ne è anche proprietario». A quanto sembra, le veline sparite sarebbero in mano a un antiquario – un intermediario – che le avrebbe offerte al sodale di Berlusconi, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nell’ottobre 1974 Pasolini dichiara di essere arrivato a 600 pagine (un mese prima erano 337), mentre al filologo Aurelio Roncaglia la cugina Graziella Chiarcossi ne consegna 522: 492 pagine dattiloscritte, le altre a mano, «senza contare – osserva D’Elia – che in pochi mesi ne aveva scritte circa 200».
[94] Il 27 marzo 2009 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno depositato alla Procura di Roma un’istanza di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini.
[95] La formula era di Palmiro Togliatti, A proposito di fascismo (1928)
[96] «Che cos’è, infatti, il globalismo (e l’aggettivo “globale” ricorre in Petrolio) se non la forma più avanzata del “cristiano” vecchio coloniali-smo?», si domanda D’Elia  «Un colonialismo delle merci e dei capitali sulla vita degli umani, con altissima velocità dello Sviluppo e della Miseria, di cui il petrolio è l’essenza, la marxiana benzina del valore di scambio» (D’Elia, Il Petrolio delle stragi, p.27)
[97] La fabbrica della cattiveria, “Il primo amore” n. 6/2008
[98] Ilvo Diamanti, Se il Carroccio diventa una Lega nazionale, “la Repubblica”, 13 dicembre 2009
[99] Senza alcun clamore, per il triennio 2009-2011 il Governo Berlusconi prevede una riduzione dell’organico delle forze di Polizia di almeno 40. 000 operatori e tagli di spesa per più di 3 miliardi di euro. Il Governo conferma la riduzione del 50 per cento delle indennità per i servizi in strada e per il controllo del territorio, nonché la riduzione del 40 per cento della retribuzione accessoria per malattia o infortuni sul lavoro.
[100] Diamanti, “la Repubblica”, 13 dicembre 2009
[101] Il Petrolio delle stragi, p.30

(7 – fine)

Come corsari sulla filibusta 6

6 novembre 2010

di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti

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A conclusione della sua inchiesta, nonostante la mancata certificazione di sicari e mandanti, Vincenzo Calia scrive:

Dalle fonti di prova raccolte […] emerge che l’esecuzione dell’attentato venne decisa e pianificata con largo anticipo, probabilmente quando fu certo che Enrico Mattei, nonostante gli aspri attacchi e le ripetute minacce non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’Ente petrolifero di Stato. […] la programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono – quantomeno a livello di collaborazione e di copertura – un coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano. Tale coinvolgimento trova conferma nelle soppressioni di prove e di documenti, nelle pressioni, nelle minacce e nell’assoluta mancanza, in ogni archivio, di qualsiasi documento relativo alle indagini e agli accertamenti sulla morte di uno dei personaggi più eminenti nel quadro politico ed economico dell’epoca. […] È facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l’esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta – per la sua stessa complessità, ampiezza e durata – esclusivamente a gruppi criminali, economici, italiani o stranieri a “Sette […o singole] sorelle” o servizi segreti di altri Paesi, se non con l’appoggio e la fattiva collaborazione – cosciente, volontaria e continuata – di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso Ente petrolifero di Stato, che hanno eseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o con il consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito vantaggi. [75]

Indagando sulla morte del presidente dell’Eni (nonostante l’accertamento del reato, l’inchiesta verrà archiviata per l’impossibilità di incriminare i colpevoli), Calia ha potuto constatare la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in Petrolio il degrado e la mostruosità italiana, identificando il burattinaio principale in Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Mattei era utopista e “statalista”.
Dopo la scalata dell’Eni alla Montedison (il colosso chimico privato acquisito con pubblico denaro) , nel 1971 Cefis ne diventa il presidente, lasciando l’Eni (a cui era alla guida dal 1967) al fido Raffaele Girotti. Come ironizza Steimetz, Cefis «si crede un semidio e trova fedeli osservanti in questo suo culto della persona. Se tutti gli danno retta, è ovvio che finisca per convincersi di aver perfettamente e abitualmente ragione. È saccente, tiene a distanza i villani, si lascia appena ossequiare. Ma in Italia lo applaudono ad esempio. L’economia del Paese – come avvertono gli studiosi e i politici seri – va piuttosto male, se non a rotoli, ma lui accantona miliardi senza faticare molto visto il numero di utili idioti che lo favoriscono». [76] Basterebbe aggiungere una bandana estiva, e il ritratto di Steimetz calza alla perfezione con quello di un altro Cavaliere. Chissà, forse Questo è Cefis lo si può trovare anche nella napoleonica villa San Martino di Arcore, acquisita nel 1972 dalla Edilnord – una società immobiliare in quel momento intestata a Mauro Borsani (zio di Berlusconi) e amministrata da Giorgio Dall’Oglio (cognato di Berlusconi) – per una ridicola cifra intorno a 250 milioni in lire (già all’epoca ne valeva 1. 700;oggi il suo prezzo salirebbe a 7, miliardi delle vecchie lire) completa di parco (1 milione di mq.) , di pinacoteca (Tintoretto, Tiepolo, Luini…) e biblioteca con oltre 10. 000 volumi (per la loro cura, venne assunto nientemeno che Marcello Dell’Utri) . [77] (more…)

Come corsari sulla filibusta 5

26 ottobre 2010

di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti

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La scia del sangue

Il 4 settembre 1998 Graziano Verzotto – interrogato a Pavia – confida a Calia che per Mauro De Mauro «il sabotaggio del Morane Saulnier [il bireattore su cui è morto Mattei] si spiegava con una pista esclusivamente italiana. Tale pista, secondo De Mauro, portava direttamente ad Eugenio Cefis e a Vito Guarrasi», avvocato palermitano in odore di mafia, già componente del cda della s. a. “l’Ora” di Palermo – il quotidiano vicino al Pci presso cui lavorava De Mauro – e braccio destro di Cefis in Sicilia.[57] È un tardivo riscontro della testimonianza di Junia De Mauro al giudice istruttore di Palermo Mario Fratantonio il 17 marzo 1971: «Sono in grado di affermare con sicurezza che mio padre addossava precise responsabilità per la morte di Mattei all’attuale presidente dell’Eni Eugenio Cefis».
Un rapporto del 1944 custodito a Washington nell’archivio del Dipartimento di Stato, indica Vito Guarrasi tra i componenti di spicco di Cosa nostra nell’isola. Dal 1948 al 1950 Guarrasi ha avuto Alfredo Dell’Utri (padre di Marcello) quale socio nella Ra.Spe.Me. Spa, azienda che operava nel settore medico. Secondo il giornalista di “Epoca” Pietro Zullino, «Cefis aveva forti cointeressenze nelle raffinerie Sarom di Ravenna e Mediterranea di Gaeta. Queste raffinerie sono tra le principali rifornitrici del sistema difensivo Nato per il sud-Europa e della Sesta Flotta americana; raffinano e vendono petrolio Esso e Shell. Mattei cercava di obbligare la Nato mediterranea a diventare cliente dell’Eni; Cefis si opponeva a questo progetto, per via delle sue cointeressenze».[58] (more…)

Come corsari sulla filibusta 4

22 ottobre 2010

di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti

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Pasolini si mantiene fedele alla ricostruzione di Steimetz anche riguardo allo statuto proprietario delle singole società. Ancora qualche esempio:

Arolo, scrive Steimetz, aveva come soci la prestanome di Cefis Ambrogia Francesca Micheli e la General Rock Investment trust di Vaduz: nel romanzo diventano la prestanome di Troya Donata Bandel Dragone e la General Lake Investment trust di Coira. La Chioscasauno, sempre stando alle informazioni di Steimetz, era una società a responsabilità limitata rilevata da Cefis nel 1961: così nel romanzo la Spiritcasauno.[41]

Testo alla mano, si può dire quindi che molte delle informazioni di Pasolini su Cefis – in particolare quelle contenute nell’Appunto 22 (Il cosiddetto impero dei Troya ) – venivano da Questo è Cefis. Nel Petrolio delle stragi Gianni D’Elia ha anche considerato «con una certa sorpresa che l’ultimo Pasolini “corsaro”, quello che potremmo anche chiamare “il poeta delle stragi”, riprende quasi sicuramente dal colorito libro di Steimetz il suo aggettivo più romanzesco, salgariano, fortunato e connotato, come si può leggere in Questo è Cefis : “come corsari sulla filibusta”».[42]

Lampi sull’Eni

Tutte le edizioni di Petrolio finora pubblicate [43] contengono uno strano capitolo formato da un titolo e una pagina bianca. Il titolo è Appunto 21. Lampi sull’Eni . È quello che viene subito prima dell’Appunto 22. Il cosiddeto impero dei Troya , cioè le pagine di cui abbiamo parlato finora. Secondo Graziella Chiarcossi, erede di Pasolini e curatrice della prima edizione di Petrolio , quel capitolo non è mai strato scritto. Eppure viene richiamato in un’altra pagina di Petrolio come se fosse già scritto: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni , e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria ».[44] Anche l’edizione di Silvia De Laude, molto accurata nelle note, non commenta quello strano rinvio a un capitolo che non c’è. Il primo a notare l’incongruenza è stato Calia. Vi si è soffermato poi D’Elia, che la considera la prova di un possibile furto di pagine dal manoscritto di Petrolio , poiché «non si può “rimandare” che a ciò che si è già scritto »[45] . Certo, Pasolini avrebbe anche potuto avere in testa i contenuti di quel capitolo, pur non avendolo ancora steso, e ripromettendosi di farlo in un momento successivo, ma certamente la “lacuna” apre delle domande. Soprattutto se la si somma alla natura dell’argomento, alle modalità della morte dell’autore, al furto o sopralluogo che secondo alcuni testimoni ci sarebbe stato nella casa di Pasolini subito dopo l’omicidio, alle dichiarazioni di Pasolini stesso secondo le quali Petrolio avrebbe dovuto essere più lungo di quello che ora abbiamo, [46] e infine anche al fatto che Petrolio è stato pubblicato ben diciassette anni dopo l’omicidio (un ritardo solo in parte giustificato dall’incompiutezza del manoscritto). (more…)

Come corsari sulla filibusta 3

20 ottobre 2010

di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti

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Pasolini elenca una lunga serie di società tra loro collegate, amministrate da persone riconducibili al vice presidente dell’Eni. Come scopre Calia, si tratta di alcune delle società elencate da Giorgio Steimetz in Questo è Cefis:i cui nomi sono stati sostituiti da Pasolini con altri, ma assonanti. Ad esempio, alla “Immobiliari e Partecipazioni” di Pasolini, corrisponde la In. Im. Par. (Iniziative Partecipazioni Immobiliari) di Steimetz. Alla “Spiritcasauno” e “Spiritcasadieci” di Pasolini, che devono il nome «al fatto che presentemente Carlo Troya abitava in via di Santo Spirito, a Milano» (Calia), corrispondono, nella realtà, la Chioscasauno e Chioscasadieci, così chiamate perché Eugenio Cefis abitava in via Chiossetto a Milano. Steimetz cita la Ge. Da. , poi Pro. De. (Profili Demografici s. p. a.) , Da. Ma. (Data Management s. p. a.) e System-Italia (la stessa società che aveva assunto la figlia del contadino Mario Ronchi di Bascapé), e Pasolini le elenca con acronimi assonanti:

Un anno dopo la “Am. Da.” viene incorporata dalla “Li. De.” (Lineamenti Demografici Spa), con oggetto “stampa e spedizione di lettere e corrispondenze, formazione di schedari ecc.”. […] Qualcosa insomma, tecnicamente, come un piccolo Sid […]. Poi la ‘Li. De.’ si trasferisce (appunto)a Roma […]. E la società prende il nome di “Da. Off.”, Data Office Spa. Ma per poco, perché ben presto […] la società si richiama di nuovo “Am. Da.”. E a questo punto […] la società ampliandosi, espandendosi, prende il definitivo nome di “Pattern italiana”[…] [17] (more…)

Questo è Cefis 20

21 giugno 2009
Ultimo round per il k.o.
di Giorgio Steimetz

Quanto rendono le “Anonime” per lo sfruttamento degli idrocarburi? Quali profitti può garantire la ricerca mineraria, l’impianto e l’esercizio di officine per il gas, la costruzione di metanodotti, la distribuzione di gas liquidi e gassosi, il trasporto ai conCefisionari, la vendita all’ingrosso? La risposta è meno retorica di quel che l’interrogativo voglia sottintendere, sol che si giri la domanda nella direzione giusta: quanto dovrebbe rendere il metano in casa ENI, se veramente ne avesse l’esclusiva in Italia, se risultasse proprietario di tutte o di maggior parte delle società che abbiamo registrato nei precedenti servizi, anziché limitarsi, come fa, all’esercizio di poche, quali la “Metano Arcore”, la “Metano Casalpusterlengo” o la “Metano Sant’Angelo” (anche queste in gestione familiare, in sottintesa o palese collusione coi partiti e correnti)?
Domande assolutamente ingenue. Se l’ENI disponesse del monopolio settoriale, come farebbero a prosperare le “Anonime”, quale margine resterebbe all’iniziativa privata in questo campo? Meglio: la privata iniziativa, che accentra tre bande concorrenti ma non rivali, con alle spalle la ninfa Egeria chiamata Eugenio Cefis, il partito di maggioranza e in generale la mafia economico-politica che agisce impunemente, anche senza uscire affatto allo scoperto.
Delle tante (su tantissime) società che abbiamo passato in rassegna in precedenza, è possibile distinguere quelle in cui entra l’interesse del partito da quelle che fanno capo al Cefis e dalle altre, di dubbia catalogazione, ma di sicura subordinazione all’“Anonima”?
Non è certo possibile, almeno disponendo di mezzi limitati come i nostri di fronte ad una materia ostica, volutamente aggrovigliata, in cui uomini di paglia vanno e vengono e s’incontrano ad ogni passo, eminenze grigie si profilano in curiosi rientri, nomi e capitali e ragioni sociali si alternano, in assenza di perimetrazione tra azienda e azienda, di netti confini fra spazi d’interesse esclusivo o meno. Sarebbe come pretendere di cogliere la trama in un romanzo di Joyce.
La costanza c’è, e c’è la verità. Il filone, la matrice, l’ispirazione, il mandante emergono facilmente: manca appunto un filo logico narrativo. Ma questo basta a provare che i consiglieri agiscono a comando, le ragioni sociali fanno da involucro e l’attività si dirige verso scopi ben dissimulati, ma evidenti. I veri padroni stanno a monte; essi a valle non scendono mai, là dove si cerca e si smercia il gas, con le fatture che incrementano le entrate e i dividendi di fine anno.

Un gioco che vale molte candele

Le società del gas rendono. Altrimenti come avrebbe fatto un autentico avventuriero come Cefis a costruirsi in un paio di decenni un impero industriale e finanziario che va dalle immobiliari alle piantagioni in Canadà, dalle collezioni di tavolette votive alle produzioni in plastica, dalle cerniere lampo alle cointeressenze con istituti di credito, alle proprietà di società pubblicitarie, cinematografiche, di informatica applicata, come la “System Italia”, iI cui capitale sfiora il miliardo di lire?
In sintesi: nella misura in cui Eugenio Cefis può giustificare Ia sua potenza economica di oggi (e tutte le partecipazioni godute in Società), egli potrà liberarsi dall’accusa, abbastanza infamante, di capo mafia, di profittatore senza scrupoli del gas di Stato, essendo partito pressoché nulla tenente 25 anni fa.
Le società del gas rendono: se no come potrebbe la DC, in particolare Ia corrente di “Base”, gli uomini della sinistra federazione provinciale di Milano in ispecie, onorare spese di campagne elettorali, di affetti, di gestioni stampa, di iniziative, di compensi ai voti preferenziali, di apparati di corrente, di personale?
Anche per costoro vale l’identico discorso: quando ci diranno come e dove e chi ha dato i miliardi da mettere in attivo per sanare, in bilancio, un gigantesco passivo, allora cadranno anche le inevitabili accuse di galeotti di Stato, di servi disonesti di are e di altari, di e compiacenti d’un gioco inqualificabile.
Aspetti inquietanti del malcostume corrente. Il grave è che la gente non ci fa molto caso; che la Giustizia si va stancando di perseguire i ladroni di miliardi ed è costretta ad applicare le leggi con i ladruncoli di galline e i fumatori di contrabbando. Ancora più umiliante è assistere allo spettacolo indecoroso di codesti gentiluomini, legati alle nostre “Anonime”, coperti, garantiti, onorati in ogni campo. Nonostante l’evidenza, ventilata o documentata, di certe situazioni.

Un vecchio episodio incidentale

Vogliamo, per l’occasione, rinverdire un esempio, l’ennesimo della serie, assolutamente significativo.
Il peculato per distrazione è iscritto come reato nel nostro Codice, e non esige soverchia cultura giuridica per essere inteso. Distrazione (di personale) ne commisero Bazan del Banco di Sicilia ed Ippolito del CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare), avendo disposto il movimento di certi dipendenti nei singoli enti, per conto degli Istituti, ma nell’interesse esclusivo dei mandanti. Bazan ed Ippolito, per il reato di distrazione di personale finirono in tribunale ed han subito la galera.
Eugenio Cefis non si accontenta di distrarre qualche unità, poniamo dell’ENI, per piazzarla dove lui mantiene interessi (privati) specifici. Cefis ne stacca a decine, da anni e per anni. Sono in molti a saperlo, oltre gli interessati (enti e persone), ma nessuno dice niente, tanto la cosa giova al dipendente, alla ragione sociale dove viene distaccato) al Cefis stesso, naturalmente. Che sa di essere perseguibile ma di non correrne il rischio, perché il silenzio è d’oro.
I nostri uomini al governo? Sanno benissimo queste ed altre cose: ma non parlano, non lo denunciano, non si oppongono alla trasgressione continuata di una norma di legge. La legge è lui, con i benefici che assicura in partibus infedelium.
Querelandoci, ci vedremmo costretti ad aggiungere ad altre prove anche qualcosa di nuovo. L’abbiamo fatto con Restelli Giuseppe dipendente ENI prestato al quotidiano (cattolico) “L’Avvenire”, un caso estremamente accessibile a qualsiasi emulo di Sherlock Holmes. Ma nulla è successo. Non ripeteremo l’errore, ululando a gran voce nomi e indirizzi, evitando di mettere i mafiosi con le spalle al muro usando archibugi, daghe e l’urlo della foresta. All’occorrenza, invece, sapremmo maneggiare armi ben più efficienti.
Ma torniamo al filo d’Arianna delle “Anonime”, per tirare in questa puntata la sua logica conclusione.

Schede emblematiche per un profilo

Dopo aver succintamente illustrato le varie ragioni di codeste società, varrebbe la pena di passare in rassegna gli autori e i registi che le manovrano.
Tralasciando l’ordine alfabetico, curando invece un criterio analogico, per classi o per gruppi, insistendo sulla triplice schedatura somatica dei clan. Citeremo insomma con più larga attenzione i nomi dei maggiori implicati, esaurendo alla fine con cenni sbrigativi i personaggi minori, i caratteristi e le comparse.
Abbiamo già detto che la “Anonima Metano” fa capo a tre cervelli distinti ma non concorrenti: Umberto Salanti (“Metanifera Alta Italia”, “Metanifera Sommese”); Alberto Visconti di San Vito (come il Salanti, nella “Alta Italia” e nella “Sommese”) e Giuseppe Maffei (“Aersodigas”, “Metanifera Sommese”, “Molteni”, “Metanifera Alta Italia”). Tre protagonisti che condizionano tutto l’apparato e l’attività dei tre gruppi, dei quali daremo una definizione qualsiasi, chiamandoli con le lettere greche, dell’alfabeto.
Troviamo allora gli esponenti del primo club del metano il gruppo “Alfa” Camillo Ripamonti, Bruno Manenti, Ernesto Vigevani, Enzo VaneIli, Bruno Bolla e Luigi Floridi. Eccone il singolo risvolto negli interessi metaniferi.

Ripamonti Camillo
Sindaco di Gorgonzola, Ministro in carica per la ricerca scientifica. Ha l’ufficio a Milano (ufficio politico) in via Crivelli, 15/1 e il quartiere economico che sorge al 26 di via San Marco. Risiede a Gorgonzola in via Serbelloni 4 È senatore democristiano di “Base” e miete migliaia di preferenze nel Lodigiano, dove è rilevante la sua popolarità di ras della zona.
Un bell’ingegno che nel ’56 con Vigevani è stato amministratore della “Metanifera Ambrosiana”, carica che avrebbe dovuto tenere per tutta la durata della società, mentre invece la ditta è passata – sulla carta a Silvio Sardi. Nel ’58 entra con Bruno Manenti nella “Lumezzane Gas” ed è in seguito riconfermato, sino al ’68 quando amministratore unico diventa il Manenti al posto del consiglio di amministrazione. Ripamonti scompare.

Manenti Bruno
Nato a Crema il 1° aprile 1908. Amministratore unico, come abbiamo detto, della “Lumezzane Gas”. Risulta inoltre nella “Metanifera Sommese”, nella << Metano Pandino”, nella “Metanodotti Bresciani” (amministratore unico), nella “Metanodotti Milanesi” (con Vigevani direttore tecnico), nella “Metanodotti Prealpini” (amministratore unico) .
Si rileva la sua presenza nell’“Aersodigas” (nel ’54: ora ci sono Olivieri Giuseppe e Bruno Bolla, con Maffei Giuseppe nel collegio sindacale); nella “Sime – Industria Metano” (consigliere d’amministrazione); nella Molteni – Industria Combustibili Liquidi e Solidi (insieme a Vigevani, Maffei & C.); nell’“Ero Gas Met” (amministratore unico); nella “Igegas” (consigliere con Vanelli e Olmi). Il nostro possiede in proprio la “Ladir”, una finanziaria con accomandante l’omonima di Vaduz; la “Carabelli” per l’industria e il commercio del legname, nonché la “Marivima” per la compravendita, la permuta e la vendita di fabbricati.
Tra tanta versatilità come riuscirà a trovare il tempo per schiacciare un pisolino? di cui fa parte e la così denominati gli occorreva un collegamento tra “l’Alfa” di cui fa parte “Beta” del Sardi – cioè fra due gruppi da noi così denominati – tra queste due e il terzo ramo quello del Carcano che noi chiameremo “Gamma”, stabilisce un ponte, dando vita alla “Conteam”: consulenza, progettazione di impianti metaniferi, distribuzione di energia elettrica e gas.
Personaggio di indiscutibile peso, di grande abilità e intelligenza imprenditoriale. Inferiore a Ripamonti, anzi sottomesso, ma di ingente apertura nel settore degli idrocarburi, dove rappresenta una sorta di esclusività specie per i metanodotti, oltre al fiuto dimostrato nel campo delle finanziarie e delle attività complementari e accessorie.

Vigevani Ernesto
È il tecnico del gruppo. Nato a Cortemaggiore (nomen et omen), dove un tempo sgorgava qualche barile di petrolio al mese, nel 1918, il geometra entra in relazioni d’affari tanto col Manenti (con funzione di direttore tecnico nella “Metanodotti Milanesi” e compiti di consigliere nella “Metanifera Sommese” e nella “Molteni”, dove e anche procuratore), quanto con iI Silvio Sardi (per il quale è stato nel ’54 consigliere nella “Metanifera Alta Italia”, nel 1956 con la stessa carica nella “Metanifera Ambrosiana”, neI 58 amministratore della “Sime” impianti metano, passata poi al gruppo Sardi).
Come gli altri, si presenta solo soletto in qualità di unico amministratore della “Vima” (sigla che richiama il duo Vi(gevani)—Ma (nenti): societa guarda caso dislocata prima di finire in via Brera, 28 proprio nella via San Marco, dove sverna in affari metaniferi il ministro Ripamonti). Sembra pacifico che Vigevani sia un uomo capace, ma anche un semplice prestanome offerto al Ripamonti (e ai suoi superiori) per camuffare l’Anonima.

Bolla Bruno
Non si tratta di omonimia: è uno dei Bolla fratelli che si occupano di produzione e commercio di vini, quei vini veronesi robusti come il Valpolicella, ai quali lo scrittore B. Marshall riconosce il pregio di tonici per il lavoro.
Dunque ottimi aperitivi anche nel campo degli affari. Però, come succede a Piero Bassetti con le telerie omonime, il suo nome non figura tra quelli dei proprietari, come sarebbe ovvio. Meglio forse accontentarsi del ruolo di direttore generale, appunto come il Bassetti, così non occorre dar risalto con la propria presenza al “Chi è finanziario”, rientrando nel novero dei capitalisti per i quali sono pronte le corde da forca.
Bruno Bolla è nato a Soave il 28-12-1925. La vocazione per gli splendidi vitigni locali, dal nome e dall’aroma dolcissimi, lo spinge stranamente ad imboccare la via del metano, un genere cosi agli antipodi con i vini pregiati. Eccolo amministratore (nel ’70) della “Tirrenia Gas”; lo vediamo, sino al ’69 quando la ditta cessò, nella “Estigas”, poi nella “Sodigas” (dopo Manenti, dal ’54, fino ad oggi); nel ’69 è introdotto nella “Società Nazionale Gazometri”. Curioso questo avanzare in sincronia tra Bolla e Manenti sul terreno scoperto da cui si ritirano i Verga; forse subentro per acquisto di azioni? Ipotesi plausibile con un regista oculato come Ripamonti, con supervisione non solo aulica di Cefis. S’affaccia poi nella “Lumezzane Gas” (con Manenti e Ripamonti); nella “Metanodotti Bergamaschi” (così chiamata sino al ’65, anno in cui si cambiò in “Estigas-città”, ragione che spiega la sopravvivenza della “Estigas” senza “città”). In codesta società risulta insieme a Sergio Maraja e Sergio Bolla (dei vini), con capitale di 300 milioni. Nella “Sovegas” è con Mario Bolla, sempre della dinastia dei Soave e dei Valpolicella, e con Luigi Floridi, mentre nella “Imigas” il Bruno è tutto solo. Almeno sulla carta.
In Italia come all’estero le ricerche minerarie e in genere l’attività nel campo degli idrocarburi esigono capitali, tecnici, agevolazioni, padroni sicuri e garanti. Questi ultimi non mancano, come sa benissimo anche Bruno Bolla. Del quale segnaleremo, in qualità di hobby d’investimento, la “Società Immobiliare Pubblici Esercizi”, costituita nel ’57 col capitale di dieci milioni. Forse la cosa gli serve per collocare insieme il vino e il gas, da farne almeno una bibita frizzante. Peccato (per il vino).

Floridi Luigi
Ultimo del gruppo “Alfa” è nato a Marengo il 7 settembre 1927. Risulta amministratore unico della “Gas Orobica” con capitale di 45 milioni per ricerca e sfruttamento d’idrocarburi; predecessore del Bolla nella “Metanodotti Bergamaschi” (oggi “Estigas-città”) amministratore unico della “Sovegas” (150 milioni di capitale) e della “Estigas” (senza città), prima che questa formalmente cessasse. Abbiamo così delineato (e riveduto) lo schieramento del gruppo “Alfa”, uno dei più agguerriti e potenti dell’intera rete distributiva dell’ “Anonima Metano”. Capitanata dal Ripamonti dietro il sottile schermo di discrezione della ragion politica, affidata in reggenza fiduciaria a Bruno Manenti e Bruno Bolla, con l’assistenza tecnica dl Vigevani e gli ottimi servizi di Vanelli e Floridi, la squadra gira perfettamente, dando soddisfazioni certe ai suoi supporters che vivono al razzo degli scudi crociati e delle tangenti sul silenzio.

L’impero del Sardi

Vedianzo ora di smaltire la seconda squadra “Beta” che ha proprio in Silvio Sardi l’esponente di maggior rilievo. Nato a Cernusco sul Naviglio, sessantenne, costituisce una delle figure più sconcertanti per dinamismo, potenza e investitara dell’intera “Anonima”. Come abbia raggiunto una posizione di tanto riIievo lo sanno Mattei e Cefis, Salanti e Ripamonti; oltre a pochissimi altri, iI diavolo compreso.
Autentico barone delle immobiliari e del metano, di cui non conosciamo l’iniziazione nel duplice girone. Siamo poco propensi, comunque, all’idea che i fortissimi profitti derivanti da conCefisioni di idrocarburi e da manovre immobiliari restino nelle sue mani; sarebbe ragionevoIe chiedersi invece a quanto ammonti la sua tangente e quali siano i canali recettivi degli utili così ripuliti.
Non è granché, nella nostra analisi, questo ritratto per identikit: ma e forse poco l’aver stanato un personaggio come Sardi, anche se non potremo facilmente identificarlo più da vicino?
Nel settore degli idrocarburi Sardi è interessato alla “Metanifera Alta Italia” (agguantata nel ’60 ed ora gestita dai suoi uomini; Piredda Salvatore, PasargikIian Wahan, Meda FiIippo); alla “Metanifera Ambrosiana” (dal ’56) di cui è amministratore unico; alla “Metanifera Martesana” (dove lo incontriamo già nel ’46); alla Azienda Officina Gas Acquedotti di Albenga (dal 1967), prima con gli amministratori Piredda e Malegori ed ora con Pasart giklian, Meda (e Piredda); alla “Cogim” (costruzioni esercizi impianti metano), da lui costituita nel ’60 ed ora amministrata dal duo Pasargiklian e Meda (figlio di Luigi e nipote del nume del Partito Popolare), con in più il Vaccari Antonio.
Questo trio di gestione lo rivediamo nella “Sime Guardamiglio” che ha registrato i passaggi del Vigevani Ernesto, del Sardi nel ’59, ed ora appunto è loro affidata. Ecco ancora la “Samem” (società azionaria mantovana erogazione gas metano), raggiunta nel ’62 ed attualmente custodita dai Meda, Piredda e Pasargiklian. Nella fitta messe di metanifere, oltre agli uomini di Sardi citati, troviamo anche Salvatore Calise, la signora Sardi Corazzi Rosalia, la signora Malegori Maria in Riva. Questo per suggellare il tema-Sardi in campo metanifero.
Riepiloghiamo adesso gli interessi del potente feudatario nel giro delle immobiliari.

“Castello di Mazzè”: compravendita, gestione di beni immobili ecc. Società per Azioni dal 1961, con Sardi Silvio (più Sergio Testori, Erba Enrico, Piredda Salvatore), capitale 1 milione.

“Cava Martesana”: estrazione e commercio di ghiaia, s.r.l. del 1959 con il Sardi, il Piredda, la Malegori Maria. Anche la ghiaia meglio degli idrocarburi concorre direttamente alla gestione immobiliare…

“Sarfin”: partecipazioni industriali, commerciali; operazioni finanziarie; s.a.s. del 1962, col Sardi, Ercole Starace, il Piredda e il Meda, Galbiati Giuseppe e Visentini Alessandro; capitale 30 milioni (in compartecipazione con la “Finanziaria Pilugiana”). Cointeressenze della Sarfin: Immobiliare Cascina La Rosa, Ongolo; Podere Baraccone Vecchio, IJbaldo, Mocol-Desa, Olearia, Fornaci di Milano, la Vecchia Pievaccia, Martesana, Imperiale. E altre. Un giro eloquente che suggerisce molte cose.

“Fornaci Riunite Cascinazza”: Società per Azioni sorta nel ’63. È del Sardi Silvio con Testori Sergio e Meda Filippo, mentre in passato c’erano anche la Malegori e il Piredda

“Immobiliare Fortuna”: una S.p.A. deI ’63 con il solito oggetto sociale, costituita dalla signora Malegori, su incarico di qualcuno (facilmente identificabile). Attualmente amministrata da Annamaria Bertetta.

“Sama”: compravendita, gestione, operazioni immobiliari. C’è il Sardi con Il Piredda e la Malegori.

“Sonia”: gentile appellativo per speculazioni immobiliari. Per Azioni, sorta nel ’63, con Alessandra Giuseppina Malegori (stavolta) e certi Enrico Montini di Monza e Livio Oriani, di Vimodrone.

“Fornace Brianco”: per la fabbrica di laterizi e ceramiche; costituita nel 1960; amministratore unico prima Silvio Sardi, poi la signora Maria Malegori.

“Esercizio Cinematografico Martesana”: per la gestione e la costruzione di locali di spettacolo. Attività sempre in espansione quella del Sardi. È una s.a.s. sorta, come S.p.A., nel ’60 con accomandanti la moglie del Sardi, signora Rosalia Corazzi, e la “Sarfin” già citata, poi anche la Malegori (dal ’67); accomandatario il Silvio Sardi.

“Immobiliare Agricola Ardens”: S.p.A. costituita già nel-’41, aggiudicata al Sardi nel ’63 (l’anno del boom) e gestita dallo stesso con la signora Malegori, dopo i passaggi e le relative procure al Piredda Salvatore e Testori Giovanni.

“Parea Seconda”: una immobiliare del 1960 con il Sardi oltre a Galbiati Giuseppe. Nel ’61 cambia in “Poasca Seconda”, mentre nel ’64 Sardi cede la quota alla Immobiliare Actna, con questa per socio accomandante e accomandatario un misterioso sudanese, Andrè Farhè.

“Immobiliare Banfa”: solito oggetto, solita formula; risale al ’69. Costituita da Maria Malegori che esce nel ’65 per far posto al Sardi, al Testori, al Meda (ora gestori), dopo un breve passaggio a Salvatore Pirredda.

Immobiliare Basile: risale come S.p.A. al ’37, ma Sardi vi entra nel favoloso 1963, portandovi in seguito il Piredda. Nel ’69 con atto pubblico si chiarisce che la società è amministrata unicamente dal Sardi Silvio. Chiarimento superfluo, se in tutte codeste imprese il padrone è uno e le teste di turco variano con scarsa fantasia.

“Immobiliare Cavallasco”: S.p.A. del ’63 con Alessandra G. Malegori prima, poi coi Testori (Giorgio o Sergio), il Piredda, il Sardi.

“Immobiliare dei Principi”: particolarmente congeniale al princtpe delle immobiliari, nel rispetto della sovranità altrui (il re è altrove, ma vigila o manda). Solita la ragione sociale. E del ’63, con il Sardi sempre, Piredda e Malegori Maria.

“Immobiliare della Croce”: la compravendita ecc. va benone, nonostante il richiamo severo del nome. Lo sanno, da quel ’63 che ha visto tante fortune del Sardi, questi e la Maria Malegori, il Piredda e nel ’70 un certo Nicoletti Francesco, oltre alla non irrilevante comparsa, Meda

“Immobiliare Colomba”: la tortorella, in questo caso, è la Malegori Maria, comandata dal 1963 ad amministrare sola sola (la fiducia del Sardi è sconfinata) la società.

“Immobiliare Cavaione”: nata sempre nel ’63 come S.p.A. ad opera della Maria Malegori (in Riva: da accertarsi chi è il consorte), vede l’ingresso di Zambardieri Gabriele (’67) con Silvio Sardi, e nel ’69 del Piredda, articolazione della Malegori, a sua volta braccio destro del Sardi.

“Immobiliare Monfalcone di Rivolta”: società per azioni nel ’49, raggiunta dal Sardi nell’anno santo 1963; quattro anni più tardi, breve apparizione del Piredda. Dal ’69 amministratore unico Silvio Sardi

“Immobiliare Cascina La Rosa”: il principe ama la vita agreste. Risiede a Cernusco, fuori delle grandi metropoli in cemento; si trova bene nelle vecchie case di campagna. Nel 1959 costituisce per le solite operazioni immobiliari anche questa società, facendovi entrare la Rosalia Corazzi (sua moglie, nata a Pozzuolo Martesana). Pero nello stesso anno la signora esce dalla società che il Sardi trasforma in accomandita semplice, diventa accomandatario avendo per controparte la “Sarfin” e la rientrante (per la finestra) signora Rosalia. Nel ’64 il gioco si inverte perché esce lui ed entra la Malegori. Gioco divertente, ma certo proficuo: negli affari il sesto senso ci vuole.

“Ongolo”: una S.p.A. presa dal Silvio di Cernusco nel 1960, trasformata in s.a.s. con soci la Rosalia Corazzi e la “SarEn”. Nel ’64 Malegori Maria subentra al Sardi, così come l’Alessandra Giuseppina (Malegori) sostituisce la sorella nel ’67. Anche qui giri viziosi suggeriti da esigenze tecniche di prim’ordine.

“Podere Baraccone Vecchio”: anche con questo baraccone ottimi affari garantiti attraverso l’acquisto, la costruzione e la canalizzazione del terreno stesso. Accomandante dal ’67 con 20 milioni di capitale, il Sardi, avendo per garanti la “Sarfin”, la Malegori bis e la Rosalia.

“Generalcase”: per la compravendita di beni immobili. Costituita nel ’62 come accomandita semplice da certo Bettinetti Giacomo accomandatario e dalla “Sarfin”. Nel ’64 il Bettinetti è sostituito da Alessandra Malegori, nel ’66 la procura va ai soliti Sardi e Calise: a quest’ultimo viene revocata, ovviamente, appena il bene della società lo richiede, cioè subito dopo.
Non è per tirare un respiro di sollievo che l’elencazione si interrompe. Lo facciamo soltanto perché il linguaggio astratto di queste derivazioni immobiliari o meno del grande impero sul quale, come la regina Vittoria, domina pacifico (o discreto) l’innominato, minaccia di perdere significato per l’inesauribile dovizia di partecipazioni e interessi, trascritti come si conviene con fedeltà e pignoleria La materia, ripetiamo, è grigia, al punto che la fatica maggiore si riscontra nel leggere anziché nello stendere queste note. Come ogni documentazione, vuole essere esatta ed esemplare. Al punto da risultare interminabile, nonostante si siano volute correre soltanto alcune piste. Eccone pertanto le nuove voci, atti unici con gli stessi protagonisti e soprattutto con l’identica regia e supervisione.

“Immobiliare Ubaldo”: la s.r.l. è del 1949. Sardi vi entra nel ’52 in qualità di amministratore unico. Nel ’57 fa capolino la moglie Rosalia Corazzi. Nel ’62 la società si trasforma in s.a.s., accomandatario il Silvio Sardi e accomandanti “Sarfin” e signora Rosalia. Nel ’64 il padrone cede il posto alla signora Malegori che lo passerà poi nel ’67 alla sorella Giuseppina Alessandra.

“Mocol”: sorta a responsabilità limitata nel ’57, accoglie come amministratore unico il Sardi nel ’59 (compravendita immobili). Si modifica in s.a.s. nel ’63 con gli accomandanti “Sarfin” e Corazzi Rosalia (accomandatario il Sardi), uscendo in seguito la signora Sardi in favore della Malegori (Maria).

“Olearia”: stavolta si tratta di un’impresa di costruzioni sorta nel ’62 come s.a.s., con Luigi Penati accomandatario e la “Sarfin” accomandatario. La Malegori Alessandra prende il posto del Penati nel ’65, mentre due anni dopo subentra la Maria a surrogare l’Alessandra.

“Societa Anonima Fornaci di Milano”: nel campo dei laterizi e nelle ceramiche si profilano prospettive incoraggianti. Il Sardi comprende e nel ’57 agguanta la società, attiva da 16 anni, trasformandola nel ’60 da S.p.A. in s.a.s., lui accomandatario, “Sarfin” e la Corazzi accomandanti. Come accade sempre, nel ’64 la Malegori Alaria sostituisce la moglie di Sardi e si toglie la procura al Calise, attribuitagli nel frattempo.

“Immobiliare la Vecchia Pievaccia”: romantica e clericale denominazione, voluta nell’anno fausto 1963, congiuntamente, dalla “Sarfin” e dalla Malegori. Nulla di vecchio e di spregiativo in quest3 impresa che cambia protagonisti ma non attività e che probabilmente continua ad assicurare guadagni agli interessati, al riparo da soverchie indiscrezioni di un fisco amabilmente tollerante.

“Marsa”: sorta nel ’63, viene intestata, caso unico, alle due Malegori. Altro fatto insolito: nello stesso anno, muta da s.a.s. a societa per azioni. Ancora, tanto per cambiare: nel ’67 l’Alessandra estromette, con buone maniere (crediamo), la Maria, divenendo amministratrice unica.

“Immobiliare Fulmine”: per azioni dal ’59. Ragione sociale: iniziative lmmobiliari, ma anche finanziarie (da svolgersi con la rapidità sottintesa dal nome). Nel ’61 Sardi e Galbiati soppiantano i fondatori, Gianzini e Servegnini. Solita trasformazione in s.a.s. con la Malegori da una parte e la “Olearia” dall’altra, già da noi incontrata.

“Immobiliare Imperiale”: deve funzionare bene, nonostante la cacofonia. Allusiva questa s.a.s., nel quadro del dominio in affari del Sardi. Dal ’63, con Maria Malegori accomandataria e la “Sarfin ”, con certi Manetti Edmondo e Liprandi Domenico accomandanti, si specifica che l’immobiliare durerà—a Dio piacendo sino al ’74. Evidentemente dopo tale scadenza il Sardi pensa di potersi ritirare in riviera, dimenticando questa congerie di imprese e di rischi.

“Immobiliare Desa”: è una delle prime s.r.l. del Sardi che la fonda nel ’52 con sole 50 mila lire di capitale. Nel ’63, quando tutto sembra oro sotto il sole del boom, diventa s.a.s. (artifizio plausibile a tutti, anche a chi come noi non mastica granché di ragioneria finanzlaria e di economia applicata). Accomandatario il Sardi e accomandanti la “Sarfin” e la Corazzi. Diventa titolare (di nome) l’Alessandra Giuseppina nel 1967.

Le punte di diamante dello Stato Maggiore

I nomi degli aiutanti di campo di Silvio Sardi li abbiamo incontrati, minuziosa monotonia nel lungo indice delle attività connesse al grande finanziere, amico di Cefis. Di essi daremo qui un succinto curriculum, così da ampliare meglio il discorso e da fornire notizie anagrafiche di un certo interesse nella vicenda.
– Calise Salvatore: nato a Porto d’Ischia nel 1906 e residente a Milano in via dall’Ongaro, 24 (dopo aver vissuto a Roma sino al 1927). Suo compito, esercitare le procure, almeno in via provvisoria, per conto del capo. Altro non sapremmo attribuirgli, ma ci pare che sia abbastanza.
– Corazzi Rosalia: consorte di Silvio Sardi, nata a Pozzuolo Martesana nel 1915. Sembra destinata, almeno nelle radiografie finanziarie qui riprodotte, ad essere regolarmente soppiantata dalle due Malegori, le quali imperversano con assoluta puntualità in fatto di presenze e di rientri. Non fa in tempo ad affiancarsi nelle società del marito che trova le due a levarsela dai piedi.
– Malegori Maria: coniugata Riva, è nata a Villasanta, alle porte di Monza, il 13 gennaio 1931. Peccato che ben poco si sappia del marito. Abbiamo ricordato tutte le società in cui esercita, tranne una, l’“Azienda Officine Gas – Acquedotti di Albenga”, sorta nel ’67 come società per azioni con 6 milioni e 650.000 lire di capitale, per iniziativa sua e di Piredda Salvatore, ora amministrata dal trio PasargiklianMeda-Piredda. I rapporti col Sardi, dal lato economico produttivo, sono molto stretti, perché il suo nome è ricorrente in quasi tutte le iniziative immobiliari o meno del Capo.
– Piredda Salvatore: nato a Roma il 7 dicembre 1911. Con il Calise, è uno dei due “Salvatore”, il primo anzi, con parti più rilevanti anche se piuttosto subordinate in genere. Rimane da vedere se, come dubitiamo, egli controlla (su mandato) il Sardi, o se ne è il fedele collaboratore. Accreditiamo la prima ipotesi, per quanto romanzesca, proprio perchè la staff della “Anonima” è meticolosa nelle sue manovre e adopera una astuzia diabolica anche nella dislocazione dei reparti, siano pure fidati e di lunga esperienza.
– Pasargiklian Waban: nonostante il nome armeno, è nato a Milano-Affori, come abbiamo già visto, nel 1920 e vi risiede in Corso Matteotti, 11. Con Filippo Meda, il doppio junior, è fiduciario del Sardi, con azioni in rialzo, a giudicare dalle nomine (sue e del Meda), nei consigli di amministrazione; a spese (apparenti) delle Malegori e dei Salvatori (Calise e Piredda), ma in perfetta sincronia di lavoro e di profitti. In fondo sono tutti volenterosi emissari di una sola sorgente.
– Meda Filippo: figlio dell’onorevole, ex vice sindaco di Milano, Luigi (ora defunto), e nipote dell’altro Filippo che chiameremo il grande tanto per non causare errori di omonimia. Nato a Milano il 16 marzo 1929: quasi coetaneo del socio Wahan, dunque. Fiduciario anch’egli del Sardi, tanto nelle metanifere che nelle immobiliari. Per giunta (o per premio?), lo vediamo pure consigliere comunale di Milano, forse per far rimpiangere meglio il nonno; il quale si occupava sì di politica, e come, ma soltanto di questa, senza mettere le mani in affari.
– Vaccari Antonio: nato a Cento (Ferrara) nel 1901, ma residente a Milano nello stesso palazzo del Calise, in via Dall’Ongaro n. 24, tipico personaggio utile e di comodo. Un tale cui affidare (e togliere) le procure, da mettere qua o là nei momenti di vuoto e di vacanza delle società, da sostituire quando è necessario, dimenticato il vecchio proprietario, far entrare il nuovo. Le immobiliari, come le aziende di idrocarburi, sono popolate di questi generici che rientrano, consumata la loro parte di responsabilità, nell’anonimato.
– Malegori Giaseppina Alessandra: sorella (se non andiamo errati) della Maria, essendo nata anche lei a Villasanta, un anno dopo, nel 1932. Oltre alle sue partecipazioni in casa Sardi, aggiungeremo che fa parte della “Immobiliare Vignatese” (Via Dandolo, 4, dove abitano Umberto Salanti e Luigi Padoin e dov’era domiciliato Cefis). Nella immobiliare c’è Adele De Giorgi, ma anche l’Enrico Aristo Aureggi, socio con Salanti & C. (e titolare di parecchie metanifere ed altre finanziarie).

Il gruppo a conduzione familiare

Esaurito così, con la verve abbastanza stanca delle ragioni sociali e delle contaminazioni varie, il secondo squadrone della “Anonima” che abbiamo chiamato “Beta”, veniamo all’ultimo, il “Gamma”, tipica consorteria d’affari a gestione quasi artigianale. Non impiegheremo molto tempo per esaurire queste schede biografiche di personaggi che possono sembrare minori ma che nell’economia dell’insieme hanno la loro rilevante importanza.
– Carcano Gaetano: nato a Milano il 21 febbraio 1898. È stato, con Salanti & C., fondatore nel ’52 della “Metanifera Alta Italia”. È amministratore unico (35 milioni di capitale) della “Metanifera di Milano”; della “Metanifera Pontirolo Nuovo” (s.r.l. con 10 milioni di capitale); della “Metanifera di Canonica d’Adda” (stessa formula e cifra della precedente); della “Metanifera Dell’Oglio”, ora a Crema; della “Metanifera Gessatese”; della “Metanifera Alta Brianza” ( 120 milioni di capitale); della s.r.l. “Cometa”; della “Conteam” (qui in socio con i figli sino a quando la società è stata ceduta al Manenti); della “Empagas” (in socio con Giulio Arcelloni, fratello dell’Ernesto della “A1fa Metano”). Risulta infine titolare di quell’“Istituto per la Edilizia Familiare” di cui abbiamo fatto cenno in precedenza.
– Mela Maddalena in Carcano: consorte del Gaetano, nata a Sassari nel 1904. E’ socia col marito nella “Cometa”, nella “Gessatese” e nella “Dell’Oglio”. Quando si tratta di affari, anche la moglie può contribuire in modo proficuo e discreto.
– Carcano Pietro: certo il figlio, nato a Milano nel 1943. Figura nella “Metanifera Dell’Oglio”, ma data l’età del padre, c’è da ritenere che raccoglierà l’eredità di numerose aziende paterne.
– Carcano Enrico: nato a Milano nel ’39. Da primogenito, coadiuva il padre in diverse società: la <e Dell’Oglio”, la “Gessatese”, la “Conteam”, la “Metanifera Alta Brianza” (quella con appena 120 milioni di capitale).
– Della figlia Maria Carcano, interessata a “La Vita” per facilitare i giovani sposi alla ricerca di pane sì, ma anche di un capanna, abbiamo gia detto.

Il cerchio della terza serie in cui è suddivisa la “Anonima”, è abbastanza ristretto, ma gli affari prosperano egualmente. Per conto di chi? E’ l’interrogativo ricorrente in queste elencazioni, tra le quali un lettore distratto potrebbe perdersi, cioè smarrire il filo d’Arianna deI labirinto Cefis. Si può anche in questo caso reputare i Carcano come dei semplici paravento, ma di più ora non è possibile appurare.
I supplementi d’indagine, non per curiosità o indiscrezione, possono legalmente ampliarli coloro cui è demandato di andare sino in fondo. Noi ci limitiamo ad esemplificare le ragioni e i nomi di quanti risultano iscritti al sodalizio metanifero-immobiliare di apparenza assolutamente anonima, ma di contensto e di gestione altrettanto chiaramente ispirati da un solo maresciallo d’Italia. In fondo ci troviamo ad ammirare dei campioni delle riforme: per la casa e per Ia patria; l’edilizia e il metano, strutture del progresso nazionale.

Controfigure, coristi, comparse

Siamo giunti alla stretta finale del nostro racconto per vite parallele sulla “Anonima” del metano. Abbiamo raccolto gli elementi ufficiali delle diverse biografie, alquanto succinte e pur sempre, esaurienti. Potremmo tirare in ballo comunque qualcuna delle figure minori, scusandoci di questa ennesima ricaduta nell’inevitabile elencazione.
– Barracchia Vittorio: anni 64, di Barletta. Uomo di Sardi, in quanto interessato alla “Metanifera Alta Italia”, alla “Samem Metano”, alla “Sime Guardamiglio”.
– Biondlni Paola: sindaco nella “Metanodotti Prealpini” e “Metanodotti Bresciani” e quindi legata in affari con Manenti, del settore “Alfa”.
– Cattarozzi Asgusto: anni 45, da Isola del Piano. Uomo di Manenti, piazzato alla “Metano Pandino” e all’“Alfa Metano” (con Arcelloni).
– Crotti Pietro: da Offanengo, anni 75. Amministratore della “Gasmeter” e sindaco delle due “Metanodotti” (Bresciani f Prealpini).
– Garbagnati Umberto: da Crescenzago, anni 76. Compagno del Salanti ( anche nella “Fingraf” e nella “Rimoldi”, oltre che nella “Metanifera Alta Italia” ).
– Galbiati Giuseppe: del reparto Sardi. Nato a Milano nel 1928. Socio nella “SarEn” la potente Enanziaria , nella “Metanifera Martesana” e nella “Immobiliare Poasca”.
– Ghidoli Pasquale (padre) e Tullio (Eglio) da Vittuone. Sono del primo squadrone, in quanto entrano nella “Molteni”, guidata dal Ripamonti Ministro.
– Maraja Sergio: anni 52, di Verona. Gruppo Manenti-Ripamonti perché interessato alla “Estigas” e alla “Metanodotti Bergamaschi”.
– Olmi Renato e Luigi: impegnati nella “Sime”, “Igegas”, “Ero gas-metano”, “Metanodotti Prealpini”, squadrone Alfa.
– Olivieri Giuseppe: nato nel 1933 a Milano. t nella “Sodigas” e nella “Aersodigas”.
– Pirola Mario: di Cernusco sul Naviglio (patria del grande), guppo Sardi. Presente nella “Metanifera Ambrosiana” e nella “Gessatese”.
– Starace Ercole: anni 68, di Milano. Del gruppo Beta in quanto interessato nella “Martesana” e nella “Sarfin”
– Sqaazzi Rino. primo gruppo perché della “Esti-gas”, della “Gas Orobica”, della “Metanodotti Bergamaschi” (ManentiRipamonti).
-Visentini Alessandro: da Motta di Livenza, anni 68. Gruppo Beta ( “Martesana” e “Sarfin” ).

Non ci ripeteremo per Umberto Salanti, Giuseppe Maffei, Alisconti Alberto di San Vito, dei quali abbiamo lungamente trattato.

Fuochi d’artificio finali

Quale l’entità globale di questo carosello di nominativi, oggeto formulazioni societarie, capitali, cointeressenze?
Signori: verifìchiamo i bilanci delle singole società per appurarlo. Quali i ricavi netti della casamadre dei tre squadroni d’assalto dell’“Anonima Metano”? Si potrà constatarlo per difetto controllando chi sta dietro. Un’irruzione, dei sigilli, una inchiesta. Basterebbe. Ma dubitiamo che si voglia arrivare a tanto.
Speculazioni fondiarie, edilizie. Comparse, figure di secondo piano. Società in accomandita semplice; società Finanziarie e di partecipazione industriale e commerciale: la strategia comune per riservare alle attività quel velo di discrezione e di silenzio che serve.
Su tutto veleggia l’ossequio dei politici, perché la componente partitica emerge grandiosa nell’arazzo delle metanifere, cosi come l’apporto delle immobiliari è garanzia Enanziaria di prim’ordine.
A metterci il naso c’è da correre il rischio di confondersi, di perdere il fiIo. Possibile che tanta astuzia e tanta perfetta organizzazione anonima possano oggi prosperare in Italia? Che il nostro Paese, terra di carte da bollo e di cambiali, repubblica che incoraggia e tutela il risparmio (postale), patria di metalmeccanici che reclamano te non è detto che abbiano torto) uno stipendio da docenti universitari e di docenti universitari che fanno gli attivisti Come dei metalmeccanici (con poca ediScazione dell’opinione pubblica, la quale conta un accidenti), abbia miliardari sfrontati e riveriti che manovrano alle spalle dello Stato, facendola in barba a tutti come sutentici parassiti promossi al ruolo di benefattori dell’economia nazionale, talent-scout alle sconosciute risorse minerarie e del potente metano padano?
Possibilissimo. Almeno Finchè Cefis tiene in mano le redini. Togliendogli la maschera e controllando lui, le sue azioni, i suoi compari si potrebbe far luce; restando edificati.
Il nostro lavoro, estenuante e solitario, è fnito, almeno per ora. Per quanto rimanga parecchio da approfondire, da comparare. Dovremmo ricominciare da capo, con gli stessi nomi e nuove “ragioni”. Ma questo dovrà farlo all’occorrenza lo Stato.
Non contiamo sui vari ministri e sulle personalità politiche alle quali abbiamo fatto vedere i nostri servizi. Essi non hanno mosso un dito, né lo muoveranno a questo secondo round. Per la ragione elementare dello squilibrio di potenza: la Anonima e il dott. Cefis sono straordinariamente più forti di noi. Sono anzi vendicativi e la verità, in questi casi, è vestita di stracci.
A meno che non provveda la Giustizia e per questa il Procuratore della Repubblica. Questo di Cefis è uno degli scandali più grossi dell’epoca, nel nostro Paese. Alla Montedison continuerà a curare gli affari di Stato e quelli del Cincinnato che è lui: ricco, intrigante, trasformista. Il suo posto non stona accanto agli Ippolito e ai Bazan. Diciamolo con una certa franchezza, in nome non delle nostre modestissime attese, ma della Giustizia con la maiuscola.
Chiedere la fine della mafia è soltanto un dovere per un cittadino, una forma di deontologia per il giornalista. E’ quello che domandiamo a gran voce, sicuri di perderci ancora una volta nel coro degli osanna, ma certi, ugualmente, che qualcuno ci ascolta: e annota, e intende, e vuole.

Questo è Cefis (pp.259-279) – FINE

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Questo è Cefis 19

15 giugno 2009
Nell’orbita del sole nascente
di Giorgio Steimetz

Col metano in Italia si possono costruire affari d’oro. Chi lo concede, vuole la sua aliquota di benefici. Chi se ne occupa, attraverso le società ne ricava degli utili considerevoli. Le stesse correnti dei partiti ricorrono al metano, anche in via di traslato, perché i benefici finanziari che una DC può assicurarsi da qualche manovra politica (a Milano col federale Marcora, magari), riescono ad azzerare deficit paurosi derivanti dalla gestione dell’apparato, dalle diverse campagne elettorali, dalla caccia, specialmente al voto preferenziale. Senza volerlo abbiamo delineato tre gruppi. Essi costituiscono, come già abbiamo avuto modo di accennare, la cosiddetta anonima-metano. Il primo gruppo, padronale o dirigenziale, stabilisce a chi assegnare l’idrocarburo in lavorazione. Per poterlo fare deve naturalmente avere (e aver avuto, in un presente storico che è ancora attuale) le mani in pasta. Deve stare dentro l’ENI, per di più al massimo grado di responsabilità.
Mattei prima, Cefis dopo, hanno abilmente maneggiato questo magico potere.
Morto il primo, è rimasto padrone del campo il secondo.
Anzi, con la esperienza acquisita o con la conoscenza tempestiva e sicura dei piani di attività dell’Ente, si possono stabilire, fuori dell’ENI ma in parallelo, interessanti raccordi, anodine società (in proprio o per rappresentanza di amici), private a tutti gli effetti e assolutamente discrete, ma ausiliari rispetto all’ENI stesso. Meglio definirli affari privati in atti d’ufficio, come li chiama il codice. Ma chi può perseguire in Italia imprese tanto protette d’immunità e silenzio? Si infliggono mesi quattro ad un operaio che ruba un libro dall’edicola della stazione di Palermo o si tronca Ia carriera ad un Ippolito o ad un Bazan, ma gente come Cefis, per ben altre distrazioni, non si tocca. Questo è un (incidentale) amarissimo risvolto della realtà.

La lega degli Onesti

Un secondo gruppo si articola in parte di teste di turco, uomini cioè che appaiono sugli atti sociali in conto terzi i quali non possono né gradiscono risultare (perciò incontrando i Salanti, i Visconti di Sanvito, i Maffei, risaliamo subito alla fonte e notiamo in filigrana il Cefis); in parte da uomini che il metano l’hanno sperimentato perché coi proventi della costruzione di reti e tubature, dell’esercizio di officine per il gas, le ricerche, lo sfruttamento, il trasporto e la vendita, si assicurano una percentuale di tutto rispetto, come ogni paga d’operaio che si rispetti (come fanno i Ripamonti Camillo, i Sardi, i Carcano, i Manenti, i Vigevani, tra i più noti), pur garantendo una tangente in diversa misura e in conseguenza di singoli accordi, ai ras di partito, alle correnti avanzate, alle federazioni provinciali. Il terzo gruppo è costituito invece soltanto dai beneficiati; vale a dire gli uomini del partito (di maggioranza, ma anche di altre minoranze) ai quali compete l’obbligo di spendere bene quel che hanno avuto graziosamente.
Essi devono mantenersi senza esercitare una comune professione; possedere case, terreni, segretarie, hobby e giornali; imporre poi con il peso del denaro (fruttato dall’oro nero) il proprio pensiero in politica, sì da farlo coincidere, ovviamente, con quello del Capo, anzi come lo chiama Marcora del Presidente (perché di Presidenti non ve ne possono essere altri), il quale tutti condiziona e manda o assolve con l’autorità e il prestigio del proprio nome, Cefis.
Malcostume o immoralità, non cambia molto. Come non muta la ramificazione di interessi oscuri chiamando in causa l’appellativo mafia. E’ un fatto che si tratta di una lega di prepotenti che agisce alle spalle dello Stato e del contribuente, ai margini della giustizia, impedendo insieme ogni sguardo indiscreto di chi potrebbe indagare.
Si prova disgusto passando in rassegna questa staff di imbroglioni ad alto livello, considerati in genere ottimi funzionari, integerrimi o almeno rispettabili) tutori della cosa pubblica, siano essi al governo nel partito, al Parlamento, nell’industria di Stato o parastatale. Spudoratezza eccellente, da manuale; curiosa analogia di azioni e di profitti con il fango petrolifero, che assicura uno strapotere incredibile.
E pensare che basterebbe una nostra articolata (tra decine e decine) denuncia per portare dritto dritto il capolega e i suoi scherani a San Vittore o a Regina Coeli (è da vedere dove il magistrato, che non c’è, indicherà una sede per legittima suspicione).
Magari la più semplice accusa da noi formulata: quella della distrazione di personale, ossia l’assegnazione in trasferta di incarichi diversi di persone distaccate a spese dell’Ente Nazionale Idrocarburi presso i più disparati posti di osservazione. Decine e decine di casi, a cominciare dal Restelli Giuseppe all’“Avvenire” e finendo con lo stesso autista ufficiale di Cefis, Breda e della seconda segretaria, Radini Tedeschi.

Nuove tracce per un’inchiesta

Non si muove nessuno. In questo nostro paese, ricco di speranze e di sottoccupati, di sfumature politiche e di Mezzogiorni, di emigranti e cantautori, ma anche di mafiosi e multimilionari, basta un poco di fiuto, di flessuosità e di intelligenza per tenere in iscacco tutti i poteri, tutti i bracci, laici o ecclesiastici, tutte le fonti, informazione compresa.
A che serve allora dilungarci in una citazione di tracce e di indizi, tutti abbastanza collegati tra loro, tutti innaffiati più o meno di metano? Forse gioverà a coprirci le spalle, a documentare le nostre accuse; col rischio, beninteso, di finire condannati per aver detto la verità, come mostrano ben più illustri precedenti.
Riprendiamo ancora una volta il filo del nostro discorso analitico.
Dovendo riannodarci all’elenco prolisso e inesauribile delle anonime del metano, diamo senz’altro la precedenza (ancora) al prode e assai intraprendente Ministro per la Ricerca Scientifica, che coltiva anche la passione della ricerca (e sfruttamento), di idrocarburi. Un attività meno prestigiosa sul piano sociale di quella d’un Dicastero, ma che forse gli assicura benefici più consistenti, ammesso che Cefis e il Partito lo lascino almeno usufruttuario di qualche ben remunerata presenza.

“Lumezzane Gas”
Costituita nel 1955 e itinerante in Milano (da Via San Marco a via Sismondi; da via B. Sassi a Via Reina, fino a via Haiech).
L’iniziativa va fatta risalire all’operoso Bruno Manenti, per curare nuove operazioni di ricerche minerarie nel sottosuolo nazionale ed estero e di sfruttamento degli idrocarburi di produzione propria e di terzi. Il patrio suolo, si vede, non basta più. Occorre emigrare con squadre specializzate in aiuto all’ENI o addirittura in concorrenza col gigante italico del petrolio.
Naturalmente la società abbisogna di un consiglio di amministrazione in gamba. Tant’è vero che se notiamo un Polenghi Michele (nel 1958), nome il quale non esprime molto, ci imbattiamo anche in un Ripamonti Camillo, ingegnere (e poi Ministro), nel ruolo di Presidente. Riconferma puntuale per il triennio successivo, a due riprese, sino al ’66.
Un anno dopo, colpo di scena, consueto al Ripamonti: questi scompare (insieme al fido Michele Polenghi) e diventa procuratore il Manenti, solo ma non indisturbato. Il Ministro è uscito
unicamente per delicatezza, per non compromettersi, con l’acrobazia di mestiere congeniale agli uomini politici. Comunque egli resta nei couloirs della faccenda.
A questo punto ci pare suggestivo riepilogare la presenza di Bruno Manenti in un primo gruppo di società; il cremasco non è certo una figura di secondo piano in codesto affare di metano, se può permettersi di trafficare i suoi talenti attraverso la “Ladir” (capitale 50 milioni) per la compravendita, gestione di partecipazioni, finanziamenti di attività immobiliare, di cui è accomandatario, avendo per accomandante la “Ladir” appunto Anstalt di Vaduz Compartecipazioni care anche al nostro Cefis.

Un soggetto da inquadratura

Mettiamo ancor meglio a fuoco questo personaggio.
Lo troviamo ancora nella “G. Carabelli”, costituita nel ’49 con 40 000 lire di capitale per l’industria e il commercio del legname e la sua lavorazione. Nel ’52 il capitale è portato ad un milione e mezzo circa. Nel ’58 diventa amministratore unico la moglie, Gianna Agello. Nel ’65 da Anonima che era, diventa s.a.s. Ovvio: come potrebbe diversamente il Manenti risultarne accomandatario, avendo per controparte la “Ladir” (cioè se stesso più la solita “Ladir Anstalt”)?
Lo vediamo inoltre nella “Marivima”, altra società per azioni fondata nel ’58 per la compravendita, permuta e costruzione di fabbricati, con amministratore unico un innocuo Giuliano Gianluigi. Nel ’58 ancora si rivela il Manenti, portando il capitale da uno a ben cinquanta milioni. Nel ’65 la consueta trasformazione in società per accomandita semplice, così da consentire all’interessato l’abbinamento Manenti-Ladir.
Se volessimo conoscere in quante e per quante società la “Ladir” funziona egregiamente, dovremmo chiederlo al fiduciario di Ripamonti, cioè al cremasco Manenti.

“Ero Gas Met”
Una società rispettabile di ben 300 milioni di capitale in azioni da mille lire, per la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi e l’eror,azione del gas, costituita nel 1959. Nel ’67 il Manenti Bruno amministratore unico, nomina gestore del metanodotto di Monterotondo Nicola Santarino. Nel ’70 altro sviluppo: apertura di un ulteriore esercizio a Narni Tegarolo (Roma). Lo consentono i bravi sindaci Paola Biondini, Luigi Olmi, Giuseppe Piloni.

Immobiliare Gestioni Gasdotti “Igegas”
Nata nel 1951 come s.r.l. con un capitale di 60.000 lire pretendeva di gestire impianti di reti per la distribuzione del gas metano e di altri gas fluidi. Naturale che l’amministratore unico, Bruno Manenti, portasse il capitale a dieci milioni nel 1952, trasformando la società due anni dopo in S.p.A., costituendo nel ’56 un consiglio di amministrazione con se stesso, il Vanelli Enzo (della “Sime” e della “Crem Orobica”) del giro amici metanieri dell’onorevole Ripamonti, oltre a Renato Olmi (pure della “Sime”).
Anche il Manenti ha un debole dichiarato: far mutare periodicamente indirizzo alle società, quasi temesse – come gli capita stavolta con la nostra indagine d’andar scovato. In dieci anni, dal ’60 al ’70 infatti, la Igegas si è trasferita tre volte: in via B. Sassi in via Reina, in via Hayech.

“Gasmeter”
è una s.r.l. costituita nel ’65 con 900 mila lire e portata di schianto a 50 milioni un anno dopo. Amministratore unico, per le operazioni di ricerca mineraria, è Pietro Crotti, di Offanengo. Però ci assumiamo piena responsabilità asserendo che il Crotti è un uomo di paglia per coprire Bruno Manenti, e di qui il Ripamonti.
Consuete eleganze stilistiche che alleggeriscono la tensione burocratica delle ragioni sociali e dei loro sottintesi.

“Metanodotti Bresciani”
Altra s.r.l. all’atto della sua costituzione nel 1954 con amministratore unico Manenti Bruno. Trasformazione in società per azioni nel 1956 con capitale a 250 milioni. Esercita attività di sola distribuzione del gas metano. Seguono i traslochi dell’irrequieto titolare da via Garofalo a via Sismondi, poi in via Reina e in via Hayech. Lo seguono i soliti sindaci Luigi Olmi, Pietro Crotti (già incontrato nella Gasmeter…) e Grossi Osvaldo.
Le iniziative del Manenti sono quasi vertiginose. Lo si direbbe un fondatore nato. Non si dà tregua (o non gliene danno i superiori). Eccolo nuovamente all’opera con la:

“Metanodotti Prealpini”
Società nata nel ’56, a responsabilità limitata e appena 120 mila lire di capitale. Il Gestore unico, Manenti, parte sempre piuttosto in sordina. Poi magari arriva, in un paio d’anni, a centuplicare il ospitale, e più, portandolo a 150 milioni. Trasformando ovviamente una s.r.l. in S.p.A.
Lo esige lo scopo sociale che qui è allargato ad operazioni di ricerche minerarie, sfruttamento di idrocarburi, costruzione di impianti, distribuzione di gas liquidi. Manca il trasporto, ma a questo penseranno altri, magari la “Sommacar” (Alleanza Internazionale Trasporti) con sede in Via San Marco.
Quali saranno i sindaci della “Metanodotti”?
Non ci vuole soverchia fantasia: tre persone di assoluta fiducia, cioè Luigi Olmi, Paola Biondini e Pietro Crotti. Da buon outsider, nenti non cambia mai il tema che vince.

“Aersodigas” (o Sodigas)
Sorta nel ’54 – anni di feconda fortuna per il prode cremasco e una semplice s.r.l. con pochi soldi di capitale (centomila lire). N’ello stesso anno diventa per azionz ad opera del solito amministratore unico Bruno Manenti, il quale chiama a sè Giuseppe OliN icri e Bruno Bolla (un nome che rivediamo nella “Lumezzane” del Ripamonti; nella “Società Nazionale Gazometri”; nell’Estigas; nella “Tirrenia gas”; e come non bastasse, lo incontriamo tUttO solo amministratore unico della “Società Pubblici Esercizi”, piccola s.r.l. salita nel giro di un lustro da 100 mila lire a 10 milioni di capitale).
Attività dell’“Aersodigas”: servizio pubblico del gas di città con gasdotti a Biassono, Cerro Maggiore, Muggiò e Rescaldina. Così parte della Brianza è servita (vedremo in seguito chi copre il restante territorio) Capitale cento milioni. Non è poco. Nel collegio sindacale ancora Luigi Olmi, Musu Boy de Roberto e – toh, chi si rivede – il Maffei Giuseppe: carico di anni, di cariche, di fiducia del capo.

Il Bolla del gran giro

Abbiamo di sfuggita citato Bruno Bolla, del tandem Manenti-Ripamonti, Non sarà inutile chiosare dopo la “Lumezzane Gas” altri suoi rapporti nel contesto delle metanifere a largo raggio.

“Imigas”
Società per la ricerca mineraria del sottosuolo nazionale ed estero, lo sfruttamento di idrocarburi attraverso la costruzione di pozzi e condotti per il trasporto di essi. Curiosa (e stimolante) l’estensione territoriale della ragione sociale: non solo l’Italia, ma anche oltre confine (magari in concorrenza con l’ENI, senza dubbio). Rilevante anche il contenuto, dall’estrazione alla rivendita, con guadagni facilmente Immaginabili.
Chi è il capo della “Imigas”? Bruno Bolla, l’uomo di Soave (Verona): almeno così appare, mentre chi gli stia dietro non faticheremo granché a identificare. Il capitale viene raddoppiato dal 1960 (la Società per Azioni. Azioni di chi? e nata l’anno prima) al 1962 (da 25 a 50 milioni). Segno che gli affari vanno bene, non solo per Bruno Bolla.

“Tirrenia Gas”
Per la produzione e distribuzione di gas. Con dipendenze a
Santa Margherita e Rapallo, dove il clima sembra migliore che a Milano. Una vecchia società, del 1927, che nella sua vicenda più recente ci indica un capitale di 260 milioni nel ’61, di 300 milioni nel ’64 e di 585 milioni l’anno dopo. I consiglieri (tra molti altri anche l’Accetti Paride, socialdemocratico e consigliere comunale di Milano): Bruno Bolla, Presidente dal 1970.
Nel collegio sindacale Giuseppe Mascheroni (uomo del gas nei collegi), Lanni Diodato e Perlasca Giorgio. Non abbiamo elementi ne a favore né contro l’aderenza o meno di questa “Tirrenia Gas” rispetto al giro che andiamo spiluccando. Vorremmo semplicemente accertarci che non c’entra affatto. Tutto qui.

Società Nazionale Gazometri
Costruzione ed esercizio di impianti per la distribuzione del gas. Nel Consiglio attuale è consigliere delegato il Bolla Bruno; si notano Mascheroni Giuseppe (sindaco della “Tirrenia Gas”) e Maraya Sergio (già all’“Estigas”, ora estinta, con Bolla). Nel collegio dei sindaci, ancora Giorgio Perlasca con Luzzani e Morgese.
Anche di questa società sarebbe utile apprendere l’estraneità con quelle implicate nel settore Manenti-Ripamonti, visto che Bolla è socio di questi.

“Metanodotti Bergamaschi”
Società per azioni (un milione di capitale all’atto della costituzione, nel 1960), intesa ad operare ricerche minerarie nel sottosuolo nazionale ed estero (si vede che Bergamo ha ramificazioni economiche in mezzo mondo); nonché per attuare lo sfruttamento degli idrocarburi attraverso costruzioni di pozzi e condotti, il trasporto degli stessi (gas), nonché (ancora) la progettazione, costruzione di impianti e la distribuzione di gas liquidi, gassosi e compressi.
Non manca proprio niente. Se qualcosa difettava, era l’amministratore, e lo citiamo subito: un certo (ma non troppo) Luigi Floridi (che rivedremo), nato a Marengo. Però questi è sostituito nel ’63 da Bruno Bolla. Nel 1966 modifica della ragione sociale in Estigas Città s.p.a.; aumento di capitale in due riprese, da 150 milioni nel ’68 a 300 milioni. Presenti nel consiglio i due Sergio, Bolla e Maraya.

“Estigas”
Per la gestione di impianti del pubblico servizio del gas, operazioni di ricerche minerarie eccetera. Sorta nel ’63, un milione di capitale, amministratore Luigi Floridi. Nuovo amministratore nello stesso anno, Bruno Bolla. Nel ’64 il capitale ammonta a 500 milioni e il consiglio è formato dai due Bolla (Bruno e Sergio) e da Sergio Maraya. Entrano poi Armando Felisari, Cavallari Vittorio. Nel ’67 Cessa per trasferimento della sede a Roma.
Mistero, questo, che Manenti, amico di Ripamonti, e Vigevani (amico di Manenti), oltre al Bolla socio di tutti e tre, potranno chiarire.

“Gas Orobica”
Sorge come S.p.A. nel ’63 con 45 milioni di capitale per le solite operazioni di ricerca e sfruttamento. L’amministra Luigi Floridi (ma poi a chi la passerà?) che la trasferisce l’anno seguente da Crema a Milano, nel regno di Bolla, cioè in Piazzale Susa.

“Sovegas”
Sempre con la consueta ragione operativa, minimo capitale (appena cento mila lire), fondata nel ’58. Amministrata direttamente da Bruno Bolla, il quale porta il capitale nel ’59 a 15 milioni Nel consiglio spicca il Bolla Bruno con Mario (stavolta), più i Floridi Luigi (che riappare), amministratore unico nel ’64, con capitale aumentato a 45 e poi a 150 milioni.

Rientrando nell’orbita maggiore

Dopo il non inutile excursus nel reame di Bolla, riprendiamo l’arida—fin troppo elencazione dei dominions aggregati alla Corona dei Ripamonti e Manenti, su cui veglia l’ombra amica di Eugenio Cefis.
Una occasione (in parentesi) per chieder venia di un discorso tanto distaccato quanto scostante, quello che noi intervalliamo con le citazioni le cifre, i nominativi, le ragioni sociali.
La materia è questa e presenta una sua eloquenza, specie se si vuol seguire attentamente il gioco dei collegamenti in un edificante labirinto come quello che fa capo all’indefesso Presidente della Montedison.
Ecco ancora altri rimandi esemplificativi.

“Impianti Metano S.I.M.E.”
È nei confini territoriali di Manenti Bruno, nato in quel di Crema. Oggetto: ricerche minerarie e sfruttamento di idrocarburi. Capitale, 300 milioni, stavolta in taglio grande, cioè in azioni da 100 mila lire.
Nel consiglio di amministrazione, oltre ai decorativi Eliseo Restelli e Serafino Bonaventura, il Renato Olmi (anche della “Igegas” e parente stretto, si arguisce di Luigi Olmi); lo stesso Bruno Manenti in qualità di Vice Presidente, e quell’Ezio Vanelli (della “Igegas” e della “Crem Orobica” cara al Ministro delle ricerche, scientifica e metanifera).
Nel collegio sindacale: Luigi Olmi (personaggio fisso) e le unità mobili Ruggero Gallo e Velardi Filiberto. Seguiamo ancora il Manenti, per passare poi ad altri “tipi” interessanti della “Anonima Metano”. Ecco la:

“Metano Pandino”
Sorta nel ’54 con 160 mila lire di capitale. Una società a r.l., amministrata dal “Bruno” e con il consueto scopo sociale. Subisce una metamorfosi nel ’66, quando entra Augusto Cattarozzi (socio nella “Alfa Metano” ceduta poi ad Ernesto Arcelloni; giri di comodo molto meno misteriosi di quanto non si pensi), il quale porta il capitale a 14 milioni. Nel ’66 però vi approda Franco Vanelli ( per forza di cose congiunto del Vanelli Enzo della “Igegas”, della “Sime” e della “Crem Orobica”), ospitata dal Ripamonti in via San Marco. Nel ’67 appare Luciano Angiolini, un nome che per ora non ci dice niente.
Caratteristica della “Metano Pandino” è anche l’instabilità della sede: da via Calvi a via del Gesù, da via Mozart a via Tommaso Grossi, poi in via Paracelso, Piazzale Litta, fino a via Giulio Uberti. Sembra che la terra scotti sotto i piedi a della gente perseguitata da fantasmi di guardie e tributaria. O si tratta semplicemente di umore vagabondo, di hobby che non costa molto se davvero è utile far perdere le tracce (di che cosa? ).

“Metanodotti Milanesi”
Sorta nel 1952, con capitale di 60.000, la s.r.l. è amministrata da Bruno Manenti. Nel 1957 egli sente il bisogno di avere al suo fianco un tecnico di vaglia: l’Ernesto Vigevani – con segnalazione del “Camillo” della ambiricerca – è pronto. Tanto è vero che il capitale viene portato a 30 milioni e la s .r.l. si trasforma in S.p.A. Nel 58 un certo Livio Kaban, di Trieste viene cooptato nella società, puntello dei due signori sopracitati.

“Conteam”
Con cinquantamilalire all’atto della fondazione (1954), Gaetano Carcano – personaggio che può stare sul piano di Bruno Manenti – pretendeva di esercitare la consulenza tecnico amministrativa, la progettazione e tutto il resto nel campo dell’energia elettrica e deI gas. Errore di prospettiva, quantomeno.
Infatti il capitale passa a dieci milioni nel ’57. NeI ’66 il vecchio Carcano sente il carico degli anni (è nato nel 1898) e chiama nella società i congiunti (i figli, ci sembra) Enrico e Pietro, il primo del 39 e l’altro deI ’43. Tre anni dopo essi rinunciano all’incarico (o vengono cordialmente indotti a farlo), ed entra a tutti gli effetti nella “Conteam” (1970) il Manenti, amministratore unico. Un personaggio che finalmente lasciamo per dedicarci al Carcano.
Abbiamo già identificato Gaetano Carcano presentando Ia “Metanifera Alta Italia”, della quale risulta f
ondatore (certo su delega), con Salanti, Visconti e Maffei.
Nel settore metanifero ha impiegato ogni risorsa Esica, invecchiando – ha ormai 73 anni – nel mestiere; poi ha impegnato la famiglia perchè la moglie, Mela Maddalena, e i figli (crediamo) Enrico e Pietro gli danno una mano per far prosperare (entrandovi in qualita di amministratori) le aziende.
Carcano è certamente un boss, perché sarebbe ridicolo considerarlo un uomo di paglia. Un riscontro interessante può essere offerto da questa serie di metanifere, in una elencazione eloquente anche se forzatamente noiosa.

“Metanifera di Milano”
Costituita neI 1954 ad opera deI notaio (specializzato) Cellina. Una s.r.l. con appena 50 mila lire di capitale. In partenza, perché già nel ’63 questo aumenta a 35 milioni, seguendo naturalmente l’incremento degli affari.

“Metanifera Pontirolo Nuovo”
Avviata nello stesso anno, con identica formula societaria e uguale cifra di capitale, portato dopo tre anni a 10 milioni.

“Metallifera Canonica d’Adda”
Inizia come le altre nel medesimo anno, con scritturazione del dottor Cellina; sempre una società a responsabilità limitata e capitale di 50 mila lire, poi elevato ( 1956) a 10 milioni.

“Metanifera Dell’Oglio”
Questa volta il Carcano si sbilancia: infatti ricorre alla Società per Azioni. Anno di costituzione: 1954, capitale un milione.
Nel consiglio iniziale incontriamo certo Croce, e un professionista esponente democristiano a Milano, Silvio Riva Crugnola, più volte candidato eletto al Consiglio Provinciale, salvo l’ultima tornata quando dovette lasciare il passo ai giovani leoni.
Nel ’61 entra la signora Carcano, Mela Maddalena. Nel ’62, chissà per quale intervento, la società viene posta in liquidazione e il Milani Claudio provvede. Subito dopo viene revocata la Cessazione, il Carcano si ritrova amministratore unico. Nel ’66 entrano Pietro Carcano (di ventitre anni) ed Enrico Carcano (di ventisette). Fa poi la comparsa (1969) Alchieri Benedetto. Un anno dopo la ditta Cessa, passando comunque a Crema.

“Metanifera Gessatese”
Costituita nel ’53 per la solita attività connessa alle vendite e commercio dell’idrocarburo di Stato (con passaggio interinale ma giustificato in mani private, mosse dall’anonima metano).
Gaetano Carcano in questa s.r.l. non è solo; gli tiene compagnia quel Mario Pirola, già della “Metanifera Ambrosiana” in cui c’erano Ripamonti e Vigevani prima di passarla a Silvio Sardi e Maria Malegori. Un incrociarsi di nomi che rivela abbastanza la curiosa trama di queste derivazioni da unica matrice.
Nello stesso anno 1953 il Pirola esce sostituito dalla moglie del Carcano; la quale nel ’57 facilita l’ingresso a Benvenuto Mela (parente della signora Carcano, si direbbe) e ottiene nel ’63 un ruolo anche per l’Enrico Carcano.
Le concessioni di metano ai Carcano si ripetono. Evidentemente c’è di mezzo la buona condotta, l’esemplare esecutività dell’incarico, Ia fedeltà alle ragioni sociali più genuine, oltre agli utili (che non mancano affatto), versati almeno in parte alla cassa comune della anonima per ripartizioni successive.

“Cometa s.r.l.”
Stavolta cambia anche l’oggetto, mentre la denominazione denota maggior fantasia: si tratta di esercitare impianti di distribuzione deI metano. Con sede in Gorla Minore, la società sorge nel ’60, ma pur trovandosi in provincia di Varese, esiste una dipendenza in Milano. L’amministrano, con la consueta maestria, i vecchi coniugi Carcano, con un certo Spartaco Saita, anch’egli abbastanza avanti negli anni come i suoi due soci.

“Empa Gas”
A responsabilità limitata, costituita nel corso del 1969 con cinquantamila lire di capitale per le solite ragioni deI metano una volta emerso in superficie (benché oggi, esaurite le scorte minerarie italiane, il Cefis immetta nella rete di distribuzione metano di estrazione libica, sovietica e olandese: nell’interesse del consumatore, che trova prodotti di buona qualità e di prezzo competitivo, ma anche con evidenti vantaggi per gli amici suoi che lo lavorano).
Qui troviamo il giovane Pietro Carcano, ormai in grado di sostituire appieno il padre Gaetano. Nuova variazione (ed unica, sinora) nel 70 quando diventa amministratore unico Giulio Arcelloni, fratello (se non andiamo errati) dell’Ernesto Arcelloni della Alfa Metano.

“Alfa Metano”
Costituita nel marzo 1967, con la formula della responsabilità limitata e con un capitale simbolico di lire sessantamila, ad opera di Cattarozzi Augusto, di Isola del Piano (ex socio della “Metano Pandino” del Gruppo Manenti-Vigevani).
Nel 1969 viene scalzato, in qualità di amministratore unico – i cambi della guardia sono all’ordine del giorno nell’“Anonima Metano” – , dall’Arcelloni Ernesto, fratello del Giulio dell’“Empa-Gas”, e del Carlo, della “FIN S.p.A.”, tutti di Ziano Piacentino. La sede, da via Giulio Oberti si sposta in via Fabio Filzi e il capitale sale alla ragguardevole cifra di 49 milioni (perché non arrotondare a cinquanta giacché c’erano?).

“Metanifera Alta Brianza”
Provvede a costituirla nel 1960 il notaio Cellina, affidandola al Gaetano Carcano. Sempre padre esemplare, questi dà la procura sei anni appresso all’altro figlio Enrico (compensando le attese dei due fratelli).
La società a responsabilità limitata in fatto di gas liquidi e gassosi non dev’essere cosa da poco, anche sul piano di copertura territoriale, tanto da richiamare la casa madre, quella “Metanifera Alta Italia” di cui abbiamo parlato a suo tempo.
Il capitale segue un balzo notevole, perché dalla base cinquantamilalire iniziale è portato nel 1969 a ben 120 milioni. Queste manovre rispettano la serietà dell’operativa del gruppo, ma evidenziano anche la disponibilità in ogni senso su cui possono contare. Il che denuncia, in via presuntiva, l’enorme giro d’affari della anonima, a suon di miliardi.


L’ansia del bene comune

Anche per interrompere la monotonia di questi dati, vogliamo qui inserire una parentesi di colore (locale) sullo stile-Carcano.
In quella casa son di rigore gli affari e le opere di bene. Del resto il Gran Maestro, Eugenio Cefis, accanto alle Presidenze Industriali, agli hobby immobiliari, alle anonime del metano, ha voluto benevolmente accogliere la presidenza di Opere Pie, impegno di grande respiro, capace di assicurargli in vita la gratitudine del braccio religioso, e qualche merito non indifferente su un altro piano.
Perciò Gaetano Carcano fonda nel 1955 l’“Istituto per l’Edilizia Familiare”, chiamandovi nel ’56 Osvaldo Ballabio e sostituendolo undici anni dopo con Magenes Luigi. Il capitale nel frattempo sale da 15 a 70 milioni.
Cosa fa codesto Istituto, tanto rispettabile e provvidenziale su scala sociale? Grosso modo quel che fa “La Colonnetta” (del rag Claudio Milani, colui che si era incaricato di liquidare, prima del ripensamento, la “Metanifera Dell’Oglio”): facilitare ai capifamiglia ed ai giovani in procinto di formarsi un focolare l’accesso alla proprietà dell’abitazione.
Forse perché a quell’epoca aveva ventun’anni ed il problema di accasarsi si andava ponendo anche per lei, la figlia del Carcano, Maria, fu indotta nel ’63 a fondare pure lei qualcosa di simile: nacque così “La Vita”, una s.r.l. con 18 milioni di capitale e destinata a intervenire in situazioni consimili alla “Colo
nnetta” e all’Istituto del padre.
Due anni dopo troviamo però la Maria Carcano accomandante della “Imme”, una s.a.s. con 5 milioni di capitale, di cui è accomandatario un certo Giulio Ponticelli. La “Imme” provvede alla manutenzione di fabbricati, magari anche di quelli costruiti per gli sposi giovani dai tre Istituti sopra citati.
Potrebbe sembrare pura malignità. Anche i Carcano devono amministrare al meglio i milioni che guadagnano; e il dedicarsi ad opere di interesse sociale, come fa del resto Cefis, riveste una finalità mediata che va oltre lo scopo immediato. Una presenza in seno al mondo della beneficenza garantisce simpatie e riconoscimenti, assolutamente provvidenziali quando si rimane chiusi in tanti e così svariati affari.
Lasciando la famiglia Carcano, inoltriamoci adesso nelle attività metanifere del gruppo Sardi, un personaggio che spazia con agilità dai gas alle immobiliari, come vedremo più ampiamente proseguendo il nostro discorso induttivo.
Lo inquadreremo intanto nella cornice delle imprese che fanno capo al prezioso idrocarburo, insieme ai suoi amici.

“CO.GI.M”
Costituita nel 1960, con l’intento di realizzare esercizi di impianti metano, in tutte le successive fasi di Iavorazione e sviluppo. Amministratore unico è Silvio Sardi di Cernusco sul Naviglio, la formula è la Società per Azioni. Nel 1967 entrano il romano Salvatore Piredda e la signora Malegori Maria, di Villasanta di Monza.
Nel ’68 altre nomine: Meda Filippo (nipote del grande del Partito popolare e figlio di Luigi “Gigi” per gli amici inferiore politicamente ma capace di stabilire con Mattei e con Cefis proficue relazioni di affari, tramandati poi al figlio Filippo), oltre a Wahan Pasargikllan.
La procura nel medesimo anno va al Vaccari Antonio (della “Metanifera Alta Italia”, la capogruppo di Salanti, e della “Metanifera Martesana”) e Vittorio Barracchia (già della “Alta Italia”). Nel ’70 abbiamo un consiglio formato dal Pasargiklian, dal Meda e dal Vaccari, con il primo dei tre in qualità di Presidente.
La staff attraverso la quale Sardi agisce in questa società è quella indicata. Non è inutile aggiungere che, salvo il Sardi, gli altri sono figure di secondo piano, decorative presenze nel quadro assai più complesso dell’“Anonima”.

“SIME – Guardamiglio”
Società di metano costituita dal Vigevani Ernesto, destinata a passare nel ’59 al terzetto Silvio Sardi, Rosalia Corazzi (moglie del Silvio) e la sorella della Maria Malegori (già citata), Alessandra Giuseppina.
Pensare che questo schieramento di operatori nel settore degli idrocarburi sia autonomo da altri gruppi, sarebbe ingenuo, tanto ricorrono identici nomi nella SIME come nella “Metanifera Alta Italia”.
Il Vigevani, del blocco Ripamonti, cede Ie redini al Sardi e nel 1967 si nota l’ingresso di Salvatore Piredda, l’anno dopo Filippo Meda junior e l’uomo di ascendenza armena, anche se nato a Milano nel 1920, Wahan Pasargiklian. Nel ’69 la procura finisce ai fidati Barracchia e Vaccari e l’anno sucCefisivo il consiglio risulta composto dagli stessi nomi della “CO.GI.M”.

“Samem”
Società (per azioni) “Mantovana Erogazione Gas Metano”, con sede a Cernusco, inizialmente (1960), capitale di ben 25 milioni. Amministratore unico è Silvio Sardi; (en passant) Funari Alessandro, poi (anche lui fuggevole) Oreste Meneghini, mentre il capitale arriva a 75 milioni.
Nel ’67 monotonia di rientri approdano Piredda Salvatore e Malegori Maria; ancora nel ’68 il Meda e il Pasargiklian. Specializzato in codeste procure l’uomo di Barletta che nel ’69 ottiene la procura (Vittorio Barracchia), insieme all’Antonio Vaccari Attualmente la sede dovrebbe situarsi a Biella, anche se la societa è mantovana per origini e denominazione.

Spazio e respiro di garanzie

Come abbiamo fatto con Bruno Manenti ( società “Ladir”, in compartecipazione con l’omonima di Vaduz) possiamo rivelare a questo punto che anche il Silvio Sardi ha sentito il bisogno di assicurarsi una finanziaria di copertura, per muoversi in settori svariati ed ottenere larga superEcie di garanzia.
Infatti nel ’62 egli costituisce a Cernusco con appena cinque milioni Ia “Sarfin” Sardi Finanziaria per la partecipazione industriale e cormmerciale, le operazioni mobiliari e finanziarie. Tutti i nostri possiedono rifugi del genere: Cefis, Viglio, Salanti, Padoin, Manenti. Perché dovrebbe essere da meno il Sardi?
Nel ’63 il capitale sale a 30 milioni ed entra il turco (con una buona testa) Prosiado Exkinari, ora ottantenne, con Garizio Alfonso (di Biella: dove è affluita, come sappiamo, la Samem). Nel 1966 vengono alla ribalta il fedele Salvatore Piredda ed Ettore Starace, già procuratore della “Metanifera Martesana”. L’anno appresso escono l’Exkinari e il Garizio, rinuncia pure il Filippo Meda (junior, e come), che aveva trovato modo di accedervi, mentre si fa avanti Alessandro Visentini, di Motta di Livenza (Tv), anche questi interessato per un certo tempo alla “Metanifera Ambrosiana”.
Passione comune agli esponenti della “Anonima”, queste finanziarie. Non siamo abbastanza addentro ai congegni di tali formule d’attività economica, ma possiamo ugualmente dedurre che esse non rappresentano un semplice passatempo per gli operatori che vi fanno ricorso. Sardi lo lascerà intravedere, quando in fase di riepilogo ragionato avremo modo di ricaderci.
Tornando ora alle sue metanifere, ne abbiamo una di riserva:

Azienda Officina Gas – Acquedotti di Albenga
che denota una espansione territoriale abbastanza recente ma produttiva. Tale società è datata al ’67 quando due fiduciari del Sardi – Salvatore Piredda e Malegori Maria – la costituiscono per azioni con capitale di 6.650.000, con dei rotti apprezzabili. Nel t69 i due amministratori vengono sostituiti da un consiglio, con i soliti Piredda, Pasargiklian e Filippo Meda.

Tutti li illumina il sole

In questa faticosa escursione alla ricerca dei satelliti non abbiamo mai perso di vista il centro, cioè Eugenio Cefis. Tutti, più o meno, rientrano nella sua orbita, come il metano in Italia naturalmente e usbergo e vanto di chi all’ENI ne ha praticamente il monopolio. La sfibrante enunciazione di dati, circostanze, personaggi si approssima alla conclusione, come vedremo nel prossimo e ultimo (per ora) servizio delle serie.
Anche se i filamenti si rivelano sovente impercettibili e ardue possono sembrare le deduzioni, è un fatto che il club del metano agisce su piani che s’intersecano gradevolmente con armoniose prospettive e perfetto accordo di toni e indirizzi.
Dal che deriva una tranquilla gestione e un ricavo complessivo da far girare la testa. All’ombra delle funzioni di Stato, in Italia, i miliardi facili si fanno in fretta.

Questo è Cefis (pp. 239-257) – continua

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Questo è Cefis 18

12 giugno 2009
“L’Anonima Metano” – Gli allegri squadroni
di Giorgio Steimetz

Quando si asserisce che componendo i dissidi, le diaspore, le avversità all’interno del partito dei cattolici si avvierebbe anche quel processo di chiarificazione politica e di comprensione fra i partiti dell attuale maggioranza di governo dando così un significato e una rivalutazione concreti allo stesso concetto di democrazia, piuttosto scaduto sia agli occhi dell’opinione pubblica che ad un esame oggettivo , non ci si dà conto evidentemente di tanti intrighi e condizionamenti, ai quali va fatta risalire la responsabilità nelle incrinature e nei dissapori intestini al partito di maggioranza relativa.
Non ci si dà conto nemmeno di chiedere fin troppo. Come quando si invoca ad esempio la soluzione pacifica dei (veri o presunti) stati di polemica interna nella Chiesa cattolica, tra tradizionalisti e riformisti, per seguire la nomenclatura pittoresca in vigore; unione che Si auspica in nome del Suo stesso fondatore. Esigenze spericolate, quasi: come reclamare, ancora, un patto di tolleranza fra i due sistemi in cui oggi, di fatto, il mondo è diviso il comunismo e la democrazia liberale, o se si preferisce il materialismo e l’umanesimo , sia pure in nome della pace o della sopravvivenza della specie.
Non è che l’auspicio all’unità (nei cattolici, nei democratici, nel consesso di popoli) sia erroneo o appena strumentale. Non è chi non veda, per esempio, come la contrattazione all’interno della nostra compagine di governo e, all’esterno, una coerente, robusta, leale opposizione ad ogni forma totalitaria, sarebbero un toccasana e costituirebbero un rilancio sicuro per questa precaria e traballante democrazia italiana. Allo stesso modo il superamento delle contrapposizioni fra Stati e fra correnti nella Chiesa.
Ma occorre realismo e minor superficialità nel giudicare all’interno di un partito o nel seno delle varie comunità internazionali – il travaglio, l’antagonismo, le polemiche. Non basta chiedere un taglio netto con i frazionamenti: bisogna rimuovere le cause che lihanno generati, tagliare le fonti di finanziamento ad ogni livello di sospetto. Non basta reclamare la fine dei personalismi e delle clientele: occorre guardare anche a monte e indagare sulle origini e le coperture.

I punti franchi da doppiare

L’on. Andreotti, l’inarrivabile enfant terrible dello scudo crociato, uno dei personaggi più in vista dell’intera assemblea di Montecitorio, e tanto convinto che mancando la benzina le grandi macchine personali e organizzative delle correnti democristiane sarebbero costrette a segnare il passo, fors’ anche a sciogliersi, che è arrivato.l proporre un sistema di finanziamento pubblico ai partiti, in piena luce del sole.
Don Sturzo, che vedeva lontano più del suo (rispettabile) naso, era arrivato alla stessa conclusione qualche decennio prima, esattamente quando s’accorse che proprio l’Ente Idrocarburi, con Mattei condizionava di fatto uomini della democrazia cristiana attraverso altri uomini dc, raccolti in una corrente dall’ENI cospiquamente foraggiata.
Storia di ieri. Da non dimenticare tuttavia perché nel frattempo i finanziamenti ENI si son resi più fluidi ma più consistenti, irrorandosi ad altre correnti democristiane (e non), valicando l’argine per sfociare presso altre segreterie e correnti, di governo o all’opposizione Non solo. Il metodo Mattei ha fatto scuola (o ha rispolverato antiche, abusate norme didattiche).
In parecchi enti pubblici, retti da democristiani, da socialisti (delle due tendenze), da repubblicani per restare nel centrosinistra – ci si finanzia allo stesso modo, ossia (per non usare pietosi quanto stupidi eufemismi) rubando dai bilanci o traendo vantaggiosi interessi da gestioni extra-bilancio degli enti stessi.
Il cannibalismo interno scudocrociato è favorito dalla corsa (per arrivare primi) a certi grossi centri di potere, a certe poltrone ministeriali che assicurano a correnti e uomini la sussistenza, la taglia, gli utili. Per mantenere in vita gli apparati, i giornali, per pagare gli addetti, per lanciare campagne, per sostenere ingenti spese elettorali degli aderenti, e necessario attingere a questa partita di giro, senza riscontro e senza reversale.
Diamoci conto di questa realtà prima di auspicare l’unità, Ia smobilitazione delle correnti. Diversamente, passeremmo per ingenui e basta.
Malcostume, forse consueto, forse congeniale. Ma non crediamo che la proposta Andreotti, se accolta, riuscirà a risolvere l’odioso aspetto di questo parassitismo di uomini e strutture.
Ci vorrebbe, ad esempio, che ogni nomina dello Stato presso Enti Pubblici fosse ispirata da ragioni tecniche anziché politiche, analogamente al criterio uniforme adottato dalle imprese e aziende private. Si dovrebbero rimuovere quindi tutti quei falsi tecnici che hanno ottenuto la nomina per meriti squisitamente di partito.
Per vincere il male alle radici e per garantire un margine di attendibilità a certe riforme (come quella appunto auspicata), occorre risalire a questi punti franchi, rimuovendoli in blocco e sostituendovi una vera e propria epurazione, dando il posto ai migliori nel senso professionale del termine.

La politica dell’“impera et divide”

Non è una terapia da medicastri. Come nei nostri bilanci esistono spese prevedibili e spese impossibili; come ci vediamo noi costretti a tenere in garage l’automobile se c’è lo sciopero dei benzinai o ci mancano i soldi per il pieno, così dovrebbe risultare possibile tagliare alla radice quel sistema diffuso che consiste neI vivere alle spalle dello Stato adoprando i soldi dello Stato stesso, in tutte le forme immaginabili.
Dicevamo dell’odioso ma produttivo criterio adottato da Mattei per ingraziarsi, condizionare e quasi paralizzare l’autorità democristiana (perché di fatto un gradimento ad ogni operazione interna o internazionale era di sua spettanza).
Mattei andò più oltre, incuneando una spina nel fianco del partito DC, cioè quel gruppo di parlamentari di Base, che usava la fronda e riferì il verbo del Capo: si chiamasse esclusiva di ricerca petrolifera o alleanza con i socialisti o avallo allo sperpero di denaro nei bilanci ENI, come i passivi ad esempio de “Il Giorno”. Il suo successore, Eugenio Cefis, ha fatto di meglio. Ha finanziato ogni altro settore democristiano: non ostenti distaccato stupore il Piccoli, doroteo (non ne ha tessuto infatti l’elogio, mandandolo anche alla Montedison?) e non finga di aversene a male Mister X il quale non avrebbe fermato l’interrogazione Simonacci su certe rivelazioni ENI-Cefis, qualora fosse risultata infondata o inoffensiva la conseguente accusa.
Il Cefis ha adottato per gli altri partiti una politica non difforme. Quello che non era riuscito a Mattei avere dalla sua parte la maggioranza delle azioni democristiane e il controllo più o meno larvato di pressoché tutti gli altri schieramenti politici e riuscito al suo successore. Il quale pur non godendo della stima dell’ex Presidente dell’ENI, alla sua morte o poco dopo è salito proprio su quella poltrona e ha mostrato una plateale affinità di metodi col predecessore, almeno in questo campo.
A parte la questione sul gusto e la misura tra i due massimi esponenti dell’apparato petrolifero italiano, la loro abilità consisteva non già nel dividere gli avversari per dominarli, ma in una versione tete-beche dell’assioma: dominare, per poi (eventualmente) dividere (nel senso di spartire).
Si dice che l’ex signora Mattei goda di una rendita di cinquanta milioni l’anno, dopo le spartizioni e le querelles con i fratelli deldefunto. Mancando domani Cefis, a quanto ammonterebbero le rendite ai superstiti? Probabilmente i cinquanta milioni diventerebbero (inflazione a parte) cinquecento, o di più ancora.
Personalmente ci siamo cimentati in una disamina degli interessi privati dell’attuale Presidente della Montedison; altri potrebbero meglio di noi arrivare ad un edificante e ineccepibile inventario.
Il metodo così applicato un tempo sarebbe parso temerario e le voci che lo segnalavano sarebbero suonate fioche e stonate. Oggi no. Quasi quasi tale sistema di autofinanziamento a catena di Sant’Antonio diventa legalizzato, quantomeno tollerato come rispondente ad un mass-media. I beneficiati non disdegnano di apparire in societa per azioni come membri del consiglio di amministrazione, sicchè la carica e risaputa e il servizio di dipendenza reso noto.

L’ombra del super-presidente

Povero Sturzo che dall’allora libero e intemerato Giornale d’Italia tuonava contro codeste corruzioni del potere politico ed economico. Cosa farebbe oggi: meglio, dove troverebbe ospitalità per elevare le sue accuse?
Chi gli darebbe retta, visto che negli ultimi tempi passava per matto, avendo la temerarietà di chiedere severi controlli perché non scivolassero i milioni del contribuente dai bilanci di enti di Stato, guidati da insigni e stimati lestofanti con tanto di cavalierato del lavoro?
Ma riprendiamo la nostra analisi sul tema, così ampio, delle attività paraprofessionali, immobiliari o meno, del capitano d’industria Eugenio Cefis.
Si inseriscono, tali attività, nel calderone ENI: perché pare che attualmente il Presidente sia ancora lui. Un Presidente saper, se vogliamo, ombra paterna di Girotti.
Cercheremo di attenerci, quasi invitati dal lettore – che nel nostro caso e una sorta di giurato in aula di tribunale , ai fatti. Ne abbiamo parecchi da delineare. Non tutti, forse, ma abbastanza per far intendere che non è pura malignità o diffamazione gratuita la nostra.
Altri, prima di noi, hanno segnalato che alcuni familiari del ministro (fanfaniano) Lorenzo Natali sono titolari di concessioni Agip (Agipgas o Snam, è un po’ la stessa cosa) in Abruzzo, essendo l’on. Natali figlio di quella terra; concessionario per le Puglie è l’on. Vincenzo (Vincenzino, quando era un modesto dipendente del cane a sei zampe) Russo; interessato agli stessi prodotti per la Liguria è il senatore Giorgio Bo, ex ministro, per lungo tempo, delle Partecipazioni Statali; incarico che lo ha portato, appunto, dalle statali, alle personali.
Voci che riportiamo senza aver affatto la pretesa di avvalorarne o meno la veridicità, per titolo di semplice (e istruttiva) cronaca, ma che meriterebbero di andare severamente sondate (non con le trivelle della “Nuova Pignone” o altre celebratissime armi d’indagine tipo commissioni parlamentari di inchiesta, capaci solo di riempire cartelle d’archivio e di favorire gradevoli trasferte ai membri, invitati a conoscere ma non a raccontare). Sondate, si diceva, dagli organi competenti. Ai quali sembra di cattivo gusto continuar ad augurare felice riposo, ma tanto non cambia il ritmo.

Riepilogo sommario ma edificante

Per nostro conto, preferiamo una carrellata, discretamente ampia, di immagini, guardando ai personaggi e radiografando con buonavolontà le connessioni tra questi e l’“Anonima Petroli >> o “l’Anonima Metano”: la mafia politica, senza eccezioni in quanto mafia, s’è pur aggregata ad uno di questi due carrozzoni.
Nei servizi sin qui pubblicati abbiamo avuto l’occasione di sgrossare le società e gli uomini in due distinte ramificazioni: quelli che trattavano gli affari (più o meno leciti, più o meno loschi) per conto di Cefis, e quelli che si muovevano, per loro conto, nella perimetrazione-Cefis.
La distinzione non è ripetibile se non in parte: è astruso pretendere d’attribuire con certezza a Caio quel che potrebbe essere di Tizio, o viceversa, intendendo per Tizio il protagonista del nostro racconto edificante.
L’inevitabile confusione un po’ deriva dalla natura stessa delle attività finanziarie, un po’ all’impulso mimetizzante favorito dal direttore d’orchestra, un po’ dal consueto sottofondo italico di certe faccende.
Comunque le implicazioni restano. Con società-fantasma o di comodo; con paraventi rispettabili o teste di turco che assomigliano da vicino al Capo (strana fisionomia, da mandriano l’avevamo definita, per un cognome che nell’etimologia non laboriosa richiama proprio l’accezione greca khefal).
Dunque è naturale che egli si spinga verso le frontiere più varie, alla ricerca di popolarità diretta e immediata, cioè per reper
ire membri di collegi sindacali e di consigli d’amministrazione anche tra i personaggi minori, senza badare se siano Ministri o poveri agricoltori (si fa per dire).
Nei servizi precedenti abbiamo ancora tracciato la fisionomia essenziale di molti tra i più accessibili personaggi del cast, passando infine in rassegna le società nelle quali risultavano o si supponevano (con esauriente approssimazione) implicati
Parlando delle due anonime metano e petrolio non potremo conservare la distinzione in oggetti e strumenti. Ci limiteremo per tanto e citare i fatti, come escono dal voluminoso dossier, collezionato con snervanti ricerche, documenti, fotocopie, appunti, estratti e fogli in quantità. Il lavoro, durato molti mesi, non si può dire tuttavia esaurito e si potrà arricchire di appetitosi supplementi appena collocate al loro posto altre tessere-guida.
Se dovessimo comprendere in questa rassegna anche le voci, non raccolte da altri ma emerse proprio nel corso della nostra inchiesta giornalistica (non ci riguarda affatto l’eventuale pubblico o privato dominio di dette voci), potremmo, in aggiunta all’on.le Natali e al sen. Bo, citare ad esempio un Verzotto Graziano e un Mattei Italo, fratello del defunto Presidente.

Intermezzo di accidentali “rumori”

Potremmo allora vedere il primo, oscuro dipendente dell’ENI e fornito di un buon passato partigiano, divenire concessionario Agipgas a Siracusa, segretario nazionale, provinciale e regionale della DC in Sicilia, terra che ha tanto interessato l’ENI per concessioni, esecuzione di impianti, esclusive.
Si sa quanto il potere politico democristiano possa a tale proposito risultare proficuo; infatti dopo aver reso tanti servigi, il Graziano Verzotto te lo troviamo oggi presidente di una società con mezzo miliardo di capitale (la “Sarp” Azionaria Raffineria di Palermo per la lavorazione di oli minerali), società che non sapremmo bene a chi attribuire se all’ENI solo, o agli Idrocarburi e associati, o ad altre consorterie di partiti e della regione siciliana. La vita parallela di Verzotto – nella DC e all’ENI – se non è coperta di tenebrose implicazioni, è abbastanza esemplare per meritare un cenno, appunto, incidentale.
Quanto all’Italo Mattei, battezzato da qualcuno piagnone pubblico dopo la scomparsa del fratello Presidente, irrequieto in politica al punto che se la DC non gli offre un posto in lista se ne passa tranquillamente ad altro partito, sempre nel centro-sinistra, tanto per conservare vantaggi che all’opposizione non avrebbe, è conosciuto come coautore d’un memoriale che suggerisce tante ipotesi sulla fine del Mattei n. 1, delle quali (ipotesi) nemmeno una appare credibile.
Litigioso (con la vedova, signora Margherita, dell’ex Presidente, con gli stessi fratelli suoi) per spartire la non indifferente eredità dell’Enrico, è concessionario Agip sulle piazze dell’Italia Centrale, e per diversi prodotti. Non ha certo titoli per lagnarsi dell’ENI, al quale deve, in una con gli anni felici della stagione Mattei, anche buoni guadagni.
Voci, ripetiamo, che facciamo rimbalzare tanto per alleggerire la tensione di questa storia, nella quale abbiamo accolto soltanto risultanze, rifiutando tutti i pettegolezzi e le chiacchiere di circostanza.

La potenza finanziaria del metano

Il sottosuolo italiano, come tutti ormai convengono, non è ricco né di metano né di petrolio. Il primo, anzi, dopo gli eccezionali ritrovamenti di questo dopoguerra, ha rivelato di non essere né sufficiente né inesauribile.
Comunque sia l’uno che l’altro arrivano in Italia e come ogni altro Paese non dotato di falde petrolifere o di sorgenti ricchissime di gas naturali, lo importiamo dall’estero per la maggior parte: dall’Iran e dall’America l’oro nero, dall’Urss e dall’Olanda quello rarefatto. Per quanto poveri di codesti minerali, abbiamo in Italia una grande azienda che in larga misura provvede a tutto: a mettere il metano in condutture, a distribuirlo, a venderlo (e, naturalmente, a cercarlo). Allo stesso modo l’ENI – questa enorme impresa del leggendario supercarburante italiano – fabbrica trivelle, trasporta petrolio, lo ricerca, lo smercia, lo lavora.
Esiste tutta una serie di imprese sussidiarie, le quali potrebbero— se andiamo avanti così—fornire quasi interamente un supermercato, tanto vasto è il raggio di produzione e commercio di prodotti. Il fatto di malcostume alligna da tempo all’ombra del gigante metanpetrolifero di Stato. Noi le chiameremo appunto con il termine allusivo di Anonima.
Le insospettabili squadre mafiose che costituiscono società, realizzano centinaia e centinaia di milioni di utili; in parte se li spartiscono (anzi in certe situazioni vale unicamente la suddivisione fra compari); in parte li cedono come tangenti, o al grande Capo o al partito o a delle correnti (e segreterie): come farebbe il federale di Milano, senatore Giovanni Marcora, a compensare i voti preferenziali dati a determinati uomini (nella corrente di Base) nella lista? Così si spiega l’autoritarismo e la proliferazione delle correnti. Occorreva trovare un punto su cui reggere la terra: il nostro l’ha individuato in queste regalie che lasciano tutti soddisfatti del bene (reciproco) compiuto o da compiersi in prospettiva. Non mangiate le margherite, e le margherite (de stercore Herrici) non mangeranno voi: anzi, vi lasceranno in tripudio e operosa digestione continuare per la vostra strada.
Quali e quante sono le società ad intrallazzo misto s.a.i.m. se ci è consentito dall’allegra vicenda coniare una ragione sociale, tutta ispirata dal settore metano-petrolifero del cavaliere del lavoro Eugenio Cefis, dei suoi amici, oppure amministrate fiduciariamente per longa manus del partito?
Passiamole un poco in rassegna, senza pretendere che l’inventario sia esaurito. Noteremo almeno che la potenza di queste sorgenti di energia (e di danaro) è notevolissima anche quando è adatta a riscaldare le vivande sui piatti degli uomini politici.

“Metanifera Alta Italia”
È la capogruppo; la prima forse anche in ordine cronologico di costituzione; quella che dà allalavorazione del metano per conto dell’onorevole associazione il significato più estensivo, il quale vadalle operazioni di ricerche minerarie, allo sfruttainento di idrocarburi alla costruzione diimpianti, alla distribuzione di gas liquidi e gassosi, alla compravendita, ai trasporti, al commerciodegli apparecchi.
È la società, ancora, che raccoglie o che ha visto nel suo seno fiorire e passare) gli uomini piùfidati e rappresentativi del ras. Costituita neI giugno 1952 dal notaio dott. Cellina (l’altro notaio, dott.Neri, si occupa appena delle immobiliari), ad opera di Umberto Salanti coinquilino fino a qualchetempo fa di Cefis in Via Dandolo, consigliere della Banca Manusardi, della “Formenti”, della Rimoldi ; consigliere in numerose società, eminenza grigia di Cefis);.Maffei Giuseppe (parentedell’Alberto, interessato alla “System Italia” di Adolfo Cefis? e dell’Antenore della “MetaniferaMartesana”?); Visconti di Sanvito nob. avv. Alberto (socio del Salanti in affari e società, titolare diimmobiliari); ing. Domenico Fabiani forse l’unico competente); Gaetano Carcano (interessante tipomisto che avrà l’incarico di curare decine di società del metano).
Nel 1954 entrano Giovanni Besana, altro amico del Salanti col quale era interessato alla “Dell’Orto”; Naselli Orlando e quell’Ernesto Vigevani, un geometra del quale ci occuperemodiffusamente in seguito, inserendolo accanto al ministro in carica, Sen. Camillo Ripamonti. Nel ’58entrano Umberto Garbagnati della “Fingraf” e Rimoldi, Silvio Sardi, l’uomo di Cernusco sulNaviglio, anche lui fertile come il Carcano di numerose e attive ge
nerazioni d’azione metanifera,aggiungendovi un cospicuo e quasi inusitato pacchetto di immobiliari. Tra il ’65 e il ’67 il Sardi Silvio,nominato amministratore unico, fa entrare i due Salvatore – Calise e Piredda e la Maria Malegori, i quali costituiscono, come vedremo in dettaglio, il trio di fiducia del Sardi stesso.
Nel ’68 si affacciano Wahan Pasargiklian e Meda Filippo (figlio del Luigi e nipote dell’omonimo Filippo: il grande, perché ebbe interesse solo verso la politica tout court, anziché per la politica infunzione dell’economia come il figlio, o dell’economia senza la politica, come il nipote). Troviamo inoltre un certo Mario Gentile mentre la procura va a Barracchia Vittorio e Antonio Vaccari, i cui nomi troveremo più avanti e più volte.
Nel collegio sindacale non emergono figure interessanti, in quanto gente sempre rispettabile come Edoardo Astolfi, Pietro Bignami e Pietro De Rocchi non pesano né contro né a favore di (eventuali) centri di potere a disponibilità illimitata.
Di chi è dunque la “Metanifera Alta Italia”? Di Meda e Pasargiklian no. Di Gentile, Vaccari, Barracchia, Malegori, Calise e Piredda neppure. Essi sono soltanto uomini di fiduciaria rappresentanza, ottimi garanti se si vuole ed integerrimi personaggi. Forse l’azienda è passata dal Salanti (delegato di terzi) al Silvio Sardi. Costui per quanto potente e miliardario non dovrebbe essere il padrone assoluto: forse subisce delle taglie, forse gli controllano i bilanci per cavarne delle tangenti. Quello che si può affermare con una certa tranquillità è che la “Metanifera Alta Italia” appare stranamente inquinata di interessi privati e politici.
Nel clan dell’attuale consiglio di amministrazione e tra i nomi che vi son passati risalta la “anonima metano” al gran completo. Ne manca qualcuno ma lo ritroveremo addossato ad altre metanifere, come si vedrà più avanti. Dietro i nomi si agitano discretamente le ombre, che hanno tuttavia già da qui una denominazione anagrafica completa, un simbolo, uno scudo dietro il quale sentirsi al coperto e prosperare in un magnifico silenzio.

“Metanifera Ambrosiana”
Geograficamente non potevamo non trasferirci a questa società, per quanto essa non risulti una affiliata alla “Metanifera Alta Italia”. Diciamo che vi è collegata, che rientra nel cartello generato dalla casa madre.
Costituita come società a responsabilità limitata nell’agosto 1953 con il consueto remunerativo scopo sociale da Milano Pirola, di Cernusco sul Naviglio (conosce bene gli uomini della piazza il Silvio Sardi), in unione ad Angelo Sirtori, Giuseppe Morandi e Massimo Bernini. Gente la cui età oscilla tra i sessanta, come vuole l’antica tradizione dell’esperienza nel disbrigo e nella conduzione degli affari.
Nel 1956 colpo a sorpresa. Vengono nominati due amministratori. L’uno è Ripamonti Camillo, Sindaco (a vita) di Gorgonzola, uomo di stretta osservanza nella corrente DC di “Base”, fedelissimo dell’Ente Nazionale Idrocarburi, parlamentare vivace e scalpitante che miete voti nel lodigiano, ministro attualmente per la Ricerca Scientifica, dopo essere stato parlato alla Sanità, lui, ingegnere anche se non praticante.
L’altro è Ernesto Vigevani, consigliere di tante società del metano ad intrallazzo misto, buono in tutte le salse suggerite dalla fantasia fervida di qualcuno: da quelle rette dal Sardi a quelle rette da Bruno Manenti, sino a quelle pilotate in sordina dal Ripamonti: segno palese che una derivazione, un ascendente comune deve esistere tra questi personaggi che sembrano sempre in cerca d’autore o ne suggeriscono il rimando)
Particolare non trascurabile: questi due amministratori sono designati a durare in carica per tutta la durata della società. A distanza di pochi mesi tanti ne vanno dal 4 marzo al 3 maggio di quest’anno di grazia metanifera 1956 secondo colpo di scena. Ripamonti e Vigevani danno le dimissioni, nonostante l’investitura a vita (dell’azienda) in precedenza loro assegnata.
perché mai? Un mistero presto svelato: il nome di un Tizio (anche illustre), destinato a raggiungere il dicastero della ricerca scientifica, o di altre menti eccelse, non è sempre opportuno evidenziarlo nel contesto di attività che potrebbero risultare poco smarginate dall’incarico pubblico.
Saggio ripensamento. Tanto più che gli uomini di paglia da coprire il vuoto non mancano davvero sul mercato. Nel 1960 pertanto, e dopo la fugace apparizione di tale Adolfo Zurloni, entrano al posto dei dimissionari la Malegori Maria, fiduciaria del Sardi e, nel ’64, il Sardi Silvio stesso. Questi, inutile dirlo, trasferisce la società nel feudo (più sicuro?) di Cernusco sul Naviglio.
Il Ripamonti ha scelto l’ora e il modo per uscire dalla società, dove avrebbe avuto vita lunga e tranquilla.
Nel nostro zizzagare per la città alla ricerca delle “s.a.i.m.”, siamo giunti ora in via S. Marco, 26, dove per chi non lo sapesse c’è il quartier generale proprio di Camillo Ripamonti, non ministro di ricerca, ma protagonista di (ricerca e) sfruttamento di idrocarburi gassosi. Vediamo le non molte anonime che riusciamo a incontrare.

“Crem-Orobica”
Una società a responsabilità limitata costituita nel 1955 con un capitale irrisorio ma con uno scopo preciso di sicuro investimento: costruzione di reti di metano. Ripamonti, lo si intuisce facilmente, non può scoprirsi troppo. Tanto vale allora esporre inoffensive figure che non hanno volto pubblico, cariche nel partito, velleità di giungere magari alla poltrona ministeriale. Un Vanelli Enzo in qualità di Amministratore Unico può andare egregiamente. Tanto più se è già addentro nel mestiere risultando consigliere già della “Sime Impianti metano” di Crema (anche di essa ci occuperemo).
Il Ministro specializzato nella ricerca sembra aver preso gusto alla distribuzione e compravendita deI prezioso minerale tanto è vero che ci prova, magati col Vanelli) a costruire metanodotti, una attivita che deve senz’altro considerarsi produttiva e di sicuro avvenire. Allo stesso indirizzo, infatti, ne sorge un’altra

“VI – MA”
È appunto con questa sigla un po’ insolita che agisce una società per Ia distribuzione, rivendita di carburanti e lubrificanti (anche questi ultimi entrano nel raggio d’interesse deI metano).
L’azienda avrebbe dovuto magari chiamarsi “Ri-Vi-Ma” (Ripamonti, Aligevani, Manenti). Invece Camillo Ripamonti ha preferito estraniarsene. Nel marchio appaiono (sottintesi) soltanto il Manenti per quanto amministratore unico figuri il solo Ernesto Vigevani.
La “VI – Ma” è una s.r.l. costituita nel ’55 e collocata a quell’epoca al quartiere, appunto, Ripamonti (ricerca metanifera), in via S. Marco. Capitale: lire 500.000. Nel 1960 la società si trasferisce in via Brera, amministratore unico sempre il Vigevani, ombra – sicuramente – del Ripamonti, e che agisce anche per conto di Bruno Manenti.

Molteni – Industria Combustibili Fluidi, liquidi e solidi
Che coraggio: stavolta la società è per azioni. Sorta nel ’64, aveva sede a Busto Arsizio. Si propone anche l’esercizio di officine per il gas e risulta abbastanza consistente (200 milioni di azioni: chi mai ne avrà la maggioranza? ).
L’hanno escogitata per primi i signori Ghidoli (Pasquale e Tullio) di Vittuone; il solito Giuseppe Maffei (della capintesta Metaniferi Alta Italia); Ernesto Vigevani di Cortemaggiore, dove in un tempo favoloso sgorgò il petrolio italiano, (ora esaurito), socio del Ripamonti (per quante stagioni?); Bruno Manenti che seguitiamo a citare senza specifiche qualific
azioni, dovendo più in là incontrarlo in diretta.
Nel 1967, esaurita la funzione, escono Maffei e Ghidoli: il primo magari si prepara ad altre sortite, mentre il secondo torna nel nulla, la penombra che abbiamo attraversato e dalla quale siamo partiti. Nel 1969 il superstite dei Ghidoli, Pasquale, diventa Presidente con il Manenti Bruno consigliere delegato e l’Ernesto Vigevani procuratore. Nel collegio sindacale: Aldo Ferrazzi, Leonardo di Clemente, Giuseppe Locati.
A questo punto lasceremo il metano (che fa marciare le industrie italiane e tanta (troppa) gente dietro facili guadagni) di Ripamonti, che non perderemo tuttavia di vista. Ci capita ora di incontrare gli aItri gruppi di questa ricca ricerca di giacimenti e distribuzione. Primo fra tutti, quello di Salanti e compagni, sempre nell’offensiva metano.

Metanifera Sommese
La costituisce sempre il notaio Cellina nel 1958, con appena un milione di capitale, destinato a salire agli attuali 100 milioni. L’oggetto è qui dilatato. Non si accenna più soltanto a compravendita di idrocarburi, ma del loro trasporto e della relativa distribuzione, con l’aggiunta di generici affini. Gli impianti sorgono a Somma Lombardo.
La società è ideata e composta dai signori Salanti Umberto nome e garanzia , nobile (ma realista) Visconti di Sanvito Alberto (vecchia conoscenza), oltre all’immancabile Giuseppe Maffei, l’uomo di Pinzolo, giunto sulla soglia dei settanta. Nel 1961 il posto deI Maffei lo occupa Enrico AristoAureggi, il quale fa salire il capitale, appunto, a cento milioni.
L’Aureggi è titolare di parecchie immobiliari ed è socio in affari -tra Aristo(cratici) e Visconti – conil Sanvito; garantisce per lui il Salanti. Nel 1961 si fa avanti Ermes Visconti, figlio dell’Alberto einteressato con l’Aureggi nel “Consorzio Produzione Latte” di Gallarate.
Nel 1963 la società si sposta in via Dandolo, dove abitano – casualmente – Cefis Eugenio e SalantiUmberto. Entrano poi nel ’66 Bruno Manenti, Ernesto Vigevani (e Turati Francesco). Nuovo trasloco,stavolta nel quartiere Ripamonti, in Via San Marco; si provvede (ed è facile arguire chi sia il deus exmachina della faccenda) ad anonimizzare il consiglio di amministrazione, affidandolo a certi LoffiBruno di Trento, Pietro Rainoldi di Milano, Macconi Corrado di Piadena.
Infine la società è trasferita a Cremona. Operazione che non si avvale del placet del collegio deisindaci, composto da Aldo Ferrazzi, Francesco Branduardi e Luigi Olmi.

I terzi delegati

Getteremo adesso uno sguardo alle strutture e ai quadri dirigenti di altre attività metanifere, legateal nostro assunto da trasparenti legami di continuità logica (e finanziaria). Saranno i terzi, ai quali si rivolge l’azione accessoria e di rincalzo della nobile società.

“Metanifera Martesana”
Vecchia azienda che si chiamava nel 1926 “Anonima Gas Santa e Villa San Fiorano”, per laproduzione e distribuzione di gas. Ed è con certi notissimi protagonisti Tronconi, Fontana, Pessina,Cereda al di fuori deI nostro spazio di intervento, che troviamo un Antenore Maffei, d’ufficioimparentabile con il nostro Giuseppe (Maffei).
Trascuriamo gli anni che vanno sino al 1945, del tutto assenti da questa storia così recente. Nel ’46 appare Silvio Sardi quale amministratore Evidentemente le sueconoscenze con Cefis (e Mattei e la DC) risalgono a quel tempo e si riveleranno preziose.
Nel ’55 l’“Anonima Gas” cambia denominazione e diventa “Industria del Gas”. Una autenticaindustria che esce – si fa per dire – dall’anonimato, accomandatario il Sardi stesso e accomandantela moglie, Rosalia Corazzi. Nel medesimo anno questa “Industria Gas” si fonde con la “Metanifera Agratese” e con la Metanifera di Carugate, dando origine all’ultima metanifera, la“Martesana”, con sede tassativa a Cernusco sul Naviglio. Nel 1962 primo colpo di timone: entra la“Sarfin” (dello stesso Sardi, società per “le partecipazioni industriali e commerciali”, cui siassoceranno in seguito Meda, Piredda e compagni; la “Sarfin” diventa accomandante).
Due anni più tardi aItra impennata: subentra quale accomandatario la “Metanifera Milanese”dell’israeliano (deceduto nel 1969) Navoc Isaac, non sappiamo per conto di chi. Altre notevolivariazioni: nel ’64 entra d’Orta Gaetano, con procura di Salvatore Calise (persona di fiducia delSardi); nel ’66 e nel ’68 entrano Piredda Salvatore, Malegori Maria, Starace Ercole, GugliottaEdoardo, Jaretti Mario e Galbiati Giuseppe. Nel ’69 si dà favore e procura al solito Vaccari Antonioe Matteo Albanese, mentre cambiano aria il Galbiati e altri.
Le tappe societarie sono dunque complesse, tutte curiosamente condotte tra il Naviglio (che toccaCernusco) e la Martesana (ora coperta) a Milano. Il gas tanto ricercato e distribuito viaggia peròtranquillamente lungo i suoi tracciati, incanalato bravamente e regolarmente introdotto nelle case enelle fabbriche. Il prodotto è ottimo, dicono, la rete di consegna e recapito funziona a perfezione. Gliaffari, nel campo degli idrocarburi gassosi, prosperano come non mai.
Bisogna però rendersi conto dell’aspetto istrionesco di una gestione polivalente che imponepassaggi di proprietà, rilascia e ritira procure, scegliendo con oculata astuzia uomini, quadri eindirizzi, ampliando i capitali, fissando le quote e il dosaggio di accomandatari e accomandanti. Iltutto senza che nulla di sostanziale sfugga di mano o senza che le cose mutino più che tanto.
È la legge risaputa della mafia economica, per assicurare stabilità e discrezione alle proprie imprese, garantendo tangenzialmente agli addentellati quei contributi che si rivelano vitali almeno nel campo dei partiti politici, nella DC in ispecie.
Il gas c’è, anche se non basta e bisogna importarne dal Marocco o dalla steppa russa. Bisogna saperlo sfruttare ed estenderne i benefici nel più largo sistema di distribuzione politica possibile.
Il discorso è piuttosto lungo, la rete di società è assai vasta. Le implicazioni – cioè il tema che conta agli effetti della nostra inchiesta – interessanti, tanto da doverle riprendere.

Questo è Cefis (pp. 221-238) – segue

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Questo è Cefis 17

7 giugno 2009
Le varie ed eventuali del cavaliere d’industria
di Giorgio Steimetz

Gaetano Baldacci qualcuno lo ricorda? e morto da pochi mesi. Nel silenzio più fitto, lui che aveva sollevato un enorme baccano quando decise di mettersi contro Mattei, fornendo rivelazioni clamorose dalle colonne di “ABC” il settimanale in edizione antemarcia (da non confondere con l’attuale malinconico foglio erotico a poco prezzo).
Baldacci è scomparso tra l’indifferenza di tutti coloro che egli, al tempo in cui dirigeva “Il Giorno”, aveva contribuito a valorizzare, ad elevare sui prefabbricati piedestalli dell’impero petrolifero italiano Eugenio Cefis, tra gli altri, pochissimi.
Non poteva accadere diversamente. Polemista vivace e sfortunato, il Baldacci reagiva al dispotismo (accettabile) di Mattei, attaccando con virulente ma solide argomentazioni, lo strapotere del cane iI sei zampe e dei suoi padroni, la conduzione accentratrice del matelicano, il sottogoverno finanziario più robusto d’Italia.
La gang di quel tempo scovò al momento opportuno una buccia di banana per l’ex direttore del quotidiano (di Stato), “Il Giorno”: l’affare Bazan. Ma mentre le volpi come i Lagumina e i Bolaffi – seppero tirarsene fuori con qualche ustione superficiale, il Baldacci ne restò annientato, come giornalista ed editore oltre che come uomo, insieme, ovviamente, a Carlo Bazan, presidente filatelico e distratto del Banco di Sicilia.
I ras dell’ENI e la mafia che li circonda risultano temibili, vendicativi sino in fondo, implacabili. Chi toccava Mattei, trovava del piombo (salvo il trapezista-principe del piombo tipografico, quel Montanelli al quale, allora come oggi, era concesso trasmigrare da un partito all’altro e scannare i Boiardi in effigie su qualsiasi tribuna; passando per profeta dell’ora e da malvagio bienfaisant).
Prima o poi chiunque veniva messo a tacere, ridotto alle corde, costretto alla macchia; amabilmente sconsigliato di perseverare in un errore a catena. Quando beninteso non si trovava un tempestivo tranello da tendergli e tutto finiva lì.
Chi tocca Cefis oggi (ma direbbero in Francia il faut toucher du bois) non ha miglior fortuna. Il grand’uomo si trova all’apice della carriera, passa per manager geniale ed eccezionale o per economista di vaglia; è amico dei potenti all’est come all’ovest, in tutti i sensi dei meridiani politici interni e internazionali; condiziona alcune leve essenziali del potere in Italia e in definitiva può fare quel cavolaccio che vuole

L’industriale double – face

Dispone inoltre di un esercito di funzionari, di mezzi d’informazione, di centri d’opinione privati e di Stato, di occulte protezioni che lo sostengono e (magari a malincuore) lo riveriscono; si assicura favori e silenzio commissionando spazi pubblicitari. Il potere religioso, specie a Roma e a Milano, è dalla sua parte. Si è liberato delIe ombre del passato: Mattei prima, quando un malaugurato incidente lo tolse di mezzo, rientrando il Cefis dal portone dopo che l’Enrico, da vivo, l’aveva debitamente defenestrato.
Ha il vento in poppa e sa veleggiare a diversi nodi l’ora. Si dice che faccia l’interesse dello Stato. La verità che nessun Baldacci scriverà mai e che non perde tempo anche a farsi gli affari suoi, con un impegno, una astuzia, una caparbietà da lasciare sgomenti. Poco male sarebbe curare la res pu-bli-ca e le cose domestiche: se non accadesse che la prima ramifica l’altra, la sviluppa e la premia, a suon di miliardi.
Viviamo ancora in un mondo di sperequazioni. C’è gente che puntualmente, a dispetto del progresso galoppante, crepa di fame. Un milione di disoccupati in Italia segna il declivio della recessione. Assistiamo al grigio spettacolo di chi domina con l’ingordigia del capitale, con la sopraffazione delle azioni di maggioranza. Gente che non può dirsi sazia se non risultando concessioni agli altri.
Quanti sono costoro nel nostro Paese? Meno certamente di quanti si possa immaginare. Ma Eugenio Cefis in graduatoria supera di alcune lunghezze i Falck, i Pesenti, i Pirelli, gli stessi paradigmatici Agnelli. E non tanto perché rappresenta l’ENI (vogliamo convenire che all’Ente Idrocarburi pesa sempre il suo zampone: sennò perché passerebbe le mezze giornate anche adesso nell’ufficio distaccato dell’ENI, di fronte a casa sua, al civico 14 di via Borgonuovo?): e con l’ENI lo Stato; o con la Montedison, mezzo Stato. Cefis emerge piuttosto perché in definitiva è un industriale privato dei più potenti e agguerriti, ramificato nei settori di mercato più svariati.
Abbiamo infatti citato le sue partecipazioni in società immobiliari; ne abbiamo rilevato gli interessi in piantagioni canadesi e le forme d’intervento in campo commerciale e produttivo, attraverso entrate di comodo nelle società da lui intestate a congiunti, amici, alla stessa segretaria. Abbiamo segnalato le finanziarie-paravento del Liechtenstein; le imprese metanifere, petrolifere e affini del suo giro personale. Abbiamo poi evidenziato le superbe ramificazioni del suo capitale privato che coprono spazi dalla plastica alla gomma, dal legno alle cerniere lampo, dalle sedie ai tessuti.
I suoi beni personali invece non ci interessano molto: un jet, due (o venti) residenze in città, al lago, ai monti; l’hobby costoso delle tavolette votive, intestazioni preziose a parenti, fanno parte del clichè per un uomo arrivato, per un distinto e rispettabile possidente. D’accordo: vigilare gelosamente sui propri beni ed essere avaro (come lo è lui), non corrisponde a dettami evangelici, ma rientra nel costume. Lo diciamo incidentalmente per quei religiosi la cui amicizia sa sfruttare e che tanto volentieri ne vantano l’amicizia.
Di Eugenio Cefis ci interessa invece la corsa agli investimenti, in un momento in cui gli altri mollano) o per paura di perdere tutto (se il corso politico mutasse rotta), o per non rischiare troppo. Lui questo lo sa, e punta sulla debolezza degli altri. Perché resistergli se lo Stato – la forza – è lui, se Colombo e Carli, Moro e Piccoli, e ogni altro notabile che conta in Italia si disputano un posto al suo fianco?
L’impero di Cefis. Una battuta per chi ignora le dimensioni e la solidità attuale di Eugenio 1°. Il fisco lavora con lui adoperando cannoni a retrocarica, di rappresentanza; proiettili decorativi che tutt’al più rimbalzano allegramente su certe corazze. Le frontiere non gli oppongono eccessive restrizioni, se può tranquillamente collegarsi col capitale estero.
La delimitazione tra sfera pubblica e iniziativa privata è vaga ed inconsistente, tanto nessuna voce a destra o a sinistra lo inquieta sull’argomento. Pochi mesi nelle brigate partigiane gli hanno offerto il necessario benservito di Alexander e un investimento morale di altissimo tenore produttivo.
Proseguendo nella nostra inchiesta, offriamo stavolta qualche modesto saggio d’interesse evidenziato in altrettanti significativi richiami.

“Banca Manusardi”
È stata costituita come società per azioni nel 1949, ma la scalata di Cefis perché pare proprio ci sia stata reca una data più recente, l’aprile 1961, il 26 per la precisione, quando entra nel consiglio di amministrazione quel dott. Luigi Padoin (ufficio in via Donizetti, 32 dove hanno sede molte società, per lo più in accomandita sempl
ice perché immobiliari, da Cefis fiduciariamente amministrate; e abitazione in via Dandolo, 4, dove abitava lo stesso Cefis). Il dott. Padoin lo ritroviamo in diverse società del giro.
Nel 1963 altro colpo d’acceleratore: il nostro piazza nel consiglio di amministrazione anche Carlo Pietro Viglio (ufficio in corso Venezia, 24, dove esiste un cospicuo pacchetto di società sicuramente controllate o appartenenti al Cefis). Il figlio è notoriamente uomo di fiducia e compagno d’iniziativa del capo nel settore degli adressari sistematici, della gestione di centri elettronici (magari Montedison compresa), affidata all’Adolfo Cefis.
Ancora: nel 1970 fa il suo ingresso Umberto Salanti, anch’egli con indirizzo in via Dandolo, 4, associato nei campi metanifero e di investimenti diversi. Il consiglio di amministrazione però non basta: occorre controllare i conti. Perciò è opportuno trovare un posto nel collegio sindacale a quell’egregio Roberto Perego, grande amico di Sergio Casali, a sua volta fiduciario del capo.
Perego e Casali infatti sono nella “Sisbi” insieme per i brevetti industriali (con eventuali vendite assicurate). Tanto il Perego (amministratore unico della “Elicem”, di via Dandolo), che il Casali (sindaco della “LSPN” di Cefis e amministratore della “Sischi”, una diavoleria di natura chimica, di cui il nostro sa qualcosa), sono benestanti in proprio, godendo di credito assai ampio dal Presidente della Montedison.
Non saremo talmente ingenui da considerare accidentale la presenza di tre uomini nel consiglio di amministrazione e di due sindaci nel collegio dei revisori: se esistessero dubbi motivati, basterà controllare un poco le azioni della Banca Manusardi, compito per noi impossibile, ma facile per chi indaga con tanto di delega e mandato.
Nel carnet di Eugenio Cefis non poteva mancare un istituto di credito, l’arte di guidarla (a distanza) l’ha appresa alla Banca Commerciale Italiana, di cui è consigliere. Uno strumento di tanto peso, eppure così discreto, serve benissimo alla causa.

“LSPN – Pubblicità Nazionale”
Non ci risulta che l’on. Piccoli, in Parlamento, abbia ammesso l’appartenenza all’ENI (come invece ha fatto per l’Agenzia “Italia”) di questa impresa di pubblicità, benché essa lavori proprio e quasi esclusivamente per le fortune (reclamistiche) della potente benzina Italiana.
Nei margini di tempo libero che son parecchi la LSPN studia, progetta, lancia e assiste certe campagne che con il fine istituzionale dell’ENI nulla hanno da spartire, ma riguardano un settore tra i più delicati dell’attività (benefica) di Eugenio Cefis, settore, confidatogli sicuramente non dal braccio secolare, ed in cui egli o paga di tasca propria o può permettersi di non pagare affatto. Trattandosi di opere buone, non indugeremo oltre, per ora.
Comunque se la “Linea Società Pubblicità Nazionale” non appartiene all’Ente Idrocarburi, deve arguirsene la proprietà riferita al Cefis stesso, il quale per il campo dei persuasori occulti e dei messaggi di interdizione e conquista psicologica mostra un’autentica passione.
Ne è talmente infatuato da credere seriamente che la concorrenza alle Sette Sorelle si possa fare in Italia affidando a Raffaella Carrà il ruolo di Ninfa Egeria degli automobilisti del nostro Paese. Qualcosa (nei Big Bon) è possibile comprare, e a buon prezzo, seguendo il consiglio (disinteressato) della simpatica vedette, ma non proprio tutto.
Tornando alla “LSPN”, notiamo la sede a Milano, in via Passerella. Costituita nel 1961, vede due anni dopo la nomina a presidente del dott. Vittorio Guerrieri, il quale risulta già interessato alla “ Compagnia Trasporti Speciali”, di cui attualmente è membro del Collegio sindacale I rapporti indiziari con questa Compagnia da parte di Cefis li abbiamo citati a suo tempo.
Sempre nel ’63 entra un uomo di fiducia, Vittorio Olcese, figlio dell’ex cotoniero, Achille. L’Olcese della “Viotto” legnami, della “Formenti”, della “Fibre Tessili”, dell’“Editrice Arte Moderna”, delle immobiliari “Clark”, “Palamos”, “Naviglio”, e di altre società.
E’ vero che nel tempo sia l’Olcese che il Guerrieri escono da questa prospera azienda pubblicitaria, nella quale Cefis è di casa, da affezionato intenditore. In compenso viene costituito un collegio sindacale di stretta sua osservanza, con l’Eugenia Airoldi (imparentata con Pietro Carlo Viglio, accomandataria “Grober”, ex titolare “Editorial” passata poi al Caprotti), donna di sicure virtù economiche, cliente abituale del Liechtenstein per Ie combinazioni societarie; con il Bruno Fregoni (consigliere “Lanerossi” e sindaco di quella “Union Produzione Cinetelevisive” di cui parleremo fra poco); con Sergio Casali, infine, di cui abbiamo da poco tessuto gli addentellati col “giro”.
La storia di questa società, il fatturato, il numero dei dipendenti, Ci interessano solo marginalmente. A noi preme farne accertare la proprietà.
Se fosse dell’ENI, ci chiederemmo perché sia un dominio di Cefis, e perché certe campagne pubblicitarie – di cui offrono probante testimonianza i muri, gli autobus di Milano, e gli inserti sui giornali—finiscano in definitiva pagate daI contribuente, trattandosi di affari che con l’ENI non hanno niente da vedere se non dal lato finanziario.
Se invece dovesse risultare di proprietà di Cefis, come ci sembra, chiediamo come mai essa abbia in esclusività (o quasi) la pubblicità ENI. Il che sarebbe doppiamente immorale. Da qui non si esce.

“Union Produzione Cinetelevisive”
Brancoliamo nel più fitto mistero, osiamo confessarlo apertamente. Non certo per qualificazione di personaggi, bensì per durata (di essi). Gli uomini: Franco Fusco (titolare, col figlio Sergio, della immobiliare “Papanco”); Carughi Giovanni Luigi (forse il tecnico nel consiglio di amministrazione); finalmente quel Tullio Silvestri, vecchia conoscenza per quanti ci hanno sinora seguiti, nonché del Dott. Cefis; sindaco della “Italo Americana Prentice”, consigliere della “Pro. De.”, poi “System Italia”; in proprio è titolare della “Produzione Fotofilm” e dispone della “In. Im. Par.” (Investimenti Immobiliari Partecipazioni Commerciali e Industriali).
Se queste sono le colonne del consiglio di amministrazione, non meno significativi sono i nomi del trio sindacale: Carlo Pietro Virgilio, Fregoni Bruno (quello della “Lanerossi”) e Padoin Luigi
quello di sempre, come il Viglio). Come mai e qui sta il lato oscuro della faccenda a distanza di poco tempo dalla fondazione, dopo appena tre esercizi, la produzione di film e il relativo commercio per il cinema e la televisione, nonché l’attività di documentazione e pubblicità, sono cessate di colpo?
Dopo aver messo, il 19 gennaio 1968, ben 160 milioni di capitale a disposizione; dopo aver assorbito in precedenza la “Unionfilm”, dopo aver mutato in quella odierna la vecchia denominazione (“Union Cartons”), la società chiude i battenti. Dove sia confluita, dove sia finito il capitale, rimane mistero. Cefis ha bensì il raptus della pubblicità e dei suoi addentellati. Quale altra diavoleria avrà escogitato per buttare ai pesci la “Union Produzione Cinetelevisive”?
Per appurarlo, senza correre il rischio di affrontare uno sdegnoso silenzio da parte dell’interessato, sarà necessario qualche supplemento paziente d’indagine, o qualora il fisco volesse metterci mano, qualche indiscrezi
one.

“Fibre Tessili Artificiali”
Per induzione, dovremmo attribuire questa società agli amici di Cefis anziché al nostro bravissimo imprenditore pubblico-privato. E’ la ragione sociale che ci lascia nel dubbio: possibile che lui abbia messo lo zampino in un affare che riguarda la produzione, confezione e stampa di trasparente di viscosa e neotene accoppiati? La società è consistente abbastanza per giustificare un certo appetito (1.260 milioni di capitale), però anche i suoi amici hanno il diritto di farsi gli affari loro.
A parte queste riserve di principio, è interessante elencare gli uomini che gestiscono questa azienda. Vittorio Olcese e Luigi Padoin nel consiglio di amministrazione, in aggiunta a diversi Roncoroni, ad un certo Giorgio Illes e al padre dell’Olcese, Achille; Umberto Salanti e Attilio Grosselli (con Anacleto Motta), nel collegio sindacale.
Abbastanza per fugare i dubbi espressi all’inizio, conoscendo quel volpone di Cefis che manovra uno stuolo di (degnissime) teste di turco e potrebbe disporre a suo piacimento (crediamo) anche della “Fibre Tessili” Un po’ di cautela tuttavia non guasta, anzi è di rigore, in ossequio all’onestà.

The stars look down

Daremo ora, quasi come un intermezzo per rompere la monotonia di nomi sempre uguali e ricorrenti, un elenco di aziende in cui rimbalzano tanto per cambiare i soliti amici del capo-clan. Ripetiamo: può essere che tali partecipazioni siano di persona, non in qualità di prestanomi di Cefis stesso. Così come potrebbe essere vero il contrario.
Anche per queste società sarebbe utile un supplemento di indagini, a cura e iniziativa di chi può ed anzi deve far luce: stelle che stanno a guardare, come neI titolo originale di un teleromanzo allusivo e fortunato di Archibald Cronin. Guardano, insomma, ma probabilmente non vedono.

“Sacit”
400 milioni di capitale, per l’industria e il commercio di biancheria e di maglieria per uomo. Nel consiglio di Amministrazione: Vincenzo e Vittorio Polli (il primo anche nella “Formenti”, nella “ Fibre Tessili” e nel “Calzificio Ciocca”); in più Giuseppe Lanfranconi. Nel collegio sindacale: il solito Luigi Padoin, l’Attilio Grosselli e l’Umberto Salanti; un trio perfetto per il necessario controllo. Con o senza garanzia (apparente) del bel tenebroso alla finestra.

“Calzificio Milanese Luigi Ciocca”
Nato – è il caso di dirlo – nel 1942 come “Fides Romana Films”, ad opera di certo Alfonso Scannone, diventa tale nel 1949, con lo scopo di provvedere alla produzione e al commercio di calze e affini. Nel giugno 1970 il capitale aumenta ad un miliardo. Nel consiglio di Amministrazione: il Vincenzo Polli (meglio specificato più sopra); il Vittorio Olcese, caro al ras del metano e della plastica; il Giuseppe Ciocca, socio di Attilio Grosselli nella “Società Imprese Agricole e Gestioni”.
Nel collegio sindacale invece: il Luigi Padoin, uomo di Sacile, coinquilino del Capo, vecchio compagno d’avventura in imprese industriali e commerciali; Attilio Grosselli, accomandante e accomandatario in tante strane società; Sessa Alessandro, un probabile controllato dai due controllori citati, e quindi inoffensivo.

“Soc. An. Virginio Rimoldi & C.”
Come la precedente (per pura coincidenza? ) ha preso le mosse da una azienda cinematografica, la “S.A. Films”, nel ’35. Attività: commercio di macchine speciali per cucire e dei relativi accessori e pezzi di ricambio (preziosi, come i membri del consiglio di amministrazione, e intercambiabili come loro).
.Nel 1937 fa l’apparizione Umberto Salanti in qualità di procuratore. Nel ’65 curiosa fusione con la “ Lesa Immobiliare”, mentre aumenta il capitale. Nel ’60 entra Carlo Kaiser: socio con Umberto Salanti e Alberto Visconti nelle “Fabbriche Industrie Riunite”; socio con gli stessi nella Investment Casting Italiana e per la fusione e microfusione dei metalli (che spazio di competenze e che sfere di interessi).
Nel ’66 fa il suo ingresso Luigi Padoin (poteva mai mancare?) e il capitale arriva a due miliardi. Nel consiglio, altre presenze d’un certo interesse: Luigi Lovati (socio anch’egli della “Investment Casting Italiana”), Umberto Garbagnati, il cui nome ritroveremo con simpatico ricorso nella “Metanifera Alta Italia”. Collegio sindacale: Roberto Perego (sindaco della Banca Manusardi, socio di Sergio Casali nella “Sisbi”, amministratore della “Elicem”: uomo di famiglia, insomma); Aragnetti dott. Pier Giorgio; Jorio Franco (quest’ultimo nella Banca Manusardi, pure).
Si può far rientrare nell’orizzonte-Cefis la “Virginio Rimoldi”? Alcune precise condizioni di nomi – farebbero credere che il nostro non è estraneo all’affare. Può comunque trattarsi di pura coincidenza. Noi abbiamo segnalato una pista che può rivelarsi, come altre, sbagliata, ma altri potrebbero, approfondendo la cosa, scoprire interessanti diramazioni.

“FIR – Fabbriche Riunite di Casalmaggiore”
Il capitale: 250 milioni. Il consiglio di amministrazione vede Umberto Salanti che ritroveremo in diverse società del ramo metanifero; Carlo Bergamaschi e Carlo Kaiser (compagno del primo). Lo scopo sociale: fabbricazione e commercio di bigiotteria, occhiali da sole, forniture industriali, motori. Tra le patacche in similoro (e le lenti azzurrate), e gli ingranaggi dei motori, corre una bella differenza. In ogni modo la versatilità produttiva non è un reato.
Comunque rivediamo nel collegio sindacale Roberto Perego, Pier Giorgio Aragnetti (socio con Angelo Salanti nella “Immobiliare Ripamonti”, sindaco anche della “Rimoldi” ) e il geom. Giovanni Bottarelli, gia sindaco nella immobiliare “Dana Aedes” di cento milioni di capitale, della quale è oggi amministratore unico il Roberto Perego. Nomi che ricorrono con monotonia, tanto da stancare il lettore e – prima – il cronista; ma che hanno probabilmente poche od una sola matrice in comune.

Sfuggenti fisionomie di una mafia

Abbiamo citato naturalmente solo i nomi e le imprese di un quaIche rilievo, degne di una certa attenzione, fra tanti molteplici indirizzi che le nostre ricerche hanno accumulato in redazione. Abbiamo ricordato poche società fra quelle assegnate nel “Chi è?” della Finanza Italiana ad un Umberto Salanti o ad un Luigi Padoin. Autentici mostri di attività, ragni che tessono con discrezione, successo e coraggio, ma che conoscono anche l’uso sapiente delle società in accomandita semplice, di cui nessun libro o registro darà mai gli estremi. Salanti e Padoin, con pochi altri tra cui Carlo Pietro Viglio, conoscono vita e miracoli di Eugenio Cefis. Gli han fatto, all’occorrenza, testa di ponte o scudo; lo hanno autorevolmente accompagnato nella escalation di tanto potere. Via Dandolo, 4: il recapito di uno tra i più agguerriti e compatti trust di cervelli, con diramazioni estesissime sul mercato della produzione, del commercio e del credito.
Noi non pretendiamo farci forti usando il linguaggio populista e melodrammatico di oggi: siamo però convinti che esistono mafie politiche e associazioni a delinquere, ma anche onoratissime società di natura economica-finanziaria non meno temibili, anche su diverso piano, di quelle. Nei riflessi, diciamo, della moralità dello Stato, del rispetto al contribuente, delle sperequazioni ancora esistenti, della discriminazione fiscale.
Verso tutti questi valori la mafia finanziaria manifesta sdegnosa sufficienza, quando non condiziona lo stesso potere politico. Se
dobbiamo ogni giorno assistere allo spettacolo indecoroso di gente che manovra milioni con la stessa disinvoltura da noi usata destreggiandoci con le monetine da cento, potremmo arrivare ad una conclusione tanto frettolosa quanto manichea.
Ma se pensiamo che l’imposta di Eugenio Cefis è di lire 7.632.000, su un imponibile valutato appena 53 milioni l’anno, e consideriamo che un accertamento più rigoroso e imparziale potrebbe moltiplicare per cinque o per dieci codeste cifre (o su livelli ancora più alti): allora viene spontaneo auspicare l’introduzione in Italia, oltre al divorzio, del sistema maoista dei Fiduciari (incorruttibili) nelle aziende di assoluta proprietà dello Stato.
Cefis allontanerebbe annoiato, come tante innocue zanzare, pensieri molesti (e villani) come i nostri, se gli giungessero all’orecchio (e gli giungono) Non ammette in genere, per stile, tradizione e costume, di sentirsi contraddetto. Si crede un semidio e trova fedeli osservanti per questo suo culto della persona. Se tutti gli danno retta, e ovvio che finisca per convincersi di aver perfettamente e abitualmente ragione.
È saccente, tiene a distanza i villani, si lascia appena ossequiare. Ma in Italia lo applaudono ad esempio. L’economia nel Paese
come avvertono gli studiosi e i politici seri va piuttosto male, se non a rotoli, ma lui accantona miliardi senza faticare molto visto il numero di utili idioti che lo favoriscono. Tra non molto, se va male, chiederanno la testa dei capitalisti che affamano iI popolo una storia tanto vecchia quanto triste.
Ma Cefis non rientra fra i padroni. Lui è l’industriale di Stato, un funzionario regolarmente stipendiato. Anche se percepisce ufficialmente qualche milione di lire al mese, rimane tuttavia un dipendente: contro iI quale nessuna rivoluzione culturale chiederà il patibolo. Eppure questo mito non si può infrangere.
Baldacci è morto, due volte. Montanelli non è tanto votato al suicidio da prendersela con Cefis come ha fatto (malamente) con Enrico Mattei; deve badare a Venezia, giacché i signori Crespi, padroni anche loro, sono divenuti sensibili allo spazio pubblicitario. Lo spettacolo di connivenza passiva o interessata è indecoroso. Ma quante cose non vanno così in Italia? Le comparse, specialmente in politica, si agitano, ma i protagonisti hanno nervi di acciaio. Se la politica è divenuta figlia dell’economia, Cefis può stare tranquillo.
Lo sappiamo anche noi, continuando imperterriti a raccontare in un prossimo servizio i risvolti dell’interessante politica di Eugenio Cefis in materia di petrolio e di metano

Questo è Cefis (pp. 209-220) – continua

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Questo è Cefis 16

3 giugno 2009
Feudi e vassalli del gran barone
di Giorgio Steimetz

Un’inchiesta, per essere e risultare seria, probante, attendibile, deve porre in luce dati controllabili, fatti concreti, circostanze verosimili e non ribaltabili. Così facendo, si consente a chi conduce l’inchiesta il diritto, conseguente, di intavolare domande inquietanti; di segnalare sorprendenti scoperte a chi di dovere; di commentare anche brutalmente una materia che offre motivo di meditazione e di sdegno.
Il lavoro del giornalista può essere piacevole, da viverci con tutto decoro, se l’inchiostro adoperato è quello che piace al padrone e le idee sventolate seguono la moda corrente; se invece si rimane svincolati da testate e compromessi, la professione diventa difficile e ingrata.
Trovare poi un editore disposto ad accogliere un dossier irriverente e veritiero di uno dei tanti numi dell’economia e della politica italiana, è quanto meno utopistico. Cosi l’idea dell’inchiesta sul barone numero uno dell’imprendistato nazionale rimane esclusivo vanto (o condanna) di chi l’ha condotta e pubblicata.
Possiamo convenire, non per menarne vanto, ma per sollevare, se del caso, altri da responsabilità, che il merito di questa iniziativa tutt’altro che popolare, ricade su di noi, e soltanto su di noi. Avessimo avuto mezzi di penetrazione più adatti; ci avessero i tenutari di registri, schedari e notizie aperto un poco di più l’uscio socchiuso, avremmo raggiunto risultati più completi di quanto pur ampiamente siamo riusciti a condensare e chiosare.
Abbiamo dovuto farci strada in una selva irta di difficoltà e pregiudizi, adoperando armi da taglio e mezzi di sgombero artigianali. Abbiamo dovuto rinviare alcuni indispensabili sopralluoghi, anche all’estero; accantonare dei supplementi d’indagine; trascurare determinati filoni; approssimare alcune definizioni; taciuto qualche nome non ben configurato. I1 panorama dell’impero è così appena sbozzato e noi non disponiamo delle trivelle che l’ENI adopera per trovare l’oro nero anche dove non c’è.
Vogliamo dire insomma che il risultato dell’inchiesta è chiaro nelle sue linee e nelle conclusioni ovvie, pur essendo più indicativo che completo, edificante più che particolareggiato.
Nessuno potrà negare scorrendo l’elenco che dettaglieremo la versatilità e la disinvoltura di Eugenio Cefis nel rovescio dell’aulica medaglia. Da esso risulta che l’industriale di Stato è altresì un imprenditore privato; che nel pentolone delle sue immobiliari bollono e ribollono interessi e compartecipazioni sospette; che tante sue imprese, per nulla leggendarie, sembrano escogitate apposta per frodare il fisco.
Nessuno potrà mettere in dubbio che l’uomo è dotato di una sua maschera; che i sistemi adottati sono discutibili, quando non spregevoli; che l’incoerenza fra il pubblico dirigente e l’astuto mercante privato rimane netta e palese. Proprio pulite, quelle mani, come lui fa dire, come altri adulatori s’affrettano a celebrare?
Ancora: quando si mettono in atto diavolerie e accorgimenti per far progredire gli affari personali nelle mansioni di ufficio pubblico come sta facendo il nostro da venticinque anni – certe azioni si configurano in reati, almeno usando i codici quale onesto parametro delle azioni di tutti.

Le imprese sul trapezio

Quali sono dunque gli addebiti che muoviamo al dott. Eugenio Cefis?
Anzitutto il fatto d’aver intestato alla sua segretaria privata un certo numero di società, immobiliari e di partecipazione industriale e commerciale In secondo luogo quello d’essere entrato, attraverso alcune di tali società, in compartecipazioni con gruppi finanziari stranieri, i quali per dislocazione, tradizione e consuetudine puzzano di legale intrallazzo onde evadere il fisco (italiano).
Il primo addebito è francamente inqualificabile e si definisce moralmente da sé. L’altro mostra come l’esemplare uomo di Stato sappia aggirare lo Stato stesso con metodi e giravolte assolutamente meschini e spregevoli.
Ecco subito l’elenco di queste società

“AROLO”: società in accomandita semplice per l’acquisto, I’esercizio, la proprietà e gestione di beni immobili. Costituita nel novembre 1960. Soci: Ambrogia Francesca Micheli (segretaria di Eugenio Cefis) e “GeneraI Rock Investment Trust” di Vaduz.
“F.M.I.” (Francesca Micheli Immobiliare), per la gestione di beni immobili. Società a responsabilità limitata costituita nel mano 1949, ma passata alla segretaria, divenuta amministratore unico, nel marzo 1956. Particolare curioso: l’automobile in uso a Cefis, la Citroen, è intestata alla “F.M.I”
“IMM”: (Investimenti Immobiliari). Società in accomandita semplice, per la partecipazione in società industriali e commerciali, la gestione immobiliare e mobiliare, Ia compravendita di immobili. Costituita nell’aprile 1967. Soci: Micheli Francesca in Ricci, Righi Alessandra in Furlani (cognata di Eugenio Cefis), Società “General Rock Investment Trust” di Vaduz.
“Chioscasauno”: società a responsabilità limitata, per I’acquisto e la gestione di beni immobili, costituita nell’aprile 1950, ma rilevata da Cefis nel febbraio del 1961. Amministratore unico: Micheli Francesca. Particolare di rilievo: I’Ufficio di Cefis, in via Chiossetto, 9, e registrato appunto sotto questo nome.
“Immobiliare Centro Sud”: società a r.l., per l’acquisto, la vendita e la gestione di beni immobili; costituita nel febbraio 1959, ma acquisita da Cefis nel novembre 1962. Amministratore unico: Micheli Francesca.
“S.I.M.”: (Società Immobiliare Milano), a responsabilità limitata, per la compravendita e la gestione di beni immobili, costituita nel novembre 1956, passata al Cefis però nel dicembre 1961. Amministratore unico: Francesca (Ambrogia) Micheli.
“San Sebastiano”: immobiliare ad accomandita semplice, costituita nel giugno 1963 per la partecipazione in società industriali e commerciali, la gestione di mobili, la compravendita di immobili. Soci: Micheli Francesca e “Gula Etablissement” di Vaduz.
“Chioscasadieci”: società a responsabilità (il)limitata, costituita nel maggio 1950, rilevata da Cefis nel febbraio 1961, per l’acquisto e gestione di beni immobili. Amministratore unico: Micheli Francesca Ambrogia in Ricci.
Otto società in otto anni, con una media regolarissima di una l’anno, non è impresa di poco rilievo. Tuttavia è appena trascurabile se si guarda ad altre strutture portanti della costruzione Cefis; quasi elementi decorativi, travicelli di sostegno, passatempi di congiunzione.

Il pupillo del principato

Abbandoniamo per un istante le imprese del barone e diamo uno sguardo a quello che nel frattempo hanno combinato i suoi amici: o per singola iniziativa, o per necessità di gruppo, o per suggerimento di lui, segnatamente per le combinazioni con il capitale del Liechtenstein, strategia ovviamente adottata dal Cefis.
Trevalor Trust Reg. di Eschen: entra come accomandante il 5 gennaio 1966 nella “Editorial”, una s.a.s. di Eugenia Airoldi, prima, e di Franco Caprotti poi, per lanciare attività editoriali e ogni altra connessa direttamente o meno. Entra ancora come accomandante nella “Grober” s.a.s.:
di Eugenia Airoldi per le fidejussioni e le obbligazioni a terzi, l’11 settembre 1963. Entra infine in qualità di accomandante il 6-4-1964 nella “Immobiliare Luca” per consentire a Montano Lampugnani maggiori acquisti di immobili, partecipazioni industriali e commerciali.

Interoil Investment Trust di Vaduz: entra come accomandante il 14 ottobre 1965 nella “Par. In.”, s.a.s. di Giuseppe Airoldi, per assunzione di partecipazioni sia in proprio che particolare assai interessante per conto terzi.
Sadaf Finance Etablissement di Triesen: consente a Italo Neri, at­traverso la “Warn”, di sviluppare proficue operazioni mobiliari e immobliari. Accomandante dalI’8 luglio 1968

Olka Finance Etablissement di Triesen: accomandataria dal 15 ottobre 1968 nella “Costanza” s.a.s. di Attilio Grosselli, sempre per operazioni mobiliari e immobiliari.

Kemco Trade Trustreg: consente a Ruggero Perucconi, accomandatario, fortunate imprese immobiliari nella “Bino” s.a.s., costituita il 4 maggio 1968 e trasferita per comodità a Varese.

VIE di Schaan: accoppiata in qualità di accomandante al Lampugnani Montano ancora, nella “Leasing and Trading For Stella Product”, la s.a.s. per acquisto e prestito di macchine e attrezzature industriali, costituita il 7 luglio 1966.

Nautil Finanzastalt di Vaduz: in aiuto all’Attilio Grosselli, nella “Iniziative Mobiliari e Immobiliari”, come accomandante, il 28 dicembre 1965.

Mulil Anstalt di Triesen: consente a Tullio Silvestri, attraverso Ia “In. Imm. Par.” produttive partecipazioni in affari nel campo industriale e commerciale. La Mulil è accomandante ed è stata costituita l 1-9-1967.

Tecasvir Finanz und industrie Anstalt, diTriesen: accomandante nella “Gardenia Immobiliare”, costituita il 7 novembre 1963 dal Caprotti (mimetizzato nella “Rotocalco”) per i soliti fini immobiliari

Techwarn Holding AG. di Mendrisio: l’Allgemeine Gemeinschaft socia di Perego Roberto e Casali Sergio nella “Società Italiana Sviluppo Brevetti Internazionali”, costituita il 30-7-1964, capitale 35 milioni.

Sosvic, di Coira: socia di Agrati Aldo e Casali Sergio nella “Societa Italiana di Sviluppo Chimico”, costituita il 20-3-1963, con capitale di 7 milioni.

Walchiria Etablissement di Balzers: accomandante della “Salis” di Italo Neri, per le solite operazioni immobiliari.

Un’autentica proliferazione di società in accomandita semplice, con qualche eccezione istituzionale e topografica. Entra dovunque il capitale straniero, anche se appena fuori porta, rispetto a Milano. Una ragione ci deve essere se gli amici di Cefis hanno eletto il Principato per loro rifugio e appoggio finanziario.
Noi di economia sappiamo poche nozioni elementari, ma siamo al corrente di vendite di pacchetti azionari, acquistati da società fantasma e di comodo del Liechtenstein, per non cedere al fisco italiano quanto l’operazione comporta.
Potremmo anche fare una maledetta confusione. Ad ogni buon conto dietro codeste ardite diversioni c’è qualcosa che stride; e dovrebbero i tecnici del Ministero delle Finanze appurare nei rispettivi bilanci, negli oggetti sociali, nelle attività precise di tante esotiche compartecipazioni la vera fisionomia dell’affare e le eventuali collusioni tra gli interessi dello Stato (garantiti dal Cefis) e la speculazione privata.
Ma torniamo al clan più ristretto del giro-Cefis: quello di famiglia.

L’apparato dinastico

Del fratello Alberto non sappiamo assolutamente nulla, o ben poca cosa. Ex dirigente in una azienda del Gruppo ENI, ha assunto poi la responsabilità delle piantagioni in Canadà per incarico dell’Eugenio, il quale vi si reca con il jet personale abbastanza di frequente a sovrintendere e programmare.
Come faccia a conciliare, il Presidente della Montedison, le sue mal dissimulate simpatie per il regime (economico) di Mao, le aziende di stato condotte dagli ex proprietari, e le produttive fatiche in affari a libera conduzione nel Canadà, è cosa misteriosa, se non eloquente. Più che doppio gioco, è ambivalenza di ruolo, come sempre ama fare il grande impresario.
Dell’altro fratello Adolfo, nato a Cividale del Friuli il 29 aprile 1937, sappiamo qualcosa di più. Residente chissà dove per il fisco risulta domiciliato con la moglie Emilia Biffi a Milano, in Via Quadronno, 24, l’elegante strada dove abita anche il Sindaco Aniasi.
Ecco le aziende che risultano manovrate dall’Adolfo, certo per incarico del più anziano fratello:
“Arborea”: una s.a.s. (occorre dirlo?) costituita nel giugno 1966 per l’acquisto, esercizio e gestione di beni immobili, di cui è accomandatario mentre accomandante è la nota “Trevalor” di Eschen, la stessa società alla quale fanno ricorso gli amici Caprotti, Airoldi e Lampugnani.
“B.C.R.”: un’altra immobiliare, costituita nel gennaio 1966, con identico scopo sociale, avente oltre al Cefis, Bernabè Natale ed Edda De Franceschi per accomandatari. Accomandanti invece il Giordano Bernabè e il Rusca Enrico Pietro. Anche qui sarebbe interessante valutare le combinazioni che ne derivano per giudicare l’entità degli affari.
“System Italia”: ex “Ge. Da.” (Gestioni Dati) in cui figuravano Peruzzotti Renzo e Giordano Bernabè. Ex “Pro. De.” (Profili Demografici), in cui gravitavano Silvestri Tullio, De Fusco Ugo Viglio Carlo Pietro, Maffei Alberto, Massa Alfredo. Finalmente “System Italia”, per l’avviamento, la gestione di centri di elaborazione dati, in aggiunta alla ricerca, alla raccolta e al trattamento di diffusione delle informazioni. Il capitale: da un milione nel ’67, a 15 nel settembre dello stesso anno, a ben 900 milioni nel marzo del ’70. Per entrare in contatto, per offrire i propri servizi anche alla Montedison, bisognava eseguire questo proporzionale aumento di capitale…
La gang di Cefis nella “System” ha la sua buona rappresentanza. Ragioni sociali diverse, per una, poi, definitiva. In compenso nella “System” si è raggiunto il traguardo del trattamento dell’informazione secondo l’infallibile metodo di Cefis: addomesticare l’opinione pubblica per conquistare il mercato (azionario) e far fruttare il danaro (nella “System”) così largamente impiegato.

Altri profili per un inventario

Veniamo ora ad una successiva schedatura di aziendine, affidate da Eugenio Cefis al suo buon amico Sergio De Angelis. Di Sacile, quindi friulano, anche costui, dov’è nato nel 1912.
“M.C.C.C.”: cioè “Metano Compressi Carburanti Combustibili”. Sorta nel 1950 con un capitale pressoché insignificante, 50 mila lire, portato a 1.050.000 nel maggio ’55, per esercitare il commercio di carburanti, la esportazione, il trasporto di metano. Nel 1960 la società si dilata: apre una nuova centrale di compressione in Modena, via Emilia. Nel ’67 la centrale viene trasferita in via Canal Grande, dislocazione emblematica.
Amministratore Unico è appunto il De Angelis, mentre il nostro Eugenio si autoproclama Procuratore. Come abbia fatto a scoprirsi Dio solo lo sa. È un eccezione che non riusciamo a capire, tenendo presente la tecnica del grande di trincerarsi dietro comodi e inaccessibili paraventi.
“USI META”: seconda società amministrata, senza procuratori a ragione della buona condotta dimostrata nella “Metano C.C.C.” dal segugio di Sacile. La costituzione risale al 1967, il capitale di appena un milione (conta però il vistoso fatturato). Lo scopo: utilizzazione di gas naturali per scopi industriali e civili.
Mattei ha scop
erto il metano, Cefis lo sfrutta a dovere, incassandone proventi. Saremmo trappisti se non giudicassimo autentica faccia tosta questa politica.
Petrochemical International Instrument Co.: che nome lungo per dire che la società, costituita nel 1962, si occupa della fabbricazione di impianti elettrici, di misura e di controllo (cisterne, tubature, serbatoi).
I proventi di metano e di petrolio non bastano più. Occorre stabilire delle buone cointeressenze sui materiali e le infrastrutture estrattive e di deposito e lavorazione. La cosa è presto fatta, magari con una società per azioni, nelle cui pieghe, e dietro nomi in apparenza insospettabili, si occultano precisi interessi. Così il Gazzola Francesco fa da direttore tecnico e il Winchler Carlo da direttore commerciale, con Luerti Carlo direttore amministrativo e De Bernardis Matteo agli approvvigionamenti. Dove ti piazza allora il De Angelis? Te lo nomina responsabile per l’Irak, settore operativo evidentemente di rilievo e remunerativo, visto che il capitale viene elevato a 250 milioni. Ove non bastasse, il congiunto
Americo De Angelis viene nominato direttore di Cantiere, così non sfugge nulla.
Da notare che l’Americo De Angelis è anche Presidente della “Bergum”, capitale un miliardo, società che stranamente fabbrica apparecchi meccanici, elettrici, di misura e carpenteria leggera e pesante. Nel suo consiglio di amministrazione troviamo il Carlo Winchler e il De Bernardis Matteo che son pure nella “Petrochemical”. Nel collegio sindacale il Corti prof. Pietro, presente nella Petrochemical.
Coincidenze o qualcosa di più? Non dimentichiamo a tale proposito che a Sesto S. Giovanni ha sede l’amministrazione delIa “Bergum” e si trovano le dipendenze della “Petrochemical”. Le collusioni (casuali?) sono abbastanza sintomatiche, per non vederci lo zampone.

Il dinosauro eclettico

Non continueremo l’elenco delle aziende metanifere, di petrolio e affini. Il settore specifico merita un colpitolo a parte. Spaziamo invece in altri campi per dar respiro alla nostra inchiesta.
Anche Cefis ama saltellare da un’impresa all’altra, denunciando una genialità multiforme e non trascurando alcun genere di attività finanziaria. I capitali del nostro sono così sparsi e dilatati che l’argomento stesso ci invita a seguirne un po’ a capriccio le articolazioni e la varietà.

“Fratelli Menchini – ITI”
È la “Industria Termoplastica Italiana” che si occupa dello stampaggio di materie plastiche e affini. Oggi è un’azienda fiorente con 200 milioni di azioni (quante di Cefis?), con un fatturato (dichiarato: ma il reale?) di 300 milioni. Nel 1954 era poca cosa, tant’è vero che il capitale, di appena 9 milioni, venne raddoppiato l’anno dopo dallo stesso Eugenio Cefis il quale entrò a far parte deI Consiglio di amministrazione con il Menchini Ortensio, uno dei suoi visto che c’è sia nella “ STIEM” (ENI) sia nell’agenzia “Italia”. Ne 1965 Cefis e ancora nella società, addirittura in qualità di Presidente. L’oggetto viene naturalmente ampliato come il capitale: stampaggio, sì ma anche fabbricazione, produzione e commercio di oggetti in materie plastiche e resine sintetiche, con particolare riferimento ad articoli tecnici, casalinghi, cancelleria, elettricità, sanitari, artigianato sacro (in serie). Rimane da vedere se i Big-Bon del Supercortemaggiore offrono in vendita non dice la maggiorata che reclamizza il fatto: “all’Agip c’è di più”? anche questi prodotti di largo consumo, ottimo affare per il mago della plastica.
Il quale poi esce in punta di piedi dalla società dopo avervi piazzato altri suoi fidi: il Deamici Giuseppe, dirigente servizi tecnici; il Ruggero Perucconi nel Consiglio di amministrazione (anche questi ex “STIEM” quando era del Gruppo ENI); il Giulio Colella (altro ex “STIEM” ceduta a privati e regolarmente fallita), nel collegio sindacale; il giovane Marco Cefis, figlio dell’Eugenio, in qualità di dirigente (a venticinque anni, il genio Sorisce in questa casa), fino alla morte, qualche mese fa, del povero ragazzo.
La tecnica è abbastanza consueta: entra attraverso i suoi uomini (per eccezione vi entra lui stesso), riorganizza, aumenta il capitale e controlla con la sua ombra gigantesca tanto il consiglio di amministrazione che il collegio sindacale, mercè fidati portavoce.

Italo Americana Prentice
Dal ’47, col fondatore Italo Urbino Cappellotto, si occupava del commercio di apparecchi radio e di elettrodomestici. Nel ’48 entra .Mario Dosi, il senatore democristiano, con Leopoldo Amadio (di Sacile); il capitale aumenta a 50 milioni e l’industria si dilata fabbricando chiusure lampo, bretelle, nastri e simili. Nel 1950 entra Cesare Sperotti, il prode Anselmo, geometra, amministratore unico di una certa società “Sigla” la quale si occupa di import-export di gomma, greggia, naturale e sintetica (come ci fischiano le orecchie per il richiamo all’Anic e alle sue resine e gomma, del Gruppo ENI). Nel 1960 entrano i fratelli trevisani Dal Negro (carte da gioco?), di cui uno è agente di borsa merci e mediatore di seta. Il capitale è oggi di ben 500 milioni, con un fatturato dichiarato di l miliardo e 600 milioni e stabilimenti a Brugherio e Vimercate.
Guarda caso, nel collegio sindacale ci sono tre big di Cefis. L’uomo di Sacile, Luigi Padoin, condomino di lui quando risiedeva in via Dandolo, ex consigliere “Lanerossi” e Banca Manusardi; Attilio Grosselli, interessato in immobiliari, società di partecipazioni commerciali e industriali del “Giro-Padoin & C.”; Carlo Pietro Viglio colonna di Eugenio Cefis, ex consigliere Montedison (per studiargli il piano di aggiramento e le modalità di ingresso trionfale— nella cittadella più ambita da Robur-Cefis, il conquistatore), ex consigliere della Banca Manusardi, ex consigliere della “System Italia” – la società di Adolfo Cefis – più o meno dentro tutte le societa del giro, oltre quelle imparentate di cui ci occuperemo diffusamente.
Un conterraneo di Cefis, l’Amadio; tre suoi uomini nel collegio sindacale (composto di tre persone…): coincidenze? O diavolerie dell’Eugenio che passa anche dagli oggetti in plastica alle cerniere Iampo (registered in USA, mentre lui simpatizza per Mao?). E lo Sperotti, dove lo mettiamo, come lo vogliamo inquadrare?
Comunque, ove sussistessero dubbi, basterebbe dare un’occhiata alla ripartizione delle azioni per vedere e controllare l’effettiva cointeressenza di Cefis nella “Italo Americana Prentice”

“Industria del Legno Antonio Viotto”
Lo stabilimento sorge in Sacile; fatturato: 700-800 milioni, duecento circa i dipendenti. Vi si fabbricano sedie e affini, e si lavora in genere il legno. Come può entrarci Eugenio Cefis, allora? Può darsi che Ia sua presenza sia effettiva, ma non ne siamo sicuri (anche questo va detto).
Le apparenze mostrano ragioni verosimili di interessenza. Primo perché il collegio sindacale è composto da Luigi Padoin, dall’Attilio Grosselli e daI Pietro Carlo Viglio, l’identica terna della “ Italo Americana Prentice”, appena citata, facendo attuali tutte le considerazioni espresse in quella occasione.
Nel Consiglio di Amministrazione poi, troviamo oltre a due Viotto, Mario e Franco, anche un altro Padoin, il LeopoIdo; troviamo pure, è sintomatico, un uomo sicuro di Cefis, quel Vittorio Olcese che prima di essere interessato in diverse società immobiliari e imparentate col giro Padoin, è stato consigliere di quella “LSPN” (Linea-Società Pubblicità Nazionale), sicuramente di Cefis, a meno c
he non risulti dell’ENI (ma ciò non cambierebbe nulla circa la presenza dell’Olcese, dovunque fiduciario del Capo).
E’ ben vero che avendo una Padoin—Clementina sposato un Viotto, si potrebbe ritenere la “ Industria Viotto” più del giro personale e familiare “Padoin” che non di quello Cefis; ma allora ci chiediamo cosa facciano nel consiglio di amministrazione un Olcese, e nel collegio sindacale, se non il Grosselli, certo il Viglio Pietro Carlo, uomo di Cefis e non di Padoin.

“Fabbriche Riunite Formenti”
In apparenza è la meno indiziata fra quelle che abbiamo ricordato. Il beneficio del dubbio è sempre ammesso. Oltre tutto, la perimetrazione fra il Gruppo Padoin e il Gruppo Cefis è volutamente confusa. Indubbiamente i due curano interessi in comune, pur restando distinti determinati settori di intervento e iniziativa.
Una distinzione non è certo facile, anzi può dirsi impossibile. Anche la presenza, ad esempio, del vecchio Umberto Salanti nel consiglio di amministrazione della “Formenti” costituisce elemento contraddittorio, anziché offrire spiragli di luce. La sede sociale è in via Dandolo, 4. Allo stesso numero abitano Padoin, Salanti e – fino a qualche tempo fa pure Eugenio Cefis.
Interessante la ragione sociale ed eloquenti i settori di attività della “Formenti”: fabbrica articoli e accessori per tessiture. Ad ogni buon conto la segnaliamo in calve, come probabile ramificazione del giro Cefs, perché nel consiglio di amministrazione oltre al Salanti troviamo l’immancabile Vittorio Olcese, voce altamente rappresentativa nei rapporti con il Presidente della Montedison.
Nel collegio sindacale, in aggiunta ad un certo Mascheroni (che ci dice qualcosa perché è nel giro metano-petrolifero), troviamo il predetto Luigi Padoin e l’Armanini Walter. Quest’ultimo fa parte del1a terna Aureggi Enrico Evaristo (buona copertura per Cefis in qualche società metanifera), e Casali Sergio (sindaco della “L.S. P.N.” ). I tre li rivediamo insieme nella “Latteria Cremasca Voltana”, l’Aureggi consigliere Delegato; il Casali che controlla “Sisbi” e “Sischi” (sigle per società di brevetti e di sviluppo chimico) in qualità di consigliere, l’Armanini come sindaco.
Aderenze, richiami, rime alterne, d’accordo. Da ingenerare il dubbio che si tratti di una (innocua) commedia degli equivoci. Se non sapessimo e non cercassimo su queste pagine di dimostrare ampiamente che Eugenio Cefis ama questo genere di travestimenti, di pretesti, di combinazioni. I suoi pasticciacci belli o brutti a seconda dello spettatore li mette in scena con assoluta discrezione, per un pubblico ristretto di intenditori, anzi di cultori del teatro d’essai.
D’istinto si sarebbe portati a tracciare delle conclusioni. Ma davanti ad una dovizia di particolari e di piste a disposizione, l’imperativo è davvero quello di rinunciare ad un giudizio sommario. Concludiamo dunque questa prima tornata illustrativa delle aziende di proprietà evidente, controllata o presunta di Eugenio Cefis, con una considerazione assai semplice.
Il quadro del suo azionariato è impressionante; il gioco dei suoi uomini abilissimo anche se non sempre qualificabile. L’Italia è fatta quindi anche di questi uomini che servono l’economia servendosi di essa, che d’un piedestallo fanno residenza, di un credito, aggio per ogni remunerativa azione. Trascurando totalmente ogni implicazione morale.
Gente che si dichiara solennemente per nuovi corsi, che guarda ad esperimenti d’avanguardia in chiave marxista; uomini che si pongono come salvatori della patria ed in privato adottano una morale privata.
Un’inchiesta seria cita i fatti; documenta le proprie accuse. Noi lo abbiamo fatto, anzi lo stiamo facendo, perché il discorso è appena all’inizio.
L’aggressione economica che si incentra sul nome di Cefis è sconcertante e siamo certi di raggiungere appena qualche indicazione eloquente fra la massa di indizi e scoperte che il barone più barone d’Italia offrirebbe – per esempio – all’occhio esperto di una ragione fiscale.

Questo è Cefis (pp. 196-208) – continua

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Questo è Cefis 15

30 Maggio 2009
Altri capoversi. Per un apologo morale
di Giorgio Steimetz

Un’indagine sui padroni del vapore, in Italia. Avrebbe senso? Quando non esistono garanzie di lanci adeguati attraverso i mezzi di comunicazione, divenuti (o da sempre) monopolio, mezzadria, servitù di passaggio per industriali privati o per lo Stato?
È quanto nel precedente servizio ci eravamo chiesti in premessa, esprimendo uno scetticismo tanto risaputo quanto inutile. La libertà di stampa è una nobile causa, ma funziona sovente come la tutela che la Costituzione assicura al paesaggio. Parafrasando Horace Walpole, si direbbe che essa libertà è una commedia per chi la pratica e una tragedia per chi la subisce.
Tutti sanno che un editore non è realmente libero di pubblicare quello che vuole, come e quando vuole; condizionato sia dai sindacati padronali (le cosiddette catene che fanno capo alla Confindustria e ai singoli industriali), sia dalla pubblicità che colma i loro passivi e chiede discrezione se non obbedienza; senza tener conto delle mode, dei gusti, del mordente di un caso (letterario o meno), di interessi politici e di tradizioni da rispettare.
Quando non si arriva allo spettacolo desolante dello Stato-editore (“Giorno” – “Agenzia Italia” e innumerevoli altre testate di comodo), dello Stato esclusivo informatore (Rai-Tv), dello Stato arbitro della vita di quotidiani e periodici legata al filo della pubblicità concessa da esso attraverso la “SIPRA”.
La pubblicità, sovente, misura di tutte le informazioni, trascritte a senso unico come desidera il committente. Tra i grandi concessionari della pubblicità teleguidata, Eugenio Cefis gode un trattamento preferenziale sul mercato dei giornali.
Da venticinque anni, installato all’ENI, ha saputo trovare alleanze e consensi servendosi per l’ENI della pubblicità “Supercortemaggiore”, garantendosi quell’immunità che giova alle sue imprese. Le cose, da quando è giunto alla Montedison, non vanno diversamente: anzi sembra che il felice trapasso gli abbia assicurato patenti ufficiali di probità, ingegno e genialità, come convengono volentieri Colombo, Piccoli, Preti e C.

Pochi lumi e grosse ombre

Non conoscendo abbastanza la vita e gli affari personali di una persona, è facile crederla, per suggestione soggettiva, uno stinco di santo, un economista di vaglia, un capitano d’industria d’eccezione Facile in quanto il personaggio è gradito, utile e generoso, servendo alla causa. Pubblicamente, disponendo dei canali di massificazione delle notizie, gli si attribuisce il ruolo di Cincinnato del duemila, concedendo interviste sul tema e ispirando discorsi e veline.
Poi sotto sotto al piedestallo vien fuori l’altra faccia della statua. Si nota che prosperano più i suoi affari privati che quelli affidati alle sue cure dallo Stato. Noti inoltre che il brav’uomo finanzia i partiti e dispone pertanto di alleati in ogni posto chiave. In altre parole: nel ’45 Cefis capitali non ne possedeva; oggi ha dei beni valutabili a miliardi.
Per un pubblico industriale, il fatto rimane sempre sconcertante e chiedersi se ha le mani pulite è appena elementare. Non occorre vivere in paesi comunisti per reclamare un processo o almeno un inventario, dato che il Fisco fa le pulci al più mite e disarmato contribuente, ma sembra guardarsi bene dal farle a chi, in cinque lustri, ha fatto tanta fortuna col solo stipendio di (altissimo) funzionario.
Siamo proprio ingenui, propensi al suicidio, quando chiediamo questo? La democrazia consente, è vero, il libero esercizio imprenditoriale, ma prevede mezzi adeguati per controllarne il reddito. In un Paese come il nostro, dove i disoccupati si aggirano sul milione, i sottoccupati non si contano, i livelli di paga a livello basso, l’emigrazione fenomeno corrente, crisi acuta del mondo agricolo, non è onesto che vivano nababbi i quali han fatto miliardi senza ridistribuirli attraverso i prelievi fiscali.
Ma Cefis ha tanti amici, dietro tanti portoni, l’abbiamo già detto. Quelli che dovrebbero assicurargli, insieme, l’immunità e il Paradiso, non sono ancora nati, comunque.

Il precettore ingombrante

Cefis è un uomo d’oro. Altrimenti i politici non farebbero a gara per tenerselo buono. Altrimenti nessun esponente autorevole bloccherebbe le interpellanze di Simonacci e di altri dieci parlamentari che chiedono di far luce sui suoi misteriosi disegni.
Ad averlo sullo stomaco magari son parecchi, ma l’unico a non averlo digerito è stato Mattei, il quale lo considerava, giustamente un precettore saccente in casa del maestro: e lo sbattè via dall’ENI. Viva Mattei: ma il gigante di Matelica è morto.
Quali altri Mattei (eccetto il giornalista, già al “Carlino”, oggi in disparte perché non inquadrato a sinistra), quali altri numi tutelari si potrebbero ora invocare? Abbiamo anzi gli anti-Mattei, ministri che esaltano le virtù di Cefis taumaturgo di molti mali (Montedison, ma anche disfunzioni economiche che affliggono correnti, clientele, bilanci elettorali di singoli candidati).
Quale libertà di opinione (scritta) se l’Eugenio, col suo “Piano ’80” una pedantesca e fantasiosa strategia di conquista del potere e di risanamento dell’economia nazionale potrebbe ipotecare lo stesso Quirinale?
Cefis sa quello che vuole e lo ottiene a qualsiasi prezzo, specie quando spende i soldi dello Stato, facendo funzionare gli ingranaggi con l’olio sottratto agli ingranaggi stessi. No, non è un ladro. Amministra fondi dello Stato, li investe, li dispensa come crede, autonomo come glielo garantisce, giustamente, la carica ricevuta.
I fondi che non sono dello Stato se li tiene, magari li manda fuori dei confini, ma chi può negarglielo? Il fatto che noi denunciamo – anche proseguendo nella schedatura dei personaggi confluenti nel suo giro, già iniziata in precedenza – è di aver agito e di agire curando al tempo stesso (abbastanza male) gli interessi pubblici di cui è investito e (abbastanza, anzi molto bene) gli interessi privati di cui nessuno sa nulla, o finge di non sapere, o sapendo non dice: appunto perché, se ci mettesse naso sul serio il Fisco, sarebbero spiacevoli sorprese per tutti, oltre che per lui.
Proseguiamo allora con la rassegna del suo mitico stato maggiore, degli uomini che giostrano col Saracino in questa divertente corte dei miracoli

Micheli Francesca Ambrogia in Ricci, nata a Mandello Lario il 18 luglio 1929; segretaria di Cefis da più di vent’anni, nell’ufficio di via Chiossetto, 9. Una milizia fedele che il Capo ha voluto premiare nel tempo intestando a lei parte delle sue società personali.
Esse sono: la “Arolo”, una immobiliare s.a.s., di cui la Micheli è socia con la “General Rock Investment Trust” di Vaduz; la “San Sebastiano”, altra immobiliare, in socio Micheli-“Gula Etablissement” di Vaduz; la “F.M.I.”, terza immobiliare da lei amministrata, ma senza compari; perciò le iniziali del suo nome (Francesca Micheli Immobiliare) e la possibilità di dotare il Capo di una vettura, la Citroen di cui abbiamo parlato. Altre due immobiliari sono la “Chioscasauno” e la “Chioscasadieci” (le otto che stavano in mezzo sono state smobilitate dai legittimi proprie
tari coi quali la Micheli non aveva nulla da spartire). Solita attività: proprietà, compartecipazione, gestione di beni immobili e rispettivo esercizio.
Altre ancora: la “Società Immobiliare Milano” e la “Immobiliare Centro Sud”, primo excursus immobiliare di Cefis dalla capitale morale a più lontane frontiere. Ottava società, la “Inv. Imm.” (Investimenti Immobiliari), ha per scopo la partecipazione in società industriali e commerciali (in analogia con la “San Sebastiano”). Soci, data l’importanza dell’oggetto, sono, la cognata di Cefis, sig.ra Alessandra Righi, sorella della signora Marcella Cefis e la “General Rock Investment Trust” di Vaduz.
È ovvio che attraverso questa società, e tutte le altre, Cefis è libero di agguantare i più remoti orizzonti, di agire dove, quando e come meglio crede. Beni propri della Micheli: si identificano con le cariche nelle società del Giro, e ne avanzano. Cefis premia la fedeltà, a prezzo altissimo se chi lo rappresenta gli è docilissimo strumento, fino a diventare – da dipendente di fatto (la Micheli) padrone di nome e di diritto.

Olcese Vittorio Nato l’11 agosto 1925, non sappiamo precisare dove, residente a Milano, in via Lanzone da Corte, 2, laureato e con buoni quarti di nobiltà (nel clan un tocco di sangue blu offre smalto e dignità).
Beni propri: parecchi. Dalla s.a.s. “Naviglio” (meneghino granitico), un’immobiliare in socio con Fabio Mauri di Roma e Roberto Olivetti (quello delle macchine da scrivere), alla “Clark J.” una s.r.l. che si occupa di esecuzione di lavoro fotografico editoriale, in cui entra il blasonato Alberto Papafava Antonini dei Carraresi e i proletari Ronchetti e Annarosa Germani. Ancora: la “Documenti di Arte Moderna”, poi Cefisata (e lui, con Cefis, sa naturalmente dov’è confluita) e la “Palamos”, altra immobiliare a responsabilità limitata con due soci che ritroviamo nel Giro.
Cariche in società imparentate con il dott. Cefis: nel’66 Consigliere della “LSPN”; Consigliere (e immaginiamo quanto ascoltato) della “Industrie del Legno Viotto Antonio”, del Calzificio “Luigi Ciocca”, della “Fibre Tessili Artificiali”, delle “Fabbriche Formenti”: quattro aziende che manifestano curiose aderenze con gli uomini di Cefis e delle quali ci occuperemo.
L’Olcese è poi assessore regionale all’organizzazione e al personale, compito severo che svolge nelle file del Partito Repubblicano, ricco di una sua competenza specifica e di tecnica aziendale.

Padoin Luigi Una delle chiavi di volta del sistema Cefis. Nato a Sacile il 23 febbraio 1907; porta con sé la comunità d’origine col Capo. Ha l’ufficio in via Donizetti, 32, sede di tante società collegate a Cefis. Risiede a Milano in Via Dandolo, 4, dove abitava sino a qualche tempo fa l’Eugenio.
Il capo lo ha fatto entrare come consigliere alla “Lanerossi”, alla Banca Manusardi (in cui Cefis deve avere lo zampone), alla “Fibre Tessili”, alla “Antonio Viotto”, alla “Virginio Rimoldi”, in più è sindaco della “Ullion Produzioni Cinetelevisive”, sicuramente controllata; è poi consigliere o sindaco in diverse altre aziende che non c’entrano col Giro.
Beni propri: la “Immobiliare Dandolo, 4”, in socio con la moglie Vesta Pezzini (singolare coincidenza di cognomi col Pezzini Giuseppe della “Compagnia Trasporti Speciali”); accomandante della “Reamoul” per la conduzione di stabili rustici, in socio con Italo Neri; socio della “Immobiliare Palamos” avendo per compagno l’Olcese Vittorio e Antonio Roncoroni. Trascuriamo le parentele (la sorella, Clementina, ha sposato un Viotto dell’industria legno), con le quali è più facile spiegare le sue cariche nel ramo dei tessuti e filati (tipo la “Supertessile” e altre).
Cariche nel giro: ne abbiamo fatto cenno indirettamente. Diciamo che il Padoin è la longa manus, l’uomo rappresentativo del Clan, di cui Cefis si serve abitualmente nelle sue operazioni d’alta chirurgia finanziaria e di trasformazione delle società; personaggio nel quale nutre fiducia amplissima e col quale emerge in consuetudine e familiarità.

Perucconi Ruggero Nato il 19 febbraio 1904, è un assicuratore di Milano (Ufficio in Via Pagano, 54 e residenza in Via Colleoni, 9) che può essere collocato sullo stesso piano di autorità dell’Ortensio Menchini.
Come lui infatti è consigliere della “F.lli Menchini Industria Termoplastica Italiana” (della quale Cefis fu Presidente), come lui è stato consigliere alla “S.T.I.E.M.” tipografia editoriale del Gruppo ENI, rifilata deficitaria al Paolazzi Editore che poi chiuse i battenti; come lui è ora consigliere dell’Agenzia Giornalistica “Italia”, del Gruppo ENI.
In più possiamo solo con il condizionale attribuirgli la proprietà, in socio con la “Kemco Trade Trustreg”, della “BINO”, immobiliare con sede in Varese. Quale competenza vanti un assicuratore nel campo delle fibre plastiche e dell’editoria, non sappiamo; tuttavia nel giro deve avere un ruolo, a parte le specializzazioni contrastanti.

Peruzzotti Renzo Ragioniere, è di Vigevano ma risiede dal 1957 a Milano, in Via Spinoza, 8; coetaneo della Micheli (11 agosto 1929). Anche lui sembra esperto, come il Caprotti, di editoria, dopo che una sua società l’“Automac” risulta regolarmente fallita nel 1965. Forse per questo si è dato ad altre attività.
Beni propri: la “Prato Magro” – nel grasso del giro per la conduzione di poderi, aziende agricole, fabbricati colonici; concedendo (ovvio) prestiti, fidejussioni, obbligazioni, un hobby non infrequente nella tribù. La “Società Editrice Europa” con capitale di 10 milioni, della quale sarebbe interessante apprendere ulteriori notizie; per ora sappiamo che è socio di Caprotti nella CAMT. Cariche nelle società Cefs: promotore della “Ge.Da.” (Gestione Dati) per il noto avviamento di centri di elaborazione dati e relativa gestione (rende assai), poi confluita nella “Pro.De.” (Profili Demografici), poi a sua volta Enita nella “System Italia” di Adolfo Cefis (& C.).

Rusca Enrico Pietro Uomo dalla biografia rapida: nato in Milano il 15 luglio 1927, avente come beni propri la compartecipazione, insieme a Edda De Franceschi, nella immobiliare “Eden” con l’attività consueta. Cariche “interessanti”: accomandante della “BCR”, l’immobiliare di Adolfo Cefis, cui partecipano la citata De Franceschi Edda e i Bernabè, padre e figlio.

Righi Alessandra Altra scheda scarna, pur trattandosi della cognata di Cefis. Nata a Pieve di Cadore, località forse occasionale, nel luglio (mese congeniale alle nascite per il clan dei Cefis), il 17, del 1912. Risiede a Milano (dopo aver soggiornato a lungo in quel di Fagnano Olona) dal 1952, con il marito, Mario Furlani, in via Fabio Filzi, 23. Benz propri: nullatenente come il cognato Eugenio. Come farà il fisco a mungere questi poveracci?
Cariche nelle società: socia, con la Micheli e la “General Rock” di Vaduz nella “Investimenti Immobiliari”, per la partecipazione cioè in società industriali e commerciali, oltre che per la gestione immobiliare. Troppo poco per avere un (modesto) conto in banca?

Sperotti Cesare Geometra nato a Vicenza il 15 aprile 192
9 (ancora, per gli appassionati di statistica, un ritorno consueto: l’anno del Concordato, un termine assai gradito alle iniziative del Capo).
Non è da sottovalutare, anche se un poco misterioso. Si occupa in prevalenza di export-import di gomma come mostrano la “Sigla” (capitale di ben 250 milioni, dov’è solo in qualità di amministratore unico) e l’altra “Sigla” (Società Internazionale Gomma Lattice & Affini) che divide invece con il francese Alcan Alain e il veronese Raffaele Foà, oltre a Laura Trice, nata ad Alessandria d’Egitto. Una attività fervida di contenuto e di interessante scoprimento.
Cariche nelle società del giro-Cefis fa parte della “Italo Americana Prentice” che si occupa sì di cerniere e bretelle, ma con un capitale di 500 milioni e di cui sono sindaci tre pilastri del clan: Padoin, Voglio e Silvestri.

Silvestri Tullio Nato a Cuneo il 24 novembre 1938, dottore, pedina importante dello scacchiere, con netta predilezione per il ramo fotocinematografico (e può andare bene anche in Caroselli televisivi), a parte 1 immob11iare che mai fa difetto.
Beni propri: Ia “IN.IM.PAR.” (Iniziative Partecipazioni Immobiliari), il cui scopo sociale è nitido nonostante l’astruseria lessicale delle sigle commerciali; di essa è socia la “Mulil Anstalt” di Triesen, compagna fissa e rifugio finanziario-turistico preferito dagli aderenti del clan Cefis; capitale di appena mezzo milione, cifra rispettabile per gli avaracci di queste s.a.s.
I1 giovanotto è poi titolare della “Produzione Fotofilms” senza soci, ma con buoni affari (se generati poi da generose commissioni). Per questa sua specializzazione è stato chiamato in qualità di consigliere nella “Union Produzione Cinetelevisive”, società dai 160 milioni, poi sciolta (ma sicuramente ricomposta in altri lidi), che aveva per soci altri uomini del clan.
Cariche: ex amm.re unico della “Pro.De.” (poi “Ge.Da.”, ora “System Italia”), da lui fondata nel ’67 e poi giunta per diverse mani ad Adolfo Cefis, il fratellino.

Salanti Umberto E’ tra i più anziani amici di Cefis, essendo nato a Grumello (Pavia) il 15 agosto 1900. Abita al magico numero, già incontrato due volte, di via Dandolo (il quattro).
Beni propri: nella “Investment Casting Italiana” con solidi compagni (Kaiser e il Visconti di Sanvito); attraverso il figlio Angelo (Immobiliare Ripamonti); in compartecipazione (“Fabbrica Macchine Lavorazione Latta” di cui è consigliere). Poi attraverso la presenza nella “FIR” (Fabbriche Industrie Riunite, ex Fabbriche Riunite Placcati Oro) in socio con Kaiser, il figlio Angelo, il Visconti di Sanvito e l’Arduini consigliere della “Lanerossi”.
La lista sarebbe lunghissima, ma ci interessano piuttosto le cariche nel giro Cefis: esse vanno dalla Banca Manusardi (indiziata di collusione), alle “Fabbriche Riunite Formenti”, alla “Fingraf ”, alla “Virginio Rimoldi”. Trascuriamo le moltissime presenze in altre società non del giro.
Tra i beni propri va ancora ricordata l’immobiliare “SETUAM”, l’immobiliare “E.G.A.P.I.” e altre attività nel settore metanifero, le quali evidenziano i rapporti fiduciari con il gigante del ramo: la “Metanifera Sommese” e l’altra, più importante “Metanifera Alta Italia” in solido col Visconti, il Maffei Giuseppe e il Carcano Gaetano. Un’autentica colonna, insomma.

Viglio Carlo Pietro Laureato in scienze economiche, di Novara, dov’è nato il 7 aprile 1919 e dove aveva residenza sino al 1947. Abita a Milano, in Via Moscova, 46/5 (Ufficio in Corso Venezia, 24). Sua moglie è una “Airoldi” (di Domodossola, come altri Airoldi del giro Cefis).
Potremmo chiamarlo, con il Re Sole del Petrolio, il suo Richelieu. Basta ricordare che il sovrano l’aveva inviato alla “Montedison” prima di giungerci lui, al tempo del Girotti in posizione contestataria rispetto a Melzagora e Campilli, profeta (in patria) a spianare le vie del signore. Per la stessa Educia l’ha piazzato alla Banca Malusardi come consigliere.
Viglio è poi sindaco della “Union Produzione Cinetelevisive”, della “Italo Americana Prentice”, della “Industria del Legno Viotto”, della “Fabbriche Riunite Formenti”. Non basta. E ancora alla “Pro.De.” – poi “System Italia” prima consigliere (nel 68 ) e poi ( 1970) a fianco di Adolfo Cefis.
Ogni impresa industriale del dott. Cefis (Eugenio) porta impresso il marchio di garanzia Viglio. Il quale ha le sue brave e oneste proprietà, tra cui citeremo la “Immobiliare Pineta Eur” di cui è accomandatario, avendo per accomandante la “Immobiliare Cernaia Settima”. Carneade! La Cernaia Settima è sempre di Viglio Pietro Carlo. Viglio poi si occupa anche di produzione e smercio di prodotti agricoli (una sorta di relax arcadico), attraverso la compartecipazione, mediante la “Pineta EUR”, nella “Li.Ra.”.

Altri frammenti tangenziali

A questo elenco di schede personali ne faremo un altro più conciso, nel quale entrano personaggi assai importanti, ma di minore levatura nella partecipazione al giro-Cefis.
Prima di trascrivere questi nomi, rivediamo un attimo le larghe maglie attraverso le quali Eugenio Cefis esercita la sua azione pantocratica, quasi sempre – come abbiamo veduto per sottili, impercettibili accostamenti, talvolta così sfuggenti che la citazione (o il reperto da noi effettuato) sembra del tutto casuale.
Un legame esiste. Potremmo ricamare fantasie: per gruppi di età, per provenienza, per contiguità. Sarebbero divagazioni, e nemmeno curiose. Meglio trarre una prima conclusione: la Lega è solida, la sua spina dorsale è diritta e agilissima. Se Cefis non fosse quel filone d’oro che qualcuno (ingenuo) sospetta (e che nessuna stampa in Italia proclama), non avremmo tanti uomini disposti a sapersi guadagnare il pane ogni giorno, come il capo dichiarava ai graduati dell’esercito ENI, una volta, a San Donato; a gente cioè che rigava dritto, per non sapersi licenziata dalla sera alla mattina.
Qui evidentemente il rapporto è diverso perché è libero, volontario, e per conto terzi, di rappresentanza. Ciò non toglie che la disciplina rimanga la stessa: Cefis è abbastanza conseguente da emarginare con prontezza chi non sa stare al gioco. Lo sanno anche gli uomini che sia pure indirettamente devono con lui collaborare. Tra essi, nell’elencazione, ce ne saran che non la pensano come lui, che stanno addirittura sull’altra riva. Ad essi chiediamo venia di un’inclusione involontaria.

– Amadio Leopoldo: nato a Sacile. Consigliere “Italo Americana Prentice”.
– Arduini Giovanni: consigliere “Lanerossi” e con Salanti nella “F.I.R.”.
– Aureggi Enrico Aristo: consigliere “Metanifera Sommese” (al suo ingresso nella società, il capitale è salito da uno a cento milioni).
– Agrati Aldo: socio (con Sergio Casali) nella “Sischi”, già Presidente della disciolta “Società Finanziaria”. Socio nella “Deisa”, fabbrica cera e lucidi.
– Bruno Luciano: consigliere nella “F.lli Menchini” e nella “S.T.I. E.M.”.
– Carughi Giovanni Luigi: consigliere “Union Produzione Cinetele visive”.
– Deamici Giuseppe: consigliere nella “F.lli Menchini”.
– Del Negro Ruggero: agente di Borsa Merci, mediatore cascami, consigliere nella “Italo Americana Prentice”.
– Del Negro Alvise: consi
gliere “Italo Americana Prentice”.
– Formenti Paolo e Carlo: Consiglieri Fabbriche Riunite Formenti.
– Fregoni Bruno: consigliere Lanerossi, sindaco “Union Prod.Citelevisive”.
– Guerrieri Vittorio: ex consigliere “LSPN”, consigliere “Compagnia Trasporti Speciali”.
– Kaiser Carlo: consigliere Delegato “Virginio Rimoldi”; consigliere “FIR” e “Investment Casting Italiana”.
– Marnetto Renato: sindaco “Montedison”, consigliere “LSPN”.
– Neri Italo: accomandante “Reamoul”, “Salis” e “Warn” con uomini del Riro e società del Liechtenstein.
– Polli Vincenzo: consigliere di innumerevoli società ramo tessile. Ma anche della “Formenti”, della “Fibre Tessili” e del “Calzificio Ciocca”; cognato di Padoin.
– Roncoroni Antonio: interessato nelle immobiiiari “Palamos” e “Cora”, ma anche consigliere della “Formenti” e “Fibre Tessili” unitamente ai congiunti Mario, Eugenio e Vittorio.
– Spizzico Giacinto: consigliere di alcune società, compresa la “F.lli Menchini "
– Squeri Carlo: amministratore della “Milanpetrol”.
– Viotto Elia, Cesare, Mario, Franco: Consiglieri nell’omonima industria del legno.

A tutti questi nomi se ne potrebbero aggiungere molti altri. Ragioni di opportunità ci inducono per ora a non farlo, in quanto stiamo appurando precedenti, attività, conversioni improvvise, rientri, confluenze con gli interessi del giro-Cefis.
Un giro assai dilatato, con delle piste contorte o impraticabili: prendere delle vistose cantonate è pur sempre facile
Ma ci affretteremo a precisare che ci siamo avvicinati alla realtà oggettiva, citando nomi e parentele, più per difetto che per eccesso. Può darsi che alcuni nomi o determinate ragioni sociali chiamate in causa si dimostrino del tutto estranee all’attività del clan-Cefis: a chi non capita di sbagliare in una indagine (giornalistica) tanto ardua e complessa?
Ricorreremo, allora, alla riserva. Rimpiazzeremo gli estranei, sempre che ci siano, con altri, le cui schede andiamo pazientemente ricostruendo. Il giro di Eugenio Cefis è come il Duomo di Milano alla cui ombra il capitano d’industria s’è accampato: una Fabbrica che non finisce mai, con imprevisti, cambi di guardia, recuperi, puntelli e fervorosa attività di cantiere.

Rinasce l’araba fenice

Cefis: un richiamo per i politici, un faro per chi cerca sicurezza e protezione.
L’uomo è piuttosto altero, sprezzante nei modi, provvisto di dosi letali quanto a sarcasmo. È spericolato ben più di Mattei. Ma le stesse autorità religiose cose che capitano in Italia se lo ingraziano, anche se viviamo la stagione d’una chiesa dei poveri.
L’autorità giudiziaria non interviene neppure quando le si chiede di accertare magari i reati di distrazione, riferiti al personale ENI, come nel caso di quel Giuseppe Restelli pagato dallo Stato ma di professione Presidente del consiglio d’amministrazione de “L’Avvenire”.
Gli stessi fondi ENI, al tempo di Cefis, venivano volentieri distratti verso attività che nulla avevano in comune con i Eni istituzionali dell’ente; decine e decine di milioni l’anno, da vent’anni. C’è del personale in forza all’ENI, ma che all’ENI non si vede mai; naturalmente l’ente lo paga. Ci sono miliardi dello stesso ENI buttati al vento in avventure pubblicitarie, un soldo di silenzio…
Questo ieri con Cefis (e tuttora il fido Girotti non ha rimediato alcunché). Questo, se non attualmente (ma la “System Italia”, del giro, non avrà già intessuto rapporti proficui?), certo domani, alla Montedison, dove l’illustre economista ha regolarmente definito incompetenti e dilapidatori i suoi predecessori. Il metodo che andava bene agli Idrocarburi funzionerà egregiamente anche nel regno dei composti chimici.
Solo non sappiamo come potrà premiare i suoi garanti, specie a livelIo politico, non disponendo più di rappresentanze regionali Agip da assegnare. Sarebbe giusto trovare un nuovo De Mauro a prova di lupara. Per risapere quali rivelazioni la mafia ha vietato al giornalista che intendeva far luce sulla fine di Mattei.
Peccato davvero che l’uomo di Matelica sia finito così, e così presto. Con lui vivo, Cefis sarebbe appena un funzionario, un vice, anche se con la smania delle immobiliari. O forse Mattei l’avrebbe dopo la prima cacciata, definitivamente estromesso. Invece l’araba fenice e risorta dalle ceneri (altrui), anche se ai funerali di Enrico Mattei l’Eugenio Cefis (che non l’amava in vita) era simpaticamente assente, pur dovendogli tutto: prima e specialmente dopo.

L’arte (polivalente) di “incassare”

Il friulano è padrone del campo. E riuscito nell’aggancio alla Montedison, impresa fallita a Mattei. Anzi ha dato una lezione ai politici, perché non si può negare che il suo esempio denota quanto valga, in Italia, il potere economico affidato in gestione. La stanza dei bottoni di via Chiossetto, a Milano, è rappresentativa almeno quanto Palazzo Chigi, ad un potenziale che farebbe invidia alla più agguerrita cosca mafiosa isolana.
Perché non reagiscono i vari Mancini, Malagodi, Forlani o Ferri? Semplicemente pigrizia o timore reverenziale, nonostante siano ampiamente al corrente di tante malefatte, da noi evidenziate tempo addietro? Gli stessi Piccoli, Preti, Colombo, De Martino lo subiscono, quasi condizionati dal suo oscuro filtro di potenza. Grottesca questa affermazione? Chiediamolo allora all’“onorevole X” che ha bloccato l’interpellanza parlamentare su Eugenio Cefis. Sono fatti, non chiacchiere.
Chi ci libererà dai boss in guanti gialli, visto che sotto processo finiscono (quasi) soltanto i ladri di polli?
Domanda che magari riceverà una confortante risposta. Bazan ed Ippolito, due tipici sultani finiti in gattabuia, attendono compari più illustri. L’Olimpo è difficile da scalare, ma la velocità di caduta potrebbe rivelarsi vertiginosa, e altri portoni vorremmo si aprissero ad accogliere i colossi dai piedi d’argilla e dalIa testa d’oro (nero).
Solo in questo caso la denuncia giornalistica avrà un senso, in un clima di autentica libertà di stampa: dove si onora prima la verità, anche ingrata, anche incredibile, anche rilanciata col semplice coraggio dell’onestà.

Questo è Cefis (pp. 181-195) – continua

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Questo è Cefis 14

25 Maggio 2009
“L’anonima Cefis e C.” Il clan del mandarino
di Giorgio Steimetz

Un’inchiesta severa sui boss dell’economia italiana è ancora tutta da scrivere.
E non è detto che si scriverà, perché nel nostro antico e nobile Paese imperano le cosiddette catene, termine innocuo che vela appena la grigia realtà dei trust: da quello di Pesenti (cementi, ma anche banche e affini), a quello di Agnelli (la Fiat, azienda-madre di innumerevole prole) agli altri di Moratti, Costa, Monti, Falck, Pirelli e così via.
Codesta gente rispettabile, legata in sindacato ancor potente, la Confindustria tanto vituperata dalle masse, o addirittura per singola e autonoma iniziativa, controlla di fatto anche buona parte del mercato della carta stampata, sopravvivendo l’altra (non andremo a indagare quanta e quale, essendo marginale il tema al nostro intendimento) come palese o sommesso Monopolio di Stato, per legittima proprietà (“Il Giorno”, l’agenzia giornalistica “Italia”, la stessa rai-tv) o per condizionamento pubblicitario nel calderone della Sipra e simili.
Insomma, per affrettare la premessa, gli italiani (e altri popoli, ma non ci interessa l’oltralpe), sono oppressi dalle leghe, siano esse di Stato o di privati; gli italiani, meglio, sono gestiti dal monopolio delle informazioni audio, o visive, o audiovisive. E risultano gestiti in tanto maggior misura quando le due parti sottoscrivono patti di non aggressione, di reciproca tolleranza.
Proprio quando sussistono tali condizioni, la libertà di scrivere risuona come epitaffio della libertà di leggere; ossia si deve leggere quello che ci impongono e ignorare quello che rastremato sul nascere e tolto dal mercato – diviene merce di contrabbando, salve le solite eccellentissime prove a discarico, eccezioni di conferma ad una regola.
Un caso: com’è pensabile di reperire un editore disposto ad arrischiare la posizione e le entrate, a giocarsi una carriera onorevole accettando servizi, inchieste, indagini giornalistiche che mettano a nudo i cartelli, rivelando gli immorali risvolti di stimatissime personalità, indicando nomi, indirizzi, compromissioni, lignaggio e dinastia, rifugi e alternative, scoronando i re del sugo in scatola o i monarchi dei reami finanziari o i capimafia dell’ortofrutticola o i grandi della gomma (sintetica) e del petrolio e derivati?

Astrazioni per un tentativo

Un’inchiesta sui boss: ma vogliamo scherzare?
Onoratissimi, potenti e crudeli, saprebbero rovinare un malcapitato in vena di dissonanze e di far fare bancarotta al più ricco editore d’Italia. Ma il rischio è seducente; talvolta non avendo nulla da perdere, forse da guadagnarci rimettendo nell’ovatta di un silenzio pagato a sufficienza le rivelazioni accennate, i retroscena annunziati, le sorprese offerte in anticipato godimento nel sommario o nella presentazione.
Non correndo questo secondo, confortevole pericolo, ci metteremo a scrivere, senza sapere se il nostro timido gesto di illuminare con qualche sciabolata di luce radente un esemplare preclaro di codesti signori – debitamente e da tempo sottoposto a privata considerazione per documentarci e documentare avrà l’onore d’entrare in società, agghindato in caratteri tipografici, lanciato con decoro, accolto con attenzione; sappiamo quanto valgano gli estintori di pronto intervento, la buona volontà o la passività di regimi, partiti, cosche e talvolta – di pur rispettabili ma impotenti luoghi di giudizio.
Oggi dunque parliamo, senza illusioni, di Eugenio Cefis. Di questo friulano cinquantenne, per metà manager di stato e per metà industriale privato, rimbalzato con prepotenza al timone della Montedison, quindi in piena evidenza sulla scena dei ludi del potere.
Non che l’uomo venga dal nulla e di questo nulla risenta. Venticinque anni addietro usciva dalla guerra di liberazione, dopo altrettanti saliva dalla Presidenza dell’ENI a quella della Montedison. Quanto alla prima metà del viaggio, la diremo più fortunosa che fortunata.

Non penso, dunque sono

Tra i paradossi di quest’uomo, il più disarmante: la quasi assoluta mancanza di notorietà, remota o attuale; tale da attribuirgli natali oscuri, carriera silenziosa di immigrato da Cividale a Milano e una vita prestata al benessere del Paese.
Tanto nullatenente è Cefis che non possiede neppure un’utilitaria. Gliela presta, graziosamente, la segretaria, Ambrogia Micheli, titolare della “F.M.I.” (Francesca Micheli Immobiliare); non di piccola cilindrata, essendo una Citroen DS 21 di rappresentanza, ma egualmente di altri (ché se fosse una qualsiasi autovettura, come potrebbe dipingerlo l’agiografo del regime assiso nell’abitacolo a meditare cosa farà l’Azienda che tu del conte Faina, dopo essersi leccate le ferite?).
Egli è, e vale in quanto non possiede. Ossia: cogito, ergo non sum (o viceversa). Anche la sua casa non esiste: egli sverna in una lussuosa palazzina, all’uopo ripristinata prima di fare, nell’autunno scorso, i bagagli da via Dandolo, 4; sorge al 15 di via Borgonuovo; mentre trascorre l’estate e l’week-end ad Arola, sul Maggiore, il lago che porta in Svizzera magri e saltuari turisti come noi, quanto fedelissimi inoltri di valuta pregiata, come quelli di Cefis. Ad ogni modo, nessuna delle due abitazioni risulta intestata al nostro personaggio.
Il nulla è la ricchezza di Eugenio Cefis. Bel titolo da romanzo. Peraltro così traducibile: la povertà (dissimulata), in contrapposizione (girata, per comodità fiscale), è una moneta preziosa, da spendere bene, è un’etichetta di riguardo. I santoni dell’economia amano assicurarsi i favori del proletariato facendosi conoscere poveri, distaccati dai beni (pubblici) della vita e garantendosi l’avvenire (incerto) con i beni (occulti) che salvano dai letti di Procuste o da ignobili forche caudine. O non possiedono, al sole, che se stessi, e allora la carriera è possibile (e vertiginosa), l’accordo con tutti è a portata di mano, tacciono gli invasati, i Donat-Cattin, i demartiniani, i Berlinguer, i molossi d’assalto. O risultano proprietari di una vettura di media cilindrata e di un appartamento di tre locali, colmpreso cuocivivande e bagnetto, ed allora come Randolfo Pacciardi sono dalla parte sbagliata, e stanno a margine, anticomunisti per necessità e preconciliari in religione.

La monadologia dell’esport-import

Digressione (e accostamenti) soltanto in superficie brutali e sconnessi.
Eugenio Cefis è un campione nato del trasformismo; ha libero accesso dietro il portone di bronzo (senza che il diavolo debba, con questo, sposare l’acquasanta); nei conversari esalta la dottrina maoista, la quale impedisce la proprietà privata ma conserva il privato alla testa dell’impresa incamerata, assicurando a lui e all’azienda un ritmo di produzione più che esaltante.
Un uomo di cotanto eclettica convergenza ideologica meriterebbe un viaggio; diciamo come lo compirono Willebrands, Casaroli e Arrupe dal patriarca di Mosca; a chiedergli, nel nostro caso, una interpretazione plausibile alle (presunte) apparizioni di Lourdes… Lasciamo perdere le battute ad effetto (assai ritardato). È incontrovertibile che il personaggio ama passare per un bel tenebroso della intellighenzia contemporanea, erotico nei limiti dell’ortodossia, mago della poli
tica e della finanza. In ogni caso di cavalli di Troia abbonda qualsiasi generazione. Cefis è semplicemente un abile importatore di nuovi corsi (e un superbo esportatore di beni immobili).
Nei metanodotti ENI ha infilato gas metano sovietico; nelle raffinerie italiane petrolio mediorientale o di origine anti-yankee; nei bilanci del mastodontico complesso del cane a sei zampe i miliardi dello Stato per sanarne i passivi, sapientemente digeriti. La versatilità del Grande spiega le simpatie conciliari da lui vissute nella brigata partigiana “Fratelli di Dio” e quelle moderne che gli fanno vagheggiare ardite strutturazioni della realtà politica, garantite dalla sua alchimia economica.
La dimostrazione, a rovescio, l’ha data lui stesso, passando alla Montedison. Se il gioco riesce in politica, è proprio assurdo pensare all unita dex cristiani coi musulmani, perché anche la luna
come il Paradiso e di tutti? Tuttavia gli eretici gozzovigliano nelle idee. Cefis soffre di antica inedia, oppure non risulta denutrito sol che una (idea) finisca quale risultante delle altre.
Dal grande (ma proficuo) pasticcione che ne deriva, abbiamo l’uomo. Industriale di Stato e privato ad un tempo; insieme democristiano con chiare disponibilità per altri lidi; non possiede né casa né vettura, ma ha l’una e l’altra; è povero ma ricco: meglio, è ricco ma vuol apparire povero; espropria gli ex-voto dalle chiese ma solo per farli restaurare, abbellendo la saletta d’attesa dello studio privato in via Chiossetto, 9 e onora così l’arte, Ia fede e il gusto (personale); guarda a occidente ma strizza l’occhio magico ad oriente.
Giano bifronte o terzino ambivalente di statura internazionale, Cefis è taumaturgo, Cefis è fondatore di s.a.s. (società in accomandita semplice); Cefis a Pechino o sugli scaloni che han bandito il fulgore di michelangiolesche divise; Cefis mago e mistificatore. Come diremo: dimostrando con buoni argomenti, come si conviene.

Le attività correnti

Cefis dappertutto. Non pare, ma è così. Non ama il cheese fotogenico, celandosi amabilmente ai flash come al fisco, ma sui giornali entra di peso, per intervista, per rimando, per accidente, per commissione. Così non è affatto appariscente in politica, ma sa dominarne qualche pacchetto azionario e condizionarne diverse grosse correnti, agendo a livello di compagini ministeriali.
Non appare sul “Chi è?” della finanza italiana, ma il suo nome dovrebbe risultare al posto d’onore. Dietro ogni catechismo dissidente, c’è l’anima sua. I Mori di Venezia non battono il tocco se Eugenio Cefis è indietro con l’orologio; i Piccoli del sistema non muovono un passo se lui non è avvertito.
L’avvincente personaggio emerge ufficialmente con le sue cariche di diritto pubblico. Lo troviamo sugli annali, infatti, Presidente della Montedison, Consigliere della Banca Commerciale Italiana e dell’Istituto Nazionale Assicurazioni. Notizie esaltanti, ma assolutamente irrisorie quantitativamente. Mancano le società che di fatto o per interposta persona egli controlla o possiede.
Abbiamo all’uopo riassunto fuori testo le partecipazioni di Cefis, vuoi per piazzamento come Consiglieri o membri di collegio di uomini sicuri, vuoi per diretto intervento. Uomini e situazioni che rappresentano il capitale, di maggioranza o meno, da lui fornito mediante l’acquisto di azioni.
Mediante la “Investimenti Industriali”, magari s.a.s. della signora Franca Micheli in socia con la “General Rock Investment Trust” di Vaduz e la cognata di lui Alessandra Righi in Furlani; oppure mediante la “San Sebastiano”, immobiliare della stessa Franca Micheli in uno con la “Gula Etablissement” sempre della capitale di quel mitico staterello tra Svizzera e Austria; mediante curiose e diverse alchimie finanziarie di cui è maestro insigne.
Naturalmente il quadro è incompleto e provvisorio, in quanto ci stiamo lavorando, come per ricostruire un palinsesto, da mesi. Ci imbattiamo in omertà consuete, in travestimenti ingegnosi, in rilevazioni fatte apposta per scoraggiare il più certosino ricercatore. Ma ogni giorno riprendiamo il filo, troviamo delle tessere, ci avviciniamo ad un soddisfacente ritratto a mosaico del finanziere Eugenio Cefis.
Incidentalmente: risultano, da queste indagini pazienti, cifre di miliardi. Meglio saprebbe assicurare (noi e l’opinione pubblica) l’ineffabile ministro Preti, se solo sacrificasse un decimo dell’energia da lui profusa a far le pulci ai sindacalisti poveri come Storti e Gabaglio.
Per ora ci limiteremo ad una sorta di libro delle famiglie nobili si intende, del censo afferente al Cefis, tracciando sommari ed analitici ritratti, nell’ordine alfabetico di rigore e con riferimenti plausibili alle contaminazioni che ne emergono.

Airoldi Eugenia Nata a Domodossola, come il Giuseppe (Airoldi) e la Rita (Aitoldi) moglie di P. C. Viglio un clan familiare nel clan sociale il 5 novembre 19 30. Beni propri: (o presunti tali): accomandataria della s.a.s. “Grober” per l’acquisto, l’esercizio della proprietà, le partecipazioni, la concessione di fidejussioni e obbligazioni a terzi. Accomandante della stessa è la “Trevalor Trust” di Eschen della quale si serve il fratello di Cefis, Adolfo, per altre combinazioni.
La gentil signorina inoltre, dal ’66 al ’69, risultava accomandataria (con lo stesso accomandante di cui sopra), della “Editorial”, passata in seguito al dott. Franco Caprotti, altro uomo del giro Cefis.
Cariche sociali nelle società di Cefis: Sindaco della L.S.P.N. (Linea Società Pubblicità Nazionale).

Airoldi Giuseppe Nato a Domodossola (e figlio di Pietro come la Rita Airoldi?) il 12 febbraio 1919. B titolare di un ambulatorio per le visite, Ia tosatura e i bagni ai cani in via Aurelio Saffi, 7 a Milano dal 1959. Nel 1968 aggiunge a questa una ben poco affine attività: si dà alla rappresentanza di case nazionali ed estere per materiale elettrico, commercio e apparecchiature speciali per aeroporto e per teatro, autotrasformatori variabili e regolatori, apparecchiature elettriche per impianti generali. Sarebbe interessante sapere a quali società, magari di stato, ha venduto realizzando guadagni.
Altri beni propri o creduti tali: è accomandatario della s.a.s. “Partecipazioni Industriali”, per l’assunzione, appunto, di partecipazioni sia in proprio che per terzi; per concedere fidejussioni, prestare avalli ecc. Accomandante di codesta s.a.s. è la “Interoil Investment Trust” di Vaduz. Rimane da vedere cosa c’entri l’“Interoil” che puzza onestamente di petrolio lontano un miglio: solo così l’accomandante non sarebbe socio casuale, oltre che utile agli effetti fiscali.
Cariche sociali nelle società Cefis: ne aveva una, piuttosto singolare. Aveva fatto da ponte nella “Società Immobiliare Milano” per il passaggio di proprietà tra il vecchio certo dott. Ciravegna Tommaso e il nuovo, la già più volte ricordata Franca Micheli, segretaria di Cefis Eugenio, risultandone per otto mesi, nel 1961, l’Amministratore Unico.

Bernabè Giordano Nato a Faenza il 25 settembre 1932. Beni propri non risulta viverne, a meno di non considerare tali la sua partecipazione, in qualità di accomandante, alla Immobiliare “B.C.R.”, la società in nome collettivo per l’acquisto e la gestione di beni immobili, nella quale entra il dott. Adolfo Cefis tra gli altri che vedremo più avanti. I1 nome del Bernabè lo ritroviamo infatti quale Amministratore Unico della “Ge.Da.” (Gestione Dati), la società de
stinata a confluire poi nella “System Italia”, azienda maiuscola con 900 milioni di capitale gestita dall’Adolfo Cefis . Nella “System” troveremo, sia pure per un breve soggiorno, il Giordano Bernabè.

Bernabè Natale Nato a Faenza il 23 dicembre 1900, potrebbe risultare il padre del Giordano. Come questi, vanta una compartecipazione nella stessa Immobiliare “B.C.R.”.

Casali Sergio Nato a San Marino il 27 dicembre 1914. Beni propri: socio, con Franco Barberi, pure di San Marino, nella Immobiliare “Ovest Milano”; socio con altri nella (Reiser) “La Serenità”, un’immobiliare che è un programma, come si evince dal nome; titolare della “Società Italiana di Sviluppo Chimico” (ogni addentellato con altri grossi nomi del settore chimico è puramente casuale), in socio con la “ Sosvic” di Coira e col rag. Aldo Agrati per questa attività e per le affini: citiamo, una per tutte la partecipazione della “Società Italiana di Sviluppo Chimico” nella “Deisa”, per la fabbricazione di cera e lucidi; titolare ancora della “Società Italiana Sviluppo Brevetti Internazionali”, con il buon capitale di 35 milioni e con soci di tutto riguardo: la “Techwarn Holding A.G.” con sede a Mendrisio e il dottor Robetto Perego, sindaco di alcune società sospette (in prospettiva) con quelle del gito Cefis. Una nota di colore: la s.r.l. “Vero” di Sergio Casali, che ha acquistato nel 62 la quota della signora Polli Angioletta in Pellegrini nella società “Miti” (Manifattura Italiana Tessuti Indemagliabili) dopo un rialzo vertiginoso di capitale per degli strani giri e partecipazioni contorte, la cede, nel ’67 alla società “Pedele” (a chi oltre che alla “Bretal Etabl” di Vaduz, accomandataria? ), di Angelo Pellegrini; divagazioni sul tema delle partecipazioni, consentite a
Sergio Casali Cariche sociali nelle Società Cefis: sindaco, e di piena fiducia, di quella “Linea Società Pubblicità Nazionale” L.S.P.N., certo non fra le maiuscole del gruppo.

Caprotti Franco È nato a Monza il 28 marzo 1930. Specializzazione: il settore grafico; non disdegna tuttavia le immobiliari. Sono da attribuirgli, appunto nel settore grafico, la “CAMT” (“Commercio Accessori Macchine Tipografiche”), una s.r.l. che vede nel Caprotti l’accomandatario e nella “Editrice Europa” (di cui è socio il Renzo Petuzzotti, uomo del gito) l’accomandante; l’“Editorial”, trasferita da Milano a Varese con aumento di capitale da lire mezzo milione a lire mezzo miliardo grazie alla compartecipazione della “TrevaIor Trust”, della quale si serve abitualmente Cefis, e grazie anche all’uscita dalla stessa “Editorial” della Airoldi Eugenia, come abbiamo accennato; la “Arti Grafiche Editoriali”, in socio con Arturo Buffo e Bergomi Giovanna; la “Rotocalco”, emigrata a Torino. Tra le immobiliari, la “Immobiliare Gardenia” per la consueta gestione ecc. di beni immobiIi, in socio sempre con Bergomi Giovanna e con Ia “Rotocalco” (che è poi sua), nonché della “Tecasvir Finanzund Industrie Anstalt”, di Triesen, nel mitico Principato degli evasori del fisco (italiano).
Cariche ufficiali nelle società del giro: nessuna in apparenza, ma si sa quanto certe tangenti siano indicative: convergenze con società del Liechtenstein, gli acquisti dalla Eugenia Airoldi, Ia matrice costitutiva rogata dal notaio di fiducia di Cefis, Neri, il recapito delle diverse società dicono parecchio…

Cefis Adolfo Nato a Cividale del Friuli il 29 aprile 1937; risiede con la moglie, signora Biffi Emilia, in via Quadronno, 24, ai soli effetti del domicilio, come ben sa chi preferisce non fiscalizzarsi nel capoluogo lombardo. Beni propri (o delegati dal capoclan Eugenio): l’Immobiliare “Arborea” in socio con la accomandante “Trevalor Trust” di Eschen, per l’esercizio ecc. di immobili; la “ B.C.R.”, con lo stesso scopo sociale, in socio con gli amici Bernabè padre e figlio e altri due di cui faremo cenno, come accomandanti; la “System Italia”, di cui è procuratore dal 1970 quando il capitale fu portato a quasi un miliardo; società che si occupa di avviamento e gestione di centri di elaborazione dati e attività affini, anche per conto terzi (magari perché no? la Montedison. .).
Cariche sociali nelle società del giro: tutte quelle sopra indicate, nessuna esclusa, con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, a ragione della luogotenenza esercitata per conto del capoclan.

De Angelis Sergio È nato a Sacile (Pordenone), terra assai fertile di ingegni, ma anche di uomini di paglia per il Capo, come vedremo, il 19 gennaio 1912. Pare che preferisca come residenza Modena, dove sorgono sia le società da lui fiduciariamente amministrate, sia prima che convolasse la signora Marcella Righi a nozze con Cefis Eugenio (cioè nel 1943) residenza della signora stessa. Presenza, casuale naturalmente. Beni privati: a Milano, come sembra, nulla. Altrove, specie nella città emiliana, sarebbe profìcuo ampliare le ricerche.
Cariche nelle società: amministratore unico (essendo Eugenio Cefis Procuratore) della “Metano Compresso Carburanti Combustibili” (MCCC), per la vendita di metano e sottoprodotti, a Modena; amministratore della “Usi Meta”, società per la utilizzazione di gas naturali per scopi industriali e civili, con centrale sempre in Modena, via Canalgrande 81. Qui il nome del procuratore è stato prudentemente evitato: il motivo nasce dal fatto che si tratta di una Società per azioni (e non di una s.r.1. come la “MCCC”) e le cariche sarebbero pubblicizzate, cosa normalmente sgradita a Cefis. De Angelis è infine responsabile per l’Irak de]la “Petrochemical International Instrument Co.” (nella quale il congiunto Americo e direttore di cantiere), con 250 milioni di capitale, fabbricazione di impianti elettrici, tubi e cisterne.
Cefis non segue solo il filone del petrolio, ma cura anche le compartecipazioni negli impianti di estrazione e depositi, arraffone dei primi.

De Franceschi Edda Di Milano, dove è nata il 3 aprile 1934. Beni propri: “Immobiliare Eden” in socio con Rusca Enrico Pietro, del giro perché socio delIa “B.C.R.”, il vero paradiso per l’acquisto e gestione di beni immobili, attività tanto congeniale a tutti o quasi gli uomini del giro.
Cariche nelle società Cefis: accomandataria della “B.C.R.”, pilotata dal fratello di Cefis, Adolfo.

De Fusco Ugo Di Napoli, nato il 5 ottobre 1930. Si dovrebbe indagare nella città partenopea per appurare il possesso di beni propri. Quanto alle cariche che ci interessano: ex Presidente della “Pro.De.” (Profili Demografici), che nel ’69 incorporò la “Ge.Da.” (Gestione Dati), mutando l’anno successivo denominazione in “System Italia”, società di cui è procuratore l’Adolfo Cefis, in cui entra come consigliere, appunto, il De Fusco.

Fusco Francesco Come il “De” Fusco è nato a Napoli nel 1916, il 2 aprile. Beni propri: socio, con Sergio Fusco (forse suo figlio, nato a Napoli 1’8 novembre 1943), nella Immobiliare “Papanco”, col solito scopo sociale. Cariche nel giro: Consigliere della “Union Produzione Cinetelevisive” per poco tempo, in quanto la misteriosa società, nella quale emergono altri nomi che metteremo in chiaro,
costituita nel gennaio 1968 con capitale di ben 160 milioni, fu sciolta anticipatamente e posta in liquidazione. Pochi sanno il perché, certo Cefis è fra costoro

Grosselli Attilio Dottore, da accertarsi in quale branca, nato a Bologna il 25 dicembre 1912 e residente a Milano (dopo essere stato iscritto a Napoli fino al luglio ’63 ) in via Organdino, 2. Beni privati: accomandatario della “Iniziative Mobiliari e Immobiliari”, di ben 50 milioni, per la solita ragione sociale e con accomandante la “Nautil Finanzanstalt” di Vaduz; la “In. Im. Par.” (Iniziative Immobiliari e di Partecipazioni), per la partecipazione in società ed in afiari nel campo industriale e commerciale di cui è accomandante la “Mulil Anstalt” di Triesen. Questa società ha assunto in seguito una compartecipazione nella “Società per imprese agricole e gestioni”, avente a sua volta la “Tecnopesca” e il signor Ciocca Giuseppe, di cui ci occuperemo, tra gli accomandanti.
Accomandante a sua volta il dottor Grosselli nella “Costanza”, Immobiliare che ha per accomandataria la “Olka Finanz Etablissement” di Triesen. Cariche (forse non innocue agli effetti delle nostre rilevazioni): consigliere “Amiata”, “Savoia Assicurazioni”, Cotonificio Val Brembana. Cariche in società nel giro o supposte tali: (usiamo stavolta il se, perché le ricerche vanno approfondite): sindaco del “Calzificio Milanese Ciocca”, della “Società Fibre Tessili” e della “Italo Americana Prentice”.

Guerrieri Vittorio Di Livorno, nato il 28 agosto 1916. Beni immobili: al momento in cui scriviamo non è possibile indicarne. Cariche nelle società del Giro: ha avuto l’onore di essere il primo Presidente della “S.P.N.” (nel ’63 la “L” (Linea Marketing) non era stata ancora premessa alla “Società Nazionale di Pubblicità”). Tuttavia ha svolto un ruolo-ponte nella “Compagnia Trasporti Speciali” (Speciali perché? Forse autosnodati per il trasferimento di certi liquidi infiammabili?) La s.r.l. in parola aveva infatti nel ’66 un certo Paolo Ra i per procuratore ad negotia, divenuto, l’anno appresso amministratore unico. Amministratore della “CTS” nel ’65 era certo Giuseppe Pezzini, Amministratore pure della “Sadeca” (dispositivi elettrocondutture e affini) che poi confluì nella “Menchini”, di cui ci occuperemo diffusamente. Nel giugno 1967 fu il Vittorio Guerrieri amministratore unico della “CTS”. Tenendo poi conto che la società sorse nel ’64 ad opera di Montano Lampugnani, un personaggio del giro di cui ci occuperemo, la “Compagnia Trasporti Speciali” dà proprio motivo di pensare. Come si possa con improvvisa conversione passare dalla pubblicità (S.P.N.) ai trasporti, sarebbe interessante studiarlo.

Lampugnani Montano E nato a Novara il 4 giugno 1921. Attraverso la “Leasing & Trading Co. For Stella Product”, di cui è accomandatario, si occupa di acquisto e prestito in uso di macchine e attrezzature industriali, avendo come accomandante la consueta società in Liechtenstein, stavolta la “Vie>> con sede a Schaan. Altro suo bene proprio è l’immobiliare “Luca”, una s.a.s. della quale il nostro, che è gemetra, è accomandatario con accomandante la già nota “Trevalor Trust Reg.” di Eschen. Aggiungiamo, giacché ci siamo, la “Silem”, col bel capitale di dieci milioni, di cui è accomandatario; nel ’64 è stato l’uomo che ha iniziato l’attività d’esercizio trasporti speciali, attraverso appunto la s.r.l. che nel ’65 raggiunge i cento milioni di capitale “Compagnia Trasporti Speciali”.
Cariche nel contesto-Cefis nessuna in apparenza. Salvo eventuali contaminazioni con la “Trevalor”, società preferita dal Cefis per le sue attività, e salvo le eventuali autobotti…

Menchini Ortensio Ragioniere, anziano fra gli anziani, decano di fiducia, nato a Mantova il 23 luglio 1902. Beni propri: quanto a ditte individuali, non ne risultano. In compenso fruisce largamente di comproprietà in S.p.A. già spente o ancora in vita.
Tra le prime citiamo la “Sa.De.Ca” (Dispositivi Elettrocondutture e Affini), in cui si trovava, come abbiamo riferito, anche un certo rag. Giuseppe Pezzini che fu amministratore unico nel ’65 della “Compagnia Trasporti Speciali” (nomi che ricorrono sempre). La “Sa.De.Ca.” fu poi incorporata nella “Fratelli Menchini Industria Termoplastica Italiana” nella quale, ovviamente, entra il Menchini Ortensio ed altri uomini del giro, fra cui lo stesso Eugenio Cefis.
Un uomo di particolare ascendente il Menchini lo ritroviamo alla “STIEM” tipografia editoriale milanese, in qualità di Presidente e amministratore delegato, prima che essa fosse ceduta dall’ENI a privati (il Paolazzi) e che questi ultimi fallissero. Quando c’è odor di crisi, l’ENI svende le sue aziende malate e gli amministratori trasmigrano: magari all’Agenzia Giornalistica “Italia”, del Gruppo ENI stesso, per garantire la continuità dei gettoni. All’Agenzia “Italia” troviamo appunto Menchini.
Ambivalente industriale privato con una società chiusa (Sa.De.Ca.) e una aperta, la “F.lli Menchini”. Amministratore di Stato: con una STIEM venduta e la carica ottenuta dopo all’agenzia “Italia”. Dentro e fuori, ma sempre in garanzia quando su tutti veglia, col suo vessillo non ben identificato, la potenza finanziaria di Cefis.

Viribus unitis, una strategia che vale

La rassegna non è completa. Siamo a metà nella trascrizione di schede personali di quanti ci sembrano gravitare, in maggiore o minor misura, direttamente o in margine, subordinati o collaterali, nell’orbita di Eugenio Cefis. Un’orbita dai contorni, ovviamente, poco definiti, volutamente sfumati ad arte, secondo una politica ingegnosa di mascheramento e discrezione.
Il sole è pur alto all’orizzonte, ma gli uomini del boss marciano compatti, ognuno col suo ruolino di marcia, con i sostentamenti necessari, con i mezzi di attacco e difesa utili alle conquiste e alla salvaguardia di quanto indicato dal Cefis.
Possiamo subito intuire le linee direttrici della tecnica messa in atto dal mandarino friulano e spiegarci le sue insospettabili simpatie per il metodo esotico ma producente di Mao di requisire le aziende private mantenendo al proprio posto i dirigenti, assicurando continuità e profitto.
Forse codeste simpatie ideologiche sono appena un gesto snobistico, un fatto di presenza in una contingenza politica che vuole i grandi personaggi dell’industria e della finanza rivolti a concezioni nuove, pur continuando a rimestare la pasta coi soliti ingredienti. Il metodo è stato importato ed applicato egregiamente dal Cefis. Menchini Ortensio è un caso sintomatico, ma non il solo, come vedremo in seguito.
L’avesse fatto a nome di un regime (comunista) con etichetta democratica, avremmo avuto un assurdo giustificabile. Nemmeno per idea. Eugenio Cefis agisce per proprio conto, curando i propri interessi. Con abilità istrionica, lasciando a tanta gente le immobiliari onde far progredire anche il lucro conseguente su piano privato. La strategia del capo si riflette sulle mosse tattiche dei compagni.
Tutti per uno, uno per tutti. Guerriglia economica, azioni di disturbo, schermaglie azionistiche, conquista di capitali, inserimento in posizioni altrui, rettifiche di tiro. La Resistenza può anche servire a liberare il Paese dai fascisti, ma è meglio se può assicurare la
gestione di un impero economico e la nascita di una dinastia.
Magre iperboli di circostanza? Potrebbe pensarlo chi non conosce sufficienza le arti e la genialità di Cefis. Può anzi farlo credere chi rifiuta un’inchiesta severa su certe cose, aggiogato al carro della libertà di stampa a senso unico o costretto al silenzio dell’opportunità, magari compensata, di sorvolare su tante impercettibili attività di ripiego e di consolazione, nel nome di un bene superiore… Pazientemente vorremmo dimostrarlo, e lo faremo su queste pagine con buoni argomenti che solo una volontaria cecità saprà far risultare, una volta ancora, pretesto o maligna insinuazione.

Questo è Cefis (pp. 165-180) – continua

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Questo è Cefis 13

21 Maggio 2009
Ulteriore saggio su Eugenio Cefis
Il poliedrico ingegno del capitano d’industria
di Giorgio Steimetz

Abbiamo già avuto modo in passato di rivelare ai nostri pazienti lettori- tra essi annoverandone di illustri, ma distratti come gli onorevoli Colombo, Piccoli, La Malfa, Preti, per non citare (ben più attento) il Procuratore della Repubblica di Roma al quale abbiamo personalmente consegnato i lanci della nostra agenzia ; abbiamo già delineato si diceva i capisaldi della strategia del Presidente della Montedison e Presidente ad onorem (l’oro nero ce l’ha nel sangue) dell’ENI, Eugenio Cefis. Visto che il nostro tempo è zeppo di istanze, di follie lucide e collettive, di scandali consueti a catena, di balorde confusioni; visto che di queste doti vocazionali sembra congegnato quel centro-sinistra italiano del quale, passando per uomini di destra, più volte inutilmente abbiamo indicato l’incoerenza, il baratto, il compromesso, la pratica degli assegni-promesse a vuoto; visto che per stare a galla occorre fiuto, abilità, protezione e guarentigie: ne deriva ovviamente un denominatore comune di azione per coloro che come il molto (quasi) onorevole Mister Cefis devono costantemente difendere se stessi attaccando spietatamente gli altri.
Dove l’esimio capitano d’industria pubblica abbia appreso questi rudimenti essenziali della stategia, non sappiamo.
Sui banchi di scuola, no, perché una laurea in giurisprudenza non apre le porte della carriera diplomatica o militare. Forse come ufficiale dei Granatieri in Sardegna, prima del ’43, o confluendo poi nella brigata partigiana “Fratelli di Dio”, con il fausto incontro in ardita proiezione con Enrico Mattei e Giovanni Marcora, oggi senatore abbastanza oscuro della Repubblica ma temuto capocorrente della “Base”, quella che intende chiaramente valicare lo steccato per un’alleanza DC-PCI.
Fatto si è che Eugenio Cefis rimane fedele alla sua tipica conduzione del mestiere, per stile, temperamento, consuetudine e convenienza. Prima e dopo dell’ENI. All’interno delle aziende pubbliche come l’“Idrocarburi” o semipubbliche come la Montedison. Mettendo al tappeto gli avversari, superando di getto le contraddizioni, ammansendo l’autorità politica, conquistando con l’offa pubblicitaria la stampa, stornando gli sguardi indiscreti del fisco dalle immobiliari o finanziarie intestate ad altri, ma di sua evidente e gelosa proprietà.

Riepilogo della grande offensiva

La sua scalata all’ENI è storia recente. Compagno di Mattei suo vice finché il matelicano ne ebbe abbastanza d’una spina nel fianco, di un cane lupo alle calcagna, d’un ingombrante e troppo abile negoziatore pronto all’ipotesi dello scavalco; nel 1960 recitò la commedia delle volontarie dimissioni, salvando la faccia di fronte ad un vero e proprio siluramento.
Se l’ombra di Bascapè non fosse scesa sul grande Presidente del consorzio petrolifero italiano, Cefis avrebbe dovuto cercare altrove l’humus per le sue feconde, fortunate imprese. Invece ecco di nuovo il cividalese al suo antico posto di vice, alle costole stavolta dell’innocuo letterato, mago della statistica, gentiluomo esemplare, Marcello Boldrini.
Il rientro si disse voluto dall’allora Presidente on. Segni, anche perché soltanto da così alta autorità doveva scendere il crisma della riabilitazione, a livelli di potere ben più estesi e significanti di prima. Attaccò con energia, profittando dell’interregno e delle circostanze, tant’è vero che assunse le effettive presidenze delle Società del Gruppo ENI, lasciando a Girotti, allora Direttore Generale, qualche ritaglio di prestigio, giubilando letteralmente Boldrini alla sola Presidenza dell’Ente Idrocarburi: una carica di generale senza corpi d’armata, di capitano d’industria senza opifici, di maestro senza scolari.
Aggredì gli uomini di Mattei, fedelissimi; si liberò degli antichi avversari interni; liquidò rapidamente Boldrini, togliendogli non solo lo scranno presidenziale, ma umiliandolo con l’esclusione per sino dal Consiglio di Amministrazione dell’ENI stesso.
Il vecchio Boldrini, ingegno eletto e probo, signore onesto, era così emarginato pienamente. Nemmeno Mattei, costituendo l’ENI, aveva osato rimuovere il Professore dalla Presidenza dell’Agip, limitandosi unicamente ad entrarvi, lui, in veste d’amministratore delegato.
Tutto riserbo e distacco, Marcello Boldrini ad un nostro messaggio di solidarietà grata e affettuosa, lasciò trapelare nel riscontro stupore, amarezza e disgusto.
La conquista della Montedison è invece storia di oggi.

All’arma bianca

Il sistema non è mutato. Brutale e primitivo, consueto all’ars politica dacché mondo è mondo, condotto in guanti gialli, consiste nella metodica ripulitura del terreno d’azione, sgombrando ostacoli, baronie, avversari, attaccando con veemenza priva di grossi scrupoli, se necessario a calci in faccia. Incapaci e dannosi tutti gli altri, pericolosi per giunta: dunque trattiamoli come abbiamo trattato Boldrini. Strategia d’urto contro i Valerio, i Merzagora, i Campilli, muovendo nel contempo i rincalzi e le pedine (un Girotti, già vice dell’ex Presidente del Senato), per giungere finalmente allo scoperto in Largo Donegani.
Nell’agonismo freddo, funzionale, spietato di codeste imprese di gentiluomini non rimane neppure un velo epidermico di fair-play. Il discredito sulle persone; velate e sbandierate accuse di incapacità, elefantiasi, interessi privati, fondi neri nella gestione personale delle Società dove presiedono e imperano; l’aggiramento politico; l’astuzia nell’adocchiare tempi e circostanze: queste le linee maestre, a tappeto, come l’uso delle armi chimiche, preferite dal nostro eroe, esempio classico e grigio, ma redditizio, di machIavellismo applicato.
Pochi colpi ben assestati, evidenziando nel contempo il diritto pendente a prendere quel posto, magari con la connivenza più o meno involontaria delle potenze economiche di fatto e degli astri in piena luce Mediobanca, Carli, Piccoli, Colombo

Cronistoria di un lungo anno

Questa dunque la metodologia di conquista adottata egregiamente da Cefis per la occupazione della Montedison.
1967: fa circolare la voce e fa scrivere (pagando eventualmente in pubblicità e buoni benzina) che il Presidente in carica, Giorgio Valerio, è assolutista, limitatissimo in doti dirigenziali, privo di intuizione e lungimiranza di un manager moderno (come potrebbe invece vantarne lo stesso Cefis). Adotta in altre parole l’identica angolazione d’attacco usata per Boldrini quattro anni prima, preparando il terreno con azioni diversive.
1968: inizia con l’ENI una massiccia campagna di rastrellamento e acquisto di azioni Montedison, attraverso un Istituto che abbiamo già ricordato.
1969: l’elezione di Merzagora giova all’iniziativa Cefis, sia perché i tempi non sono maturi per altri sviluppi, sia per bruciare o convertire il nuovo Presidente, alle costole del quale agisce il Griso Girotti.
1970: l’anno più difficile ma decisivo: Merzagora avverte a chiare lettere: Girotti sta dando alla Montedison una impronta “pubblicistica” che non sono affatto disposto né a ratificare né a sottoscrivere. Infatti se ne va, tra il comprensibile imbarazzo che il suo ge
sto determina e con pieno sollievo e sollazzo del buon Eugenio che da lontano muove le sue pedine. Arriva Campilli, ma ancora non è pronto il conteggio alla rovescia. Così il conclave, riunito in casa di Ferdinando Ventriglia, consigliere economico dell’on. Colombo, finisce bene con la fumata bianca per Campilli. Presenti Agnelli, Piccoli, Colombo, Petrilli e il solito Carli, in quel 13 dicembre 1970 caddero le candidature di Bruno Visentini e Imbriani Longo. I socialisti in quella circostanza non consentirono a Cefis di andare in Largo Donegani, facendosi sostituire da Girotti all’Eur. Quattro mesi dopo, il 24 marzo 1971, proprio il vice Presidente Girotti propone talune nomine di rilievo in seno alla Montedison; Campilli le respinge, ma è costretto a dare le dimissioni. Il gioco è fatto. Carli e Piccoli, con Colombo, fanno il nome di Eugenio Cefis per raccogliere la pesante eredità. Costui, sicuro di tenere solidamente un piedone all’ENI attraverso la successione (fittizia) al Girotti, pianta agilmente l’altro piedone in Lardo Donegani.
Guardateli bene, all’occasione, i piedi di Cefis. Anche senza calzare gli stivali dalle sette leghe, l’uomo che ha affrontato le Sette Sorelle non ha certamente riserve o tentennamenti per farsi strada in un balzo, da Metanopoli al centro di Milano.

La formazione-tipo

Soltanto gli allocchi possono pensare che in Italia quando uno lascia una sponda del potere non si rivolga indietro. Eugenio Cefis, pur seguitando a governare tranquillamente l’ENI di fatto, attraverso fiduciari, è piombato intanto su qualcosa come 1700 miliardi di fatturato, 150.000 dipendenti, 300 mila piccoli azionisti.
Vi è giunto come una benefica furia, col vento in poppa e il mare agitatissimo; la sua bandiera sventola e le sue imprese, neI dirottamento, prosperano all’ombra della congiuntura sfavorevole. II mago dell’acetilene oggi guarirà forse gli antichi malanni del pachiderma Montedison, ma trarrà sicuramente ossigeno e allori anche se le cose dovessero peggiorare nonostante I’arte divinatoria di colui che amici ed estimatori considerano il clinico più illustre dell’economia pubblica.
La sua formazione infatti è agguerrita e perfettamente dislocata, come ai tempi favolosi dei sabotaggi e degli attacchi partigiani. Lo schieramento: Cefis capitano e centrattacco di sfondamento, in porta Piccoli che para tutto, anche i tiri mancini, anche se è sordo, anche se è distratto. Carli e Corsi (il suo fiduciario), mezze ali. Terzini il Restelli, Presidente dell’“Avvenire” e stipendiato (in trasferta) dall’ENI, e Girotti, specialista nei rimandi e nei calci d’angolo. Ali il vecchio compagno d’armi Gritti e l’oscuro ma potente Marcora. Come libero agisce Adolfo, fratello del capitano, amministratore della “System Italia” (capitale 900 milioni). I mediani, con funzioni di copertura, sono due, ma vengono spesso alternati o sostituiti data la grande disponibilità del ruolo. Cura gli incassi e le trattative al “Gallia” Franca Micheli, segretaria, titolare di parecchie aziende Cefis e della stessa automobile su cui viaggia normalmente il Presidente. Arbitro dovrebbe essere il Parlamento, ma si gioca allo scoperto e sulla fiducia; o la Magistratura, che ancora non si vede. Spettatori i 54 milioni di italiani, per i quali lo spettacolo è tutto, e il resto non conta.

Le misteriose divergenze di binario

Con questa squadra d’assalto e ammesso che accettino l’incontro, chi potrebbe resistergli attualmente: i Pirelli, i Falck, i Pesenti? Sotto sotto esiste un patto di non aggressione che forse dissimula la reciproca disistima (e paura). Ognuno zitto, ognuno tira avanti per la propria strada. Non ha fatto Cefis trapelare il sospetto che nei vecchi bilanci Montedison esistessero dei fondi neri su cui si starebbe ora indagando?
Abilmente, una volta di più, lui attacca; per scagionarsi a posteriori della non improbabile diceria secondo cui a suo tempo, all’ENI, proprio l’egregio Presidente Eugenio Cefis disponeva di segrete risorse extra-bilancio per foraggiare i politici, di ogni banda, sfumatura e potenzialità; per ingraziarsi con elargizioni cospicue, gli altri avversari e gli altri poteri, quello religioso non escluso.
Del resto è concepibile in Italia un posto di comando che non abbia a disposizione mezzi e formule per aggirare, per ammansire, per facilitare l’onesto disbrigo delle cose? Padre Zappata però condanna l’uso di codesti arbitri, una volta giunto alla Montedison, trascurando come irrilevante l’abuso precedente da lui praticato o il ricorso ai “Metano Precompressi” per mettere un soldo da parte in vista della vecchiaia ancora lontana.
Per quanto egli metta le mani avanti proclamando che ci vorrà un triennio prima di aggiustare la situazione alla Montedison, magari col ricorso al capitale straniero cui sta pensando Giorgio Corsi (capitale del Liechtenstein, sempre accomandante o accomandatario nelle private società cefisiane intestate a consorterie di congiunti e affini?), la terapia adottata dal nuovo Presidente per rilanciare la Montedison prevede alcune indolori operazioni chirurgiche, a suo dire indispensabili, come l’amputazione e l’eliminazione di determinate fonti improduttive, di società deficitarie facenti capo al colossale gruppo chimico.
Ottima, si direbbe, l’iniziativa; inficiata per noi da un doppio vizio d’origine. Egli smentirebbe oggi quello che fino a ieri ha regolarmente e ostinatamente accettato (o voluto) all’ENI. Le rotaie, sul binario della coerenza, divergono.

Le geniali innovazioni

Perchè Eugenio Cefis, all’ENI, non ha imposto quella bonifica che vorrebbe attuare alla Montedison, eliminando le più vistose fonti di sperpero come l’agenzia “Italia” e il quotidiano “Il Giorno”?
Il rispettivo deficit, più volte denunciato da noi e notoriamente riconosciuto, avrebbe meritato eguale energia. Deve esistere chiaramente un tornaconto, computabile probabilmente nella resa psicologica perché delle voci passive in un gruppo debbano sopravvivere e andare potenziate, e altre in un diverso gruppo debbano andare soppresse.
La doppia politica degli strumenti rientrerà forse nelle oscure ragioni del realismo economico-politico, ma non depongono affatto come referenze per il neo-eletto alla Montedison.
Ancora: perché all’ENI il Cefis ha liquidato, trasferendole a privati ma fedeli gestori, le società fiorenti e produttive, come la “Milanpetrol” dello Squeri, ex dirigente ENI, ora sindaco di Metanopoli? Perché privatizzare quello che rende e conservare la zavorra “Giorno” e “Italia”?
Nessuno ci garantisce trattandosi di cosa pubblica che dati i precedenti, alla Montedison egli non adotterà la stessa, sconcertante e balorda politica. Indiavolata strategia di Cefis. Vediamone da vicino altri risvolti.
Ha fatto strombazzare al massimo la riduzione (per evidenti vantaggi di natura economica, ha detto) dei Consiglieri di Amministrazione, passati da 29 a 21. Cosa può significare un’operazione in apparenza drastica e impopolare per una società di questo respiro?
In verità, ha voluto liberarsi al più presto di otto infidi e scomodi avversari. Gli altri, nei prossimi anni, o si allineeranno, come sembra abbiano ritenuto conveniente fare oggi, o verranno sicuramente girati altrove.
Per noi, e per qualsiasi osservatore di buon senso, l’esperienza ENI è largamente scontata. Collaboratori non ne vuole, esecutori soltanto: per gli altri, il rogo e l’onorata giubilazione: eventuali recapiti di società dove approdare, per gli esclusi, potrà fornirli (a pagamento) la “System Italia” di Adolfo Cefis, fratello del Grande.
Autentico motto di spirito quello messo in circolazione
che Cefis sarebbe stato adottato dall’azionariato Montedison. Tutti sanno che il suo nome è stato imposto, che egli stesso ha ordito mille trame per arrivarci, mettendo K.O. Valerio, Agnelli, Pirelli, usciti vilmente in un momento in cui la loro presenza appariva necessaria dal Comitato di Gestione.

Gli imputati de “l’ancien régime”

Edificante invece risulta tutta la preparazione psicologica e tattica per rendere accetto il Cefìs Presidente.
Abbastanza insolito (e cattivo) udire in Assemblea di Società il neo eletto chiedere la testa dell’uno e dell’altro predecessore, invocare dalla Magistratura un’indagine sui fondi occulti, su voci di bilancio incerte ed equivoche, come se tutti gli ascendenti di Cefis alla Montedison fossero dei ladri.
Andiamo a vedere quanti di essi sono procuratori di società personali con addentellati Montedison (come la “Metano Precompressi” del procuratore Cefis è inserita fuori giro nell’ENI); verifichiamo quanti di costoro hanno l’abitudine di intestare l’automobile su cui viaggiano o gli affari privati che seguono a tempo perso (ma non troppo) alla segretaria o ad amici e parenti; controlliamo quante partecipazioni di comodo, per misteriosi meandri di colleganze, essi mantengano con decine di imprese immobiliari e finanziarie; appuriamo, per indizi e deduzioni, se qualche “System Italia” di proprietà (fittizia) di loro fratelli è mai stata in relazione d’affari con la Montedison.
Dando per scontato che nessuno dei big già alla testa dell’impero italiano della chimica ricorreva per metodo a codesti espedienti, c’e da chiedersi da quale parte, nell’aula, siano i giudici e da quale gli imputati. Cefis, che vuole imporsi come l’uomo nuovo, che dà garanzia di riforme e di serietà, aveva tutto l’interesse nel gettare discredito e sospetti sulle ombre del passato, su cui meglio si staglia oggi la potenza e l’abilità del guaritore.
Chi ha aizzato gli azionisti a gridare incompleti e falsi i bilanci aziendali? Forse nessuno ha mai guardato la trama dei bilanci Eni per capire che cosa significhi l’alchimia; come nessuno si prende cura di esaminare a fondo i conti fiscali delle società aderenti al gruppo individuale Cefis. Dietro il pulpito del Savonarola dell’economia pubblica nazionale, c’è un ampio sagrato sul quale il predicatore razzola e gioca, indisturbato e tranquillo. L’importante è fare la voce grossa contro i vecchi notabili delle precedenti gestioni Montecatini-Edison.
Agli esperti in questioni finanziarie che attraverso resoconti, postille, divulgazioni varie utili supporti della strategia di Cefis hanno scritto, definendo ancora da inventarsi la democrazia azionaria in Italia, vorremmo opporre una considerazione disarmante: prima ancora di questa, dev’essere recepita quella democrazia dirigenziale o manageriale che impedisca al nostro e a tutti i Cefis del Paese di imporsi screditando gli altri per accreditare se stessi.
Quando tale coscienza, vien meno ai Colombo, ai Piccoli, ai Carli, allora vuol dire che manca anche una democrazia politica nel senso pulito deI termine; una libera scelta, cioè, di uomini capaci al posto giusto, non l’imposizione articolata come sistema, la nomina per meriti di partito, per capricci di corrente. La verità è che Cefis ha ormai la patente di mago, in un Paese dove gli oroscopi e le previsioni del tempo fanno aggio sulla realta.

L’asso nella manica

Non sappiamo se la Montedison sia in fase di ripresa. Tutti concordano nell’asserire che la gestione è malata e lo stesso neo Presidente si affretta ad elencarne alcuni sintomi, proponendo tassativi interventi, alcuni dei quali veramente da ciarlatano cerusico, come la riduzione dei consiglieri. Certo se il dente duole non basta imbottirlo di analgesici o mettersi a masticar tabacco, bisogna toglierlo, asportando, nel nostro caso, qualche elemento cariato, senza imputare alle gestioni passate colpe che non hanno.
Bisogna chiarire, distintamente, i ruoli dell’ENI e della Montedison: se c’è di mezzo Cefis, il rapporto non è ozioso. Quest’ultima non può diventare il trampolino del primo. E se la Montedison potesse ambire ad un fondo di dotazione di mille e più miliardi come l’Ente Nazionale Idrocarburi, le cose andrebbero meglio oggi come sarebbero andate meglio in passato se il beneficio le fosse stato accordato. Un paradosso, evidentemente.
Vogliamo dire che un’azienda si trova in difficoltà quando si finanzia da sé, mentre se dietro c’è lo Stato, ogni impasse può essere superata di slancio, prevista e scontata: si impoverisce il reddito pubblico, d’accordo, taglieggiando con nuove imposte il cittadino, ma la moralità è soggettiva, in questi casi, quando si richiama il bene comune per giustificare l’individuale sacrificio.
Molti pensano che la nomina di Cefis alla Montedison non sarebbe stata accolta dall’interessato se questi non avesse avuto degli assi nella manica per risanare il grosso complesso: aggiungiamo che Cefis non sarebbe defluito in Largo Donegani se non avesse avuto convenienza di farlo; ci sembra elementare, a meno di non ritenerlo un missionario laico, aperto all’apostolato finanziario. C’è da dire intanto che con la scalata alla Montedison i politici hanno conquistato un centro di potere in più, e di quelli che valgono ben una messa. Poi c’è da confermare che Eugenio Cefis non ha affatto rinunciato all’ENI, se non in parte. Infine va arguito che il naso lungo e l’ottimo fiuto di Cefis l’hanno persuaso di due cose: primo la possibilità di farsi un poco gli affari suoi (come largamente sapeva e sa farseli all’ENI); secondo, il sistema di aggiustare la baracca mediante compartecipazioni algebriche ENI-Montedison, non più in concorrenza ma su aree proprie per propri guadagni, con interventi diretti di natura finanziaria da parte dello Stato, secondo le formule che Giorgio Corsi gli andrà suggerendo, senza dare nell’occhio, senza esporre a indiscreti sguardi un gioco grossolano ma redditizio.

L’Italia degli stregoni

Non diversamente, se pure da angolazioni opposte, devono aver auspicato gli azionisti nell’assemblea di fine giugno, i quali su quasi quattrocento milioni di azioni presenti ne hanno assicurate a Cefis i sette ottavi con appena quaranta milioni di astenuti e solo sei di contrari. Una votazione, se vogliamo, plebiscitaria. Come alla Camera, nello stesso mese, si votava con 319 voti favorevoli e 19 contrari l’aumento del fondo di dotazione ENI per 290 miliardi in cinque anni.
Eugenio Cefis, l’incantatore. Nessun serpente, nel sottobosco politico italiano, sembra resistergli. Guarda e seduce. Non chiede favori, li compera con la sua azione di rilancio e con Ia sua strategia psicologica. Non loda né trascura gli avversari, li annienta. Così la tappa ENI-Montedison altro non diventa che il trasferimento di metodi e tecnologie applicate da una sponda all’altra, senza soluzione di continuità.
Si afferma che gli inglesi – poveracci – ci invidierebbero l’accoppiata IRI-ENI, stregati anch’essi, maestri di economia e di democrazia, dalle prodigiose avventure del mago. Aspettiamo qualche anno e vedremo la curva parabolica dell’economia italiana che andamento assumerà.
Risanare le imprese impegnando lo Stato: va bene. Ma quando si tratterà di risanare lo Stato, che cosa impegneremo? Licenziare otto consiglieri, facendone rientrare di nascosto ottanta; amputare i tronchi secchi, innestando sul tronco qualche “System Italia” di ricupero. L’elisir di lunga vita confezionato con l’anilina fabbricata in casa (Cefìs)…
L’aereo personale di Eugenio Cefis non finirà in briciole su qualche remota Bascapè della penisola. Ha la garanzia degli azionisti Montedison, mentre Matt
ei li aveva contro, come le Sette Sorelle. Gli stregoni quando cadono rimbalzano sul terreno soffice e si ritrovano più in alto di prima: sani e vegeti, con l’aureola degli eroi.

Questo è Cefis (pp. 151-163) – continua

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