Archive for the ‘irene campari’ Category

Forza Nene

14 dicembre 2010

Ho un problema: il 19 novembre ho avuto un'ischemia. E come a volte succede – per ironia del destino – l'unica parte lesa è il linguaggio. Diciamo – che nella sfiga – mi è andata bene. Di quel 19 novembre che non usciva una parola e non riuscivo neanche leggere, di progressi ne ho fatti molti: anche se un po' incerta riesco a scrivere sul blog. Ma la riabilitazione occuperà gran parte dei prossimi mesi: si tratta di imparare la lingua da capo. Un grazie di cuore per coloro che mi hanno dimostrato affetto. Ai mei studenti: non ho parole per ringraziarvi.

Irene Campari

Riso amaro

17 novembre 2010
Scotti, Energia pulita?
Le prime notizie e un commento di Irene Campari *

Riso Scotti Energia, arresti per traffico illecito di rifiuti. Inceneritore sequestrato. Dieci gli arresti di cui sette in provincia di Pavia dove ci sono anche dodici indagati. Le ordinanze di custodia cautelare sono state notificate al presidente della società Giorgio Radice e all'amministratore delegato e responsabile dell'impianto Giorgio Francescone. Nell'inceneritore, secondo l'inchiesta, sarebbero finiti materiali diversi da quelli autorizzati. La struttura è stata sequestrata.

Da “La Provincia Pavese” online  Dieci arresti sono scattati questa mattina, intorno alle 7, in relazione all'inchiesta avviata tempo fa sull'inceneritore della Riso Scotti Energia. Le ordinanza di custodia cautelare sono state notificate all'attuale presidente della società Giorgio Radice e all'amministratore delegato e responsabile dell'impianto Giorgio Francescone. L'accusa è di traffico illecito di rifiuti. L'impianto di coincenerimento è stato sequestrato. I sigilli sono stati messi dalla Forestale intorno alle 8, subito dopo la notifica delle ordinanze di custodia cautelare ai dieci che erano già indagati. Risultano anche dodici nuovi indagati. Oltre al sequestro dell'impianto e di una quarantina di automezzi, sono state perquisite le abitazioni degli indagati dove è stata acquisita della documentazione. Tra gli arrestati ci sono anche Massimo Magnani, l'ex responsabile dell'inceneritore di Pavia, Marco Baldi, titolare del laboratorio Analytica di Genzone incaricato di fare le analisi sui rifiuti, Silvia Canevari, tecnico del laboratorio, Cinzia Deilacqua, Piermarco Ginocchio, Alessandro Mancini, Lino Bonsignori e Valerio Ruocco. Sono tutti agli arresti domiciliari. Nell'inceneritore, secondo l'inchiesta, sarebbero finiti materiali diversi da quelli autorizzati. Venivano utilizzati nella produzione di energia elettrica e termica, oltre alle biomasse vegetali, rifiuti di varia natura, legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali ed altri materiali misti, che per le loro caratteristiche chimico fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri, previsti dalle autorizzazioni. L'ingresso delle circa 40mila tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente nell'impianto veniva reso possibile attraverso la falsificazione dei certificati d'analisi, con l'intervento di laboratori compiacenti e con la miscelazione con rifiuti prodotti nell'impianto, così da celare e alterare le reali caratteristiche dei combustibili destinati ad alimentare la centrale. Si ipotizza anche una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato, visto che tali rifiuti non potevano essere utilizzati in un impianto destinato alla produzione di energia da fonti rinnovabili che ha goduto di pubbliche sovvenzioni. Tra i materiali combustibili impiegati anche la lolla di riso, proveniente dall'adiacente riseria e convogliata nell'impianto attraverso una condotta aerea, che veniva miscelata con polveri provenienti dall'abbattimento dei fumi, fanghi, terre dello spazzamento strade ed altri rifiuti conferiti da ditte esterne. A seguito della miscelazione la lolla perdeva le caratteristiche di sottoprodotto e diventava un rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, ma bensì essere smaltito presso impianti esterni autorizzati. Ingenti quantitativi di lolla di riso, anche di quella miscelata con i rifiuti, sono stati venduti illecitamente ad altri impianti di termovalorizzazione. Il giro d'affari era di circa 30 milioni di euro nel solo periodo 2007-2009. L'operazione, denominata "Dirty Energy", è stata condotta dal corpo Forestale ed è frutto di un anno e mezzo di accurate indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Pavia. Le indagini hanno preso spunto da una iniziale notizia di reato trasmessa per competenza dalla Procura della Repubblica di Grosseto

Dal “Corriere della Sera” online […] 40 mila tonnellate di rifiuti – Dalle indagini svolte è stato possibile accertare il coinvolgimento di diversi impianti di trattamento dei rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia, impegnando oltre 250 Forestali su tutto il territorio. L’ingresso delle circa 40.000 tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente dalla Riso Scotti Energia S.p.A. veniva reso possibile ed apparentemente regolare attraverso la falsificazione dei certificati d’analisi, con l’intervento di laboratori compiacenti e con la miscelazione con rifiuti prodotti nell’impianto, così da celare e alterare le reali caratteristiche dei combustibili destinati ad alimentare la centrale. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato, visto che tali rifiuti non potevano essere utilizzati in un impianto destinato alla produzione di energia da fonti rinnovabili che ha goduto di pubbliche sovvenzioni. L'inchiesta è stata sviluppata dal Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale di Pavia del Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con personale della Polizia di Stato – Gabinetto Regionale della Polizia Scientifica di Milano e Direzione Centrale Anticrimine di Roma. […]
Lolla di riso miscelata con polveri – Tra i materiali combustibili impiegati c'era anche la lolla di riso, proveniente dall’adiacente riseria e convogliata nell’impianto sequestrato dalla Forestale attraverso una condotta aerea. La lolla veniva frequentemente miscelata, all’interno dell’impianto, con polveri provenienti dall’abbattimento dei fumi, fanghi, terre dello spazzamento strade ed altri rifiuti conferiti da ditte esterne. A seguito della miscelazione, la lolla perdeva le caratteristiche di sottoprodotto e diventava un rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, ma avrebbe dovuto essere smaltito presso impianti esterni autorizzati. Gli accertamenti eseguiti hanno permesso di accertare che ingenti quantitativi di lolla di riso, anche di quella miscelata con i rifiuti, sono stati venduti illecitamente ad altri impianti di termovalorizzazione, ad industrie di fabbricazione di pannelli in legno e ad aziende agricole ed allevamenti zootecnici (pollame e suini) – dislocati in Lombardia, Piemonte e Veneto – che la utilizzavano per la formazione delle lettiere per gli animali.
Inquinamento dell'aria – Tenuto conto della miscelazione con i rifiuti, l’incenerimento della lolla all’interno dell’impianto Riso Scotti Energia S.p.A., molto vicino alla città di Pavia, pone seri interrogativi sul probabile superamento dei limiti imposti per quanto riguarda le emissioni in atmosfera, e di conseguenza sulla qualità dell’aria. In questo modo, si traevano illeciti vantaggi sia dalla vendita della lolla di riso come sottoprodotto, sia dal risparmio sui costi di smaltimento dei rifiuti prodotti dall’impianto, che periodicamente venivano miscelati alla lolla di riso, sia dalla vendita di energia allo Stato a prezzo vantaggioso.

Dal sito della Riso Scotti Spa  «Il nostro attuale impianto, è ubicato in un'area di circa 17.000 mq adiacente al polo industriale pavese Riso Scotti di Bivio Vela. Il termovalorizzatore utilizza come combustibile la lolla di riso, il cippato di legno vergine e rifiuti speciali non pericolosi con un consumo annuo di circa 70.000-80.000 ton di combustibile».

Da “Il Fatto Quotidiano" online  Le biomasse venivano mescolate con materiali contenenti metalli pesanti. L'azienda aveva avuto incentivi statali: si ipotizza la truffa ai danni dello Stato. La Dda di Milano indaga sulla presunta partecipazione della criminalità organizzata."

E legambiente?

Legambiente ha diffuso oggi un comunicato sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto la Riso Scotti Energia (Operazione Dirty Energy) che – a leggere le agenzie di stampa in queste ore – fa venire i brividi. In attesa di un auspicabile scongelamento, Legambiente a firma del suo presidente scrive al termine del comunicato stampa: «E siamo sicuri che anche la Riso Scotti saprà lasciarsi alle spalle questo difficile momento e continuare ad essere l'azienda che con il suo riso rappresenta il nostro territorio continuando a svolgere quel ruolo che da sempre ricopre a favore della comunità  e della città di Pavia. Info Gianluigi Vecchi».
«Difficile momento» per la Riso Scotti? «Anche la Riso Scotti»; e cosa vuol dire? Lascio da parte ogni considerazione istintuale per chiedere a chi ne sa, quando noi e i nostri polmoni o fegati potranno lasciarsi alle spalle tante preoccupazioni per tanti anni che in queste ore parrebbero stati veramente "difficili". Ricordiamo a Legambiente pavese che dai Rapporti Ecomafie di Legambiente nazionale risulta che i rifiuti siano il business dei business della criminalità organizzata. Stanno indagando e vedremo, dobbiamo sperare d'essere nel caso della Riso Scotti lontani da quelle tragiche eventualità, tuttavia l'accusa di smaltimento illegale di rifiuti nocivi è contestata alla maggior impresa pavese. E avremmo preferito anche noi che rimanesse il fiore all'occhiello di una città decadente. Ma così non è stato e questo francamente ci dovrebbe far riflettere su di un recente passato di questa città che – temo – sia ancora tutto da scoprire; più ci si sofferma e più si allarga l'orizzonte e si approfondisce e meglio sarà per la salute e per la qualità della vita civile dei nostri figli.

* Circolo Pasolini, Pavia

Fra l'aspre rupi echeggia

19 ottobre 2010
di Irene Campari *

Sono solo dentro questi 45 metri quadrati al quattordicesimo piano di un condominio nuovo di zecca nel bel mezzo dell'altrettanto nuovissimo quartiere “Borgo Snia”, a Pavia. Me lo hanno voluto comperare i miei genitori. Dicevano che senza una casetta non avrei potuto nemmeno uscire la sera a bere. Avrei dovuto spendere tutto ciò che guadagno in affitto e fondi pensione. Erano convinti che per un giovane sui trent'anni, pochi metri quadrati e in alto, andavano benissimo. «Da qui vedi tutta Pavia e la provincia, il Po e oltre. Anche le colline vedi, il parco della Vernavola fino alla Certosa». I miei non leggono i giornali. Non si interessano di politica, «roba da mafiosi e da poco di buono», pensano. Non escono. Pensano a me e a sistemare la nonna al Pertusati. È la cinquantunesima in lista d'attesa; non ha l'Alzheimer e non sale in graduatoria. È domenica; ho tolto la calcina dagli zoccoletti. Non ho più niente da fare. Mi siedo sull'unica poltrona che mi sono comperato. Ci abito da qualche giorno. Ho avuto culo, dicono i miei: sono arrivati primi all'immobiliare che vendeva gli appartamenti del “complesso residenziale”. Tra monolocali e bilocali hanno potuto scegliere l'unico con due finestre, una a nord e l'altra a sud. Mi piazzo comodo davanti alla finestra a nord, dovrei vedere Milano. Ci farò l'abitudine, ma intanto me lo voglio godere sto panorama. Quello l'ho notato il primo giorno in cui mi sono svegliato in questa casa. Tra l'odore lasciato dall'ultima mano di pittura e il rimbombo dei passi nel vuoto, mi son fissato sul tempietto massonico del cimitero di San Giovannino. Ma chi cazzo gli avrà dato il permesso di costruire quella roba lì? Devo ricordarmi di chiedere chi fosse l'assessore ai lavori pubblici quando è stato costruito. Piramidine e triangolini, triangolini e piramidine anche il tetto è una piramide. O era massone anche lui o ha lasciato fare perché gli piaceva così. Ci dovrebbero andare le ceneri della cremazione, per quelli che non se le vogliono portare a casa. È un po' in ombra il tempiettino – a cui hanno alzato le colonne con i soldi nostri – la stessa ombra che tiene al fresco gli autobus dell'Asm. Ci potremmo anche salutare io e il mio collega che sta al 14° del condominio negli ex Magazzini Cariplo (i miei li chiamano ancora così). Forse in questo esatto momento sta guardando anche lui quel tempietto verdognolo. O le vasche dell'altro tempio dove sono arrivate finalmente le carpe giapponesi. Costano più dei pesciolini rossi, ma ne vale la pena. Se avessi un binocolo le potrei vedere. Oppure – indovino – sta guardando chi entra nella sala Bingo di Porta Stoppa. Non c'è mica tanto da fare la domenica e così in alto siamo tutti un po' guardoni. Qui sotto, al complesso residenziale “Borgo Snia”, ci dovevano fare un auditorium, poi hanno pensato a una multisala. Non so come sia andata; qui sotto ci sono un centro commerciale, un parcheggio e una strada di gronda per arrivarci meglio. E una residenza per anziani. Io devo fare solo 14 piani di ascensore e compro da mangiare e i detersivi. La sala Bingo riesco a vederla anch'io. Oltre? beh, mi avessero comprato casa sulla statale dei Giovi non sarebbe cambiato molto. L'insegna rosso-blu “Carrefour” la fa da padrone nel mio orizzonte a destra e a sinistra impera il mega logo del mega centro commerciale “Factoria” di Borgarello; l'altra sera ci sono stato e ho visto le oche e i cigni nel laghetto artificiale. Al collo avevano anelli fosforescenti. Che tristezza. Ma sono un privilegiato: da qui posso anche gettare lo sguardo oltre la tangenziale nord. Lo faccio volentieri: non sopporto vedere le biciclette sulla tangenziale. Da questa finestra mi piacerebbe mostrare ai miei amici la Certosa. Non riesco però a vederla: mettessero una bella insegna, enorme e luminosissima “La Certosa”… Inutile, non capiscono una minchia i frati; cosa vuoi che sappiano loro di project financing. Mi giro verso sud. Cazzo. È domenica e i tir non viaggiano, ma di macchine, sulla Broni-Mortara ce ne sono parecchie. Si dice che le abbiano dirottate lì dalla A4, per smaltire. Se ne fermano un po' a San Martino, escono alla Multisala e al Bennet. Vedere un'autostrada nuova nuova non è da tutti. Come non lo è acchiappare con lo sguardo facendo un giro su se stessi quattro centri commerciali in una volta sola: hanno inaugurato anche quello di Albuzzano a Vigalfo. Se appoggio una mano sul vetro della finestra mi sembra di toccarlo. È domenica, non ho più niente da fare. Magari quello che abita al 14° nel condominio della ex Neca mi invidia. Mi hanno detto che da lassù si vedono villette fino a Torre d'Isola e la discarica di Montebellino. Le possono vedere sempre le villette e la discarica, e pure quel nano obbrobrioso del Palazzo di vetro, anche quando c'è la nebbia. Hanno costruito il grattacielo su di un rialzo di sei metri. Pare abbiano sbancato due colline per portarci la terra. Ma che cosa ci sono venuto a fare così in alto? Per risparmiare suolo hanno scritto anni fa. Per risparmiare suolo costruiscono: non ci capisco molto, ma qualcosa non mi ha mai convinto. L'autostrada quanto ne ha portato via di suolo? Pare che chi ha voluto l'autostrada abbia voluto anche i grattacieli e chi ha voluto i grattacieli abbia voluto anche i centri commerciali. Detto tra me e me, i miei avrebbero fatto meglio a comprarmi qualche metro quadro a Milano o dintorni. Che differenza fa? In più non avrei dovuto prendere il treno tutte le mattine per andarci. Si sta facendo notte: “Carrefour”, “Factoria”, “Multisala”, “Centro Commerciale Albuzzano”, “Dea”, casello autostradale “alt no autostop”, ma non è mai buio. Vedo anche le lucine nei triangolini del tempietto massonico e le luci dei lampeggianti delle ambulanze che entrano nel Dea. Non mi manca niente. Solo un po' d'aria, e di suolo.

* Circolo Pasolini, Pavia

Contro la mafia, forma o sostanza?

8 ottobre 2010
da Pavia, Irene Campari

Dopo il 13 luglio alcuni partiti, formazioni e associazioni della sinistra e della società pavese hanno chiesto al Prefetto di valutare il Commissariamento del Comune di Pavia dopo le evidenze del 13 luglio; altre (Pd) hanno chiesto ripetutamente (che non vuol dire efficacemente) al Sindaco di azzerare tutti gli incarichi negli enti e le deleghe in Giunta; nel frattempo un gruppo di pressione inquietante si è formato nella maggioranza consiliare chiedendo posti e l'assessorato lasciato libero da Pietro Trivi, ex assessore al commercio e indagato. Ora cosa fa quella stessa sinistra istituzionale pavese dopo aver assistito ad un corposo ciclo di conferenze antimafia? Ribadisce? Mostra i muscoli dei principi e della consapevolezza? No. Chiede con forza al Sindaco di riassegnare al più presto le deleghe al commercio poichè non si sa quando la vicenda di Pietro Trivi si potrà concludere e perchè la città si sta riempiendo di franchising … e concludono: «Non le sarà difficile trovare qualcuno…» Forse ho capito male io, e lo spero. Altrimenti mi dovrei interrogare sul masochismo coerentissimo della sinistra. Ma fosse solo masochismo, se la vedrebbero con se stessi, qui però corre anche del sadismo nei confronti della città. Ci sono tra i firmatari formazioni che hanno rappresentanti in Consiglio comunale. Sul gioco e le slot non hanno alcuna battaglia da combattere dentro e fuori il Mezzabarba? a proposito di commercio.
Questa è la lettera inviata al quotidiano locale e pubblicata oggi:

Il sindaco deve nominare un nuovo assessore  A maggio il ministro allo sviluppo economico si è dimesso in seguito alla nota vicenda dell’appartamento vista Colosseo. L’interim del dicastero è passato al premier, che ha promesso di risolverlo «in tempi brevi». Siamo ad ottobre e dopo 153 giorni è arrivato il nuovo ministro.  Diversamente si è espresso il nostro sindaco quando, lo scorso luglio ha ripreso le deleghe al Commercio del dimissionario assessore Trivi impegnandosi a mantenerle «per tutto il tempo necessario, certamente non breve, affinché si chiariscano i fatti». Superato lo choc dovuto all’uragano abbattutosi il 13 luglio sulla nostra città riteniamo che oggi, non essendo prevedibile una rapida conclusione della vicenda giudiziaria di Pietro Trivi, sia tempo per il sindaco di un ripensamento.  Chiediamo al sindaco di individuare al più presto una persona capace e lontana da ogni ombra di sospetto di mafia cui affidare le deleghe in questione, Cattaneo potrebbe dare finalmente quella prova concreta di autonomia, serenità ed assoluta trasparenza cui, a parole, sembra tenere parecchio.  Per quanto riguarda le deleghe al commercio, ci pare non sia partito col piede giusto un Sindaco che mostra indifferenza rispetto alla distruzione del Kursaal, alla sistematica scomparsa delle botteghe regolarmente sostituite da negozi in franchising, che associa kebabbari e call center a problemi di sicurezza nonché all’«allontanamento della città dalla propria storia». Riassegni le deleghe, signor Sindaco; non le sarà difficile individuare qualcuno che sappia trovare una maniera costruttiva di coniugare l’amore per la Pavia tradizionale con la modernità.
Ass. Radicali Pavia; Sinistra Ecologia e Libertà Italia dei Valori; Partito Socialista; Lista Civica Insieme per Pavia; MoVimento 5 stelle Pavia; Federazione della Sinistra Pavese; Democrazia e Solidarietà; Partito Democratico ("La provincia pavese", 8 ottobre 2010)

Ho la sgradevole impressione che in questi giorni si stia cercando (con grandi sforzi e sostegni politici importanti) di far passar il concetto che la lotta alla mafia da parte della società civile sia sintetizzabile nell'organizzare conferenze e convegni, quando invece questo è solo una delle tappe. E non possono non saperlo. Potrebbe far comodo a molti (anche a quelli che si dice di voler combattere) se si affermasse quell'interpretazione. Sicuramente protrebbe far comodo non tanto ai giovani quanto agli anziani della politica e della società civile locale che verrebbero rassicurati nelle loro modalità consuete di affrontare il fenomeno mafioso (prossime al nulla) dal supportare organizzazione di eventi senza che a questi segua la pratica. E', infatti, profondamente sbagliato, profondamente pericoloso e in ultima istanza dimostra anche come seguire e partecipare a conferenze antimafia non voglia dire aver compreso e accettato quanto conti l'umiltà in quella battaglia, l'onestà intellettuale e il prevalere del principio di realtà piuttosto che quello del piacere (in senso freudiano). Si sta confondendo la mappa con il territorio, le rappresentazioni e gli allestimenti con la realtà, con persone in carne ed ossa, con contesti inquietanti e realissimi, anonimato e generalizzazioni con nomi e cognomi. Mi vengono i brividi a leggere alcune dichiarazioni che corrono copiose sulla stampa di questi giorni; sembra infatti una posizione del tutto accettata e funzionale a chi ha taciuto sulla realtà locale fino a tre mesi fa e continuerà così a farlo, legittimata da quell'interpretazione. Mi asterrò quindi da qualsiasi polemica che non sia su questioni di principio com'è quella di sottolineare con tenacia la differenza tra sostanza e forma nella lotta alla mafia, affinché un giorno non si potrà dire che a Pavia nessuno avesse capito. Starò quindi ben ferma qui, senza chiedere nulla a nessuno (né sedi, né finanziamenti, né supporto, né visibilità) essendo i miei nemici i mafiosi, mafiosetti e trafficanti di ogni specie, per combattere i quali occorre mantenere saldi i nervi e non disperdere energie in querelle marginali. E per combattere quelle categorie – per niente anonime – sono disposta a continuare ad ingoiare merda. In piedi però.
 
circolopasolini.splinder.com

La borghesia mafiosa

18 settembre 2010
di Irene Campari *

«I facinorosi della classe media»: così venivano definiti i mafiosi nell’inchiesta che l’on. Franchetti condusse nel 1876 sulla mafia siciliana. È una immagine ben diversa da quella suscitata dai “barbari”, ma molto più consona all’attualità criminale 'ndranghetista. Esigere il presente e il futuro liberi dalla 'Ndrangheta è un diritto che si acquisisce con un immane sforzo, un grande rischio, molta lucidità e lontani dall’ipocrisia. Dev’essere però un impegno collettivo e individuale insieme. Serve riflettere, per esempio, su di una verità che potrebbe fare molto male, ma che diventa ineludibile. Dall’inchiesta di Ilda Boccassini su Pavia risulta che i presunti 'ndranghetisti pavesi, arrestati o indagati, appartenevano alle professioni alte, erano laureati e molto benestanti. In virtù di questi requisiti, si sono costruiti una fitta rete locale di relazioni che ha permesso loro di riciclarsi, se già coinvolti in inchieste di mafia come per Pino Neri, o di dissimulare al meglio i contatti o l’appartenenza all’apparato clandestino e affaristico mafioso che gli inquirenti imputano loro. Chi si immaginava fino al 13 luglio una 'Ndrangheta pullulante di analfabeti violenti e rozzi si dovrà ricredere, pena la totale inefficacia di qualsivoglia percorso antimafioso. È un aspetto ostico e drammatico al contempo. Richiama, infatti, la responsabilizzazione di interi settori economico sociali e culturali finora esentati dal porsi il problema. Se non lo faranno, però, ben poco potranno chiedere alla politica, abilissima nel recepire la qualità dei messaggi che provengono dall’elettorato forte e dai tradizionali gruppi di pressione. Lo dovranno fare gli Ordini professionali e imprenditoriali, le Istituzioni culturali, quelle del credito e del commercio, i Circoli esclusivi, i Club e le lobby; lo dovranno fare l’Università e le eccellenze. Nessuno può chiamarsi fuori. La 'Ndrangheta ha sfruttato meglio di chiunque altro le opportunità offerte dal sapere specialistico e tecnico, dalla finanza passiva, dal capitalismo senza regole, dalla tendenza imperante all’arricchimento facile, dalle nostre debolezze come quella del gioco o quella per la cocaina, dalla politica trasformatasi in mezzo per soddisfare ambizioni di status e desiderata personali. La mancanza di etica e di una forte autocoscienza individuale e collettiva, che porta a non interrogarsi mai sulla natura del benessere e i risvolti oscuri degli stili di vita, potrebbero lentamente, ma inesorabilmente, portarci verso la devastazione della struttura sociale ed economica locale; eventualità che i nostri figli non si meritano, ma che un giorno potrebbero a ragione imputarci. Come per la politica il non porsi il problema della qualità del consenso potrebbe portare alla morte della vita civile e democratica per tutti. Boccassini e il Gip che ha accolto le sue richieste sono stati molto chiari nell’ordinanza di arresto per i quattro professionisti pavesi laddove hanno scritto come dalle inchieste fosse emerso un vero e proprio pericolo per la tenuta della democrazia pavese. I Magistrati sono stati espliciti anche su di un altro punto: la 'Ndrangheta avrebbe trovato nella Massoneria una modalità alta di inserimento nel contesto imprenditoriale locale e nella società civile. Fa male leggere quelle parole, ma potrebbe fare molto peggio ignorarle. Sono state scritte, nessuno potrà dire un giorno di non aver saputo.

* Circolo Pasolini, Pavia

Notizie dal Fronte

28 agosto 2010
di Irene Campari *

Si apprende che i beni di Carlo Chiriaco rimarranno saldamente nelle mani dell’Antimafia. Se siano stati accumulati con pratiche illecite lo deciderà la Magistratura. Intanto sappiamo ("La provincia pavese", 27 agosto 2010) che tra le motivazioni che hanno portato gli inquirenti a rigettare le istanze di dissequestro ci sarebbero «l’orgoglio» mafioso, della specie ‘ndranghetista, mostrato da Chiriaco negli anni delle intercettazioni, le modalità ingannevoli con le quali si è difeso all’epoca del processo alla cosca Valle («se fai qualcosa ti assolvono, se non fai niente ti condannano», e lui fu assolto), l’inquinamento delle elezioni regionali 2010, e il ruolo di trait d’union tra cosche e politica per le comunali del 2009. Il comodo «mitomane» pare dettasse la sua legge in una città che – tranne per qualche notizia isolata – sembra essere sul sentiero della rimozione del proprio recente passato. Intanto noi continuiamo a informare cercando di inquadrare anche quelli che in apparenza appaiono episodi secondari o insignificanti. In fondo, ci sono ancora in giro membri delle cosche, se è vero, com’è, che sono almeno 49 i membri di una locale. Se una locale fa riferimento ad una cosca madre della Calabria (l’area della jonica e della locride nel caso pavese), le ‘ndrine (famiglie) che la compongono possono essere diverse e appartenenti a diversi clan che si ricostituiscono in base ad interessi economici e finanziari o per il controllo del territorio. I Facchineri sono legati ai Mazzaferro, i primi a loro volta sono legati ai Nicoscia, i Mazzaferro da par loro sono legati agli Asciutto-Neri-Grimaldi di Taurianova (luogo d’origine di Pino Neri), i Musolino legati ai Serraino (cosca aspromontana) sono stati in guerra per anni con i Libri, poi la questione pare si fosse ricucita (forse per questo Chiriaco chiede a Pasquale Libri in che rapporti sia sua moglie con Rocco Musolino, di cui è nipote, prima di offrirsi ad investire a Pavia 15 milioni di euro del boss accumulati, a detta di Libri, «con lo strozzinaggio»). Due anni fa è stato arrestato a Pavia Vincenzo Corda, durante un’operazione tesa a por fine alla faida Nicoscia-Arena (Qui). Gli Arena (insediati al nord a Quarto Oggiaro da più di vent’anni) sarebbero la cosca che ha coadiuvato il senatore Di Girolamo nell'elezione in Germania per il Parlamento italiano (Inchiesta Broker). La settimana scorsa è stato arrestato a Isola Capo Rizzuto Nicola Arena, per gli inquirenti erede del capobastone della cosca omonima, che deve ora scontare una condanna a 18 anni di carcere per associazione mafiosa e per l’omicidio Nicoscia (Qui). Tuttavia, Corda pare fosse qui per metter mano a un “locale” per conto dei Mazzaferro che, dentro quella faida, stavano dalla parte dei Nicoscia. In provincia sarebbero presenti anche gli Ursino di Marina di Gioiosa Jonica alla quale sono legati i Muià (nome che ricorre nell’ordinanza “Infinito”), tutti insieme legati agli Aquino (altro nome che ricorre nell’ordinanza antimafia). Il boss Mario Ursini (errore all’anagrafe) ha come nipote prediletto Renato Macrì (indagato per traffico di cocaina in costa Azzurra), altro cognome di rango della jonica. Alcuni Dieni della locride sarebbero legati alla cosca Cordì di Locri, segnalata nelle Marche per traffico di droga, e spesso collaborante con gli Iamonte. Gli Ilacqua, presenti a Vigevano, non sono poi così gregari. La Commissione di inchiesta sul fenomeno mafioso dedica loro un certo spazio, avrebbero fatto affari a Chivasso; Melitonline ha scritto recentemente: «e i quattro fratelli Ilacqua, arrivati da Seminara con la protezione di Rocco Gioffrè avevano colonizzato Chivasso». Rocco Gioffré (detto ‘u ndolu o massarazzu) è colui che avrebbe detto al più volte sindaco di Seminara Marafioti (arrestato nel 2007): «c’era Rocco Gioffrè detto ‘u ndolu o massarazzu, che non ha impiegato grandi giri di parole per fargli giungere il messaggio giusto: "Caro Totò, tu lo sai che a Seminara, da sempre, il sindaco lo decido io…"» (Qui). Ci sono poi i Piccolo di Vibo Valenza, storici alleati dei potentissimi Mancuso di Limbadi. E per i Pelle-Vottari, i Romeo di San luca-Bovalino… E potremmo continuare e continueremo.

Nicola Gratteri: «La ‘ndrangheta sta dove c’è da spartire potere e denaro. Il locale si comporta come un grande investitore con tantissimi soldi e la necessità di diversificare gli investimenti. All’interno di un locale ci sono ingegneri, medici, avvocati, contadini, muratori, imprenditori, magistrati. Devono mangiarci tutti. Ci sarà quindi il settore dell’imprenditoria, dove quattro o cinque imprese devono vivere, lavorare, vincere appalti. Poi c’è il grande affare del’usura. Fino a 20 anni fa, era considerata disonorevole, oggi la ‘ndrangheta ha il controllo esclusivo dell’usura perché è il mezzo più rozzo per riciclare denaro. Il problema più grosso infatti non è arricchirsi, è già plurimiliardaria, ma è quello di giustificare la ricchezza. Tramite l’usura, la ‘ndrangheta rileva intere attività commerciali, poi con false fatturazioni lava enormi quantitativi di denaro provenienti dalle attività illecite più diverse». (Qui)

Il territorio pavese è stato a volte luogo di soggiorno di persone al centro di colossali inchieste internazionali. Non appare, ma è così. Per acquisire un quadro ragionavole occorre però scandagliare centinaia e centinaia di pagine di rapporti (pubblici) degli inquirenti, di indagini ormai archiviate, di dossier delle associazioni ambientaliste, di registri delle Camere di commercio dei paradisi fiscali. Le sorprese sono tante e tutte di interesse – spesso solo storico -, tanto più che sono praticamente argomenti localmente intonsi. Parleremo a breve di traffici di rifiuti, del pavese e viciniori, diventati luoghi da dove tirare le fila.

* Circolo Pasolini, Pavia

Il piccolo principe

22 agosto 2010
da Pavia, Irene Campari *

1. Il Sindaco di Pavia fa outing preautunnale sullo stato della coalizione che lo sostiene, il Pdl (qui). Dichiara che «non c’è». A Pavia il Sindaco non avrebbe l’appoggio di fatto del partito che ha speso la sua faccia per ottenere potere e governo cittadino. Il Pdl «non c’è». Anche chi l’ha benedetto – deduciamo – in questo momento si starebbe preoccupando d’altro, forse anche di continuare – come pare spesso fosse prassi – a contare in vece di quella segreteria politica in dissolvenza cinematografica. Sono ammissioni di una certa gravità, non solo politica. Se Il sindaco avesse manifestato il suo senso senso di solitudine in assenza della più clamorosa operazione antimafia che ha spazzato le strade e le piazze del centro città, allora avremmo potuto pensare ad una disperata chiamata al riassestamento di una formazione che non ha mai mostrato compattezza né cuor di leoni. Formazione che, data la situazione nazionale, è in fase di progressivo smottamento. Però quel “non c’è” combacia con un momento storicamente drammatico per Pavia in cui ci si dovrebbe preoccupare piuttosto per quel che c'è. Cattaneo si duole della mancanza di una segreteria. Lo fa con un certo pathos, lo stesso che avremmo preferito che lui esprimesse dopo il 13 luglio. Perché, caro Cattaneo, in questo momento il problema di Pavia non è la tua segreteria (comunque il deputato che rimarcava il tuo bisogno d'essere guidato abita ancora appena al di là del Ponte della Becca), ma la ‘Ndrangheta e la sua infiltrazione nella politica e nell’economia legale. I danni sono ancora tutti da valutare. Ci voleva l’ufficializzazione della presenza della mafia per far sì che il Sindaco dichiarasse l’assenza dell'appoggio dal suo partito e soprattutto l'assenza dello stesso alle sue spalle. Ora sembra vittima di tutto e di tutti. Tra un pochino ritorneranno in voga anche gli Zingari come problema insopportabile. Già sono ricomparsi gli "opposti estremismi" a far allarmare certi moderati. Mostri invece il sindaco di essere in grado di cantarle ai segretari che non ci sono e chieda conto. Faccia i nomi di chi l'ha voluto lasciar solo e perché. L’anno scorso in primavera erano tutti ben presenti e in bella vista con le sue immaginette, compatti a farsi eleggere implorando tutti i santi in processione.

2. Nell'intervista, Cattaneo non parla solo della latitanza di Forza Italia, il suo partito, ma dell'intero Pdl, comprendendo quindi anche la Lega. Eppure la Lega si sta esprimendo con la sicumera edilizia dell’assessore Fabrizio Fracassi che non più di qualche giorno fa ha pubblicamente dichiarato che per il Pgt è a buon punto, che le cementificazioni nel Parco Visconteo continueranno e che solo un passettino indietro lo stanno facendo per la lottizzazione di fronte alla basilica di San Lanfranco sui terreni del Policlinico San Matteo. A nome di chi parla Fracassi? Qual è il contesto generale che ha dettato le linee guida del nuovo Pgt? Se la coalizione è latitante (in senso metaforico) chi supporta l’amministrazione Cattaneo? Con chi discutono la politica urbanistica? Con chi l’hanno discussa finora? C’è qualcuno oltre agli assessori in carica e ai consiglieri (tra cui qualcuno che potrebbe essere preoccupato dell’imminente arrivo di settembre) interessato a far proseguire la vita agonica di questa amministrazione, o stanno attendendo grandi rientri umilianti per ogni cittadino di buon senso? Intanto le osservazioni al Pgt non sono ancora state mostrate in pubblico. Legambiente si è per questo lamentata. Suggerisco un modo sicuro per ottenerle e poi renderle pubbliche: sollecitare il consigliere comunale di riferimento di Legambiente a farne richiesta al Settore, secondo quanto recita il Consiglio di Stato a proposito dei diritti dei Consiglieri comunali, e poi allestire una consultazione pubblica delle stesse. Si può fare.

3. Un mese fa abbiamo chiesto il commissariamento del Comune; un atto politico che non può che essere inteso come tale. È il Prefetto che decide sulla base di informazioni non alla nostra portata. Dopo ciò che ha dichiarato Cattaneo, si fa strada però un altro atto politico necessario e sufficiente: se non c’è il soggetto politico attivo a cui i cittadini hanno creduto quando hanno votato in massa Cattaneo, per lui ci sono solo due strade per sentirsi meno solo: dimissioni o, a maggior ragione, valutare la proposta di costituzione di un comitato di salute pubblica. In queste condizioni diventa sempre più plausibile l’ipotesi che a marzo si voti sia per le provinciali che per le comunali. Possiamo avere solo un’idea di ciò che le inchieste antimafia riserveranno per la politica cittadina, tuttavia sarebbe segno di avvedutezza se il Comune ci arrivasse evitando il commissariamento per motivazioni indegne. Può un Sindaco governare Pavia a nome del Pdl dopo aver dichiarato quanto segue e dopo il 13 luglio?:

«Perfino nel mezzo dell'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta eravamo soli: l'amministrazione ha dovuto fare quadrato e affrontare gli attacchi politici senza che il Pdl cittadino dicesse nulla. Sono quasi due anni, del resto, che stiamo amministrando senza avere l'appoggio di un partito di riferimento, di una realtà strutturata». […]
E' una accusa pesante, signor sindaco. Ma perchè è successo?
«Perchè dopo le amministrative che abbiamo vinto c'è stato un travaso quasi completo dal partito al Mezzabarba. Io sono stato segretario per due anni, poi mi sono dimesso perchè sono diventato sindaco. Ora però è passato un anno e mezzo: ritengo una mancanza grave che ancora non ci sia una segreteria cittadina. Facendo l'amministratore sento la mancanza di una realtà strutturata: c'è il rischio che si debbano sovrapporre i ruoli di chi deve amministrare e di chi deve fare politica».
E' successo anche a luglio quando l'inchiesta sulle infiltrazioni mafiose è diventata un caso politico?
«Certo, siamo andati avanti da soli. Ho sentito la vicinanza personale dei coordinatori provinciali, ma a Pavia siamo rimasti soli. Va detto che questa solitudine ha molto compattato l'amministrazione, ma il sindaco non può fare anche il segretario politico del Pdl».

Ci chiediamo curiosamente perché tanti nel Pdl abbiano rincorso le poltrone, ma lasciati vacanti posti di responsabilità politica. Dopo ciò che abbiamo letto circa le chiacchierate del «mitomane» Carlo Chiriaco nell’ordinanza Infinito, quanto dichiarato dal Sindaco ci risulta ancor più raggelante. Se non hanno sufficienti figure in grado d'essere parte della classe dirigente, e non riescono a nominare nemmeno una segreteria cittadina, con quale arroganza pensano di poter governare ancora? Con chi, se non esiste segreteria politica, il Sindaco ha concordato l’altalenante linea da tenere dopo la grande retata mafiosa? «Siamo sani», ha dichiarato il Sindaco in una intervista memorabile a metà luglio. Ora ci dice che sono soli. E la maggioranza in Consiglio comunale cosa fa? Dov’è? Cosa dice? Intende far quadrato intorno al Sindaco – come lui ha fatto con essa e impropriamente – o i singoli consiglieri hanno altro a cui pensare? Nella polvere alzata si cominc
ia tuttavia ad intravedere la sagoma inquietante della reale consistenza politica e civica del governo cittadino del centrodestra. Forse è una fortuna per il Sindaco che non sia stata nominata una segreteria cittadina del Pdl con certa gente ancora in giro; ogni sospetto, dopo la lettura estiva delle migliaia di pagine di ordinanze antimafia, è lecito. Come è lecito fare supposizioni circa la latitanza della maggioranza Pdl dopo il 13 luglio. Può essere spiegata in molti modi: dalla piccineria di chi ha pensato “Si salvi chi può” e non si è esposto, a chi ha intravisto la coda corda di un’amministrazione dal fiato ancor più corto e sta cercando di riposizionarsi, a chi cerca di sfruttare il momento per emergere in seguito come se avesse vissuto finora altrove.

5. Gran brutto affare, Sindaco Cattaneo. Un affare che si alimenta quando gli ideali e i principi non esistono; quando le carriere sono costruite con metodi quantomeno ambigui e soprattutto ad ogni costo, ricorrendo anche a forme intollerabili di ricerca del consenso. Pratiche che crescono quando la politica è morta e il suo posto è stato preso dalla rete di relazioni cementate dall’interesse personale ed economico, dalla voglia spasmodica di status e di casta. “Il ritorno del Principe”, appunto. Il ritorno di tanti principini per cui il fine giustifica sempre i mezzi, anche se ad essere stritolati sono il bene pubblico e comune. Proprio non lo sapeva Cattaneo per quali generose personalità idealiste aveva deciso di metterci la faccia? Cattaneo era poco più che adolescente quando Pino Neri è stato riconosciuto boss del traffico internazionale di stupefacienti e condananto a nove anni di carcere. La sua pena è finita nel 2007. Tanti altri però erano adulti e i giornali si presume li leggessero. Intanto la faccia ce l’ha messa Cattaneo, giovane quanto basta per poter credibilmente dire che non sapeva e che non conosceva. Ora è solo, però è sindaco e ha l’obbligo di sapere e agire nel nostro interesse. Abbiamo l’obbligo di ricordargli che la segreteria cittadina del Pdl che ci sia o meno è solo affar suo e di chi, politicamente, vorrà dar seguito alle sue dichiarazioni; la ‘ndrangheta che c’è è invece affare di tutti e vorremmo che se ne occupasse radicalmente.  L’humus in cui ha dichiarato di essere cresciuto è quello generato da Falcone e Borsellino. Faccia in modo che la sua non sia blasfemia.

6. Nella stessa intervista, il Sindaco trova il modo di informarci che il nuovo quartierino sulla bereguardina del quartiere Ovest non gli piace, ma è stato voluto dal centrosinistra e, come per la demolizione delle sale Kursaal, sta a guardare con dispiacere. Ci sono molte case ricche in quel nuovo quartierino. Neri diceva in macchina al boss Giorgio Demasi, calabrese in visita in padania, di andar spesso a mangiare il salame da quelle parti, a casa di amici («Qua c'è coso»… «Quella è di coso»…). Come vede, caro Sindaco, la mafia riesce a inquinare tutto ciò che tocca e lambisce. Parliamo di case di riposo? Ora non se ne può parlare se non ricordando i business paventati in quelle intercettazioni. Parliamo di hotel? Non lo possiamo fare se non ricordando ciò che alcuni intendevano fare con certe aree dismesse pavesi. Parliamo di denti e di carie? Non lo possiamo fare senza rievocare certi colloqui tra Chiriaco e il suo legale nonché suo ex assessore circa certe lauree false ottenute con l'ausilio del clan Sergi e con la benedizione di quel sommo dirigente Asl. Parliamo di sanità e di eccellenze? Non lo possiamo fare senza immaginare il volo di Pasquale Libri dalla tromba delle scale del San Paolo di Milano. Libri abitava nel quartiere Ovest. Parliamo di circoli Arci? Come possiamo non farci sfiorare dal pensiero di quello di Paderno Dugnano? La mafia e l'illegalità sono anche inquinamento dei pensieri, degli atti, delle relazioni, delle immagini. Non siamo più innocenti come prima. Altri non possono più essere ipocriti come prima. Ora sta a tutti non permettere che la nostra storia sia inquinata dalla brutalità normale delle organizzazioni criminali del terzo millennio. Cattaneo dovrebbe osservare la realtà anche da questa prospettiva.

7. Piace invece al Sindaco il condominio-grattacielo di 14 piani su di un altipiano di sei metri alla ex Neca? E’ nell’Ovest anche quello. A Fracassi pare non dispiacere, e ha ascoltato Caltagirone quando lo ha illustrato in sala Giunta nell’autunno scorso. "Acqua marcia" è la società che gestirà l’edificazione di tutta quell’area. "Acqua marcia" è una società storica italiana che si è molto modernizzata: ha una consorella anche in Lussemburgo (più d'una in realtà). "Acqua marcia Italia" è stata fondata nell’ottobre 2009 (dal Radiocor de Il Sole 24ore), la lussemburghese invece nel luglio precedente (una Societé Anonyme). I suoi amministratori sono Filippo Dollfus de Volckersberg, Claude Geiben, Davide Montagna. L’atto è stato stipulato presso il notaio Henri Hellinckx e ha sede in Avenue Guillaume, L-1650 Luxembourg, 10. Sono notizie contenute nel Bollettino ufficiale degli atti societari notarili del Lussemburgo, che abbiamo consultato. Del primo di quegli amministratori Greenpeace ne ha scritte a suo tempo di ogni (Qui e qui). Il web restituisce molti record imbarazzanti. Per correttezza e precisione ci siamo quindi premurati di chiedere a Legambiente pavese se ciò che diceva l’onlus ambientalista e internazionale nel 1997 avesse trovato in seguito dei riscontri ed evidenze ufficiali. La risposta è stata che a loro non risultava e risulta proprio nulla. Su questo quindi siamo tranquilli. Informarsi è sempre la cosa migliore da fare.

* Circolo Pasolini, Pavia

Stupidiario 4

6 agosto 2010
di Irene Campari

La Rassegna stampa del sito del Comune di Pavia è davvero "istituzionale". Quella di oggi è semplicemente agghiacciante, se non fosse anche grottesca. Riprendiamo pari pari da www.comune.pv.it/on/Home/Servizialcittadino/Filodiretto/Rassegnastampa.html, la pagina comunale che vorrebbe includersi tra i "servizi al cittadino", online alle ore 14 del 6 agosto 2010. Vergognatevi! Ci attendiamo un immediato intervento del Sindaco.

Tre articoli de "La Provincia pavese", le necrologie e poi tre post (anonimi) dal sito web "Il Mondo di Pavia", gestito da Ettore Filippi, leader di Rinnovare Pavia-Vigevano-Voghera. Post di una settimana fa, e unico sito internet a ripreso nella rassegna stampa del Comune di Pavia. Due articoli attaccano il dipendente comunale Vito Sabato che qualche giorno fa ha inviato un esposto alla Dda di Milano sulle supposte frequentazioni dell'assessore alla Mobilità che avrebbe trascorso le vacanze nella Locride e incontrato qualche personaggio implicato nell'inchiesta "Crimine". E il terzo in cui si dichiara che l'amministrazione è pulita. Ovviamente nessun articolo sulle dichiarazioni di Angela Napoli e il legame 'ndrangheta-politica in Lombardia. Nient'altro offre oggi la "Rassegna stampa" del sito del Comune di Pavia: del "Comune" non dell'associazione degli amici della Giunta Cattaneo! Che ne tenga conto la stampa nazionale; il Comune con la "Città internazionale dei saperi" che si appresta ad inaugurare il "Festival delle libertà" è messo così; quella è la limpidezza e completezza di informazione con la quale viene affrontato in un luogo istituzionale comunale uno dei momenti più drammatici di sempre della storia della città. Si tratta del "portale" tramite il quale da tutto il mondo si possono avere "informazioni" su come va la vita di Pavia "città tranquilla". "Città tranquilla" se non fosse per Vito Sabato, vero? È questa la tranquillità che qualcuno sta disperatamente cercando, non potendo arginare la marea montante delle indagini antimafia, vero? Ci dispiace anche per coloro che si prestano a quel gioco intollerabile per una istituzione che – ad oggi – non è stata commissariata e che quindi rappresenta tutta la cittadinanza.

Un "eroe" in borghese

2 agosto 2010
Irene Campari intervista Vito Sabato

Vito Sabato è autore di un esposto alla Direzione distrettuale antimafia di Milano sulle relazioni che sarebbero intercorse tra l'assessore comunale pavese Antonio Bobbio Pallavicini e alcuni indagati e arrestati nell'operazione del 13 luglio. il 29 luglio Vito Sabato è stato oggetto di un pesante attacco personale su di un sito online, testo poi affisso sopra una bacheca comunale. Gli abbiamo posto alcune domande.

Su di un sito riconducibile all'ex vicesindaco sono apparsi due pesantissimi articoli in cui lei viene preso ferocemente di mira poiché ritenuto all'origine di una comunicazione alla Dda. Ce ne può parlare?

Non c'è poi molto da dire. Ho semplicemente portato a conoscenza della DDA una circostanza che, presso il comando di polizia locale, era nota a molte persone e che alcuni vivevano con evidente preoccupazione. Non compete certo a me dire se certe circostanze hanno evidenza penale o meno, ma è indubbio che ogni singolo tassello serve agli inquirenti per definire al meglio la preoccupante rete di relazioni emersa in questi giorni.

In quegli articoli lei viene definito «dipendente comunale infedele». Se non ricordo male non è la prima volta che viene apostrofato in quel modo, perché secondo lei?

Ci sono purtroppo alcuni politici, o quantomeno alcuni personaggi che affermano di essere politici, che hanno una concezione aberrante e distorta della fedeltà di un dipendente pubblico. Per loro un dipendente è fedele se è pronto a servire devotamente il pre-potente di turno, qualunque cosa egli pretenda, sia lecita o meno. Non è la prima volta che attraverso il foglio di cui lei parla sono stato fatto oggetto di pesanti insulti. L'ultima volta accadde quando denunciai una serie di gravi reati commessi a danno del comune, e quindi dei cittadini, per i quali il giudice dispose poi il rinvio a giudizio di cinque persone. Quegli insulti e quei tentativi di denigrazione, rivolti a chi aveva denunciato degli evidenti crimini, davano l'esatta misura di quante e di quali simpatie godessero le persone poi rinviate giudizio. Secondo lei è normale che un amministratore pubblico insulti e tenti di delegittimare chi ha denunciato dei reati allo scopo di renderlo poco credibile? Qual è il motivo per cui lo fa?

Quali caratteristiche deve avere un dipendente comunale "fedele"?

Per certi signori, deve esser disposto ad eseguire ogni cosa gli venga chiesta, anche quando fatta per interessi particolari o addirittura in violazione di leggi. La fedeltà vera è un'altra cosa, molto più seria. È fedeltà verso le istituzioni, verso l'operato dell'amministrazione che deve essere sempre volto all'interesse pubblico. La fedeltà per gli amministratori, soprattutto per certi amministratori, può servire sicuramente a fare carriere velocissime e ad avere incarichi remunerati profumatamente, indipendentemente dalle capacità possedute. Ma questo tipo di fedeltà è solo servilismo e dimostra scarsa dignità.

Sempre rimanendo a quegli articoli, uno riporta una lettera del leader di Rinnovare Pavia pubblicata due anni fa sul quotidiano locale? Se non ricordo male Lei annunciò querela. Che fine ha fatto?

Non penso sia stata archiviata, non ne è stata data notizia al legale che mi rappresenta. Probabilmente è ancora a giacere da qualche parte, in sofferenza per i cronici ritardi della giustizia italiana, che fanno da cornice al senso di completa impunità di cui certi personaggi ritengono di godere.

Cosa la spinge a denunciare fatti imbarazzanti che hanno visto coinvolte le amministrazioni comunali, nonostante – com'è immaginabile – questo le procuri una vita affatto facile?

Credo che ognuno debba fare scelte di vita, anche se spesso ne conseguono situazioni di profondo disagio. Ho dei valori, credo in cose diverse da quelle in cui crede chi intimidisce, chi miserabilmente approfitta di un ruolo per il proprio tornaconto. Tacere di fronte a certi fatti significa, in fondo, esserne corresponsabile e rende conniventi. E poi, io rivendico il mio diritto/dovere di lavorare al servizio della gente; questo è possibile solo se l'ambiente in cui si lavora è un ambiente sano. Se così non è, la colpa non è certo di chi lavora.

Lei è calabrese, ha vissuto fino al 2000 in territori in cui la presenza della 'ndrangheta è palpabile. Come interpreta il clima pavese dopo l'operazione del 13 luglio?

Credo che la città sia divisa, per semplificare, in tre diversi gruppi: il primo, certamente il più numeroso, è composto da tutti coloro che non credono a una reale presenza della criminalità organizzata perché non ne osservano i tratti manifestazioni usualmente presenti in altre zone d'Italia; in realtà, una criminalità così silente riesce a introdursi nei centri decisionali in maniera quasi del tutto inosservata, fino a condizionare completamente la gran parte delle attività; il secondo gruppo, che vedo purtroppo ancora numericamente limitato, è composto da chi già da qualche anno sosteneva che la criminalità mafiosa stava radicandosi in città anche approfittando di una scarsa capacità di analisi di molti amministratori; il terzo gruppo è composto da tutti quelli che “io non c'ero, e se c'ero non lo sapevo”. Per fortuna sono pochi, ma sono quelli che di più detengono il potere. Penso che ci siano le condizioni culturali e sociali per far si che il primo gruppo diventi sempre meno numeroso, è in questa direzione che si deve lavorare.

A suo parere, la cultura antimafia in una città come Pavia – dove non si spara e si incendia – è all'altezza della situazione che si è venuta a delineare?

Cultura antimafia? Sinceramente, non la noto in maniera diffusa, probabilmente anche perché è ostacolata da tutti quelli che, fino a tre settimane fa, negavano la presenza della mafia in città. Davvero non hanno reso un gran servizio alla città. Non vedo un granché di dibattiti pubblici capaci di coinvolgere la gente, non vedo ancora le associazioni di categoria che assumono posizioni ferme e che magari stilano protocolli d'intesa con la Prefettura per evitare infiltrazioni nelle attività economiche, non vedo la nascita di associazioni che si prefiggono di contrastare il radicarsi della mafia con gli strumenti della partecipazione. Eppure, al di là dell'impegno notevole della magistratura e delle forze dell'ordine, questo è il solo modo che ha la società civile per combattere il fenomeno. Invece ho visto una sorta di pseudocultura dell'antimafia molto, ma molto di facciata. Dalle mie parti, ho letto spesso di personaggi ben noti che, lo sapessero o meno, avevano contatti con persone accusate per fatti mafiosi e che poi erano in prima fila alle manifestazioni contro la mafia. Di questi personaggi, però ho solo letto. A Pavia invece li ho visti da vicino. Uno squallore e una gran tristezza , mi creda.

(dal Blog del Circolo Pasolini)

Il bavaglio

29 giugno 2010
di Irene Campari *

Il primo luglio sarà il grande giorno della grande libertà di informazione. Tutte le associazioni democratiche, virtuali o reali, e i partiti di opposizione con il Pd in pole position saranno in piazza a contestare vivacemente contro la Legge bavaglio. Meritoriamente. Ma chi protesterà anche – e contestualmente – contro l’Habitus bavaglio che ormai da qualche tempo cerca di ridurre all'impotenza chi scava a fondo e non si limita a prendere atto e stare al gioco della superficiale e inconcludente – dal punto di vista dell'interesse pubblico – "dialettica politica tra le parti"? Ieri sera, 28 giugno, in Consiglio comunale a Pavia pare sia accaduta una cosa sconcertante, non perché di solito non succede nulla di rimarchevole, ma perché, se è vero, sarebbe proprio sconcertante di per sé. Si narra che un consigliere del Pd – pare colui che suole presentarsi come il vero oppositore – all’inizio di seduta abbia suggerito alla Giunta (di centrodestra) e al capogruppo Pdl di adire le vie legali contro il settimanale "Il Lunedì" e Giovanni Giovannetti per un articolo sul cambiamento di atteggiamento del capogruppo Pdl nei confronti del parco delle basiliche, che rischia di trasformarsi nella gimcana delle basiliche visto quanto ci vorrebbero costruire attorno. Facendo mente locale su quanto accaduto ieri sera in Consiglio – e non è esercizio privo di sforzo – rispetto a quanto riportato da molte voci (chiederemo le registrazioni), si deve essere veramente sovvertito l’ordine delle cose politiche se corrisponde al vero che sia stato un membro dell’opposizione a suggerire ad un membro della maggioranza una “ritorsione” legale nei confronti di un giornalista che ha scritto facendo opposizione civile, l’unica a questo punto che rimanga vitale. Non ho notizia di interventi in quella sede a sostegno del giornalista e della libertà di stampa e di informazione, e questo sarebbe ancora più sgradevole. Siamo una città ben strana, a suo modo inquietante. Di essa abbiamo capito molto in questi anni; di certi atteggiamenti non ci stupiamo più. Piuttosto a stupirci è – nel loro stesso interesse politico – la mancanza di pudore che taluni mostrano nell’assumere atteggiamenti che appaiono contrari e insensati rispetto a qualsiasi logica autenticamente democratica. A meno che il problema di Pavia sia proprio la mancanza di questa logica, e l’apparenza coincida con la sostanza. Alcuni pare facciano di tutto per confermarci in questo sospetto. Ci sono in ballo circa un milione di metri quadrati di lottizzazione urbanistica, ci sono in ballo i Pii della ex Neca, della ex Necchi, della ex Snia, degli ex Magazzini Cariplo, c'è in ballo il credito bancario alle Pmi, c'è in ballo l'edilizia scolastica, c'è in ballo il ruolo di Pavia nell'Expo, c'è in ballo che questa città non sa più cosa voglia da se stessa, c'è in ballo un Festival dei Saperi replicante all'inverosimile una formula perdente con figure che disinvoltamente parleranno di libertà in una cornice costruita da una Giunta di destra che non una parola ha speso sulla legge bavaglio o sulle leggi ad personam… ma il Consiglio si erge contro l'articolo di settimanale che ha dato fastidio ad un consigliere. Pare che quasi tutti ieri sera in sala Consiglio avessero le facce scure. L'opposizione sarà però in piazza il primo luglio a contestare la legge bavaglio. Ci si andranno in tanti, portandosi dietro e ben stretto l'habitus bavaglio, quando, pieni di soddisfazione, nel nostro piccolo possiamo rivalerci su qualcuno di fastidioso e che vorremmo non parlasse di noi minacciandolo di querela. Si parlerà anche di questo al Festival dei Saperi aul tema delle libertà? Alle tavole rotonde daranno la parola paritariamente a tutti? A coloro che stanno dalla parte di chi reprime e a coloro che non spendono una parola contro chi reprime? La minaccia di querela è una piccola e momentanea soddisfazione che il potere si è tolto anche con me, nel silenzio generale di coloro che ci daranno in settembre lezioni di libertà. Nel pieno della battaglia per i diritti dei Rom, taluni hanno dichiarato più volte alla stampa che mi avrebbero querelato. Non è arrivata nessuna querela. Ciò che dicevo era vero e rientrava nel pieno diritto-dovere di critica politica e civile di un consigliere e di un cittadino. Ma è rimasto alle cronache quella minaccia sospesa, quel tentativo di delegittimazione, di intaccare la reputazione, di mettere all’angolo, senza però entrare nel merito, senza contrapporre argomenti. Cosa si dovrebbe fare in casi del genere? Promuovere cause civili per risarcimento dei danni? Se l’andazzo è quello di subire in continuazione il drappo rosso della querela, allora meglio sarebbe reagire con gli stessi mezzi. Per esperienza, gli strumenti dialettici che taluni usano in loco per tentare di immiserire la posizione dei dissenzienti sono: a) accusarli di essere al soldo della destra quando si toccano argomenti verso cui solo il centrosinista è sensibile; b) alzare la voce per gridare la vendetta della querela quando il tema tocca una sensibilità bipartisan suggerendo a quella destra di adire le vie legali contro chi veniva accusato fino al giorno prima di “essere al soldo” della destra. Pavia è piccola, una città tranquilla, come si è soliti farla passare; tuttavia, basta grattare un po’ la superficie e subito qualcuno si arrabbia – anche quelli che teoricamente dovrebbero invece sostenere chi grattugia – e vorrebbe che il gratuggiato fosse rimesso per benino al suo posto. Anche se il gratuggiato è solo una loro palese contraddizione, una illogicità, un rilevare l’involontaria o la consapevole ipocrisia. Tuttavia, i valori impongono di andare a fondo, e quando si è sospinti a smettere, è il momento invece di andare avanti. Ci sono sempre motivi seri per farlo quando cercano di farti smettere. E in questo percorso la minaccia di querela è spesso un agente distraente. Comunque, l’importante è avere il diritto di essere contro e di denunciare ciò che succede lontano da qui. Più è lontano e meglio è; l'apprezzamento per l'impegno è direttamente proporzionale alla distanza dell'oggetto dell'impegno. L'impegno prossimo, vicino, invece, pare debba sottostare al diritto di querela.

* Circolo Pasolini, Pavia

Acqua

25 aprile 2010
Esistono ancora i beni comuni?
di Irene Campari

In un breve racconto [1], lo scrittore latino-americano Manuel Scorza ha narrato come un giorno i poverissimi abitanti di un villaggio peruviano, trovando una moneta per terra nella piazza la lasciassero lì per giorni, tornando a scrutarla e ad interrogarsi sul suo significato. Nessuno la raccolse e osò appropriarsene; il Sindaco ordinò comunque al popolo di non toccare la moneta. Dopo qualche giorno, passò di lì un ricco dottore, la adocchiò, la raccolse, se la mise in tasca e se ne andò. È la condizione in cui si trovano miliardi di persone che si vedono scippare beni da coloro che godono di una posizione di forza per poterlo fare, favorita dall'ineguaglianza sociale e dalle sue sponde politiche. John Locke il teorico dello Stato liberale, ne avrebbe gioito, ritenendo la disponibilità dei beni un segno della volontà divina. Del resto difendeva in un sol colpo proprietà, parlamentarismo e enclosures, le recinzioni dei campi aperti, che hanno portato alla distruzione degli usi civici e dei beni comuni, ma anche alla rivoluzione industriale, nei termini in cui il socialismo l'ha descritta e combattuta. A quel tempo c'era ancora la possibilità di accedere a visioni diverse del mondo.

La sottrazione dei beni comuni

La sottrazione dei beni comuni alle cittadinanze e alle comunità è una pratica che ha ottenuto un impulso poderoso dagli anni Novanta. È stato un processo inesorabile, parallelo all'infiacchimento delle democrazie e alla rinuncia al confronto paritario tra visioni diverse – e politiche – dei destini individuali, collettivi e del pianeta, a vantaggio del dominio di fatto di lobby finanziarie detentrici di potere reale a tutti i livelli della scala territoriale. Oggi ci occupiamo di acqua, non dobbiamo tuttavia rimuovere la riduzione a merce – sotto gli occhi di tutti e sotto i piedi di ciascuno – di altri beni comuni materiali e immateriali. La persona e la dignità, con la tratta degli organi, degli esseri umani e di bambini, sono scomparse dalla scena dei valori assoluti e inalienabili. La città e la comunità, sviluppatesi per interazione di scambi simbolici e merci, si sono ridotte a identificarsi con quest'ultime. Gli spazi pubblici sancivano la natura della città come bene collettivo. Sono stati chiusi o privatizzati. Il paesaggio e la bellezza erano beni comuni, e in luoghi dove si vedeva sorgere il sole si sarebbe dovuto continuare a veder sorgere il sole. Gli spazi demaniali sono stati via via alienati ai privati o messi sul mercato. La cultura era un bene comune, e avrebbe dovuto rimanerlo maneggiando con cura un settore che è intrinsecamente associato all'identità e alla reputazione collettive.[2] Non è più un bene comune l'istruzione; non è più pubblica, e quel che rimane della "cultura generale" o è asservita a merce o è livellata sui meccanismi di riproduzione sociale per cui il reddito di cui godiamo è, in proporzione, quello a disposizione dei nostri padri. L'emancipazione sociale, fondata sulle pari opportunità, non è più percepita come un diritto fondamentale, ma come ingenuo velleitarismo. Non è più bene comune la politica, da quando i partiti democratici hanno prosciugato il terreno dei valori e dei principi, istruendo classi dirigenti al compromesso cinico, inclini a costituirsi in lobby e hanno partecipato della dimensione più deplorevole della mercificazione del tutto. La privatizzazione dell'acqua cos'è in fondo se non il trasferimento al privato, deciso dalla politica, di quote consistenti di cittadini che si trasformano in clienti? Più si dissolve la percezione della dimensione comune dei beni fondanti una civiltà, più si rafforza lo status di sfruttati o di clienti, dipende da dove si vive.[3] Sfruttati che non hanno voce o clienti che non hanno mai ragione, dovendo trovare le proprie ragioni nella politica che però muore con la morte dei beni comuni e pubblici. E anche per la democrazia suonano a morto le campane.

L'acqua, la vita e la corruzione

Nel Rapporto 2008 di Human Rights Watch, dedicato alla violazione dei diritti nell'economia globale, è scritto: «I diritti sociali ed economici, relativi ai bisogni fondamentali di tutti gli individui, inclusi cibo, acqua, incolumità personale, assistenza sanitaria, vestiario, istruzione e dimora, sono stati profondamente intaccati dagli interessi del business».[4] L'accesso all'acqua è uno dei settori in cui l'impatto è più devastante poiché incide a sua volta su tutti gli altri fattori vitali. Negli anni Novanta, una controllata di Enron (compagnia statunitense per l'energia), la Dabhol Power Corporation, dopo aver comprato terreni in India, vi ha gestito interi bacini idrici lasciando a secco interi villaggi. Le sollevazioni delle popolazioni locali sono state puntualmente represse e occultate dai media. In Nigeria, un'impresa petrolifera ha sistematicamente danneggiato raccolti e inquinato l'acqua potabile. La situazione è destinata ad aggravarsi in seguito al massiccio interesse delle multinazionali finanziarie per i terreni agricoli africani; li comprano a prezzi stracciati per riconvertirli alla produzione di biomasse funzionali al mercato delle energie alternative nei Paesi già ricchi. Der Spiegel lo ha definito "nuovo colonialismo".[5] Con una certa usualità di insinua anche il razzismo, come quello che colpisce la popolazione Mapuche in Patagonia. Sul loro territorio, che insiste sull'immensa riserva idrica dell'Acquìfero Guaranì, si sono radicati gli interessi di Endesa, la cui proprietaria è Enel, azionista di maggioranza di Hidroaysèn, impresa aggiudicataria dei diritti sull'acqua in quella zona. L'acqua è distribuita in modo diseguale, pur essendocene in abbondanza, come contesta il Consiglio di Difesa della Patagonia, che ha denunciato le violenze subite dalle donne Mapuche, in prima linea nella battaglia per l'accesso all'acqua.[6] In Honduras molte zone non se la passano meglio. E' inoltre di pochi giorni fa la notizia secondo la quale un immenso bacino idrico sotterraneo, più grande dell'Acquìfero, sarebbe stato individuato nell'Amazzonia brasiliana. C'è da star certi che gli interessi del business globale sono già all'opera. Non sono pochi i contesti in cui gli affari sull'acqua si sono incrociati negli ultimi dieci anni con la corruzione. Nel rapporto 2008, Transparency International la imputa alla debolezza delle governance sia pubbliche che private.[7] E lancia un appello agli stakeholder delle multinazionali dell'acqua perché la corruzione esaspera «i costi economici, politici, sociali, culturali e ambientali dei Paesi in cui l'accesso all'acqua non è un diritto, costringendo la popolazione ad atroci sofferenze». Dal rapporto 2007, l'Africa sub-Sahariana risulta la regione che ne soffre di più, ed è tra quelle la cui popolazione ha il minor accesso alle risorse idriche. La corruzione farà lievitare di circa 48 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni i costi delle iniziative internazionali a garanzia del diritto all'acqua.[8] Per le popolazioni più povere la corruzione si misura anche in termini di vita. Il rapporto 2009 dell'Unesco sull'acqua calcola che 1 mi
liardo e 200 milioni individui non vi abbiano accesso.[9] L'Unep aggiunge che «un bambino ogni due secondi» muore per malattie legate alla non potabilità dell'acqua che beve o alla sua totale mancanza. «Oltre metà dei letti d'ospedale nel mondo sono occupati da persone che hanno malattie derivanti da acque inquinate». E le previsioni da qui al 2025 sono funeste: più di tre miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere in paesi "water-stressed", in un momento in cui è più scarsa (l'80 per cento del consumo d'acqua avviene nei settori industriali e agricoli).[10] Tra i Paesi "water-stressed" ci potrebbe essere anche l'Italia.[11] Le stime dell'Osce sono anche peggiori: entro il 2030 3,9 miliardi di individui vivranno in grave carenza di acqua e, quando gli abitanti del pianeta saranno nove miliardi, il problema riguarderà la metà della popolazione mondiale, quella della Cina e del sud asiatico in particolare. È anche accaduto che fossero i governi a denunciare pratiche illegali condotte dai gestori internazionali dell'acqua, come in Argentina. Il presidente Kirchner ha accusato di «pillage» (saccheggio) la Suez, multinazionale francese che opera anche in Italia, a cui il governo aveva privatizzato l'acqua.[12] In Italia, il problema si chiama anche mafia e criminalità organizzata. Sono note le indagini che hanno coinvolto imprese gestori di comparti dell'approvvigionamento idrico sia al sud che al nord.[13] In Sicilia, durante l'era Cuffaro, si era anticipato di tre anni il decreto Ronchi: ai privati, oltre all'affidamento del servizio idrico per 30 anni, è stato accordato più di un miliardo di fondi europei per gli investimenti. Non se ne è visto alcuno.[14] Anche Amiacque, sponsor di questa iniziativa, dovrebbe stare più attenta quando elegge il proprio Presidente.[15]

Un colossale problema politico

Al 5° Forum mondiale dell'acqua, tenutosi a Istanbul dal 16 al 22 marzo 2009 (il prossimo sarà a Marsiglia), non sono riusciti a decidere – sulla base di una ragionevole teoria del Diritto e della Democrazia – cosa sia l'acqua. Si sono limitati a stabilire l'ovvio: è «un bisogno fondamentale». Ben diverso è decretare l'acqua quale bene comune sociale primario. I beni comuni sociali primari sono patrimonio dell'Umanità e una comproprietà universale, la loro garanzia risiede nell'indisponibilità. «La loro disposizione è vietata in assoluto», scrive Luigi Ferrajoli. Per i beni materiali, l'indisponibilità è dovuta ai caratteri di accessibilità, deteriorabilità e irriproducibilità.[16] Tuttavia, la determinazione di un bene comune sociale non è tanto una questione giuridica (non ancora almeno e purtroppo) quanto storico-culturale. La capacità di definire «comuni e inalienabili» alcuni beni vitali è cresciuta con la civiltà e con la consapevolezza che la loro tutela dovesse darsi sia per le generazioni viventi che per quelle future. Civiltà vorrebbe che si pongano limiti alle attività private su questi beni e si imponga il rispetto dei vincoli alla sfera pubblica. Sfera pubblica che tende a ridurli in beni patrimoniali, privatizzandoli, ossia a merci a cui associare un valore di mercato. Quando l'unico valore da associarvi dovrebbe essere quello vitale, e, per questo, coloro i quali si trovano a gestirli dovrebbero essere sottoposti a vincoli inderogabili e strettissimi anche sull'etica delle loro azioni. Bene comune è anche la qualità dell'acqua. Non sempre la disponibilità di tecnologie avanzate (nel millennio scorso si sarebbero chiamati "mezzi di produzione") per la gestione delle risorse idriche si associa al rispetto dei principi. È di qualche mese fa, la notizia, riportata da “Le Monde diplomatique”, secondo la quale sussisterebbe il serio pericolo di inquinamento dell'acqua da nanoparticelle nelle metropoli europee. Ci auguriamo che si possa sottovalutare questo allarme, tuttavia, siamo sicuri che la privatizzazione dell'acqua non comporti anche una sottovalutazione tout court di problemi come questi – ove si presentino – dovuta a pure valutazioni di profitto?[17] Un altro esempio proviene sempre dalla Francia e vede il colosso Veolia (ex Vivendi e General de l'eaux) impegnato in megaprogetti per la costruzione di depuratori in Belgio, i quali, bloccatisi per qualche tempo, avrebbero provocato l'inquinamento della Garonna fino a Tolosa.[18] Per rimanere in Lombardia, il recente sabotaggio delle cisterne della Lombardia petroli a Villasanta che ha sversato nel Lambro quantità enormi di liquami oleosi, ha bloccato il depuratore di Monza, con buona pace dei cittadini. La scomparsa dal discorso pubblico e istituzionale dei beni fondamentali come valori può portare alla vendetta perpetrata su beni collettivi primari.
La struttura della imprese globalizzate e il vuoto di regole non infondono fiducia. Le holding dei gestori privati dell'acqua si dedicano anche ad altri brand; anzi, spesso hanno tratto enormi profitti in altri settori e sono nate con altri core business: immobiliare, infrastrutturale, sanitario, rifiuti, dedicandosi ad operazioni tipiche del capitalismo finanziario. L'attuale recessione economica ci insegna che sul lungo termine la speculazione in un settore può produrre crisi a cascata nello stesso e trascinare con sé tutti gli altri. Cosa accadrebbe se una bolla speculativa, simile a quella immobiliare all'origine dell'attuale crisi, scoppiasse portando sull'orlo della bancarotta le holding che hanno in concessione l'erogazione della nostra acqua? Chi ci tutela e a chi dovremo rivolgerci per le denunce civili del caso? Chi sono i proprietari, chi saranno i responsabili? E chi ha gestito la traduzione dal cittadino al cliente, ossia la Politica, di responsabilià non ne avrebbe proprio alcuna e mai? E come la mettiamo con i cartelli che le poche società del settore a volte costituiscono per mantenere i prezzi ad un certo livello? Il Garante della concorrenza ha recentemente multato le società Acea e Suez per aver messo in atto «un'intesa restrittiva della concorrenza nel mercato nazionale della gestione dei servizi idrici». Le lobby, appunto. Che anche se non nascono come tali, tendenzialmente sono portate a diventarlo. E anche nel caso siano "nazionali", ossia italiane, sono comunque private. Del resto dalle cattive gestioni non ci proteggono neppure e sempre le società di diritto pubblico. A2A sta scontando il dissolvimento della Zincar (mission nelle energie rinnovabili) sua controllata che ha prodotto un buco di bilancio di 14 milioni di euro. È questione di governance, come ha scritto “Transparency international”.

Il livello cosmopolita

Un altro aspetto critico dell'acqua, intesa come bene comune, è il vuoto nel diritto pubblico internazionale. Un bene comune vitale e primario è universale, le sue garanzie non possono essere lasciate alle vicendevoli tendenze delle postdemocrazie o delle democrazie deboli. Occorre metter mano ad un diritto cosmopolitico e a istituzioni che rispondano solo all'imperativo di proteggere l'acqua quale bene vitale, primario e inalienabile. L'eventualità di un'Autorità civile è stata per esempio presa in considerazione nel febbraio scorso a Tolosa, dove Veolia ha in gestione l'acqua. «
La nouvelle autorité gérera les régies municipales, coordonnera le patchwork des 25 communes et pourra contrôler les délégations au privé», si legge in “Le monde”.[19] È ancora una eventualità locale, tuttavia questo livello potrà operare nella costituzione di un organismo globale. Lo spunto lo offrono, per esempio, le teorie elaborate dal Premio Nobel 2009 per l'Economia Elinor Ostrom e illustrate nel saggio Governare i beni collettivi.[20] La Ostrom sostiene soluzioni alternative alla "privatizzazione", da una parte, e al forte ruolo di istituzioni pubbliche e regole esterne, dall'altra. Soluzioni che, secondo il Premio Nobel, sono fondate sulla possibilità di mantenere nel tempo regole e forme di autogoverno di uso selettivo delle risorse. Sviluppa anche una teoria circa le condizioni che devono valere affinché una gestione "comunitaria" dei beni comuni possa durare ed essere sostenibile. La comunità si fa garante della inalienabilità del bene e dei principi che regolano il suo status per la vita delle persone. Ostrom enfatizza l'importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e agite in quanto giuste, non per opportunismo. Le sue indicazioni sembrano efficaci proprio a proposito dell'acqua. Il diritto internazionale, non sarebbe altro per Ostrom che un sistema di governance applicato a un bene comune, poiché per raggiungere un qualsiasi risultato degno, non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra. Le comunità a cui si riferisce Ostrom sono sia quelle locali, sia forme di sostegno mondiale che spesso le prime ottengono nelle azioni di rivendicazione dei diritti primari. Anche il rispetto e l'antirazzismo sono beni comuni non mercificabili, né scambiabili per ottenere un consenso politico alla buona. Ultimamente sono le forme di azione cosmopolita e internazionale ad aver dato la lezione migliore di come un bene primario come l'acqua debba essere salvaguardato insieme al rispetto degli individui, rivendicando anche il principio che a certi beni non dovrebbero essere associati valori finanziari.

Il livello nazionale ed europeo

L'art. 15 del decreto Ronchi, votato dal Parlamento il 19 novembre 2009, che obbliga alla messa a gara dei servizi idrici e la cessione a privati da parte dei Comuni della sovranità sul 40 per cento delle quote di partecipazione delle nuove società – e che in virtù di una sentenza della Consulta dovranno gestire sia reti che erogazione – fa esplicito riferimento alle Direttive europee. Quasi che con quel decreto l'Italia si fosse "messa a norma". Ma la Direttiva chiede ai Paesi membri di indicare quali beni e servizi intendono privatizzare e quali no. Non impone la privatizzazione dell'acqua. Le Direttive (92/50/CEE e 93/38/CEE) chiedono che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato il servizio idrico. Nella Direttiva europea Bolkestein, considerata un atto liberista per eccellenza, a proposito di acqua recita: «La Direttiva non compromette la libertà degli Stati membri di definire quali essi ritengano i servizi di interesse generale». In attesa che un organismo sovranazionale possa essere elaborato, è evidente come si renda necessaria anche in Italia un'Autorità civile di garanzia che operi sulla base di una Costituzione dei beni comuni e che sappia ribadire con autorevolezza a simili interpretazioni della legislazione europea, interpretazione che non dovrebbe essere prerogativa solo della stampa, quanto piuttosto di voci ufficiali.

Il livello pavese

Gli Aato sono stati aboliti, e nella confusione normativa il cerino resta in mano ai Sindaci. Molti, soprattutto quelli che hanno già sperimentato la privatizzazione (ad esempio, Aprilia), non sono affatto contenti delle pressioni che subiscono da più parti, e si sono riuniti il 20 marzo scorso a Roma. Seguendo un percorso genealogico, il processo di privatizzazione dell’acqua è implicito nelle “narrazioni” della politica locale e in modo condiviso dagli schieramenti da almeno sei anni, da poco dopo l’emanazione da parte della Regione Lombardia della Legge 12, n. 26 del 12 dicembre 2003 "Disciplina dei servizi locali di interesse economico generale. Norme in materia di gestione dei rifiuti, di energia, di utilizzo del sottosuolo e di risorse idriche". Questa acquiescenza è confluita nella costituzione di Pavia acque srl e nella prima bozza (e ultima) del Piano industriale di Asm 2008-2010 che sarebbe dovuto essere votato in Consiglio comunale il 6 febbraio 2009, senonché la Giunta Capitelli cadde il 28 gennaio. Non furono pochi i momenti in Consiglio comunale in cui si dovette porre degli sbarramenti formali al cambiamento di gestione dell’erogazione dell’acqua. Non ultimo, per esempio, il momento in cui Asm conferì a Linea Group Holding il ramo gas e in cui si chiesero precise garanzie a proposito dell’acqua. Sembrava tutto ineluttabile, anche la costituzione di Pavia acque srl e la subitanea messa a gara da parte dell’Aato dell’erogazione. Eppure il Coviri, recentemente soppresso, si era espresso in modo molto negativo sulle modalità con le quali stava procedendo Pavia. E alcuni lo avevano fatto ancor prima del Coviri.
I cittadini di Pavia non vogliono che l’acqua sia privatizzata. Lo ha dimostrato una recente raccolta firme a sostegno del mantenimento del controllo sull’erogazione in ambito pubblico, a cui seguirà in queste settimane quella per ottenere il referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua.[21] Mi auguro che il referendum vada in porto e che gli italiani sappiano valutare la preziosità del bene acqua e anche i risvolti etici che lo distinguono da una merce. Con questo vorrei però che il Consiglio comunale modificasse comunque il suo Statuto inserendo un articolo che ribadisca il principio dell’inalienabilità delle risorse idriche e della loro gestione. E separatamente considerare che delle controllate Asm e le società partecipate da questa derivate che abbiano attinenza con i servizi idrici, non siano mai alienate a privati. Se devono gestire un bene fondamentale, devono porsi questo vincolo cruciale. Sarebbe anche opportuno che in vista dell’argine da porre agli appetiti patrimoniali, si realizzasse un più ampio legame tra le municipalizzate. Per esempio, ho sempre visto come una contraddizione il fatto che ci fosse in provincia di Pavia 3 Asm e si fosse costituita un’Aato per l’ottimizzazione dell’ambito. Buon senso avrebbe voluto che prima fossero ottimizzate le Municipalizzate, con qualche consiglio di amministrazione in meno. Che venga anche affrontato il tema della depurazione delle acque. Penso che gran parte dei cittadini non sappiano nemmeno chi gestisca la qualità dell’acqua che bevono. E spesso anche in questo settore vige la regola che una impresa di smaltimento di rifiuti e bonifiche faccia contemporaneamente anche la depurazione delle acque in ampi bacini di Comuni. Spesso la cittadinanza non sa quali siano i rapporti costi-benefici per sé e per le imprese private.
La partecipazione inoltre deve trovare una legittimazione istituzionale in modo più intenso, chiaro e meno strumentale di quanto non sia accaduto finora. La cittadinanza pavese ha dimostrato finora una maggiore sensibilità al cambiamento di status del bene acqua che non la sua classe politica. La conoscenza è utile alla consapevolezza del valore di un bene comune e alle proposte per garantirne la trasmissione tra le generazioni. Chi conosce
deve essere ascoltato. A proposito, circa l’opportunità che ciascuno di noi possa avere a disposizione 50 litri di acqua gratis, non possiamo non sapere d’essere la società dello spreco. Direi che, pur mantenendo questo diritto sulla carta, moralmente dovremmo rinunciarci. L’acqua la insegna la sete, come scriveva Emily Dickinson. Risparmiamola per quando dovremo imparare.

Note

1. Manuel Scorza, Rullo di tamburi per Rancas, Feltrinelli 1980
2. Le pratiche del marketing hanno oltrepassato spesso il segno, e probabilmente nessuno si è letto nel frattempo, inclusi gli addetti ai lavori, il saggio di Marc Fumaroli, Lo stato culturale.
3. Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson 2007. Benjamin R. Barber, Consumati, da cittadini a clienti, Einaudi 2010.
4. Hrw, On the margin of profit. Rights at risck in the global economy, february 2008, vol. 20, n. 3(G)
5. Horand Knaup e Juliane von Mittelstaedt, Gli investitori stranieri si accaparrano i terreni agricoli africani, "Der Spiegel", 30 luglio 2009, traduzione italiana di Irene Campari in http://circolopasolini.splinder.com/post/21054260
6. Paolo Hutter, La battaglia dell'acqua sfida italiana in Patagonia, "La Repubblica", 21 febbraio 2010.
"Agua ¿oro azul?"in http://agualicia.blogspot.com.
7. Janelle Plummer, Global Corruption Report 2008, 1. Introducing water and corruption
8. World Health Organisation (WHO) e  United Nations Children's Fund (UNICEF), 'Water for Life: Making it Happen', Ginevra, :2000, Wto press.
9. Unesco, Water in a changing world, UN 2009
10. United Nations Development Programme (UNDP), Human Development Report 2006. Beyond Scarcity: Power, Poverty and the Global Water Crisis (New York: Palgrave Macmillan, 2006).
11. Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità, "La Repubblica", 22 marzo 2010.
Alessandro Leto, I padroni dell'acqua, "Il Secolo XIX", 30 aprile 2009
12. Aziza Akhmouch, De l'utilité politique de l'accusation de "pillage": le cas des multinationales en Argentine, l'exemple de Cordoba, Hérodote, 2009/3 (n° 134).
13. Roberto Galullo, Commento alla relazione del Prefetto Lombardia sulla presenta della mafia a Milano, 11 febbraio 2010. Il riferimento è alle infiltrazioni delle cosche gelesi nelle società che hanno in appalto la manutenzione dell'acquedotto milanese. http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2010/02/esclusivo1-la-relazione-del-prefetto-lombardi-su-milano-la-mafia-esiste-forse-che-s%C3%AC-forse-che-no.html. Per altri spunti si veda I. Campari-G.Giovannetti, A cento passi da Buccinasco, "Il primo amore", n. 5, febbraio 2009, pp. 153-175. È recente la vicenda legata all'ex Sindaco di Trezzano sul Naviglio, arrestato con l'accusa di corruzione e continguità con le cosche locali, e presidente di Amiacque, un'azienda pubblica.
14. http://www.giuseppelumia.it, 21 aprile 2010.
15. L'attuale presidente ed ex Sindaco di Trezzano sul Naviglio è stato arrestato poche settimane fa con l'accusa di contiguità con esponenti delle cosche dell'ndrangheta.
16. Luigi Ferrajoli, Principia iuris, Vol. II, Teoria del Diritto.
17. «Eau et nanoparticules manufacturées» Rapporto Afssa (www.afssa.fr/Documents/EAUX-Ra-Nanoparticules.pdf), in Marc Laimé, Eau et nanotechnologies: nouveaux risques pour l'environnement et la santé, "Le monde diplomatique", Carnet de l'eau, 25 settembre 2009.
18. Marc Laimé, Accueil du site, Carnets d'eau, Toulouse-Bruxelles: l'axe du mal de Veolia
Toulouse-Bruxelles: l'axe du mal de Veolia,
"Le monde diplomatique", Carnet de l'eau, 6 gennaio 2010
19. Distribution d'eau: la concurrence s'éveille, les prix baissent, "Le monde", 13 febbraio 2010
20. Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio 2006; edizione originale, Governing the commons, Cambridge University Press, 1990.
21. http://www.acquabenecomune.org

(circolopasolini.splinder.com)

Oltre il ponte

10 aprile 2010
da Pavia, Irene Campari*

Il Segretario del Pd cittadino Antonio Ricci ha parlato. O meglio, ha scritto una lettera al quotidiano locale che gliel’ha pubblicata. Poche righe, laconica ma impegnativa. Tanto impegnativa che quanto scritto da Ricci avrebbe meritato qualche confronto pubblico, qualche bizzarria democratica, qualche telefonata o contatto, in modo da rendere quei pensieri più seri e credibili di quanto non appaiano. Dopo una batosta elettorale storica, una letterina al quotidiano locale non può bastare. Anzi, potrebbe sembrare un modo per cavarsela ancora una volta con pochino. Ma mettiamo di prendere sul serio ciò che dice Ricci, e in particolare quando scrive: «Se una speranza c’è al Nord, è proprio quella di proporre il modello chiaramente alternativo alla destra, avendo come obiettivo l’innovazione, la ricerca, la competenza, l’eccellenza, il sostegno delle piccole imprese e degli artigiani in difficoltà, la difesa dei salari dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, della scuola. L’eliminazione della commistione tra affari e politica. La trasparenza. Qualcuno parlò di una lunga marcia nel deserto, c’è ancora molta strada da fare in quel deserto e soprattutto non possiamo più assolutamente farla da soli». Premettendo che non essendoci ancora il federalismo, parlare solo del Nord è (eufemisticamente) limitativo. Ma erano elezioni regionali quelle che hanno decretato la catastrofe del Pd, quindi prendiamo per buono anche solo il Nord. Anzi, restringiamo ancora e prendiamo per buona anche solo Pavia. A chi si rivolge Ricci quando sostiene che tutti i punti di quel programma (tali sono i temi elencati in quello stralcio della lettera) sarebbero da affrontare tramite una «lunga marcia nel deserto» che non può essere condotta «assolutamente da soli»? Ho dedicato ad una marcia di ritorno a casa più di 40 post sul blog del Circolo Pasolini, intitolandoli “Anabasis”. Quando un’armata dell’esercito persiano in guerra con le polis greche si era perduto, i guerrieri hanno condotto una vera e propria marcia nel "deserto" per ritrovarsi. Poiché si erano persi, come il Pd, in un territorio ormai sconosciuto, popolato da genti sconosciute. Ritornare a casa non vuol dire tornare indietro, mantenendosi conservatori perché non si può fare altrimenti, ma coniugare la migliore tradizione del pensiero democratico e socialista della storia d’Italia con la conoscenza del capitalismo così com’è adesso, nonché l’opposizione informata e localizzata delle sue immani storture e dell’usuale lassez fair. Lo vuole fare Ricci tutto questo? Vuole trovare degli alleati sul campo? Bene. Vuole agire con trasparenza e far agire con trasparenza? Bene. Allora cominci a fare pulizia all’interno del suo partito. Richiami alla trasparenza i colleghi dirigenti e solleciti coloro i quali si sono distinti per affarismo a lasciare le attività (anche politiche), gli stessi che non hanno avuto scrupoli nel creare ponti d’acciaio con la destra e tuttora reggono il ponte dalla loro sponda. Dica cose chiare sull’urbanistica pavese, sulla logistica, sul modello di sviluppo imposto da quel ponte che da destra va a sinistra. Dica ai suoi di smettere di insultare chi – prove alla mano – contesta gli atti dell’amministrazione sulla base dei princìpi di legalità e trasparenza. Zittisca coloro i quali non trovano di meglio che legittimare ogni grande vandalismo di segno opposto a quella sobrietà che dovrebbe connotare paesaggisticamente una città come Pavia. Imponga ai suoi la dismissione di posizioni tipiche dei conflitti di interesse. Si apra alla città che pensa e che proprio per questo non ha votato Partito democratico. Rompa con la tradizione di autocompiacimento e autoreferenzialità che ha caratterizzato molti dirigenti ed esponenti del partito. Lo obblighi ad ascoltare la città, e a non liquidare come “comunisti” (e nemici del Pd) coloro i quali osano mettere in discussione decisioni sul Piano di governo del territorio, quelle condotte nell’interesse di amici degli amici. Dimostri che non è più il tempo di offendere l’intelligenza altrui. E lo dimostri nei fatti. Ha per caso contattato qualcuno in questi giorni? Qualcuno con cui fare quattro passi in quel deserto? Sarebbe interessante saperlo. Per trasparenza. E se, invece di quei quattro passi, la sua intenzione fosse quella procedere ad un attraversamento doloroso e profondo che li riporti a casa, noi siamo qui.
E siamo qui ancora, a stupirci anche del recente intervento di un altro esponente del Pd in Consiglio comunale, il capogruppo Brendolise. Il quale ha dichiarato che se il Pgt non verrà discusso in Consiglio, loro si rivolgeranno al Prefetto. Mi ricordo che nella passata consigliatura, quando la Giunta (di cui faceva parte Brendolise) non ci permetteva di discutere, noi protestavamo. Abbiamo addirittura organizzato due sedute del Consiglio senza la maggioranza. E prima e dopo ero qui ad informare nel merito delle questioni, senza demandare al Prefetto. Mi sembra che quella mossa sia messa lì per puntare l’attenzione più sulla forma che sul merito. Non ci hanno infatti ancora detto, i consiglieri del Pd, cosa intendano fare del Pgt. Non ci hanno ancora informato di nulla, ma proprio nulla, nemmeno dei 900 emendamenti presentati. Qual è la loro posizione nel merito? A questa domanda non può rispondere il Prefetto. Allora, caro Antonio Ricci, comincia da qui, da questo deserto, la traversata per il ritorno a casa.

* Circolo Pasolini, Pavia


La lettera di Antonio Ricci alla "Provincia Pavese"


Pd sconfitto, continua la lunga marcia nel deserto. Abbiamo perso.
A livello nazionale, regionale e locale. Inutile stare a coccolarsi sulle percentuali, su una presunta «tenuta». Ha vinto una forza politica dalla chiara identità, chiara visione del futuro, chiari messaggi politici, struttura di partito radicata ed organizzata. Identità, visione del futuro e messaggi che non condividiamo ma che ci sono. Non ha certo vinto il «partito» di Silvio Berlusconi la cui identità è basata sul fare quello che gli pare in barba alle leggi vigenti, che tanto al massimo si cambiano. Quello della commistione con l’affarismo, dell’assoluta mancanza di rispetto delle regole, delle bugie da imbonitore, delle leggi ad personam, del dominio assoluto di uno solo che eleva a ministri le sue veline, della rappresentazione che maschera la realtà e così via. Sarebbe sbagliato trarre da questa sconfitta la conclusione dell’irreversibilità del berlusconismo e quindi farsi prendere dalla rassegnazione, dal «non c’è nulla da fare siamo un popolo di idioti». Nulla di più sbagliato. Ovviamente a tutti i livelli vi è la necessità di eliminare ogni tendenza a questo modo di essere, di scimmiottare le destre. Se una speranza c’è al Nord, è proprio quella di proporre il modello chiaramente alternativo alla destra, avendo come obiettivo l’innovazione, la ricerca, la competenza, l’eccellenza, il sostegno delle piccole imprese e degli artigiani in difficoltà, la difesa dei salari dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, della scuola. L’eliminazione della commistione tra affari e politica. La trasparenza. Qualcuno parlò di una lunga marcia nel deserto, c’è ancora molta strada da fare in quel deserto e soprattutto non possiamo più assolutamente farla da soli.

Antonio Ricci, segretario cittadino del Pd, Pavia

Il sostenibile peso dell'incoerenza

24 marzo 2010
Note a margine dell'incontro pubblico
sulla cementificazione del Parco della Vernavola
da Pavia, Irene Campari *

«Mi avete rotto i coglioni». Saluta così l’innervosito assessore all’Urbanistica Fracassi (Lega) all’uscita da Santa Maria Gualtieri, al termine dell’incontro sul Parco della Vernavola organizzato da Città&Legalità. Gli ho risposto di mostrare lo stesso coraggio in futuro di fronte a qualche grande immobiliarista, nell'interesse della città che dice di amare. Fracassi è stato insofferente per tutta la serata. Non era facile giustificare l'approvazione bipartisan dell'edificazione di villette monofamiliari e condomini nel parco. Decisione per nulla ineluttabile, come invece voleva fare intendere l'assessore al pubblico presente (una sala piena). Solo lui, poiché il capogruppo del Pdl in Consiglio, Sandro Bruni, non ha avuto troppe remore a dichiarare che quella lottizzazione non è la prima e non sarà l’ultima: «Seguiranno altre operazioni di questo tipo», ha detto. Dobbiamo quindi aspettarci altre costruzioni nel parco? Seppur incalzato, Bruni non ha voluto precisare, né lo ha fatto poi Fracassi.
Dunque altro cemento? Pare di sì. E a confermarlo, senza gli infingimenti di Fracassi, è stato l’ex vicesindaco e attuale vicepresidente del San Matteo Ettore Filippi, presente all’incontro (non so con quanto piacere da parte dell’assessore della Lega): Filippi lo ha lasciato intendere chiaramente intervenendo dal pubblico, ricordando che gran parte dei terreni del parco sono di proprietà dell’Ospedale. Si capisce allora l’originale saluto di congedo riservatomi dall’assessore Fracassi. Il quale ha speso più della metà del suo intervento per ribadire il suo disagio nell’approvarzione di quella lottizzazione, oltre al suo amore infantile per quel parco e per le rane, l’amaro in bocca e il boccone ancora piantato nella strozza per averlo “dovuto” fare. Era, a suo parere, un’eredità alla quale non si poteva rinunciare (la stessa motivazione addotta dagli esponenti del Pd per giustificare il voto favorevole), pena una rivalsa dei proprietari dei terreni sul comune stesso; e tira fuori dal cilindro un emendamento del 2004 al Piano regolatore generale, proposto dal consigliere pds Adavastro, emendamento che avrebbe cambiato i vincoli di quell’area, limitando i confini del parco al punto da consentire la costruzione di edifici non solo a servizi, ma anche a residenze. Insomma, pur masticando a fatica, Fracassi pare abbia fatto di tutto per scovare documenti che giustificassero la presentazione da parte sua in Consiglio del permesso di edificazione su quell'area. E allora ci chiediamo: perché un assessore, se ha una linea politica ben chiara e non vuole farsi complice della distruzione di un pezzo di parco, non cerca di mettere in fila tutti i documenti ricostruendo il processo burocratico inverso, per chiarirsi quali siano le possibilità del Comune di tutelare un bene pubblico invece del presunto diritto privato? Ma per farlo occorrono una linea politica chiara e la necessaria determinazione a perseguirla, linea politica e determinazione che ieri sera non solo non si sono viste, ma ha piuttosto prevalso il tentennamento, l’abdicazione delle responsabilità ai tecnici, il “vorrei ma non posso” perché chi è venuto prima era cattivo. Insomma, per tutelare gli spazi pubblici, occorre volerlo. A Fracassi sarebbe bastato fare ciò che noi stiamo facendo in queste settimane; avrebbe in tal modo scoperto che quell’emendamento non ha valore alcuno non essendo stato sottoposto, per i tempi previsti dalla legge, alle osservazioni dei cittadini, come ha chiaramente detto Franco Maurici, per un'area vincolata dalla Legge Galasso ben prima del Piano regolatore generale, per via della ricchezza di fonti e fontanili. L'emendamento, votato a notte fonda dal Consiglio comunale, non può calpestare una Legge, né modificare i limiti di un parco urbano creato dieci anni prima. Aggiungo che, durante la Giunta Capitelli, l’ex assessore all'Urbanistica Franco Sacchi aveva recepito una osservazione presentata nel 2005 da Rifondazione comunista, secondo la quale i diritti edificatori dei proprietari di aree nel parco della Vernavola dovevano esercitarsi fuori dal parco. «Ma quale osservazione di Rifondazione, ma quale Legge Galasso…», ha sostenuto Fracassi, alzando le spalle. Non mi sembra propriamente l’atteggiamento di un assessore che veda come un insulto al bene comune costruire ancora residenze nel parco della Vernavola.  Alla mia domanda: «Ma perché nel 2004 non vi siete opposti a che la Greenway – essenzialmente una pista ciclabile – passasse proprio da lì? Se sapevate che ciò avrebbe comportato la costruzione di ville e condomini al limitare del tracciato verde che dovrebbe andare da Milano a Varzi?». Nessuna risposta. Eppure sarebbe stata la via più semplice per dirimere un contenzioso che adesso coinvolge anche l’interesse della cittadinanza. Così come sarebbe stato possibile da parte di Fracassi sottoporre al Consiglio una variante al Prg che chiarisse definitivamente la questione dei confini del parco, inaugurando anche una salutare discussione politica e civica. Rien a fair. Tuttavia, siamo ancora in una fase istruttoria, per fare chiarezza si renderà necessaria l'apertura di altri fronti. Ma, a quanto pare, lo dovranno fare i cittadini.
Tante altre domande avrebbero meritato poi una risposta istituzionale degna di tal nome. Per esempio quella avanzata da Guido Corsato, funzionario del Comune di Pavia, all’epoca in servizio ai Lavori pubblici. Corsato cita un atto di impegno della proprietà di quei terreni per la loro cessione al Comune in cambio di 11mila euro, e forse in cambio del trasferimento dei diritti edificatori da un’altra parte. Ma anche su questo Fracassi non risponde. Così come non risponde alla domanda di un altro cittadino: «ma quanto sarebbe costato espropriare quei terreni?». E non avrebbero potuto rispondere nemmeno coloro che erano allora al governo della città. Tranne Filippi, tra il pubblico non c’erano esponenti dell’allora centrosinistra e nemmeno dell’attuale Pd e nemmeno dell’ambientalismo istituzionale. C’erano molti cittadini e ci sono stati molti interventi. Neanche questo forse è piaciuto: sono stati definiti «interventi pilotati», quasi a negare l'istintiva avversione dei pavesi alla cementificazione del “loro” parco. È una scena che abbiamo già visto nell’era Capitelli, la quale però ha atteso un pochino prima di dirci apertamente che meglio sarebbe stato non farla innervosire. E i valori sono i valori: Capitelli ci ha regalato la dedica del parco del Castello a “Giovanni Paolo II” e “Via 8 Marzo” l’hanno emblematicamente sistemata dietro al cimitero di San Giovannino, verso il Crematorio. Sandro Bruni ieri sera ci ha invece offerto la citazione del cardinal Bertone, suo faro, anche per la tutela del principio di città come bene comune. Attenzione, con l’aria che tira il parco della Vernavola potremmo un giorno scoprirlo “Parco cardinal Bertone".

* Circolo Pasolini, Pavia

Città&Legalità

21 marzo 2010
Un Comitato in difesa dei diritti dei cittadini
e di controllo sull’operato della pubblica amministrazione
di Irene Campari e Giovanni Giovannetti

La gestione dello spazio urbano è il luogo dove si decide il futuro della città e dei cittadini, dove si decidono il lavoro e sue qualità, gli stili di vita, le modalità di partecipazione alla vita culturale, politica e sociale, lʼuguaglianza o la disuguaglianza tra i ceti e lʼinterazione tra i gruppi sociali. È anche il luogo dove si mostrano le volontà vere delle pubbliche amministrazioni; dove si distingue tra quelle aperte al confronto, trasparenti e coinvolgenti e quelle autoreferenziali e affaristiche che svelano la qualità e la preparazione della classe dirigente. A Pavia stiamo assistendo da circa ventʼanni al realizzarsi di politiche urbanistiche che ignorano il concetto di città come bene comune, di comunità come società che ha accesso a spazi pubblici degni di tal nome, di città dove si può vivere una vita intera relegati nel proprio quartiere privo di servizi od osservando i parchi urbani erosi dalle costruzioni residenziali e le periferie e i terreni agricoli trasformati in piattaforme logistiche. I cittadini vengono informati delle scelte solo dopo che queste sono avvenute, come se la città non fosse cosa loro e lʼurbanistica fosse affare di una oligarchia di addetti ai lavori. In questi ultimi anni abbiamo seguito le vicende della ex Snia Viscosa, del Carrefour, dellʼarea ex Landini, della cementificazione della Vernavola, degli insediamenti logistici, dellʼautostrada Broni-Mortara; abbiamo informato la città su ciò che era in progetto per tutte aree dismesse (ex Neca, ex Necchi, ex Magazzini Cariplo, ex Idroscalo). Lo abbiamo fatto perché nessun altro lo faceva, nemmeno coloro che ne avrebbero avuto il dovere, ossia le amministrazioni pubbliche, Comune e Provincia in particolare. Abbiamo anche informato per primi sul pericolo concreto di infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici e negli interessi conseguenti allʼesorbitante crescita dellʼedilizia residenziale privata a fronte di una popolazione che diminuisce. Abbiamo insistito affinché la legalità degli atti e delle scelte fosse prerequisito per qualsiasi decisione in merito al territorio e al suo uso. Ci è sembrato quindi importante costituire un Comitato permanente che legasse le modificazioni della città alla legalità dei processi che le regolano e che per questo abbiamo chiamato “Città e legalità”. Avremmo più volentieri usato il termine “democrazia”, ma dove non cʼè legalità non ci può essere democrazia, e dove non cʼè informazione libera e autentica possono proliferare illegalità e incompetenza. Il Comitato “Città e legalità” organizza il primo incontro pubblico sul tema urgente della cementificazione del Parco urbano della Vernavola, dopo il voto favorevole (e bipartisan) del Consiglio comunale all’edificazione di altri 20 edifici presso Montemaino lungo la Greenway, a pochi metri dal corso d’acqua, in una delle zone di pregio del Parco.

Fermiamo il cemento nel Parco della Vernavola
martedì 23 marzo alle ore 21 in Santa Maria Gualtieri (piazza della Vittoria)

Ne discutono l’assessore all’Urbanistica del Comune di Pavia Fabrizio Fracassi, il capogruppo del Popolo delle libertà e Presidente della Commissione antimafia del Comune di Pavia Sandro Bruni, gli ex Consiglieri comunali Irene Campari (Circolo Pasolini) e Franco Maurici. Coordina Giovanni Giovannetti.

L’iniziativa è a cura del comitato Città&Legalità, con l’adesione del Circolo Pasolini, della lista civica Insieme per Pavia e della sezione pavese di Italia Nostra.