Archive for the ‘luciano muhlbauer’ Category

Il grande pasticcio Expo

1 aprile 2014

di Luciano Muhlbauer

L’Expo si farà, non c’è alcun dubbio. O meglio, quasi tutti faranno di tutto perché si faccia, comunque. Troppi si sono esposti, troppe risorse sono state mobilitate e troppe promesse sono state fatte nel suo nome. E quindi, non c’è scandalo attuale o futuro che tenga, indietro non si può tornare. Ma tutto il resto, cioè cosa sarà esattamente Expo e, soprattutto, cosa ci lascerà in eredità, è un problema più che mai aperto. Anzi, è il problema.
Ma iniziamo da quello che Expo sicuramente non sarà. Cioè, non sarà quella cosa presentata a suo tempo al Bie e ostentata da Formigoni, Moratti e Penati nella grottesca Victory Parade del 2008. Il progetto originario è stato ripetutamente tagliato, ridotto e modificato. Vi ricordate, tanto per fare degli esempi, delle vie d’acqua navigabili, della linea metropolitana M6 o dell’orto planetario? Ebbene, oggi non solo tante cose non ci sono più, ma anche molte delle opere connesse sopravvissute non saranno pronte per l’evento.
Colpa della crisi, dirà qualcuno. Certo, la crisi ha peggiorato la situazione, ma il percorso era viziato sin dall’inizio. Infatti, una cosa era il progetto presentato per farsi assegnare l’Expo, ma ben altra faccenda era la realtà fatta di prepotenti appetiti immobiliari e speculativi, di cui lo scontro istituzionale tra l’allora Sindaco di Milano, Letizia Moratti, e l’allora Presidente regionale, Roberto Formigoni, ambedue di centrodestra, era un fedele riflesso. Eravamo solo nel 2009, ma già allora un preoccupato “Corriere della Sera” titolava Expo, l’occasione (quasi) perduta.
Oggi e qui, quando manca soltanto un anno all’evento, Expo si presenta come un grande pasticcio. Un pasticcio pesantemente contaminato dal malaffare e dalle infiltrazioni malavitose. (more…)

L’Expo della precarietà

6 marzo 2014

Maroni vuole le regole contrattuali in tutta la Lombardia
di Luciano Muhlbauer

L’Expo 2015 è tante cose. È cemento, business immobiliare e vetrina, ma è anche una grande promessa, soprattutto di lavoro e reddito. E indubbiamente un po’ di occupazione e denaro fresco arriverà con il grande evento e l’afflusso di visitatori e turisti, ma il punto è un’altro: di che tipo di posti di lavoro stiamo parlando?
Si tratta di un quesito decisivo, eppure se ne parla poco e male. Anzi, a livello pubblico si tende a eludere o a banalizzare il problema, come se in questi tempi di crisi sociale e di paura del futuro fosse sufficiente la promessa di un lavoro qualsiasi, a condizioni qualsiasi e con una paga qualsiasi. Invece no, non può bastare, specie se di mezzo ci sono istituzioni pubbliche e organizzazioni sindacali.
E da questo punto di vista c’è da essere preoccupati, seriamente preoccupati, perché in queste settimane, senza che se ne parli troppo in giro, tra le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil e gli uomini del Presidente lombardo, Maroni, sta girando una bozza di accordo che intende estendere nel tempo, nello spazio e negli ambiti d’applicazione il cosiddetto modello Expo, cioè il protocollo firmato tra Expo 2015 Spa e sindacati confederali milanesi il 23 luglio dell’anno scorso.
La bozza c’è, anche se è praticamente impossibile recuperarne una copia. Se ne ha notizia soltanto grazie a qualche dichiarazione sparsa di Maroni e della Cisl e, soprattutto, a un articolo dell’Unità del 4 marzo, che cita parti del documento. Insomma, secondo l’Unità l’accordo si intitola “Un patto per il lavoro ed Expo in Lombardia” e prevede l’estensione del modello milanese a tutto il territorio lombardo per un periodo di due anni, cioè dal 1 luglio 2014 fino al 30 giugno 2016.
Per poter inserire nei contratti di lavoro la “causale Expo”, che motiva tecnicamente le deroghe alle norme contrattuali vigenti, sarebbe poi sufficiente che un’azienda o un ente dimostrasse un qualche legame, anche vago, con il grande evento. (more…)

No Tav non è terrorista

21 febbraio 2014

L’appello dei famigliari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò

Ci sono cose che accadono esattamente nel momento giusto, o sbagliato, a seconda dei punti di vista. E il proclama dei “Nuclei operativi armati”, con le sue minacce di morte e il suo inneggiare alla lotta armata, fa senz’altro parte di quelle cose. Infatti, è stato recapitato alla stampa a soli tre giorni dalla giornata nazionale di mobilitazione del movimento No Tav del 22 febbraio (a Milano l’appuntamento è alle 14 in piazza XXV Aprile), che ha al suo centro la richiesta di liberazione di quattro attivisti, incarcerati in regime di massima sicurezza e accusati incredibilmente di terrorismo.
Non ho la più pallida idea chi ci sia dietro la sigla Noa, anche se la storia recente del nostro paese potrebbe suggerirci qualche ipotesi. Ma è assolutamente certo che quel comunicato è contro il movimento No Tav, che infatti lo ha bollato come deliranti follie. Ed è altrettanto certo che danneggia la campagna contro l’escalation repressiva che sta colpendo il movimento.
Già, perché ci sono I quattro attivisti, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, detenuti da più di due mesi e accusati di terrorismo. Il fatto a cui si riferisce l’accusa è un assalto a un cantiere dell’alta velocità in Val di Susa nella primavera dell’anno scorso. In quella occasione fu danneggiato un compressore, ma nessuna persona si era fatta male. Terrorismo?
Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò rischiano di pagare il conto, in termini di decine di anni di reclusione, di una campagna che tenta di delegittimare l’intero movimento No Tav, perché se è terrorista l’azione a cui avrebbero partecipato, allora tutto il movimento è di fatto connivente. O almeno questo è il messaggio che passa a livello di opinione pubblica.
Associarsi alla richiesta di liberazione di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò non significa sposare in toto tutte le pratiche che si danno in Val di Susa, ma vuol dire avere a cuore la democrazia, la libertà e la giustizia nel nostro paese. E significa anche non guardare da un’altra parte quando quattro giovani vite rischiano di essere ingiustamente stritolate.
Per questo vi propongo di raccogliere l’appello dei familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, che potete leggere qui sotto.
E se vi va, sabato 22 febbraio ci sono anche le iniziative e le mobilitazioni, lanciate dal movimento No Tav.  
(Luciano Muhlbauer)

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Ridateci Formigoni…

18 dicembre 2013

Scuola. Maroni taglia e in troppi tacciono
di Luciano Muhlbauer

C’è una Lega delle parole e c’è una Lega dei fatti. La prima ama i comizi e si proclama forza del popolo, la seconda governa tre regioni del Nord e fa più o meno il contrario di quello che dice la prima. Storia vecchia, direte voi. Può darsi, ma qui non si tratta di discutere del passato, bensì del presente e di uno dei temi sociali e politici più rilevanti: la scuola e il diritto allo studio.
Ebbene, lunedì mattina a Milano c’è stata una protesta contro la trovata del Presidente regionale Maroni di tagliare drasticamente la spesa per la scuola pubblica e, contestualmente, di salvaguardare il consistente finanziamento pubblico alle scuole private. Insomma, come Formigoni, peggio di Formigoni.
Secondo la Lega e i suoi alleati, infatti, i fondi per il “buono scuola”, il sussidio riservato alle famiglie degli alunni delle scuole private, devono rimanere praticamente invariati rispetto all’anno precedente, passando da 33 milioni di euro a 30, mentre quelli destinati alle famiglie delle scuole pubbliche vanno fatti letteralmente a pezzi, riducendo la “dote per il sostegno al reddito” da 23,5 milioni a 5 e quella per il “merito” da 5 milioni a zero. (more…)

Forconi

11 dicembre 2013

di Luciano Muhlbauer

Magicamente sgomita una “cosa” che pretende di (auto)rappresentare chi nessuno più rappresenta, a colmare il vuoto o voragine scelleratamente lasciata da sindacati e partiti di massa, ormai autoreferenziali. Qualcosa non quadra. Ben venga dunque una prima riflessione, di Luciano Muhlbauer, sui cosiddetti “forconi”. Ne seguiranno altre.

Si può cavalcare la tigre dei forconi? I movimenti, i pezzi sparsi di sinistra, l’antagonismo possono attraversare e condividere lo spazio delle giornate “l’Italia si ferma!” e trarne qualcosa di utile e fecondo per una prospettiva di trasformazione politica e sociale? È sufficiente farsi un giro in rete e sui social network per capire che questa domanda aleggia un po’ ovunque. E pertanto è giusto e necessario parlarne.
Metto subito le mie carte su tavolo: io non penso si possa fare. Ma non perché condivida alcuni approcci un po’ troppo semplicistici, che ahinoi abbondano sul lato sinistro del mondo, per cui si preferisce mettere la testa sotto la sabbia di fronte a fenomeni e conflitti sociali che non rientrano nei nostri canoni tradizionali o che fatichiamo a leggere. Come se, così facendo, potessimo davvero esorcizzare una realtà che non è come la vorremmo. (more…)

Aler, la riforma ingannevole

7 dicembre 2013

di Luciano Muhlbauer

L’hanno chiamata pomposamente “Riforma dell’Aler”, qualcuno persino “super riforma”, ma in realtà per gli inquilini delle case popolari non cambia niente e nulla cambierà in relazione alla sempre più esplosiva questione abitativa. Molto più prosaicamente, quella approvata il 26 novembre dal Consiglio regionale lombardo è una obbligata e parziale riorganizzazione della governance del sistema delle Aziende lombarde per l’Edilizia Regionale, con l’aggiunta di un rafforzato controllo politico della presidenza regionale.
Infatti, il provvedimento, che tecnicamente costituisce una modifica della legge regionale n. 27/2009 (Testo unico delle leggi regionali in materia di edilizia residenziale pubblica), accorpa una serie di Aler, riducendo quindi il loro numero da 13 a 5 (Milano, Lodi-Pavia, Brescia-Cremona–Mantova, Bergamo–Lecco-Sondrio, Busto Arsizio–Como–Varese-Monza Brianza), ed elimina gli attuali consigli d’amministrazione, sostituendoli con un presidente unico nominato dal governo regionale. In conseguenza di questo riordino, che comporta il taglio di 144 incarichi, si prevede un risparmio di 2,5 milioni euro.
Appunto, un provvedimento praticamente obbligato, considerati i livelli di deficit di bilancio raggiunti dalle Aler (quello di Milano supera da solo i 100 milioni) e il talvolta impressionante degrado amministrativo e morale, come nel caso milanese, dove le spese pazze per consulenze ammontavano ormai a 2,7 milioni di euro e le infiltrazioni malavitose erano state favorite, secondo la Procura, direttamente dall’ex assessore regionale alla casa, Domenico Zambetti. Ma anche un intervento parziale e manifestamente insufficiente, più che altro una pezza messa per superare l’emergenza. (more…)

Sparano

22 novembre 2013

Tiro al bersaglio sui dipendenti pubblici
di Luciano Muhlbauer

C’è una costante nelle manovre finanziarie di questi anni di crisi e austerity: il tiro al bersaglio contro i dipendenti pubblici. E, ovviamente, non fa eccezione neanche questo 2013, anzi. E così, il blocco della contrattazione e degli stipendi viene prorogato fino alla fine del 2014, quello dell’indennità di vacanza contrattuale addirittura fino al 2017 (a buon intenditor poche parole…) e arriva pure un taglio secco e lineare delle ore di lavoro straordinario. (more…)

Il Comune di Sedriano sciolto per mafia

16 ottobre 2013

di Luciano Muhlbauer

Sedriano, ovest milanese, poco più di 11mila abitanti, è il primo Comune lombardo ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa. L’ha deciso il Consiglio dei Ministri del 15 ottobre, accogliendo le raccomandazioni contenute nella relazione della Prefettura di Milano di questa estate.
Quanta acqua è passata sotto i ponti dal giorno in cui un altro Prefetto milanese, Gian Valerio Lombardi, affermò che a Milano la mafia non esisteva. Sembra un secolo fa, eppure era soltanto il gennaio del 2010. Nel frattempo, però, la favola che il crimine organizzato fosse una questione meridionale, accreditata anche dalla Lega, ha iniziato a vacillare sotto i colpi dei dati di fatto.
Per prima arrivò l’Operazione Infinito dei magistrati antimafia di Reggio Calabria e Milano, scattata nel luglio 2010, che evidenziò che in Lombardia la ‘ndrangheta fosse ormai una presenza talmente capillare, radicata e diffusa, da poter contare su un sistema di complicità che coinvolgeva settori dell’imprenditoria locale, della pubblica amministrazione e della politica. Non a caso, i magistrati milanesi erano particolarmente severi con gli imprenditori coinvolti, poiché consideravano la loro mancanza di collaborazione non come il frutto della paura, bensì della convenienza.
L’operazione Infinto era un piccolo shock per l’opinione pubblica e qualcosa iniziò a cambiare. (more…)

No Tav

29 luglio 2013

C’è chi invoca una soluzione militare
di Luciano Muhlbauer

In democrazia, anche quando questa è un po’ malmessa, come nel nostro caso, non dovrebbe essere mai lecito ricercare una soluzione militare a un problema politico. E lo Stato non dovrebbe mai cedere alla tentazione di delegittimare il dissenso, criminalizzandolo. Invece, in Val di Susa tutto questo sta pericolosamente accadendo da un po’ di tempo e questa mattina, tirando in ballo accuse come “terrorismo” e “eversione”, è stato decisamente superato il livello di guardia.
La cronaca ci parla di dodici perquisizioni ai danni di altrettanti attivisti No Tav, in Val di Susa e a Torino, legate alle recenti mobilitazioni e motivate dalle ipotesi di reato di cui all’art. 280 del codice penale, cioè “attentato per finalità terroristiche o di eversione”…
Non si tratta semplicemente di un’accusa esagerata, anche se indubbiamente lo è, ma di qualcosa di più grave e preoccupante. E il fatto che quella accusa sia saltato fuori proprio ora, a soli due giorni dalla marcia degli oltre 3mila No Tav, che ha visto la partecipazione di molti amministratori della Valle, la dice più lunga di mille parole sul senso, o il non senso, di scelte di questo tipo.
L’obiettivo dell’operazione non è colpire “i violenti”, bensì il movimento nel suo insieme, che è fatto di abitanti della Valle, anzitutto, ma anche di attivisti che vengono da fuori. In quel movimento puoi trovare l’antagonista, così come il Sindaco. E le cose non sono separabili, come ha peraltro ricordato la conferenza stampa dei Sindaci No Tav del 25 luglio scorso.
Quello che non si perdona alla Val di Susa e al movimento No Tav è il fatto che esista e resista ancora, che non si sia frantumato o diviso, che abbia mantenuto radicalità e consenso. Con la sua esistenza e resistenza ricorda quotidianamente a un paese colpito duramente dalla crisi e dall’austerity l’assurdità di una grande opera tanto inutile, quanto costosa per le casse pubbliche. E, così facendo, ricorda anche l’assurdità di una politica governativa, su questo da sempre attestata sulle larghe intese, che continua ad insistere, sorda alla voce del movimento e alla ragione, arrivando persino a compiere lo scempio della militarizzazione di una valle in tempo di pace.
Molto si dirà e si scriverà ancora sul provvedimento della Procura torinese di questa mattina, ma il senso di quello che sta accadendo mi pare chiaro e limpido sin d’ora.
Così come chiara e limpida deve essere da subito la solidarietà con il movimento No Tav, perché questo è il momento non lasciarlo da solo, perché non possiamo e non dobbiamo permettere che gli venga appiccicato addosso l’etichetta del “terrorismo”.

La misura è colma

10 ottobre 2012

di Luciano Muhlbauer

La misura è colma, decisamente e definitivamente. Con l’arresto dell’Assessore regionale alla Casa la ‘ndrangheta si è manifestata dalle parti del Palazzo della Regione non più come ombra o ipotesi, ma come dato di fatto e certezza giudiziaria.
Mancano ormai quasi le forze per commentare i continui scandali in Regione Lombardia, poiché non solo la lista si sta allungando all’inverosimile, ma soprattutto Formigoni non accenna a fare l’unica cosa ragionevole rimasta da fare, cioè dimettersi, mentre la Lega, quella che nei comizi esibisce le ramazze, continua a blaterare di cose incomprensibili e tenere in vita l’agonizzante governo Formigoni.
Ma la vicenda Zambetti deve essere commentata, assolutamente, perché nel suo immenso squallore evidenzia meglio di mille parole il grado di depravazione raggiunto dal sistema di potere formigoniano che domina la Lombardia da quasi un ventennio. Infatti, in essa si rispecchia la frontiera più avanzata ed estrema della corruzione morale e politica: l’incontro con il crimine organizzato, cioè con la ‘ndrangheta.
Domenico Zambetti, nella Giunta Formigoni sin dal 2005 e fino a stamattina Assessore regionale alla Casa, è stato arrestato con un accusa gravissima: compravendita di voti con la ‘ndrangheta e concorso esterno in associazione mafiosa. Oltre Zambetti, ci sono anche molti altri indagati ed arrestati, ma il dato di fondo che emerge dall’operazione è il medesimo: l’intreccio di rapporti tra criminalità organizzata, politica ed istituzioni.
Per quanto riguarda Regione Lombardia, scossa da innumerevoli inchieste giudiziarie, tra cui anche quella che riguarda il Presidente Formigoni, per la vicenda Maugeri-Daccò-Simone, non si tratta della prima volta che si palesa l’ombra della ‘ndrangheta. Già nel 2010, in occasione dell’operazione Infinito, saltò fuori il nome di un ex-assessore di Formigoni, cioè Massimo Ponzoni, definito negli atti dell’inchiesta come “capitale sociale” dell’organizzazione criminale.

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Capitale immorale

9 ottobre 2012

di Luciano Muhlbauer

C’era un tempo in cui Milano veniva chiamata capitale morale e la Lombardia si considerava geneticamente estranea a fenomeni come la mafia o la ‘ndrangheta. E quando si verificavano fatti eclatanti di corruzione politica o di crimine organizzato, allora, così si diceva, si trattava di eccezioni che confermavano la regola o di semplici prodotti di importazione, perché mica siamo a Roma o nel Meridione. La Lega, ai suoi tempi d’oro, ne aveva fatto uno dei suoi principali brand e, senza ombra di dubbio, aveva colto un diffuso sentire comune.
La convinzione che certe cose non potessero accadere da queste parti è sopravvissuta fino ad oggi, sebbene in maniera ormai un po’ traballante. Ancora poco più di due anni fa, il Prefetto di Milano, tuttora in carica, aveva affermato che in Lombardia c’erano sì delle famiglie mafiose, ma che la mafia non esisteva.
Parole inquietanti in sé, visto che richiamano alla mente affermazioni analoghe di un passato non troppo lontano, ma poi smentite totalmente anche dai fatti alcuni mesi più tardi: nel luglio 2010 i magistrati antimafia di Reggio Calabria e Milano fecero scattare l’operazione Infinito, che evidenziò che la ‘ndrangheta era ormai una presenza capillare, radicata e diffusa, che poteva contare su un sistema di complicità che coinvolgeva settori dell’imprenditoria locale, della pubblica amministrazione e della politica. Non a caso, i magistrati milanesi sono stati severi con gli imprenditori coinvolti, poiché consideravano la loro mancanza di collaborazione non come il frutto della paura, bensì  della convenienza.

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Solidarietà ai terremotati. Cosa fare a Milano

31 Maggio 2012

di Luciano Muhlbauer

Ci sarà ancora molto da dire e da discutere sul terremoto che ha colpito l’Emilia e il mantovano, specie per quanto riguarda (ancora una volta!) la prevenzione e le norme antisismiche. Già, perché la ragione del crollo di quei capannoni di recente costruzione, responsabili della morte di tanti operai, è purtroppo estremamente banale: non erano costruiti per far fronte ad oscillazioni orizzontali, cioè a terremoti anche di entità media…
Una questione che riguarda direttamente la sfera pubblica, del legiferare e del governare, così com’è di responsabilità pubblica, a partire dalla Presidenza della Repubblica, la stupefacente e stupida autoreferenzialità che ha portato alla conferma della parata militare del 2 giugno.
Di tutto questo si parlerà ancora, anzi si sta già parlando. E giustamente, aggiungo. Tuttavia, oggi è anche il momento di fare un’altra cosa e con urgenza: portare alle popolazioni colpite la nostra solidarietà, umana e materiale.
Umana, perché in situazioni come queste non sentirsi soli è un aiuto molto concreto e importante. Materiale, perché c’è bisogno di un sacco di cose nel momento dell’emergenza, come ci confermano peraltro gli appelli che giungono anche in queste ore dai territori colpiti. Certo, sono cose di cui si deve occupare lo Stato, nelle sue molteplici articolazioni, e poi, direte voi, ci sono gli sms da mandare, le grandi campagne di sottoscrizione delle grandi organizzazioni, delle tv eccetera. Tutto vero, anche se su certe campagne ci sarebbe molto da ridire, ma poi c’è anche qualcosa d’altro, di maledettamente prezioso. Cioè, la solidarietà diretta e diffusa che, per fortuna, si sta mobilitando anche questa volta.
Ebbene, io penso che le iniziative dal basso, di solidarietà diretta vadano sostenute e praticate. Non vi voglio proporre liste esaustive di azioni, ma semplicemente elencarne alcune, di cui sono a conoscenza, delle quali penso ci si possa fidare e che sono coordinate con i territori colpiti. Le trovate qui sotto. Per il resto, vi invito ad usare lo spazio dei commenti per aggiungere, integrare ecc.

A Milano, il centro sociale Zam ha allestito un punto di raccolta materiale (dall’acqua ai pannolini fino ai piatti di plastica), operativo da oggi. L’iniziativa è coordinata con il lavoro del Laboratorio AQ 16 di Reggio Emilia e con le attività delle Brigate di Solidarietà Attiva. Per tutte le info cliccate qui: RACCOLTA DI MATERIALE PER LA POPOLAZIONE DELL’EMILIA COLPITA DAL TERREMOTO.

Poi ci sono dei conti correnti, su cui effettuare dei versamenti. Eccovi due:

Arci nazionale d’intesa con l’Arci dell’Emilia Romagna e della Lombardia (per info clicca qui):
Banca Etica
c/c 145350
Iban: IT 39 V 05018 03200 000000145350
intestazione: ASSOCIAZIONE ARCI
Causale -Emergenza TERREMOTO in NORD ITALIA
Via dei Monti di Pietralata, n.16
00157 Roma

Usb (Unione Sindacale di Base):
BANCA UGF
IBAN: IT36 X031 2702 4090 0001 2345 678
FEDERAZIONE USB EMILIA ROMAGNA
CAUSALE: PRO TERREMOTO

I "neri"

17 ottobre 2011

Scrive Luciano Muhlbauer: «Quello che con linguaggio datato si chiama “black bloc” e che altri chiamano “i neri” o “gli agitati” non sono dei marziani o degli agenti infiltrati di qualche servizio segreto, ma un’area politica anarchica che esiste in Europa e in Italia. Non sono apolitici, ma hanno una visione politica, che assomiglia molto al “no future” di altri momenti della nostra storia recente. E attenzione a non banalizzare! Il loro discorso può calzare a pennello con la condizione sociale concreta e, soprattutto, con la percezione della propria condizione di una parte non indifferente di giovani del nostro tempo. Insomma, il sistema è alla frutta, la sinistra tradizionale è parte del sistema alla frutta, non c’è alcuna speranza per noi, se non la comunità degli insorti, e, quindi, non rimane che accelerare e accompagnare la distruzione del sistema. Una visione immensamente pessimistica, ma è una visione, agli occhi di chi la condivide, che giustifica e che da senso alla pratica della distruzione di cose. Quell’area politica a Roma c’era nel corteo, peraltro ben visibile, così come c’è nelle grandi città. Non sono reduci di battaglie del passato, ma in larghissima parte giovani e giovanissimi. Hanno deciso di esserci e di portarvi la loro pratica. E loro hanno iniziato». Li hanno lasciati fare. Di alcune intenzioni bellicose al Viminale sapevano da tempo, già che erano state minutamente annunciate in rete. E forse a taluni dimorati in palazzo Grazioli e in Parlamento andava bene così già che ora, fra l'altro, per qualche giorno, non sentiremo parlare del nano sotto pressione e delle sue ballerine né tanto meno delle sacrosante ragioni "altre" dei manifestanti – centinaia di migliaia – scesi a Roma per una pacifica manifestazione di massa. Di seguito riprendo per esteso il commento di Muhlbauer (federazione della Sinistra) e un secondo di Mirko Carletti, poliziotto e sindacalista del Silp Cgil.

Le lucciole e le lanterne di Luciano Muhlbauer

In genere, in casi come questi, è sempre preferibile darsi un po’ di tempo e far sedimentare le impressioni e le emozioni, prima di abbandonarsi alla pretesa di formulare valutazioni e letture. Ma non sempre ciò è possibile e sicuramente non è possibile all’indomani della mobilitazione del 15 ottobre, poiché noi non siamo né sociologi, né filosofi, bensì attivisti e protagonisti.
E poi, come hanno dimostrato già le prime ore, forte è la tentazione di affidarsi a qualche luogo comune o a qualche schema un po’ troppo schematico per spiegarsi quello che è successo ieri nelle strade di Roma, rischiando così di prendere lucciole per lanterne.
Quindi, con la consapevolezza dei limiti di tutte le parole pronunciate a caldo, ecco alcune valutazioni, che auspichiamo possano essere un contributo al dibattito del e nel movimento. Ebbene sì, del e nel movimento, perché il problema è tutto nostro.
 
1. Anzitutto, va evidenziato e sottolineato un dato di cui praticamente non si parla più, ma che sarebbe idiota e autolesionista ignorare da parte nostra, soprattutto perché era un dato non scontato alla vigilia: cioè, la grande è straordinaria partecipazione alla manifestazione.
Ieri a Roma non era nemmeno necessario evocare il consueto balletto dei numeri, perché bastava il colpo d’occhio o la telefonata con l’amico che pensavi fosse dietro di te, invece era ancora imbottigliato davanti alla stazione Termini, per capire che il corteo era più che riuscito, che non c’erano soltanto i militanti delle reti più o meno organizzate, ma che c’era anche quell’eccedenza che, in ultima analisi, fa i movimenti.
Talmente grande era la partecipazione che buona parte del corteo non si è nemmeno accorto di quello stava avvenendo in testa. Quando in San Giovanni erano già in corso gli scontri, la coda iniziava ad imboccare via Cavour.
 
2. In secondo luogo, la tesi del parallelo con quanto accaduto a Genova dieci anni fa, con i black bloc di allora, le infiltrazioni di polizia eccetera, non ci convince per nulla. Beninteso, siamo persuasi anche noi che ci sarà stato qualche fascio che si è mescolato a qualche scontro e che le forze dell’ordine più che ostacolare abbiano agevolato alcune dinamiche, dalla condizione di via Cavour, dove il giorno prima non erano stati messi nemmeno i consueti divieti di sosta, fino ai criminali caroselli di blindati che spazzavano una piazza San Giovanni piena di gente. Ma crediamo, semplicemente, che evocare complotti e infiltrazioni non spieghi affatto la giornata di ieri e, soprattutto, che serva più che altro per autoconsolarci, tranquillizzarci e non affrontare di petto i problemi, i nostri problemi.
Sono passati dieci da Genova e molte cose sono cambiate. Quello che con linguaggio datato si chiama “black bloc” e che altri chiamano “i neri” o “gli agitati” non sono dei marziani o degli agenti infiltrati di qualche servizio segreto, ma un’area politica anarchica che esiste in Europa e in Italia. Non sono apolitici, ma hanno una visione politica, che assomiglia molto al “no future” di altri momenti della nostra storia recente.
E attenzione a non banalizzare! Il loro discorso può calzare a pennello con la condizione sociale concreta e, soprattutto, con la percezione della propria condizione di una parte non indifferente di giovani del nostro tempo. Insomma, il sistema è alla frutta, la sinistra tradizionale è parte del sistema alla frutta, non c’è alcuna speranza per noi, se non la comunità degli insorti, e, quindi, non rimane che accelerare e accompagnare la distruzione del sistema. Una visione immensamente pessimistica, ma è una visione, agli occhi di chi la condivide, che giustifica e che da senso alla pratica della distruzione di cose.
Quell’area politica a Roma c’era nel corteo, peraltro ben visibile, così come c’è nelle grandi città. Non sono reduci di battaglie del passato, ma in larghissima parte giovani e giovanissimi. Hanno deciso di esserci e di portarvi la loro pratica. E loro hanno iniziato.
Ma, anche qui, non prendiamo lucciole per lanterne. Alla fine, verso San Giovanni, a scontrarsi con la polizia non erano soltanto loro, a meno che non si voglia sostenere seriamente che 2 più 2 faccia 10… No, era un pezzo più ampio del corteo che, una volta partiti gli scontri con la polizia, si è fatto coinvolgere.
Perché? Perché erano lì e non volevano stare a guardare di fronte a quello stava accadendo? Perché era già sceso in piazza con quello stato d’animo? Perché pensava che questo era un modo, un po’ politicista, ma non per questo meno reale, di regolare i conti con altre aree del movimento, considerate troppo moderate? Chissà, probabilmente tutte queste cose messe insieme.
Comunque sia, rimane un fatto, che segna una distanza e una diversità non indifferente con Genova 2001. Allora, il rifiuto della violenza e, più concretamente, della strada dell’impatto frontale con le forze antisommossa era sentimento dominante e diffuso, come avrebbe dimostrato il dopo: la reazione alla bestiale repressione di Genova non fu la violenza, bensì il suo contrario, per parecchi anni.
Oggi è diverso. Dalle mobilitazioni dell’Onda al 14 dicembre dell’anno scorso, passando per la Val di Susa, è emersa una realtà nuova, fatta di un rapporto diverso con la piazza, i divieti e le forze dell’ordine. E questo non riguarda soltanto qualche piccola realtà organizzata (che non sarebbe una novità), ma settori più ampi. Insomma, un cambiamento di clima che ieri ha fatto sì che non ci fosse un fuggifuggi generale di fronte alla colonne di fumo che si levavano in via Labicana, ma il grosso dei manifestanti continuasse ad andare in quella direzione, compresa quella parte, molto significativa, che urlava agli “incappucciati” di smetterla.
 
3. In terzo luogo, se quanto sopra detto ha un senso, dobbiamo tentare anche un primo bilancio sul percorso di preparazione del 15 ottobre qui in Italia. E proviamo a buttare lì alcune considerazioni in maniera un po’ ruvida. Il percorso di avvicinamento al 15 è stato difficoltoso, perché, sebbene tutte le aree di movimento, i sindacati conflittuali (dalla Fiom ai sindacati di base), l’associazionismo eccetera convergessero e concordassero sull’appuntamento internazionale lanciato dagli indignados spagnoli, su tutto il resto prevalevano le divergenze. Cosa fare in piazza, come proseguire dopo il 15, le parole d’ordine caratterizzanti, le prospettive politiche eccetera, tutto questo divideva. Eravamo forse ai livelli unitari più bassi da tempo.
Nulla di sorprendente, perché la disunità prevale da un po’ e i tempi sono complicati, ma in fondo la politica, anche quella di movimento, è fatta per cambiare le cose e non semplicemente per prendere atto dell’esistente. O no? Comunque, c’è stato un tavolo di discussione e un tentativo unitario, il Coordinamento 15 ottobre, dove c’erano quasi tutti, ma non si è riusciti ad andare oltre il minimo sindacale. E quindi, nel percorso di avvicinamento al corteo hanno prevalso le mediazioni che non accontentavano nessuno, gli appuntamenti di parte e la competizione tra le varie aree sulla visibilità eccetera. E tutto questo, a nostro avviso, ha reso più facile che si potesse guardare al 15 ottobre come ad un giornata dove ognuno era libero di fare quello che gli pareva.
Beninteso, questo non è un atto di accusa verso nessuno, ma l’evidenziazione di un problema collettivo, che ci troveremo di fronte anche nelle prossime scadenze. Cioè, un problema che richiede una soluzione.
Ieri sera, tornando a Milano da Roma, mi è venuto in mente un documento che avevo letto quest’estate. Si intitolava Cos’è una resistenza popolare, era firmato “Network Antagonista Torinese (askatasuna-murazzi-cua-ksa) e Comitato di lotta popolare no tav – Bussoleno” e si riferiva alla lotta della Val di Susa. Tra le altre cose diceva che “tacere sui limiti soggettivi dei movimenti non è d’aiuto”, criticava la logica dell’autoreferenzialità, sosteneva che “la Val Susa non è il Luna Park dove trovare quell’appagamento che non si trova sui propri territori” e riteneva necessario il rispetto delle decisioni collettive. Ebbene, forse i firmatari del documento non saranno d’accordo che lo citiamo in questo contesto e forse non c’entra niente, ma mi era venuto in mente e quindi mi sembra giusto dirlo.
Abbiamo scritto un fiume di parole, ma succede così quando si scrive a caldo e quando si vogliono evitare fraintendimenti. Ce ne scusiamo. Ora la domanda che rimane è la solita: “quindi, che facciamo?”.
Io non ho ricette pronte e credo, specie in questo caso, che bisogna trovarle insieme, altrimenti non funziona. Ma sono altrettanto convinto che, per poterlo fare, bisogna parlare chiaro, abbandonare luoghi comuni e mistificazioni. E, in questo senso, mi sento di dire due cose.
Primo, non possiamo più permetterci che l’andamento di un appuntamento collettivo venga determinato dalle decisioni unilaterali di una parte. Non è un problema burocratico, è un problema politico di tutto il movimento e di tutte le sue articolazioni. A meno che, ovviamente, non si pensi che nella società e nella politica debbano essere solo gli altri a decidere e che ai movimenti spetti semplicemente il ruolo di fare le standing ovation oppure un po’ di riot.
Secondo, smettiamola di mistificare e mettiamo sul tavolo le opzioni politiche. Cioè, esplicitiamo le proposte, i percorsi e gli orizzonti. Il governo che viene? Le alternative? Quali? I contenuti? Il rapporto con le forze politiche? Le pratiche? Eccetera, eccetera. Non sto parlando di tavole rotonde in qualche circolo, il dibattito si fa anche con le iniziative e con il conflitto. No, sto parlando di trasparenza e partecipazione.
Rispondere a questi due quesiti non risolve tutti i problemi, ma ci farebbe fare qualche passo in avanti, di cui peraltro abbiamo a questo punto disperato bisogno.
Ieri a Roma eravamo tantissimi, eravamo un embrione di movimento. Forse le scelte e le decisioni di qualcuno l’hanno ucciso. Forse no. Comunque, dipende soltanto da noi e non da qualche forza oscura o da qualche complotto.

Lo Stato irresponsabile di Mirko Carletti

Dopo la difficile giornata di ieri e una notte che avrebbe dovuto portare consiglio al risveglio mi trovo con le stesse convinzioni di ieri: in piazza San Giovanni è stata sconfitta la democrazia.
La rete mette a disposizione materiale su quello che è accaduto ieri, c’è l’imbarazzo della scelta: ci sono i violenti che devastano (minoranza) e le persone pacifiche (la maggioranza) che manifestavano e che cercavano addirittura di fermare i violenti. La condanna delle forme di violenza è alla base della civiltà e della convivenza e questo è il primo punto fermo; il secondo è la libertà di espressione e di manifestare nel rispetto della leggi, questo purtroppo non è avvenuto e la responsabilità va attribuita allo Stato che attraverso le sue Istituzioni non è riuscito a garantire lo svolgimento di una manifestazione. 
Che senso ha criminalizzare il movimentismo? Chiedergli l’isolamento dei violenti? Il movimento esprime disagi, rappresenta problematiche che una classe politica vera ascolterebbe per trovare soluzioni attraverso soluzioni legislative.  Il male superiore diventano le persone che scendono in piazza o quelli che approfittano di questi eventi per mettere in pratica violenze e devastazioni? Si rischia di trasformare le vittime in carnefici se si generalizza in modo superficiale. Perché le Istituzioni non riconoscono di aver fallito? L’ordine Pubblico di ieri è stato fallimentare e ha segnato una sconfitta per tutti noi.
Ieri se non fossi stato di servizio avrei partecipato con mio figlio, qualcuno forse può darmi del violento o tacciarmi per uno che non contrasta la violenza?
La città era blindata, gli uffici periferici praticamente chiusi per aver fornito uomini e mezzi all’emergenza della capitale e il risultato è sotto gli occhi di tutti; che l’apparato della sicurezza non ha funzionato è evidente come il fallimento di una sistema che si limita a blindare senza prevenire. 
I modelli di ordine pubblico non si creano con un giorno ma se per anni si svuotano di significato gli apparati investigativi (con tagli o continui prelievi per pattuglioni e ordine pubblico) resta solo il modello “militare” fatto di un’enorme “fanteria” dislocata per strada senza una preparazione adeguata e senza equipaggiamenti. 
 eri ero con altre decine di colleghi in piazza del parlamento, la stragrande maggioranza non aveva esperienze di Ordine Pubblico, personale preso in ogni ufficio per fronteggiare il grande evento, siamo stati schierati e pronti ad intervenire dalle 13 fino alle 22 potendo fruire del solo sacchetto vitto delle 13 e senza altro fino alle 23.00 (inizio servizio alle 11,30 e fine servizio ore 23.00), un fallimento anche dell’organizzazione interna che continua a non rispettare i lavoratori di polizia, i loro contratti e la loro dignità professionale. 
Il modello “militare” era stato applaudito in occasione del 1° Maggio  (nonostante violazioni contrattuali nei confronti dei lavoratori di polizia) e ieri invece si è dimostrato fallimentare, come lo era stato il 14 dicembre, evidentemente perché lo stesso modello non può essere applicato per il black bloc e per i pellegrini.
Oggi molti dei colleghi coinvolti negli scontri saranno nuovamente impiegati per garantire l’ordine pubblico allo stadio, ragione in più per ritenere questo modello non più accettabile anche per limiti operativi evidenziati e per la mancanza di rispetto per i lavoratori di polizia.
Noi che facciamo sindacato e conosciamo i meccanismi interni le pecche di un modello militare che è solo scenico, dove la preparazione e la professionalità sull’ordine pubblico sono subordinate alla “scenografia”. Quando poi si creano situazioni di guerriglia urbana è difficile tenere la situazione sotto controllo, se non si riesce  a prevenirle dopo diventa difficile, se non impossibile, gestirle. In altre occasioni si è bonificato il percorso, sono stati tolti i cassonetti e  sigillati i tombini proprio per prevenire incendi e la possibilità di alzare barricate.
Un modello diverso di società e un diverso modello di ordine pubblico sono alla nostra portata o resteranno un’utopia?
Lo squallore peggiore continua a fornirlo gran parte della classe politica che sta esasperando il paese con la loro politica di macelleria sociale, con manovre economiche che non intaccano ricchezze e privilegi ma affamano le persone e che si presenta in tv a commentare e strumentalizzare proteste legittime e pacifiche nella stragrande maggioranza, incapace di comprendere che alla base di tutto ci sono loro e della loro incapacità di governare nell’interesse pubblico.
Oggi proporranno inasprimenti delle pene, nuove compressioni dei diritti individuali facendo finta di non capire che la sicurezza urbana, che loro continuano a tagliare, non si esaurisce con il contrasto alla prostituzione ma passa per tutte le libertà, anche quelle di scendere in piazza per poter esprimere le proprie idee.

Era un uomo buono e giusto

26 gennaio 2011
di Luciano Muhlbauer

Samuel Ruiz Garcia, vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, è morto lunedì scorso, il 24 gennaio 2011, all’età di 86 anni. Sotto la sua guida la diocesi di San Cristobal si era schierata a fianco delle popolazioni indigene del Chiapas (Messico), sfruttate, discriminate e sottoposte alle violenze dei latifondisti e dello Stato. Non le avrebbe mai abbandonate, neanche quando scelsero la via della ribellione e dell’insurrezione con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln). È stato sempre dalla parte della giustizia e della liberazione e non da quella del potere e della sopraffazione, come fece prima di lui Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador, assassinato nel 1980 dagli squadroni della morte. Mi pare giusto e necessario rendergli omaggio.