Archive for the ‘leonardo zanier’ Category

Libers…

20 agosto 2012

di Leonardo Zanier

cuant ch’i vevi il fuscîl
i vevi nemîs
ma lu vevi tolet
par dopo cambiâlu
cu la cjaça
par no jessi obleât
a trai
su chei ch’a mi samèin
no si podeva spietâ
nûts

in chê vôlta i sbaravi
e i speravi
e i podevi preâ
ma no vevi bisugna
i fevelavin di dopo
i volevin judâ i oms
a jessi oms
e no caricaturas di oms
e jessi fradis
a volê il ben
e i crodevin tal ben
lu volevin

parcè che una femina
bessola
e i fîs cença pâri
e nô cença afiets
e cença lavôr
e cença sperança
nol è ben

quando avevo il fucile
avevo nemici
ma lo avevo preso
per poi cambiarlo
con la cazzuola
per non essere obbligato
a sparare
su quelli che mi assomigliano
non si poteva aspettare
nudi

allora sparavo
e speravo
e potevo pregare
ma non ne avevo bisogno
parlavamo
di dopo
volevamo aiutare gli uomini
a essere uomini
non caricature di uomini
a essere
fratelli
a volere il bene
e credevamo nel bene
lo volevamo

perché una donna
sola
e i figli senza padre
e noi senza affetti
e senza lavoro
e senza speranza
non è bene

Leonardo Zanier
LIBERS… DI SCUGNÎ LÂ – LIBERI… DI DOVER PARTIRE – LIBERS… DE DOVOIR PARTIR, Effigie
a settembre in libreria

Liberi… di dover partire

11 agosto 2012

di Leonardo Zanier

Libers… di scugnî lâ: più che poesie in lingua friulana nella loro declinazione carnica, è una geniale e aspra sintesi della costrizione, della disperazione e della speranza che sono sottese al mondo dell’emigrazione. Scritto da un emigrante figlio di emigranti, il testo viene qui affiancato dalle traduzioni in italiano, arabo e francese. Si vorrebbe in tal modo offrirlo a tutte quelle migliaia di uomini e donne immigrati in Italia da altri mondi, in fuga dalla fame o dalle guerre. È un percorso riconoscibile in quello di molti nostri connazionali, partiti nel secolo scorso in cerca di fortuna lontano dalla propria terra e dai propri cari. Leonardo Zanier usa parole dense e ruvide, restituendo il peso di un’esperienza che trova la propria concreta dimensione nella sofferenza e nella povertà.

a chei ch’a stan partint vuê
a chei che incjimò non san lei
o ch’a sgjambiriin
ta pansa di lôr mâri
ch’a nassaran za vuarfins
di pâri

***

a quelli che stanno partendo oggi
e a quelli che ancora non sanno leggere
o che scalciano
nella pancia della loro madre
che nasceranno già orfani
di padre

Leonardo Zanier, LIBERS… DI SCUGNÎ LÂ – LIBERI… DI DOVER PARTIRE – LIBERS… DE DOVOIR PARTIR, di prossima pubblicazione presso Effigie

Marcinelle-Vajont-Cernobyl

11 agosto 2009

di Leonardo Zanier

iniziando da vicino e da lontano
per parlare di energia di modi di vivere
e di mestieri quasi persi
per esempio dalle vacche e dal loro letame
cultura che inizia ai confini della storia:
erba e fieno pascolare governare  e mungere
dunque energia: latte formaggio ricotta e letame
energia per tutti: per pagani e cristiani
per prati e per campi

in Svizzera: si sa banche chimica
turismo cioccolata armi orologi
e sempre meno paura dell’Europa
ma anche contadini montanari
e tante vacche
se ne vedono ancora in autunno: lunghe colonne
a piena strada sane e bene in carne
che scendono pasciute dai pascoli alpini:
sulle corna rametti freschi di abete
fissati da nastri e fiocchi variopinti
con intrecciati fiori di erica e rododendri
sbatacchiando armoniosi campanacci
e incessanti lungo la fila cani che la tengono unita (more…)

Terremoti

10 aprile 2009

di Leonardo Zanier

L’orco

Oh se il terremoto
fosse un orco gigantesco
       diabolico selvatico
       fortissimo e malefico
capace di abbattere senza fatica
torri chiese e storia
e di ridurre in macerie
bicocche e castelli
e come in un incubo
di trasformare in strame
i paesetti dei cargnelli…

Oh se il terremoto
fosse un drago
       nascosto dimenticato
       vigoroso e fiammeggiante
che sottoterra va scavando
proprio ora
per far sprofondare
città e casali
e qua e là a suo capriccio
le case dei friulani… (more…)

Mandi, Eluana

14 febbraio 2009
di Leonardo Zanier

Che il corpo suo sì  vivo…
A Dominici Scandella dicti  Menochio*

Oh Eluana tegninsi pa man
Cença  la poura di slontanâsi mai
Da zoca ch’a vai e ch’i vai

La to sfracassada vita la difindevin chei
Ch’a àn distacât la spina a milions di cerviêi
Lucits in salût fuarts  libers contents biei

Basta pensâ al Menocchio e ai siei
As tantas  Mabiles brusadas ridotas scjernum
Ai fantats trats in gueras finîts paltan  tal paltan

Mandi Eluana mandi Eluana
Cuissà ce che inmò a inventaran
Par stânus sul cjâf tra vuê e doman

A tancj di lôr la to vita no  interessava gran
Mancul che a un mierli un bar sec di ledan
Ma sôl i interes i bêz il podê e no chei ch’a rìvin a chì par fan

Oh Eluana teniamoci per  mano
Senza la paura di allontanarci mai
Dal ceppo che piange che piango

La tua distrutta vita la difendevano quelli
Che hanno staccato la spina a milioni di cervelli
Lucidi sani forti liberi contenti belli

Basta pensare al Menocchio e a quelli come lui
Alle tante streghe bruciate ridotte a strame
Ai giovani buttati nelle guerre diventati fango nel fango

Addio Eluana addio Eluana
Chissà quello che ancora inventeranno
Tra oggi e domani per starci ancora addosso

A tanti di loro la tua vita non interessava affatto
Meno che a un merlo una zolla secca senza vermi
Ma gli interessi sì i soldi sì il potere sì e non la vita di chi per fame arriva qui

Zürich, 11 febbraio 2009

* «La pena dell’heretico […] è quella del fuoco per la legge divina, canonica, civile e consuetudinaria, di modo che il corpo suo così vivo arda,  finisca e si riduca in cenere». Da un manuale veneziano di  pratica criminale, in uso all’epoca della condanna dell’  "eretico" Menocchio, 8 agosto 1599. (Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell’inquisizione 1583-1599, a cura di Andrea Del Col)