Archive for the ‘immigrazione’ Category

Il colore della morte

30 giugno 2009
di Giovanni Giovannetti

È domenica e Dumitru non è andato a lavorare. Non per santificare la festa ma perché lavora in nero sette giorni la settimana per meno di 3 euro e 50 l’ora, e si sente molto stanco. Domani il suo italianissimo principale gli rinfaccerà l’assenza e magari gli dirà che la prossima settimana lo caccerà. Passano a prenderlo alle 5 del mattino e quando va bene fa ritorno dal cantiere dopo le 8 di sera. Dumitru è rumeno e fa una vita di merda, come tutti quelli a cui tocca di lavorare per vivere. Ma può consolarsi leggendo sui giornali di lavoratori rumeni folgorati da una scarica dell’alta tensione a Cascina Maida di Mede; o di muratori egiziani reclutati a giornata in piazza Lotto a Milano e morti poco dopo il crollo di una impalcatura; oppure la storia di un suo connazionale morto a Torino schiacciato da una lastra di metallo che si era sganciata da una gru; o di quell’altro narcotizzato e poi ammazzato dal datore di lavoro che, poco prima, l’aveva convinto a stipulare un’assicurazione sulla vita della quale avrebbe beneficiato proprio lui, il carnefice. Sembra un film dell’orrore, ma è tutto vero.
Le chiamano “morti bianche”. Nel 2007 in Italia se ne sono avute 1.170 di cui 170 sono immigrati. Una cifra di poco superiore a quella del 2008: 1.120, un morto ogni otto ore, quasi il doppio della media europea. Le “morti bianche” sono una vera e propria emergenza nazionale, al contrario degli omicidi, che sono in costante calo. Gli stranieri in Italia sono il 6,7 per cento della popolazione ma la percentuale dei lavoratori immigrati morti sul lavoro o andando al lavoro sale al 14,5 per cento: più del doppio! Dal 2003 al 2006 l’Italia ha contato 5.252 morti di questo segno e colore; negli stessi anni, i militari della coalizione uccisi nella guerra del Golfo sono stati “solo” 3.520. Allargando l’orizzonte, dal 1951 al 2007 in Italia i morti sul lavoro sono stati 154.331 e 66.577.699 i feriti. Non sono un caso, ma «la conseguenza di una cultura economica e organizzativa che non ritiene ragionevole una spesa per la sicurezza volta a evitare anche il minimo rischio di incidenti» (dal Rapporto dei diritti globali, 2008).
Lo stesso Stato che chiama l’esercito nelle strade (insieme alle ronde e alle milizie volontarie e comunali, «a garantire la sicurezza dei cittadini») contemporaneamente ignora ben altre sicurezze o emergenze. Nell’estate 2008, 3.000 militari dei reparti scelti sono stati messi a pattugliare le strade di alcune città italiane a «rischio criminalità». A fare che? Ad arrestare 9 borseggiatori al mese, equivalenti alla produttività di due agenti sopra una “volante”!
Con molto clamore, in questi giorni il Governo Berlusconi ha posto la fiducia su alcuni passaggi anticostituzionali del suo ‘pacchetto sicurezza’. Senza alcun clamore, per il triennio 2009-2011 lo stesso Governo prevede una riduzione dell’organico delle forze di Polizia di almeno 40.000 operatori e tagli di spesa per più di 3 miliardi di euro. Il Governo conferma la riduzione del 50 per cento delle indennità per i servizi in strada e per il controllo del territorio, nonché la riduzione del 40 per cento della retribuzione accessoria per malattia o infortuni sul lavoro. Mentre a Palazzo Chigi giocano con i soldatini e tagliano risorse alle forze dell’ordine, nella sola Milano ogni giorno le mafie spacciano ai ragazzini 15 mila minidosi di cocaina, offerta in ‘promozione’ per soli 10 euro.
L’Italia subisce un vistoso declino demografico (con 1,34 figli a coppia il nostro Paese è tra i primi al mondo per la bassa natalità, ma siamo tra i più longevi) reso meno evidente dall’arrivo di quasi 4.000.000 di nuovi immigrati – il 9 per cento del Pil, 3,7 miliardi di euro in tasse, a fronte di una spesa sostenuta per loro di 1 miliardo – sulle cui spalle grava anche la salute malferma dell’Inps, che senza di loro già ora non saprebbe come pagare la pensione ai nostri anziani, affidati a oltre 1.500.000 badanti (quasi il doppio dei dipendenti del sistema sanitario nazionale) delle quali l’80 per cento lavora in nero.
Gli immigrati hanno un tasso di attività (73 per cento) di 12 punti più elevato degli italiani e sono creatori di ricchezza: concorrono per il 9 per cento alla creazione del Pil e coprono abbondantemente le spese sostenute per i servizi di assistenza con 3,7 miliardi di euro di gettito fiscale. Tra gli stranieri si contano più di 150.000 imprenditori, che raddoppiano se si tiene conto anche dei soci e delle altre cariche societarie. Eppure larga parte dei fondi per l’immigrazione è spesa sul fronte del contrasto. La Finanziaria 2007 per la prima volta ha deliberato 150 milioni di euro per l’inclusione, 50 milioni di euro l’anno, spalmati sul triennio 2006-2009. Sono pochi: nella stessa Finanziaria, il Governo Prodi ha dirottato oltre un miliardo di euro sulle missioni militari all’estero.
Petru Pop di 29 anni e Dorinel Vasile Ginsca di 21 anni sono morti il 29 giugno a Mede  in provincia di Pavia, mentre stavano riposizionando le onduline sopra un tetto scoperchiato, uccisi da una scarica elettrica di 15.000 volt. Petru era titolare di una impresa artigiana di Broni, dove viveva anche Doriel. Su “La Provincia Pavese” Anna Mangiarotti riferisce che «sono rimasti per quasi due ore dentro il cestello, Petru con i pantaloni blu di una vecchia tuta, Dorinel con i bermuda bianchi e neri. Appoggiati al parapetto come due bambole di pezza, nell’afa immobile della campagna lomellina verdissima e deserta. Nessuno si era accorto di loro, fino a quando non è passato un trattorista. Ha visto i corpi e ha chiamato il 118».

Uno zingaro di merda in meno

28 giugno 2009

di Carmine Fotia

Con Zingari di merda (Effigie) Giovanni Giovannetti e Antonio Moresco si sono aggiudicati il Premio L’albatros Città di Palestrina, uno dei più prestigiosi riconoscimenti alla letteratura di viaggio. Il premio è stato condiviso ex equo con Simona Vinci, autrice di Nel bianco (Rizzoli). La giuria era composta dagli scrittori Filippo Tuena e Francesco Abate, dai giornalisti Carmine Fotia e Giampaolo Visetti e dalla direttrice della Casa delle letterature di Roma Maria Ida Gaeta. La consegna si è svolta a Palestrina sabato scorso, nella splendida cornice della  Cavea del Museo archeologico. Tra i vincitori delle passate edizioni ricorderemo Tiziano Terzani, Fosco Maraini, Paolo Rumiz, Giuseppe Cederna. Di seguito, proponiamo un estratto delle motivazioni.

Questo di Antonio Moresco (e di Giovanni Giovannetti, perché le foto sono parte integrante del racconto) è un libro bellissimo.
È una narrazione vivida, struggente, talvolta spietata e talaltra analitica, mai fredda. È un viaggio al contrario, seguendo le tracce di un gruppo di Rom sgomberati dalla Snia di Pavia fino in Romania, nel cuore dell’inferno da cui sono fuggiti.
È l’oscuro viaggio nel cuore oscuro di quella parte d’Europa che preme per ottenere un po’ della civiltà e del benessere che noi abbiamo promesso loro dopo la fine ingloriosa dei regimi comunisti orientali, dispotici e retti  da veri e propri satrapi come nel caso di Ceausescu e che le nostre televisioni quotidianamente mostrano come a portata di mano. Ma quando essa ci si presenta col volto sporco e dolente di questi Zingari di merda scatta immediata la repulsione e la rappresaglia che spesso unifica, in un comportamento simile a quello di quei «fascisti dell’Illinois» giustamente odiati dal grande John Belushi in The Blues Brothers, destra Lega e sinistra.
«C’è tutta una fascia di miseria che attraversa il ventre d’Europa e che di qui si ramifica, venuta dagli spostamenti e dalle migrazioni antiche, spinta avanti o messa in fuga dalle masse barbare in guerra che premevano le une contro le altre, incalzate dai popoli selvaggi usciti dalle steppe come dal nulla. Queste migrazioni non sono avvenute solo in un lontano passato che non potrà più ripetersi. Avvengono continuamente, in modi e in forme diverse, sotto i nostri occhi. Gli uomini non stanno mai fermi. Vanno avanti, ritornano indietro, vanno ancora avanti, ogni giorno un metro in più, un chilometro in più, mille chilometri in più, a piedi, a cavalcioni degli animali, sulle macchine scalcagnate che corrono in piena notte sulle autostrade, sopra l’orizzonte curvato, dentro la nube gastrica dell’atmosfera, lungo i cerchi di questo piccolo pianeta rotante illuminato di tanto in tanto dalla stella del sole» (p. 36). (more…)

«è una ricetta per il disastro»

27 giugno 2009
di Bruna Iacopino

Come se non bastassero i diversi appelli lanciati da giuristi, enti e associazioni, ONG, e dallo stesso CSM – anche durante l’ultimo rapporto; dopo Amnesty international, adesso arriva la bocciatura di Human Rights Watch, l’organizzazione internazionale che si batte per la difesa e la promozione dei diritti umani nel mondo. Con un comunicato pubblicato il 22 giugno, HRW invita il senato italiano a bocciare in toto le norme contenute nel disegno di legge 733-B.
«Trattare gli immigrati come criminali non risolverà le sfide che l’immigrazione pone all’Italia», ha detto Judith Sunderland, ricercatrice esperta di Human Rights Watch. «Questo disegno di legge incoraggia soltanto l’intolleranza o peggio, nei confronti di individui che fanno una vita già abbastanza dura». Parole che pesano come macigni, e un protagonismo in negativo che di certo non rappresenta un gran vanto per il nostro paese, già gravato da cattiva fama a livello internazionale.
Sul sito dell’organizzaione campeggia in primo piano, come è ovvio che sia, la questione iraniana; mentre scorrendo tra le notizie, lo spazio dedicato all’Europa è occupato – nell’ ordine da: Lituania, Kossovo, Italia e Russia.
Il comunicato stigmatizza le dichiarazioni di alcuni esponenti del Governo, incriminate come «retorica razzista», problema a suo tempo sollevato anche dal Capo dello Stato, e condanna fermamente l’introduzione del reato di immigrazione clandestina: «La discriminazione effettuata sulla base dello status di immigrazione o sulla nazionalità- si legge- è proibita dal diritto internazionale. Ciò significa che un trattamento differenziato sulla base della nazionalità debba essere strettamente giustificato come necessario e proporzionato ad un legittimo obiettivo».
Dunque non solo dubbi di incostituzionalità [come ben evidenziato nell’appello dei giuristi pubblicato qui di seguito]. Ad essere presi di mira sono i diritti dei migranti, ma il timore è che si arrivi ad una vera e propria legalizzazione della violenza e dell’intolleranza, in questi termini viene affrontata la questione “ronde”: «Legalizzare gruppi di vigilanti in un periodo di crescente intolleranza è una ricetta per il disastro», ha detto Sunderland. «Se questi gruppi usano violenza contro gli immigrati, lo Stato ne sarà direttamente responsabile».

* * *

Appello
contro l’introduzione dei reati di ingresso e soggiorno illegale dei migranti

Il disegno di legge n. 733-B attualmente all’esame del Senato prevede varie innovazioni che suscitano rilievi critici. In particolare, riteniamo necessario richiamare l’attenzione della discussione pubblica sulla norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato, una norma che, a nostro avviso, oltre ad esasperare la preoccupante tendenza all’uso simbolico della sanzione penale, criminalizza mere condizioni personali e presenta molteplici profili di illegittimità costituzionale.
La norma è, anzitutto, priva di fondamento giustificativo, poiché la sua sfera applicativa è destinata a sovrapporsi integralmente a quella dell’espulsione quale misura amministrativa, il che mette in luce l’assoluta irragionevolezza della nuova figura di reato; inoltre, il ruolo di extrema ratio che deve rivestire la sanzione penale impone che essa sia utilizzata, nel rispetto del principio di proporzionalità, solo in mancanza di altri strumenti idonei al raggiungimento dello scopo.
Né un fondamento giustificativo del nuovo reato può essere individuato sulla base di una presunta pericolosità sociale della condizione del migrante irregolare: la Corte costituzionale (sent. 78 del 2007) ha infatti già escluso che la condizione di mera irregolarità dello straniero sia sintomatica di una pericolosità sociale dello stesso, sicché la criminalizzazione di tale condizione stabilita dal disegno di legge si rivela anche su questo terreno priva di fondamento giustificativo.
L’ingresso o la presenza illegale del singolo straniero dunque non rappresentano, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l’espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante: la relativa incriminazione, pertanto, assume un connotato discriminatorio ratione subiecti contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali.
L’introduzione del reato in esame, inoltre, produrrebbe una crescita abnorme di ineffettività del sistema penale, gravato di centinaia di migliaia di ulteriori processi privi di reale utilità sociale e condannato per ciò alla paralisi. Né questo effetto sarebbe scongiurato dalla attribuzione della relativa cognizione al giudice di pace (con alterazione degli attuali criteri di ripartizione della competenza tra magistratura professionale e magistratura onoraria e snaturamento della fisionomia di quest’ultima): da un lato perché la paralisi non è meno grave se investe il settore di giurisdizione del giudice di pace, dall’altro per le ricadute sul sistema complessivo delle impugnazioni, già in grave sofferenza.
Rientra certo tra i compiti delle istituzioni pubbliche «regolare la materia dell’immigrazione, in correlazione ai molteplici interessi pubblici da essa coinvolti ed ai gravi problemi connessi a flussi migratori incontrollati» (Corte cost., sent. n. 5 del 2004), ma nell’adempimento di tali compiti il legislatore deve attenersi alla rigorosa osservanza dei princìpi fondamentali del sistema penale e, ferma restando la sfera di discrezionalità che gli compete, deve orientare la sua azione a canoni di razionalità finalistica.
«Gli squilibri e le forti tensioni che caratterizzano le società più avanzate producono condizioni di estrema emarginazione, sì che (…) non si può non cogliere con preoccupata inquietudine l’affiorare di tendenze, o anche soltanto tentazioni, volte a “nascondere” la miseria e a considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli». Le parole con le quali la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità del reato di “mendicità” di cui all’art. 670, comma 1, cod. pen. (sent. n. 519 del 1995) offrono ancora oggi una guida per affrontare questioni come quella dell’immigrazione con strumenti adeguati allo loro straordinaria complessità e rispettosi delle garanzie fondamentali riconosciute dalla Costituzione a tutte le persone.

25 giugno 2009
FIRMATARI
Angelo Caputo, Domenico Ciruzzi, Oreste Dominioni, Massimo Donini, Luciano Eusebi, Giovanni Fiandaca, Luigi Ferrajoli, Gabrio Forti, Roberto Lamacchia, Sandro Margara, Guido Neppi Modona, Paolo Morozzo della Rocca, Valerio Onida, Elena Paciotti, Giovanni Palombarini, Livio Pepino, Carlo Renoldi, Stefano Rodotà, Arturo Salerni, Armando Spataro, Lorenzo Trucco, Gustavo Zagrebelsky.

http://www.articolo21.info

Previsioni del tempo politico

6 giugno 2009
La realtà che supera la fantasia
di Sergio Baratto

Cosa ci dobbiamo aspettare dal mondo della politica nei prossimi anni? Azzardo qui alcune previsioni.

GPS per gli immigrati. Gli immigrati in possesso di regolare permesso di soggiorno vengono dotati di braccialetto o cavigliera (a scelta) infrangibile con rilevatore satellitare di posizione GPS, onde permettere alle forze dell’ordine di monitorarne gli spostamenti.
La distruzione del braccialetto o della cavigliera è reato penale punito con una pena fino a cinque anni di carcere e l’immediata espulsione dell’immigrato dal territorio (ogni possibile contraddizione del progetto di legge è da ritenersi fisiologica).
Titolo di “Libero”: «E ora le catene per i romeni».
Il PD è diviso.
Proposta di legge leghista per introdurre l’obbligo per tutti i cittadini di denunciare gli immigrati irregolari.
Duro editoriale di “Famiglia Cristiana”. Replica il senatore leghista Alvise Buson: «Certi giornali devono capire che hanno rotto i coglioni. O lo capiscono da soli, o prima o poi qualcuno si prenderà la briga di farglielo capire in altro modo".
Il PD è diviso.
Proposta di legge leghista sul "rimpatrio allargato esemplare": per ogni clandestino sorpreso sul territorio italiano, si attua il rimpatrio forzato di n. 10 immigrati della sua stessa nazionalità anche se in possesso di regolare permesso di soggiorno. La scelta avviene tramite estrazione a sorte.
Richiamo della Conferenza Episcopale affinché gli stranieri siano trattati con un po’ di umanità.
Il PD è diviso.
Gennifer Cacace – ex "Vaginona" del Grande Fratello – viene nominata sottosegretario alle pari opportunità. Intervistata dichiara: «Silvio è come Dio, però lui si lascia toccare».
Proposta di legge del PdL per togliere la patria potestà ai Rom che non riescano a dimostrare di avere un reddito minimo garantito da lavoro regolare e un domicilio con certificato di abitabilità. Lo Stato si prende carico dei minori, che vengono dati in affido a istituti legalmente riconosciuti fino al raggiungimento della maggiore età. Le spese di vitto, alloggio e istruzione, a carico dello Stato e dei detti istituti secondo modalità e percentuali da definirsi, verranno rimborsate nella loro totalità dai soggetti in questione dal momento della loro immissione nel mondo del lavoro al compimento del quindicesimo anno d’età.
Malcontento della Lega: «I padani non pagheranno l’albergo perpetuo agli zingarelli!».
Il PD è diviso.
Proposta di legge per l’introduzione del reato di ostentata eccentricità sessuale: per motivi di rispetto, decoro e pacifica convivenza civile, agli omosessuali è proibito sfilare, organizzare manifestazioni di qualsivoglia tipo sulla pubblica via ecc. In sostanza si tratta di vietare i gay pride.
Esplicative le parole del sottosegretario alle pari opportunità Gennifer Cacace: «Nessuna discriminazione: nella loro camera da letto i gay sono liberi di fare quello che vogliono, ma per strada bisogna che capiscano che gli italiani hanno idee diverse su cosa è giusto, normale o accettabile». Più esplicito l’onorevole Carmelino Ficarrotta: «I froci fanno schifo».
Il PD è diviso.
Oltre ai soliti nuovi tagli alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca, viene istituito di un corpo segreto di ispettori scolastici alle dirette dipendenze del ministero dell’istruzione: il loro compito è di infiltrarsi sotto mentite spoglie negli istituti scolastici di ogni grado per verificare sprechi, abusi e disobbedienze. Il ministro: «Così i cittadini sapranno chi è capace di fare di necessità virtù e chi no». Più esplicito l’onorevole Carmelino Ficarrotta: «Stiamo tagliando i viveri alla scuola dei comunisti».
Il PD è diviso.
La giunta regionale lombarda vara una legge che impone ai comuni del Parco Agricolo Sud Milano l’edificazione delle aree rurali non coltivate. Secondo il consigliere regionale di maggioranza Tancredi Brambillasca degli Obertenghi, «questa legge apporterà un grande sollievo a tutti quei cittadini lombardi che soffrono di allergie ai pollini».
Posizione unitaria del PD lombardo: l’idea è buona ma bisogna pensare alle compensazioni ambientali, esigere che la regione regali una busta di semi di geranio a ogni famiglia residente nei comuni interessati.
Accolta la proposta di legge della compagine parlamentare ciellina: l’ora di religione raddoppia e torna obbligatoria. Un’ora sarà dedicata alla dottrina cattolica, l’altra all’analisi di argomenti d’attualità nell’ottica della dottrina cattolica. Non sono più ammesse dispense o lezioni alternative in quanto le due ore di religione diventano in tutto e per tutto una materia come le altre, con un sistema di voti da includere nel calcolo nella media finale. «Sarà un’occasione di incontro e conoscenza anche per gli studenti di altre religioni», ha dichiarato il responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica della CEI.
Il PD è diviso.
Il comune di Milano cambia nome a Piazzale Loreto. È ora di seppellire i troppi e dolorosi ricordi di sangue legati a quella piazza, che ha visto – comunque la si pensi – la barbara esposizione di due cadaveri e il loro pubblico scempio. Un evento che grida vendetta al comune senso di umanità, e che il nuovo nome della piazza intende risarcire moralmente: Piazzale Loreto diventa Piazzale Ben e Clara. La denominazione, desunta dai Canti pisani del poeta Ezra Pound, è stata scelta proprio per la sua allure puramente letteraria e per l’assenza di quel richiamo alla politica e all’ideologia che inevitabilmente i cognomi Mussolini e Petacci avrebbero prodotto.
Critico il PD milanese, mentre a livello nazionale il partito è diviso.
Il vicesindaco di Milano: «Gli ex comunisti dovrebbero vergognarsi e andarsi a rileggere le statistiche sui milioni di morti che hanno sulla coscienza».
Proposta di legge leghista per la legalizzazione della tortura in sede di interrogatorio "solo in presenza di reati gravi (spaccio, stupro, omicidio, rapina, terrorismo) e comunque sempre in presenza di personale medico".
Sul “Corriere” duro editoriale di Angelo Panebianco, che difende la liceità di discutere la proposta e attacca la sinistra del no: «La caduta dell’ Urss e la successiva vicenda di Mani pulite determinarono in molte persone, all’ inizio degli anni 90, una singolare metamorfosi: esse passarono, senza soluzione di continuità, dagli ammiccamenti per la Rivoluzione alla apologia della ‘legalità’. Da bravi neofiti costoro hanno trasformato lo ‘stato di diritto’ in una specie di feticcio davanti a cui ci si dovrebbe solo inchinare acriticamente.
Quando è in gioco la sopravvivenza della comunità, si deve accettare per forza un compromesso e deve essere ammessa l’esistenza di una ‘zona grigia’, a cavallo tra legalità e illegalità, dove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più gravi. I neofiti della legalità non lo capiranno mai ma questo compromesso è anche l’unica cosa che, in condizioni di emergenza, possa salvare lo stato di diritto e la stessa democrazia». *
Il PD è diviso.

*In verità le parole di Panebianco non sono inventate. Son
o tratte dall’editoriale sul “Corriere della sera” del 13 agosto 2006
(Il compromesso necessario).

Il razzismo è una brutta storia

24 Maggio 2009
di Giuseppe Caliceti

Il numero di immigrati in Italia è più che triplicato solo nell’ultimo decennio. Sono oltre tre milioni. E i bambini? Nessuno lo sa con precisione.
Sono meno che in altri Paesi europei, ma certo in questi anni da noi il malcontento e il razzismo verso di loro è cresciuto, fomentato anche da alcuni movimenti politici. Reggio Emilia è oggi quarta in Italia per incidenza immigrati. Pur avendo straordinarie eccellenze educative riconosciute a livello nazionale e internazionale, anche qui capita che gli immigrati siano sempre più visti come un problema di ordine pubblico e come una minaccia all’identità culturale del nostro paese. Ho iniziato a insegnare nel plesso di Reggio Emilia come maestro elementare di ruolo nel 1983. Per alcuni anni, fui distaccato dal normale insegnamento su classe per curare un progetto ministeriale per l’integrazione dei bambini stranieri all’interno delle elementari di Sant’Ilario d’Enza, un paese tra Parma e Reggio Emilia. Allora c’erano solo alcune decine di bambini di origine non italiana, ora diverse centinaia, ma quel progetto è soppresso da tempo. Sono tornato al mio normale lavoro di insegnante di classe: l’immigrazione cresceva e nelle scuole c’erano sempre più bambini di origine non italiana.
Quanti alunni stranieri avrò conosciuto in questi venticinque anni di scuola? Duecento? Quattrocento? Di più? Non so, ma ho sempre cercato di accogliere tutti e di ascoltarli con attenzione, clandestini compresi. Ho cercato di rispettare i loro silenzi finché, in modo inaspettato, è scattata in loro la voglia di raccontarsi e rileggere, a volte anche in modo fantastico, la propria esperienza. Hanno aiutato me e tanti alunni italiani a guardare con occhi nuovi al complesso fenomeno dell’immigrazione e ai problemi a esso connessi, mettendo spesso in discussione le nostre presunte superiorità e certezze. Ci siamo aiutati a guardare in modo diverso il mondo e il Paese in cui ci siamo trovati ad abitare. Fin da principio ho preso l’abitudine di trascrivere parole, frasi, conversazioni, testi scritti da questi bambini. In più di un’occasione sembrava di rivivere la favola del Brutto Anatroccolo, ma non sempre. Una volta ambientati in Italia, ho chiesto loro cosa ne pensassero dell’Italia e degli italiani.
Ho raccolto i frammenti di tante storie, riflessioni, confidenze piene di speranza e di paura, di realtà e di fantasie, di tristezze e di allegrie, di ingenue osservazioni e di fantastici fraintendimenti. Ne è uscito questo ritratto inedito dell’Italia di oggi e degli italiani. Ho cambiato i loro nomi per ragioni di privacy, ma non la loro età e la loro nazionalità. Questo è libro è dedicato sia a loro che ai loro compagni di classe italiani. Ma anche a tutti i loro genitori. Grazie. Buona lettura.

(Il brano qui sopra è l’introduzione a Italiani, per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati, presentato alla Fiera del Libro di Torino. Edito da Feltrinelli, il libro raccoglie le voci di piccoli studenti extracomunitari delle scuole reggiane, e condensa la mia esperienza di maestro elementare. Il volume si inserisce in un progetto più ampio "Il razzismo è una brutta storia" promosso dalla casa editrice milanese per tutto il 2009, e costituisce l’assaggio di una versione ampliata, la cui pubblicazione è prevista per il 2010).

Il diritto delle genti

13 Maggio 2009
di Evelina Santangelo

Ennesimo attacco frontale allo spirito e ai fondamenti della nostra nazione. Esiste più la nostra nazione? L’Italia si può ancora considerare un paese membro della Comunità di Stati che si riconoscono nel «diritto delle genti»?  Con il «respingimento» in Libia dei 227 immigrati si è consumato l’ennesimo sprezzante attacco ai principi, ai doveri, ai diritti, ai rapporti etico-sociali, economici e politici fissati dalla nostra Costituzione, la Costituzione della Repubblica Italiana.
Con il «respingimento» in Libia dei 227 immigrati si è entrati «in rotta di collisione col diritto di asilo, così come è regolato dalle leggi nazionali, europee e internazionali» (Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i Rifugiati), secondo la Convenzione di Ginevra e il principio di «non respingimento».
La corte di Strasburgo per i diritti umani ha dichiarato che non si possono espellere persone verso i paesi dove c’è il rischio che vengano torturate o siano oggetto di trattamenti degradanti.
La Libia, paese dove sono stati «respinti» i 227 immigrati, non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo. (more…)

Per non morire di lavoro

6 Maggio 2009
da Pavia, Walter Veltri

Nel 2005 in Italia sono morti 1.280 lavoratori sul lavoro, nel 2006 ne sono morti 1.341, e ne sono morti 1.170 nel 2007. In Lombardia i morti sono stati 192 nel 2005, nel 2006 233, e 211 nel 2007. In provincia di Pavia si sono verificati 23 infortuni mortali nel 2005, 19 nel 2006 e ancora 7 nel 2007. Dal 1996 al 2007 sono morti ben 13.341 lavoratori. Una strage.
Queste morti venivano considerate omicidi bianchi, ora più pudicamente vengono definite morti bianche. Secondo il Censis, nel nostro paese muoiono più persone a causa del loro lavoro che per episodi di violenza. E non bisogna dimenticare che oltre a quelli mortali, ogni anno si verificano altre centinaia di migliaia di infortuni, in seguito ai quali migliaia di lavoratori rimangono invalidi.
Dal 2005 il numero degli infortuni – sia a livello nazionale che regionale e provinciale – va costantemente diminuendo. Ciò potrebbe indurre a pensare che il calo sia dovuto ad una crescente predisposizione di quelle misure di sicurezza necessarie per salvaguardare la salute dei lavoratori sui posti di lavoro. Purtroppo non è così.
Il fenomeno infortunistico è molto più preoccupante di quanto dicano i dati ufficiali. Ad essi bisogna aggiungere infatti gli infortuni che subiscono i lavoratori occupati in nero, che ovviamente non vengono denunciati, e che vengono stimati in circa il 30%. Per il timore di subire ritorsioni o per la paura di perdere il posto di lavoro, questi lavoratori quasi mai denunciano gli infortuni di cui sono vittime. E fra chi lavora in nero, il prezzo più alto viene pagato dai lavoratori stranieri, poiché sono questi i lavoratori che vengono occupati nei settori più a rischio di infortuni: edilizia, raccolta delle mele e dei pomodori, pulizia delle stalle.
Sono questi lavoratori che contribuiscono a mantenere il nostro tenore di vita, che ci consentono di abitare in comode case mentre loro, pur costruendole, alloggiano in fatiscenti tuguri; mentre noi mangiamo le mele e i pomodorini freschi che loro ci hanno colto.
Nonostante accrescano la ricchezza del nostro paese, sono questi lavoratori che vengono considerati carne da macello da padroni senza scrupoli, e da una legislazione criminale. Quanti infortuni avvengono tra gli stranieri senza permesso di soggiorno? Quanti infortuni mortali vengono fatti passare per incidenti stradali? Non sono solo i lavoratori stranieri in nero a pagare il prezzo più alto, ma anche quelli occupati regolarmente. Infatti i dati ufficiali confermano la crescita degli infortuni tra gli stranieri, e nel contempo una contrazione di quelli riferiti ai soli italiani. Nel 2007 gli infortuni subiti da lavoratori stranieri sono stati 140.579, di cui 174 mortali. Altri lavoratori particolarmente soggetti a rischio infortuni sono i lavoratori precari. In provincia di Pavia nel 2007 c’è stata una crescita di ben il 58% (111 infortuni nel 2007, rispetto ai 70 del 2006). Una delle cause del verificarsi degli infortuni è l’assenza di un’adeguata formazione professionale.
Naturalmente gli infortuni sul lavoro non sono solo un fenomeno italiano, ma riguarda tutto il mondo. Secondo le statistiche dell’Ufficio Internazione del Lavoro(Agenzia dell’ONU) ogni giorno circa 6.000 lavoratori nel mondo muoiono per incidenti e malattie professionali, un dato in continuo aumento. L’ILO stima in 160 milioni i casi di malattie di origine lavorativa, e in circa 364.000 l’anno i decessi (di cui 12.000 bambini) per incidenti sul lavoro. La conferma della gravità della situazione in Italia, sul versante della sicurezza sui posti di lavoro, arriva anche dai processi che si stanno svolgendo a Torino. Uno per la morte dei sette operai alla Thyssen Krupp. L’altro vede coinvolti vertici della Eternit, accusati di essere i responsabili della morte di migliaia di operai colpiti da mesotelioma pleurico, causato dall’amianto. Purtroppo questi tumori sono destinati ad aumentare, in quanto gli studi epidemiologici prevedono che il picco verrà raggiunto attorno al 2015-2020.
Per contenere il fenomeno infortunistico, nel 2008 è stato emanato il Decreto legislativo 81/2008, che ha raccolto in un unico testo tutta la legislazione relativa alla sicurezza sui posti di lavoro. La normativa prevedeva anche adeguate sanzione per i datori di lavoro che non provvedessero a predisporre le misure di sicurezza per evitare il verificarsi di infortuni. Purtroppo il Governo Berlusconi – sempre più attento agli interessi dei padroni che alla vita dei lavoratori – lo sta demolendo.
Anche le Amministrazioni Comunali possono contribuire al contenimento degli infortuni sul lavoro, adottando i controlli che sono di sua competenza: verificare che le imprese che lavorano per il comune non occupino personale in nero; e controllare il rispetto della legge nell’applicare il sub-appalto. Quando le società immobiliari che partecipano alle gare di appalto senza occupare dipendenti e successivamente – una volta vinto – chiedono l’autorizzazione a subappaltare il 30% (come previsto dalla legge) il Comune può accertare che le società effettuino con proprio personale dipendente e non affidi ad altre imprese il restante 70% dei lavori.
E ancora i Comuni possono fare controlli, al fine di evitare che i lavori appaltati alle ditte non vengano effettivamente svolte da altre aziende (come non è avvenuto all’Ufficio Traffico di Pavia per i lavori di segnaletica stradale); e posso farlo direttamente nei cantieri, sia con i propri tecnici che con l’utilizzo della polizia locale, anche per verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza sui posti di lavoro.
Nella ricorrenza del primo maggio festa del lavoro è stato doveroso ricordare i lavoratori che quotidianamente perdono la vita per guadagnarsi onestamente da vivere. Ed è ora doveroso auspicare una diversa e più attenta considerazione dei diritti dei lavoratori, da parte di tutti quei legislatori e amministratori che, ad ogni livello, veranno eletti nelle prossime tornate elettorali.

Apriti agli altri, apri ai diritti

5 Maggio 2009
Segnalo la campagna contro il razzismo, l’indifferenza e la paura dell’altro.
(Nicola Cocco)

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Non aver paura

Il manifesto

Più di quattro milioni di persone di origine straniera vivono oggi in Italia. Si tratta in gran parte di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono al benessere di questo Paese e che lentamente e faticosamente, sono entrati a far parte della nostra comunità.
Persone spesso vittime di pregiudizi e usate come capri espiatori specialmente quando aumentano l’insicurezza economica e il disagio sociale.
Chi alimenta il razzismo e la xenofobia attraverso la diffusione di informazioni fuorvianti e campagne di criminalizzazione fa prima di tutto un danno al Paese. L’aumento degli episodi di intolleranza e violenza razzista a cui assistiamo sono sintomi preoccupanti di un corto circuito che rischia di degenerare e che ci allontana dai riferimenti cardine della nostra civiltà.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella Costituzione italiana e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, senza distinzione alcuna di nazionalità, colore della pelle, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine, condizioni economiche e sociali, nascita o altro.
Sono questi i principi fondamentali che accomunano ogni essere umano e costituiscono la base di ogni moderna democrazia.
Una società che si chiude sempre di più in se stessa, che cede alla paura degli stranieri e delle differenze, è una società meno libera, meno democratica e senza futuro.
Non si possono difendere i nostri diritti senza affermare i diritti di ogni individuo, a cominciare da chi è debole e spesso straniero. Il benessere e la dignità di ognuno di noi sono strettamente legati a quelli di chi ci vive accanto, chiunque esso sia.

i promotori

Acli. Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Amnesty International. Antigone. Arci. Asgi. Cantieri Sociali. Caritas Italiana. Centro Astalli. Cgil. Cir. Cisl. Cnca. Comunità di Sant’Egidio. Csvnet. Emmaus Italia. Federazione Chiese Evangeliche in Italia. Federazione Rom e Sinti. FioPsd. Gruppo Abele. Libera. Rete G2 Seconde Generazioni. Save the Children. Sei – Ugl. Tavola della Pace. Terra del Fuoco. Uil

Campagna nazionale contro il razzismo. l’indifferenza e la paura dell’Altro [·]

Kebab e dintorni. In certi momenti…

28 aprile 2009
da Milano, Luciano Muhlbauer

Ci sono momenti che condensano meglio di mille dotte analisi il senso dei tempi in cui viviamo. E l’ultima settimana a Milano, tra rifugiati trattati come un mero problema di ordine pubblico e crociate anti-kebab trasformate in legge regionale, è uno di questi. Ma andiamo con ordine, giusto per non dimenticare.
Nella notte di venerdì 17 aprile 300 rifugiati africani sono emersi dall’invisibilità. Succede ciclicamente a Milano, perché la polvere sotto il tappeto ci rimarrà pure, ma non così gli esseri umani. Questa volta si sono materializzati nel quartiere Bruzzano, periferia nord. Il luogo è un monumento alla speculazione edilizia e all’abbandono delle periferie, che fa di Milano una città dalla percentuale di edifici vuoti e alloggi sfitti senza pari tra le metropoli europee. Tre casermoni gemelli, in mezzo un albergo funzionante, da un lato uno stabile sventrato stile Sarajevo e dall’altro quello occupato dai rifugiati, vuoto da molti anni.
Lunedì 20, di pomeriggio la Questura ha censito i rifugiati, smentendo il grido «sono clandestini! » del farneticante De Corato e stabilendo che erano 299, tutti con regolari permessi di soggiorno, tutti accolti dallo Stato italiano perché scappati da guerre e persecuzioni. In larga maggioranza eritrei e gli altri sudanesi, etiopi e somali. 28 donne, due bimbi e il resto uomini. Eppure, soltanto 12 ore più tardi è arrivata l’operazione di polizia. Avevano deciso che andava sgomberato l’edificio, il resto era un dettaglio. Ne sono seguiti tensione, inganni, proposte improvvisate di ospitalità precaria nei dormitori per una minoranza di loro e molte manganellate. Alla fine i rifugiati sono finiti per strada, qualcuno anche ferito.
Manco a dirlo, il coro ufficiale del giorno dopo ha subito assolto le istituzioni e accusato i rifugiati stessi e/o gli immaginari “registi occulti”, promettendo le denunce del caso. Nel frattempo i rifugiati avevano dormito al Pini, grazie all’ospitalità dell’associazione Olinda, poi sono scesi in corteo nel centro città e la seconda notte l’hanno passata sull’asfalto di Porta Venezia. Infine, giovedì, è arrivato l’epilogo momentaneo della vicenda, imposto con un’ulteriore esibizione di muscoli da parte della istituzioni. Così, un gruppo di rifugiati presenti al momento nei giardini di P.ta Venezia è stato prelevato dalla polizia e portato in un parcheggio sotterraneo di Quarto Oggiaro, ufficialmente per identificarli –ripetendo di fatto l’operazione di tre giorni prima…-, ma in realtà per imporre con la forza una “soluzione”.
I rifugiati, cioè il centinaio presente, poiché gli altri 200 censiti non sembrano più esistere per Comune e Prefettura, a questo punto hanno optato per la tregua, accettando per 15 giorni  di stare in un centro comunale. Tregua durata comunque soltanto una notte, poiché gli accordi imposti con la forza e la minaccia tendono a non durare nel tempo.
E mentre le istituzioni giocavano a fare la guerra a 300 rifugiati, il centrodestra in Consiglio regionale, nello stesso giorno dello sgombero dei profughi, non ha trovato di meglio che approvare una legge regionale, composta da soli sei articoli, il cui unico scopo è quello di assecondare la campagna leghista contro le rivendite di kebab, considerate nemiche perché gestite in prevalenza da immigrati. Cioè, la medesima futile e misera ragione che aveva giù motivato le legge regionale contro i phone center.
E pur di farlo, non potendo ovviamente scrivere una legge speciale sulle sole kebaberie, hanno penalizzato anche le gelaterie, le rosticcerie e le rivendite di pizze al trancio, nonché contraddetto la legge n. 248/2006 (“decreto Bersani”). E così, tutte quelle imprese artigiane non potranno più mettere nemmeno una sedia davanti al negozio, né vendere bibite senza DIAP e dovranno chiudere entro l’una di notte, pena multe e chiusure forzate.
A tutto questo va aggiunta, inoltre, la norma regionale, inserita nella legge urbanistica il 3 marzo scorso, sempre su pressione della Lega, che dà ai Sindaci il potere discrezionale di vietare qualsiasi attività, qualora venga considerata «suscettibile di determinare situazioni di disagio a motivo della frequentazione costante e prolungata dei luoghi». Cioè, anche qui, non solo le kebaberie, ma qualsiasi cosa.
Insomma, dei cassaintegrati e dei precari licenziati si parla sempre di meno, ma in cambio le istituzioni si scagliano, armati dei loro poteri e dei loro proclami, contro profughi africani, kebab e gelati. Sarà un caso?
Meno male che c’è stato il bel 25 aprile, almeno abbiamo respirato un po’, nonostante le presenze indesiderate, e per un giorno abbiamo potuto far finta di non vivere in una città dove il ridicolo e lo squallido stanno diventando pubbliche virtù.

[il testo integrale della legge regionale anti-kebab-gelati-eccetera]

VIII LEGISLATURA ATTI: 014964
LEGGE REGIONALE N. 124
Disciplina della vendita da parte delle imprese artigiane di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato nei locali dell’azienda.
Approvata nella seduta del 21 aprile 2009. Servizio Segreteria dell’Assemblea consiliare. LCR/0124 CC1

Art. 1 (Finalità)
1. La presente legge, in conformità agli articoli 117 e 118, secondo comma, della Costituzione, disciplina la vendita da parte delle imprese artigiane di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato, nell’ambito delle competenze della Regione e dei comuni.
Art. 2 (Vendita di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato)
1. Le imprese artigiane di produzione e trasformazione alimentare che effettuano la vendita diretta al pubblico possono effettuare la vendita degli alimenti di propria produzione per il consumo immediato, purché tale attività sia strumentale e accessoria alla produzione e alla trasformazione.
2. E’ consentita la vendita, da parte delle imprese artigiane, degli alimenti di propria produzione per il consumo immediato nei locali adiacenti a quelli di produzione, con esclusione degli spazi esterni al locale ove si svolge l’attività artigianale, tramite l’utilizzo degli arredi dell’azienda e di stoviglie e posate a perdere, ma senza servizio e assistenza di somministrazione.
3. Negli spazi di cui al comma 2 la vendita di bevande diverse da quelle prodotte e trasformate dall’impresa artigiana è vietata, salva dichiarazione di inizio attività produttive (DIAP), ai sensi dell’articolo 5 della legge regionale 2 febbraio 2007, n. 1 (Strumenti di competitività per le imprese e per il territorio della Lombardia).
4. L’attività di cui alla presente legge è soggetta a previa comunicazione al comune in cui si svolge ed è esercitata nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza alimentare.
5. L’attività di cui alla presente legge è svolta nel rispetto della disciplina sull’inquinamento acustico contenuta nelle leggi statali e regionali e nei relativi provvedimenti attuativi.
Art. 3 (Orari e pubblicità)
1. Gli orari di a
pertura e chiusura al pubblico delle imprese artigiane di produzione e trasformazione alimentare che effettuano la vendita dei propri prodotti per il consumo immediato nei locali dell’azienda sono rimessi alla libera determinazione degli imprenditori, nel rispetto della fascia oraria compresa dalle ore sei all’una del giorno successivo, salvo deroghe motivate da parte dei comuni, sentite le associazioni di categoria, al fine di soddisfare adeguatamente la domanda e di garantire, nel contempo, la qualità e la vivibilità delle aree urbane in relazione alle caratteristiche urbanistiche del territorio, alla tipologia artigianale e al periodo dell’anno.
2. Le attività artigianali che effettuano la vendita degli alimenti di propria produzione per il consumo immediato pubblicizzano gli orari di apertura e chiusura mediante appositi cartelli e hanno l’obbligo di esporre l’elenco delle materie prime utilizzate e di specificare i prodotti eventualmente congelati.
Art. 4 (Sanzioni)
1. Chiunque violi le disposizioni dell’articolo 2, commi 1, 2 e 3, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 150,00 euro a 1.000,00 euro; in caso di reiterazione, il comune può disporre la sospensione temporanea, per un periodo non superiore a tre mesi, dell’attività di vendita di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato.
2.
. Chiunque ometta la comunicazione prevista all’articolo 2, comma 4, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 150,00 euro a 1.000,00 euro.
3. Chiunque non rispetti gli orari determinati ai sensi dell’articolo 3, comma 1 e gli obblighi di pubblicità di cui all’articolo 3, comma 2, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 150,00 euro a 1.000,00 euro; in caso di reiterazione, il comune può disporre la sospensione temporanea, per un periodo non superiore a tre mesi, dell’attività di vendita di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato.
4. Restano salve le disposizioni del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), ove applicabili all’attività di vendita di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato.
5. Il procedimento per l’applicazione delle sanzioni è regolato dalla legge regionale 5 dicembre 1983, n. 90 (Norme di attuazione della legge 24 novembre 1981, n. 689, concernente modifiche al sistema penale).
6. Il comune è competente a ricevere il rapporto di cui all’articolo 17 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), applica le sanzioni amministrative e introita i proventi.
Art. 5 (Clausola valutativa)
1. La Giunta regionale informa il Consiglio regionale dell’attuazione della legge; a tal fine trasmette una relazione biennale che contiene informazioni documentate in merito alle eventuali criticità emerse e alle osservazioni svolte, nel corso dell’implementazione, dai comuni e dalle associazioni delle categorie interessate e dei consumatori.
Art. 6 (Disposizione transitoria)
1. Le imprese artigiane che, alla data di entrata in vigore della presente legge, effettuano lavendita di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato sono tenute a trasmettere la comunicazione di cui all’articolo 2, comma 4, entro il 31 dicembre 2009.

L'articolo 3 della Costituzione

23 aprile 2009
in attesa del 25 aprile
di Giuseppe Caliceti

Dopo i medici, tocca ai docenti della scuola pubblica italiana. Per i medici il dilemma era: curare o denunciare? Per i docenti è: insegnare o denunciare? Il disegno di legge già approvato dal Senato, e ora in discussione alla Camera, introduce infatti nella scuola il reato di soggiorno illegale. La Cgil e Flc Cgil hanno diffuso un appello che sottoscriviamo. «Noi educhiamo, non denunciamo!»
È scritto. «Tutte le bambine e i bambini hanno gli stessi diritti». A prescindere dalla loro razza, religione, condizione sociale, eccetera. Come d’altra parte recita l’art. 3 della nostra Costituzione. L’appello: «Come purtroppo non era difficile prevedere siamo arrivati alle leggi dell’intolleranza, in palese contrasto con la nostra Costituzione e con le convenzioni internazionali sui diritti fondamentali. L’art. 362 del codice penale obbliga i pubblici ufficiali, pena una sanzione pecuniaria, alla denuncia dei reati di cui siano venuti a conoscenza nell’esercizio delle proprie funzioni. È chiara la posizione in cui si verrebbero a trovare i docenti e dirigenti scolastici nel momento dell’esercizio della propria professione. Anche la soppressione dell’art. 35, comma 5, del D.Lgs. 286/1988 che prevedeva il divieto di segnalazione, da parte dei medici, dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno, produce effetti all’interno della scuola rispetto alle iscrizioni degli alunni immigrati che non avessero effettuato le vaccinazioni obbligatorie e che quindi debbono essere indirizzati alle strutture sanitarie per mettersi in regola». Continuano la Cgil e Flc Cgil: «È evidente e per noi inaccettabile il disprezzo per la dignità e i diritti delle persone contenuti in questo disegno di legge. Nei confronti della funzione educativa della scuola e della deontologia professionale dei docenti di questo paese, tutto questo rappresenta una violenza intollerabile che non possiamo che respingere.
Ci chiediamo che relazione esista tra la tanto acclamata e propagandata volontà di inserire tra le materie scolastiche lo studio della Costituzione e la predisposizione di una legge che si pone agli antipodi di una normale lezione di educazione civica. Una visione così gretta dei rapporti sociali, della funzione educativa della scuola, del ruolo e della funzione di chi ci lavora va respinta e combattuta con forza e per questo invitiamo tutti quanti, personale Ata, docenti e dirigenti scolastici a sottoscrivere l’appello all’obiezione di coscienza».

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (Costituzione della Repubblica Italiana, Principi fondamentali)
***
E’ possibile sottoscrivere l’appello on line noieduchiamoenondenunciamo.

Profughi a Bruzzano

21 aprile 2009
Sono 299, sono tutti regolari. Un appello per portare cibo coperte e altro
da Milano, Luciano Muhlbauer

Stamattina gli uomini della Questura si sono presentati di fronte all’ex-residence di via Senigallia 6, in stato di abbandono da anni e occupato da centinaia di profughi del Corno d’Africa e del Sudan sin dalla notte del 17 aprile. Volevano fare il censimento dei presenti, come annunciato da giorni sulla stampa.
All’inizio i rifugiati non intendevano acconsentire, semplicemente perché non capivano bene cosa volesse fare la polizia e perché non si fidavano. Come al solito, la comunicazione non funziona tanto bene, per usare un eufemismo. Infatti, da anni a Milano si riproduce la medesima situazione: l’unica istituzione che parla con i rifugiati è la Questura, mentre chi dovrebbe farlo non ci pensa nemmeno.
Comunque, alla fine i rifugiati hanno deciso in assemblea di farsi censire, anche perché non c’era proprio nulla da nascondere. Anzi! Avevano chiesto soltanto che la stampa potesse assistere, perché tutti i milanesi vedessero che loro hanno tutti un regolare titolo di soggiorno, cioè che sono profughi. Ma niente da fare, la Questura ha negato fino alla conclusione delle operazioni di censimento l’accesso allo stabile occupato sia alla stampa, che a quanti che da giorni stanno vicini ai rifugiati, a partire dal centro sociale Cantiere. Alla fine è stato consentito di assistere al censimento soltanto al sottoscritto, in quanto consigliere regionale, e a Piero Maestri, in quanto consigliere provinciale.
Tutto si è svolto in maniera tranquilla, senza problemi. Due tavoli posti in mezzi all’atrio dell’ex-residence e cinque funzionari della Questura a raccogliere i dati dei profughi, i quali per oltre tre ore hanno pazientato in fila. Morale della storia? I “censiti” sono 299, più due bambini piccoli, di cui 28 donne. Di loro 210 sono di nazionalità eritrea, mentre gli altri si suddividono in etiopi, sudanesi e somali. E, soprattutto, sono tutti iper-regolari (salvo due accertamenti in corso, perché erano state presentate delle fotocopie): permessi per motivi umanitari e/o richiedenti asilo.
In altre parole, sono esattamente quello che dicevano di essere, cioè gente scappata da guerre e persecuzioni, e ora è la stessa Questura che deve smentire le ignobili parole di De Corato. A questo punto, così dicono in Questura, la palla passa al Prefetto, il quale dovrà decidere il da farsi.
Ma nel frattempo la situazione dei rifugiati non è per nulla semplice. Nello stabile non c’è elettricità e anche l’acqua è un problema serio, il cibo scarseggia e anche le coperte. Ecco perché, oltre alla solidarietà e all’impegno per trovare una sistemazione dignitosa –e non temporanea e poi tutto come prima, come è successo finora-, occorre anche una solidarietà immediata.
Sotto riproduciamo l’appello steso dai rifugiati stessi, che tra l’altro dice ciò di cui c’è bisogno nell’immediato. Comunque, per ora non portate pasta o riso, perché lì non si può ancora cucinare.
Insomma, portate qualcosa, se potete, oppure semplicemente fatevi un giro e portate la vostra presenza. Per ora troppo pochi si sono fatti vedere, sia singoli che associati. I rifugiati si trovano in via Senigallia al numero 6 , zona Bruzzano, Comune di Milano. Non potete sbagliare, il mostro lasciato dalla speculazione edilizia si riconosce subito.

* * *

Appello dei rifugiati. Per tutti quelli che potrebbero aiutarci

Abbiamo occupato una casa da tre giorni perché ne abbiamo bisogno. Chiediamo a tutte le persone che possono aiutarci di portarci cibo, acqua, vestiti, coperte, latte in polvere e cibo per bambini.
Siamo più di 400 persone da diversi Paesi tutti scappati da dittature e siamo qui per cercare protezione.
Innanzi tutto il nostro problema non è politico, ma è umanitario. Come abbiamo detto, siamo Eritrei, Etiopi, Somali, Sudanesi così noi chiediamo allo Stato Italiano di rispettare i nostri diritti di "status" di rifugiati politici, perché il governo italiano ci ha lasciato come spazzatura e allo stesso tempo siamo obbligati a vivere in Italia per le nostre impronte digitali.
Così da due giorni siamo senza cibo e nessuno ci sta ascoltando. Per noi rifugiati, come sapete, la comunità europea paga milioni di euro al governo italiano e noi stiamo chiedendo dove sono finiti tutti i nostri soldi, se loro non vogliono che viviamo in Italia buttate le nostre impronte digitali e noi troveremo la soluzione ai nostri problemi.

I rifugiati, occupanti di via Senigallia 6

Insieme contro il razzismo, senza se e senza ma

20 marzo 2009
Pavia, 19 marzo 2009

La manifestazione pavese di ieri sera ha avuto un rilevante successo, nonostante l’avessimo decisa solo poche ore prima con un passaparola via mail e su internet. Siamo andati in corteo dalla sede dei Comunisti italiani alla pizzeria di Thang Le Chien, distante 200 metri. Tutto si è svolto in un clima estremamente informale. Davanti alla pizzeria, oltre a me sono intervenuti  Pablo Genova e Mauro Vanetti (Rifondazione comunista), Martina Sollazzi (Comunisti italiani), Antonio Ricci (Partito Democratico), Flavia Fulvio (Italia dei Valori), Carmen Silva (associazione Cisiamoanchenoi) e le vittime delle aggressioni di questi giorni: il pizzaiolo Thang Le Chien e il barbiere Khaled. Alle 18.20 Radio Popolare ha trasmesso una diretta di 5 minuti. La nostra indignazione, la solidarietà ai nostri amici immigrati sarà parsa un vagito ma è stato il ruggito sincero e democratico della Pavia migliore, dell’avanguardia che non si arrende e che ha fatto dell’antirazzismo il suo argine invalicabile, senza se e senza ma.
Le ultime adesioni si sono avute addirittura a manifestazione in corso. L’elenco comprende Comunisti italiani, Rifondazione, Italia dei Valori, Sinistra democratica, Partito democratico, Cantiere, Camera del Lavoro, CSA Barattolo, Radio Aut, Proletari@, Partito Comunista dei Lavoratori, Verdi, associazione Cisiamoanchenoi, Coordinamento per il diritto allo studio UDU-Pavia, Circolo Pasolini, Arci provinciale, amici di Beppe Grillo, le edizioni effigie di Milano, le riviste “Il Primo amore” di Milano e “Kronstadt” di Pavia, e molti cani sciolti come il sottoscritto. Segue una breve rassegna stampa (G. G.)

Tutta la sinistra unita contro il razzismo. Tanti pavesi vicini al vietnamita minacciato (Fabrizio Merli, “La Provincia Pavese”)

Tutti insieme contro la stupidità del razzismo. Ieri Pd, Pdci, Rifondazione, Verdi, Italia dei Valori, Sinistra democratica, Cantiere hanno dato vita a un breve corteo di solidarietà. Partenza dalla sede dei Comunisti italiani vandalizzata in via Ferrini, arrivo al negozio di Thang Le, il vietnamita che ha trovato sulla carrozzeria della sua utilitaria la scritta «Cinesi raus» affiancata a una svastica. Tutti insieme per dimostrare che, al di là della dialettica politica, nessuno cederà di un millimetro di fronte al pericolo del razzismo.

***

Solidarietà con i due negozianti immigrati presi di mira dai vandali.
Corteo in via Ferrini. Giovannetti: «Colpevole anche chi resta indifferente»
(Manuela Marziani, “Il Giorno”)

È bastato un passaparola per far arrivare in via Ferrini una massa di persone. Rappresentanti di partiti politici del centrosinistra, sindacalisti della Camera del lavoro, giovani impegnati in università e nelle associazioni e privati cittadini. Moltissimi ieri sera hanno voluto partecipare alla manifestazione spontanea che si è tenuta in segno di solidarietà nei confronti di due commercianti di origini straniere che si sono ritrovati con l’auto e l’insegna del negozio imbrattati con una svastica. Danni, come quelli che ha riportato la sede del Partito dei Comunisti italiani, centrata da un cubetto di porfido che l’ha mandata in frantumi. «Più degli attacchi di teppismo peserebbe il nostro silenzio. E allora urliamo. – ha detto Giovanni Giovannetti organizzando la manifestazione – Non si può più tollerare chi fa campagna elettorale imbrattando le lapidi dei partigiani come quella di via Fasolo, chi attacca i simboli dell’antifascismo come il monumento a Ghinaglia in Borgo o compie incursioni notturne squadriste contro gli esercizi commerciali gestiti dai migranti». Stranieri che poi tanto stranieri non sono neppure. Thang Le, infatti, vive in Italia da vent’anni, da quando è stato adottato da una famiglia italiana e lo ha trasformato in un nostro connazionale.
«Sono rimasto male per quello che è successo – ha confessato ieri sera davanti a una folla di persone che in corteo ha raggiunto da via Ferrini la sua pizzeria di viale Campari – perché io non ho mai litigato con nessuno. Ora ciò che conta per me è che Pavia è solidale con me. Non pretendevo tanto».

Condividere l'antirazzismo

19 marzo 2009
Pavia, ore 18, manifestiamo
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Più degli atti di teppismo peserebbe il nostro silenzio. E allora urliamo. Vomitiamo la nostra indignazione su Forza Nuova, che fa campagna elettorale imbrattando le lapidi dei partigiani come quella di via Fasolo, che attacca i simboli dell’antifascismo come il monumento a Ghinaglia in Borgo e come la sede dei Comunisti italiani in via Ferrini, che compie notturne incursioni squadriste contro gli esercizi commerciali gestiti dai migranti.
Il primo appuntamento è per questa sera, alle ore 18, davanti alla sede dei Comunisti italiani in via Ferrini 8/a. Subito dopo, informalmente, ci recheremo alla poco distante pizzeria di Thang, a portare a lui e ai suoi famigliari la solidarietà della Pavia democratica e antirazzista. Ci saranno rappresentanti di Comunisti italiani, Rifondazione, Italia dei Valori, Sinistra democratica, Partito democratico, Cantiere, Camera del Lavoro, CSA Barattolo, Radio Aut, Proletari@, Partito Comunista dei Lavoratori, Verdi, Coordinamento per il diritto allo studio UDU-Pavia, Circolo Pasolini, Arci provinciale e cani sciolti come il sottoscritto. A dopo. G.G.

Superare la logica dei campi

9 ottobre 2008
da Scampia, le associazioni  Chi rom… e chi no e OsservAzione
Chi rom e… chi no nasce a Scampia, periferia nord di Napoli, dall’incontro di persone con esperienze diverse che hanno lavorato attivamente sul territorio, partecipando da diversi anni al carnevale del Gridas (gruppo risveglio dal sonno), che da circa vent’anni anima le strade del quartiere. Il nome chi rom e…chi no, ereditato da Felice Pignataro – fondatore del Gridas, centro sociale attivo a Secondigliano dal 1981 – porta con sé due significati: allude non solo all’incontro tra rom e napoletani, ma anche al torpore istituzionale e alla passività indotta dagli interventi di tipo assistenzialistico che generano dipendenza più che promuovere cambiamento.
Chi rom e…chi no ha attivato un processo culturale-pedagogico rivolto ai bambini, ai giovani e agli adulti napoletani e rom di Scampia, costruendo una nuova modalità relazionale fondata sul confronto, sullo scambio di esperienze e su un linguaggio comune al fine di una partecipazione consapevole alla vita politica e sociale. Da qui è nata l’idea di sperimentare nuove forme di socialità nel territorio di Scampia.
 
Con questo documento i gruppi Chi rom e… chi no e OsservAzione propongono alle istituzioni nazionali, internazionali e campane il superamento della logica dei campi rom e la riqualificazione dell’area di Scampia nell’interesse di tutta la collettività, così come è previsto dalla variante del piano regolatore generale approvata nel 2004 dalla giunta della Regione Campania.
 
 
Siamo venuti a conoscenza di un progetto comunale che, nonostante le richieste, non è stato possibile visionare. Sembra che il progetto preveda la realizzazione di 5 villaggi – un nuovo modo per indicare i campi, – “temporanei”, con un finanziamento di circa 7 milioni di euro. Secondo alcune voci, l’amministrazione intende iniziare i lavori nell’arco di 15 giorni, mentre nei campi rom proseguono un lavoro attento e partecipato su tutte le questioni che li riguardano da vicino (scuola, regolarizzazioni, questione abitativa, ecc.). La proposta che alleghiamo è parte di questo processo di confronto e riflessione con i rom e diverse altre parti della città, in particolare il Comitato Spazio pubblico, il Comitato con i rom, l’associazione Asunen romalen.
Il documento sarà presentato alla prefettura e agli organismi nazionali e internazionali competenti, con l’auspicio che si possa scongiurare l’ipotesi di agire secondo la purtroppo diffusa logica dell’emergenza e degli interventi straordinari, discriminatori e ghettizzanti che nel caso specifico dei rom, li vedrebbe destinatari di un piano avulso dalle necessarie politiche di sviluppo (culturale, abitativo, lavorativo…) che dovrebbero riguardare ed essere attuate nell’interesse di tutti, rom e non.
Chiediamo il vostro appoggio per sostenere questa battaglia culturale, per dimostrare che queste idee sono patrimonio condiviso da tanti.
 
Le linee guida progettuali che si propongono nel presente documento partono dal presupposto che le politiche che riguardano i rom devono tendere ad una normalizzazione degli interventi, da riportare nell’alveo dell’ordinarietà, in un’ottica reale di integrazione, nonché essere ispirate a principi di uguaglianza dei diritti delle persone, così come chiaramente enunciato dal nostro ordinamento giuridico nazionale – a partire dall’art. 3 della Costituzione – integrato da quello sovranazionale.
 
Ciò significa che le politiche rivolte ai rom devono rifuggire la logica dell’emergenza, della temporaneità e della specialità, soprattutto quando questi paramentri vengono utilizzate per attuare piani che vedono i rom discriminati, ovvero vittime di un trattamento sfavorevole o almeno meno vantaggioso rispetto agli altri cittadini, italiani e stranieri, nella casa come nel lavoro, nella scuola ecc.
 
Oltre a ciò, appare quanto mai urgente mettere in evidenza che le politiche abitative non possono in alcun modo prescindere dall’affiancamento di interventi volti alla regolarizzazione delle posizioni giuridiche, dall’incentivo al lavoro e soprattutto da interventi sociali e culturali che permettano la crescita di consapevolezza delle persone, la partecipazione attiva, l’attenzione verso gli interessi collettivi, nonché il riconoscimento dei propri diritti così come delle proprie potenzialità, insieme con gli altri cittadini non rom.
Al fine di rendere concreti i principi di cui sopra, si ritiene, come si esporrà meglio in seguito che – anche per neutralizzare derive xenofobe, di allarme sociale, nonché di opposizione delle popolazioni “autoctone”– un progetto che riguarda gli abitanti rom di Scampia non possa prescindere dal riconoscimento e dall’assunzione di responsabilità pubblica circa le problematiche della cittadinanza tutta, anche per quanto riguarda le necessità alloggiative.
 
In particolare, l’area dove insistono gli insediamenti spontanei dei cittadini rom, rientra in una più ampia zona territoriale, che deve essere presa in considerazione in maniera complessiva e unitaria, se si vuole realizzare un corretto intervento, al fine di restituire alla cittadinanza un territorio vivibile e funzionale, attualmente senza alcuna destinazione fruibile, evitando di concentrarsi sui soli rom. Ciò significa che l’area in questione, come da piano regolatore, deve essere destinata al vantaggio del quartiere e dell’intera città e deve essere dotata di servizi e strutture necessarie per la crescita e il miglioramento delle condizioni di vita di tutte le persone, in primis di quelle che abitano nel quartiere.
 
Pertanto, la risoluzione della problematica abitativa dei rom di Scampia, così come ogni intervento che si voglia programmare nell’area in questione, non potrà prescindere ed anzi si dovrà porre in armonia e in linea di continuità con la destinazione ultima dell’area così come indicata nella Variante al  P.R.G., DPGR 323/04,  ovvero predisporre servizi e attività produttive, sociali e culturali, nonché l’aumento della capacità alloggiativa. Così si legge testualmente all’art 132 com. 1 delle norme di attuazione della Variante al P.R.G.: «Nell’ambito individuato nella scheda 60, la variante persegue l’obiettivo della riqualificazione del tessuto urbano, attraverso la formazione di un insediamento di attività per la produzione di beni e di servizi nell’area in corrispondenza dell’immobile dimesso originariamente adibito a centrale del latte, al fine di contribuire al processo di rivitalizzazione socio – economica dell’intera periferia e degli insediamenti urbani dei comuni contermini».
 
 
La questione rom
 
Per quel che attiene in particolare la questione rom occorre evidenziare alcuni aspetti rilevanti:
 
1) le linee di indirizzo indicate in ambito europeo delineano come obiettivo prevalente, in relazione alle politiche di integrazione e miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rom, l’eliminazione dei campi nomadi e delle baraccopoli, così come di ogni progetto segregante e ghettizzante;
 
2) in tal senso si menzionano in particolare le politiche sociali ed abitative adottate dal governo spagnolo e dalla Fundación Europea Secretariado Gitano, così come della maggior parte dei governi europei (Germania, Francia ecc);
 
3) la mancanza di interventi efficaci e tempestivi, nonché le politiche poste in essere fino ad oggi in Italia, ispirate alla logica assistenziale e discriminante con il confinamento dei rom in aree predisposte esclusivamente alla loro allocazione (campi autorizzati, villaggi attrezzati, campi abusivi, aree attrezzate, centri di accoglienza e di permanenza temporanea,ecc.), hanno prodotto gravi danni in termini di aumento di xenofobia, razzismo, degrado e marginalità sociale, abbandono scolastico, disoccupazione, insicurezza diffusa ecc;
 
4) a dimostrazione del fallimento prodotto dalle politiche inefficaci e/o assenti, vi è l’introduzione, nelle tre maggiori città italiane (Milano, Roma, Napoli), di una legislazione emergenziale e derogatoria assimilabile a quella atta ad affrontare catastrofi naturali e simili (art. 5 L.225/92.), che sancisce ufficialmente lo stato di eccezione delle politiche che riguardano i rom;
 
5) diversamente esiste da lungo tempo un consolidato orientamento teorico e pratico – sperimentato e sostenuto da professionisti, cittadini, associazioni, gruppi, enti, istituzioni pubbliche e private, laiche e religiose – che, mettendo in pratica metodologie ispirate al modello di intervento della ricerca-azione partecipata, ha prodotto efficaci risultati in termini di ricaduta sociale: integrazione, razionalizzazione della spesa pubblica, diminuzione della criminalità, sicurezza pubblica, inserimento lavorativo di giovani, crescita culturale, partecipazione attiva, cura degli spazi e degli interessi collettivi;
 
6) tale modello ha visto e vede tuttora nel territorio di  Scampia un luogo privilegiato di intervento, in relazione alle sue caratteristiche: allocazione periferica, altissima percentuale di giovani, presenza di area non utilizzate ecc. 
 
La messa in evidenza di tali aspetti è finalizzata a rendere chiaro che le indicazioni progettuali riportate nel seguente documento sono conformi e attuano le prescrizioni di legge riguardanti le materie in oggetto, si fondano su un’ analisi locale, nazionale ed internazionale di esperienze pregresse e attuali, e vantano risultati positivi conseguiti in applicazione della metodologica teorico-pratica di intervento indicata.
 
 
Le abitazioni
 
Per quel che riguarda, in particolare, la questione abitativa dei rom è necessario chiarire che non esiste un unico modello abitativo ma occorre mettere in campo soluzioni differenti per garantire il diritto alla casa, in linea con le potenzialità e i bisogni delle persone, evitando di operare scelte basate su un’ipotetica cultura rom/nomade.
 
Pertanto si indicano diversi strumenti per sostenere l’abitare autonomo: inserimento nelle liste dell’edilizia economica e popolare, assegnazione di alloggio sociale ai sensi della legge 9/07, garanzia e/o integrazione all’affitto di appartamenti e/o fabbricati da reperire sul libero mercato, intermediazioni, agevolazioni e predisposizione di sistemi di garanzia per l’acquisto di beni immobili (terreni edificabili e fabbricati), sostegno alla ristrutturazione di edifici dismessi e/o abbandonati, ecc. 
 
 
La proposta
 
Proposta progettuale di intervento nell’area nord occidentale di Napoli – zone BB, EB, EA, ED e DB – ambito 7 art. 132 variante PRG. In ossequio a quanto esposto sin’ora, si propone un intervento multi ambito (giuridico, culturale/pedagogico, lavorativo e abitativo) nelle aree in cui insistono i campi rom spontanei e zone limitrofi in particolare come da tavole di zonizzazione : BB, EB, EA, ED e DB – ambito 7 art. 132 variante PRG, ovvero le aree collocate al confine nord-occidentale del Comune di Napoli all’altezza dell’Asse mediano – (futuro svincolo Scampia) – area ex centrale del latte (v. all. 1).
 
Il progetto prevede l’utilizzo di strumenti urbanistici attuativi, per risolvere l’attuale condizione abitativa dei rom presenti sul territorio di Scampia e rispondere in parte alla necessità abitativa in cui si trovano i cittadini italiani del luogo. In considerazione, infatti, della pressante domanda di alloggi nel quartiere, nonché della contestuale necessità di individuare soluzioni integrate che possano rispondere alle esigenze della collettività, la soluzione proposta è potenzialmente in grado di rispondere alla necessità abitativa di entrambe le comunità presenti nel quartiere, in modi tempi e percentuali diverse, e scongiurare il verificarsi di opposizioni violente e rivendicazioni collettive da parte di chi vive un eguale disagio.
 
Le soluzioni abitative dovranno rispettare inderogabilmente gli standard abitativi previsti dalla normativa vigente per l’edilizia economica e popolare anche in termini di diritto e doveri nell’uso dell’alloggio, con pagamento di affitto e possibilità di riscatto,il pagamento delle utenze domestiche, ecc.
 
I siti dovranno essere dotati di opere di urbanizzazione primaria e secondaria per un’utenza di tutto il quartiere, (scuole, centri culturali, centri sportivi, aree destinate alla produzione e alla vendita, ecc.).
 
Il progetto deve preservare le aree agricole esistenti, in cooperazione con i contadini della zona interpreti della memoria del luogo, nonché tutelare e valorizzare il principale patrimonio verde dell’area nord di Napoli, di cui l’area interessata è parte. La destinazione agricola di questa parte di territorio potrebbe adempiere a diverse funzioni: lavorativa con la formazione di cooperative agricole di produzione e vendita, la costruzione di serre per la coltivazione di piante e fiori e didattica con la creazione di orti didattici.
 
L’eventuale espansione residenziale sarà preferibilmente ubicata in stretta relazione con quelle esistenti, in tal modo, con la fascia di rispetto dell’Asse Mediano potenziata a verde pubblico Parco integrato con la Centrale del Latte, il valore della restante area si trasformerebbe positivamente. La promozione di progetti che coinvolgano le maestranze locali (rom e non rom) nella costruzione degli alloggi e delle relative pertinenze. Gli obiettivi che il progetto intende perseguire sono: il miglioramento della qualità di vita dei cittadini; la promozione e il rafforzamento della coesione sociale, in termini relazioni umane, mutuo aiuto, interessi collettivi ecc; l’aumento del livello di sicurezza del quartiere e della città, in termini migliore fruibilità degli spazi e dei servizi, nonché diminuzione dei reati che generano allarme sociale; la crescita e il miglioramento del livello culturale delle persone; la creazione di servizi per il quartiere (sportelli legali, asili nido, foresteria/ostello e residenza universitaria, negozi ecc); il miglioramento della capacità lavorativa del quartiere; l’individuazione di aree adibite verde pubblico; la creazione di spazi artigianali e poli produttivi con possibilità di vendita; la tutela e miglioramento dell’area agricola esistente anche al fine di preservare e valorizzare il principale polmone verde della città di Napoli, situato nell’area interessata dalla selva di Chiaiano; il superamento delle soluzioni abitative e sociali temporanee e ghettizzanti; l’aumento della capacità alloggiativa nel rispetto della normativa vigente in particolare in tema di edilizia economica e popolare; miglioramento delle competenze professionali attraverso percorsi di formazione e avviamento al lavor o;miglioramento delle condizioni di base per la progettazione di un P.u.a. e/o di ogni altro strumento urbanistico attuativo avente ad oggetto l’ambito 7, ai sensi dell’art 132, norme di attuazione della variante al P.R.G. area ex-centrale del latte Scampia.
 
Metodologia e ambiti di intervento. Tale progettualità deve attuarsi ispirandosi alla metodologia della ricerca – azione partecipata e deve contemperare i seguenti aspetti:
 
A – Ambito giuridico. La presenza regolare sul territorio italiano dei cittadini rom è un aspetto fondamentale e propedeutico al conseguimento degli obiettivi che il progetto intende perseguire, in assenza della quale qualsiasi intervento sarebbe un’inutile dispiego di mezzi e risorse. Pertanto, al fine di regolarizzare la posizione giuridica dei rom è necessario analizzare diversi aspetti giuridici e trovare gli strumenti idonei per superare gli ostacoli che frequentemente impediscono l’effettivo esercizio dei diritti.  A mero titolo esemplificativo si indicano le problematiche più frequenti: il mancato riconoscimento della cittadinanza italiana per l’impossibilità di dimostrare la residenza legale ininterrottamente dalla nascita sino al compimento dei 18 anni, le difficoltà di accertamento dello status di apolide, in considerazione della situazione geo-politica dei territori della ex Jugoslavia a causa di guerre e ridefinizione dei confini territoriali; le difficoltà di ottenere il rilascio del permesso di soggiorno per coesione al coniuge, per ricongiungimento familiare, nonché il rilascio della carta di soggiorno ecc per l’impossibilità di ottenere dagli organi preposti la certificazione attestante l’idoneità alloggiativa per chi vive in abitazioni che non rispondono ai requisiti di legge (es. campi rom). 
 
B – Ambito lavorativo e di sviluppo economico. L’attuazione delle politiche del lavoro e l’aumento delle possibilità occupazionali rappresentano un obiettivo prioritario del progetto, in quanto il raggiungimento della autonomia economica delle persone è elemento essenziale in ogni processo di autodeterminazione. Favorendo l’indipendenza economica e lavorativa, inoltre, l’amministrazione assolverà il proprio ruolo propositivo e incentivatore di risorse, evitando di cadere nel circolo vizioso dell’assistenza e della dipendenza. Ciò può avvenire attraverso la messa in atto di una serie di azioni, anche avvalendosi degli strumenti e dei servizi già attivi, quali ad esempio: il microcredito, la concessione di licenze per il commercio, l’avviamento a percorsi formativi e professionalizzanti, il sostegno alla creazione di cooperative. Un’idea molto interessante riguarda la possibilità di concretizzare degli accordi con imprenditori locali e finanziatori internazionali disponibili a sostenere progetti imprenditoriali riguardanti la zona agricola esistente, su cui da diverso tempo, sulla base delle competenze esistenti e in accordo con i contadini locali si sta riflettendo.
 
C – Ambito sociale, culturale e pedagogico. L’area pedagogico culturale del progetto considera la cultura sia come fattore fondamentale di coesione e d’integrazione sociale, da cui deriva la valorizzazione delle identità e delle attitudini territoriali sia come forma di espressione plurale, partecipata e libera.
 
In quest’ottica è necessario attivare processi culturali che potenzino e favoriscano la crescita, la conoscenza e le relazioni tra gli individui e valorizzino lo scambio tra culture. La musica, il teatro, il gioco, il cinema, le feste, gli eventi culturali sono strumenti privilegiati e sperimentati per garantire la convivenza pacifica e armonica tra le persone.
 
In particolare il progetto ritiene fondamentale la creazione di un centro culturale-pedagogico per bambini, giovani e adulti inteso quale luogo aperto, pubblico e fruibile, catalizzatore di iniziative e esperienze innovative nell’ambito delle arti, della musica, della danza e della cultura considerata nei suoi molteplici aspetti.  
 
La proposta progettuale in quanto tale, può essere migliorata e rivista sulla base delle indicazioni e delle riflessioni che vorranno essere proposte e che il gruppo di lavoro sarà ben felice di accogliere.
 
Per info e contatti ambito7@gmail.com
 
A cura di Associazione chi rom e… chi no, Associazione OsservAzione. In collaborazione con Associazione Asunen Romalen, Comitato Spazio Pubblico, Comitato con i Rom.