Archive for the ‘mariella mehr’ Category

La trilogia in fiamme

30 marzo 2013

di Roberta Salardi

Ho partecipato all’acquisto di alcuni libri in vendita solidale seguito all’incendio doloso che ha avuto come oggetto, nella notte fra il 30 e il 31 dicembre 2012 a Pavia, la casa dell’editore giornalista scrittore Giovanni Giovannetti. Nel rogo sono andati in fumo molti libri del magazzino. Quell’incendio secondo gli inquirenti è da mettere in relazione con altre azioni intimidatorie compiute nell’ultimo periodo ai danni di attivisti politici che si battono da tempo contro la criminalità organizzata, la speculazione edilizia e il consumo del territorio nell’area pavese e lombarda.

Uno dei libri bruciacchiati, salvati e ritornati nel circolo delle letture grazie all’iniziativa della vendita solidale, è Accusata di Mariella Mehr, autrice svizzera d’origine zingara dalla vita travagliata e traumatica. Nella prima infanzia fu infatti strappata alla madre e affidata a famiglie diverse e orfanotrofi, per via di una legge tesa alla sedentarizzazione forzata che restò in vigore in Svizzera fra il 1926 e il 1972. Ci troviamo di fronte a un’autrice che è stata traumatizzata e psichiatrizzata.
Per combinazione, questo libro parla di una piromane, di una psicotica che fa il resoconto dei suoi delitti a un giudice istruttore e ad altri carcerieri/carceriere. Un monologo talvolta frastagliato che in alcune parti drammatiche diventa flusso di coscienza senza punteggiatura, altrove, seppur raramente, puro delirio.
Ecco alcuni brani interessanti per lo stile.
Nell’incipit il delirio è lucido, espresso in forma razionale e comprensibile, perfino saggia (di una sua propria forma di saggezza che deriva dalla profondità delle esperienze vissute):

Sono in stato di grazia. Uccido. Dunque sono.
Se riduco la mia vita a questa formula breve, posso considerarla pienamente riuscita. Come un’opera d’arte compiuta, cui non manca nessuna sfumatura e che è perfetta sotto ogni punto di vista. Che Lei ci creda o no, vi sono contenuti perfino i colori dell’amore. Persone come me sono considerate incapaci d’amare, com’è noto. A torto o a ragione, dipende dal modo da cui si guarda una vita. (more…)

Mariella Mehr a Parole nel Tempo

24 settembre 2010
Belgioioso, 25 settembre, ore 17

La grande scrittrice e poetessa svizzera di etnia Rom Mariella Mehr sarà a Belgioioso sabato 25 settembre. Insieme allo psichiatra Giovanni Foresti, alla traduttrice e scrittrice Anna Ruchat e a Gabriella Vincenti, alle ore 17 presenterà le poesie di San Colombano e attesa, scritte nei mesi di degenza presso la clinica di San Colombano, a trenta chilometri da Pavia, e tradotte da Anna Ruchat.
Le apparizioni pubbliche di Mariella Mehr sono ormai rarissime. Memorabile la "Serata Mehr" del 19 marzo 2007 al Teatro Fraschini di Pavia, di fronte a un pubblico composto in prevalenza dai Sinti italiani di piazza Europa e via Bramante e dai Rom rumeni della Snia. Altrettanto memorabile la sua partecipazione all'edizione 2008 del mantovano Festivaletteratura.
Nel gennaio e nell'ottobre 2007 Mariella Mehr si trovava a San Colombano, in clinica, per un tentativo di disintossicazione dall'alcol. Dei due soggiorni a San Colombano e del tempo di attesa tra l'uno e l'altro sono rimaste queste poesie. Duri promemoria di sofferenza. Lucide annotazioni strappate all'inaccettabile.

* * *

Troppo in alto sventoli la bandiera
sopra questa mezz'ora di mezza vita.
 
Niente si spezza così,
soltanto le pietre piangono
e i confini del linguaggio rimangono a maggese,
non stimolati,
quanto ci sarebbe da fare ancora.
 
Un incubo tocca il giorno
al quale andavo incontro sognando la speranza.
 
Ride male la donna degli incubi.
Ancora sono selvaggina di un'ipocrisia qualunque
e di una qualunque rabbia.
 
10 novembre 2007
(traduzione dal tedesco di Anna Ruchat)

* * *

Quanto dolore può sopportare un essere umano? C’è una dose per ciascuno? Una quantità per la vita? Oltre quale soglia la persona si spezza? E come mai qualcuno si spezza producendo grande letteratura? Mariella Mehr, nata nel 1947, ha subìto nei primi anni di vita una vasta gamma di soprusi che l’hanno ferita per sempre nel corpo e nella psiche. La persecuzione degli zingari, gli jenische, in Svizzera, che spin- ge avanti l’ombra della shoah fin quasi all’inizio degli anni Ottanta, la investe in pieno: sua madre, lei, suo figlio, ne saranno vittime. Mariella si “salva” grazie all’attività politica e giornalistica e più tardi a quella letteraria. E tuttavia la “salvezza” non è guarigione, le ferite interne vengono continuamente stuzzicate, quelle esterne pesano nella vita di ogni giorno.

Autrice di numerosi romanzi, quattro raccolte di poesia e diverse opere teatrali, Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947 e vive da molti anni in Toscana. I suoi libri tradotti in italiano sono Silviasilviosilvana (Guaraldi 1995), il romanzo Il marchio (Tufani 2001) e – presso le edizioni Effigie – Labambina (2006), Accusata (2008) e le poesie Notizie dall’esilio (2006) e San Colombano e attesa.

poesia

12 luglio 2009

di Mariella Mehr

A quest’ora
non vola solo il papavero
a quest’ora scorre polvere di stelle
fuori da tutte le caverne.
In questi giorni si apre una parola
dopo l’altra e sboccia
e muore
ed è a se stessa tomba.

Se venisse uno
a depurarmi
il cielo infangato.
Noi condividiamo, gli griderei,
pane di lupo e gemme d’anemoni, sbrìgati,
prima che il sogno arido ci sradichi. (more…)

Mariella Mehr

19 febbraio 2009

La scrittice zingara si racconta

Intervista di Luciano Minerva a Mariella Mehr
Mantova, settembre 2006

Un suo libro, una raccolta di poesie si chiama Notizie dall’esilio. Cosa contiene questo titolo?

“Notizie” erano la prima cosa che ho scritto quando sono venuta in Italia per vivere. Anche quello per me in un primo tempo era un certo esilio, perché sono venuta in Italia dopo aver subito attacchi dai neo-nazisti perché ero conosciuta come comunista. Esilio per me però non è solo quello dalla Svizzera, per me tuitto il mondo è un esilio. Dove ci si sente veramente bene? dove ci si sente bene con tutto il corpo, con il cervello, insieme, in armonia? Devo dire anche che per me vivere non è una necessità.

Dentro la sua scrittura, nei romanzi, nelle storie c’è un fortissimo livello di violenza. Da dove arriva e come l’ha trasformato in scrittura?

Io sono nata in un mondo molto violento. Era la prima cosa che ho conosciuto da piccola ed é normale che me ne preoccupi, perché è la violenza che ha formato la mia vita, ma oggi questa violenza non è più la mia vita. Non scrivo più in modo così autobiografico. Oggi m’interessa la violenza in tutto il mondo, perché come si potrà trasformare questa violenza in una forma diversa di parlare insieme, di discutere insieme, di vedere i problemi che abbiamo insieme?

Lei parla di violenza fin dalla nascita. Qual è il “progetto” da cui è nata la sua storia?

Questo progetto, dell’associazione Pro Juventute, voleva eliminare tutti i rom della Svizzera. Non hanno più lasciato entrare gli zingari stranieri, durante la guerra c’erano tanti zingari che chiedevano asilo, e non potevano entrare. Noi (oltre 600 bambini, n.d.r.) ci hanno divisi da mamme e papà, ci hanno messo in asili o, come me, già a cinque anni in una clinica psichiatrica.

Come è uscita da quest’esperienza. Come ha fatto trasformare in scrittura e in patrimonio di tutti la sua storia sua e quelle di tanti altri come lei che però non sapevano raccontare?

Prima ne sono uscita politicamente. Ho fatto lavoro politico contro lo Stato svizzero che faceva queste cose criminali. Sapevo che questo periodo, tra il 1926 e il 1974, deve essere scritto per la storia della Svizzera, perché fa parte della storia della Svizzera. Solo dopo ho cominciato a scrivere poesie, romanzi, il primo è stato “Silviasilviosilvana”, l’unico davvero autobiografico sulla mia vita e sull’istituzione della Pro Juventute. Poi ho vissuto i problemi della violenza, ma non solo contro i rom, ma la violenza in questo mondo. E questo mi ha spinto a scrivere ancora di più e non ho ancora trovato la risposta su questo problema.

Ma come è diventata padrona della lingua tedesca, con questa complessità e creatività della struttura narrativa e del lessico?

Per sei mesi nella mia adolescenza sono stata in un istituto, per iniziare il ginnasio ma dopo sei mesi ho finito, perché ero troppo pericolosa per gli altri e queste suore avevano una biblioteca meravigliosa. Io mi sono fatta una chiave per questa biblioteca. Ma prima che per leggere, per sentire … questo odore dei libri. E poi ho cominciato a leggere, ho cominciato veramente dalla A alla Z Ho letto tutte le notti sotto le coperte con la lampada. Così a tredici anni ho conosciuto Sartre, Nietszche, perché essendo loro tutte universitarie, avevano il diritto di avere questi libri in biblioteca. E leggendo si impara una lingua, si trovano le parole. Un essere umano che non legge non può scrivere.

Quanto la sua scrittura è un atto di ribellione?

Prima sì, era ribellione, quando ho scritto la mia vita. Adesso è un’altra forma di ribellione contro tutta la violenza. Ma le poesie hanno un’altra ragione. Con le poesie io parlo della mia tristezza, perché non c’è solo la Mariella che è furiosa, che è sempre sul punto di saltare, c’è anche la Mariella che è triste, che ha tante depressioni che vengono da quello che ho subito nella mia vita quando ero giovane.

Lei parla di vittima e carnefice come fossero due gemelli siamesi. Significa che la violenza continua a portare sempre più violenza?

Penso che quando hai vissuto nella tua vita solo con violenza, è normale che puoi rispondere solo con violenza. Non farlo è un lavoro della testa, che capisce finalmente che così il circolo della violenza non si apre mai. Io un giorno dovevo vedere questo, che non serve rispondere così, serve di più parlare di tutte queste cose come letteratura che leggono anche i rom.

Lei diceva anche, nell’incontro al Festivaletteratura, che i rom non riconoscono un’èlite letteraria.

Sì, fino a poco tempo fa era così, ma adesso cominciano a creare un élite intellettuale, non solo nella letteratura, ci sono filosofi, c’è tutto nella nostra società. Ma questo forse si sa, anche nel mondo normale è così. Quando io parlo con gente che non sa leggere o scrivere, devo fare sempre attenzione a non essere troppo “alta”, a capire la loro lingua e parlare la loro lingua.

Anche della sua lingua lei è stata espropriata.

Sì, era vietato fino al 74 parlare il romanes in Svizzera. E così io posso parlare con i rom ma il mio è un romanes incredibile, perché a 50 anni imparare una nuova lingua è un po’ difficile. Ma non è un problema, perché i rom parlano tutte le lingue, italiano, inglese, francese, tedesco, per cui in qualche modo ci si comprende sempre.

Secondo lei che cosa ingnoriamo totalmente sui rom?

Il fatto che hanno portato una grande parte della cultura indiana in Europa. La musica dei rom ad esempio viene dall’India. E’ cambiata in questi anni, ma è sempre musica dell’India. Anche la pittura dei rom è una cosa molto speciale, e poi la cultura della famiglia, della tribù che è sempre insieme. La vita “normale” in Italia è meglio che in Svizzera. Ma nella vita dei non-rom non c’è questo sentimento familiare, questo aiuto quando uno è malato, quando ha problemi con lo Stato, io credo che la cultura della famiglia è un grande regalo che i rom hanno portato dall’India.

Lei viene da una cultura nomade ed e stata costretta dalle circostanze a stare ferma, che esperienza è stata?

La vita nomade dei rom non fa parte della loro cultura questo era stato per forza, perchè nessuno li voleva, allora sono andati da un Paese all’altro. Allora perchè non essere a un punto dove si sente bene solo i non rom pensano che il nomadismo faccia parte della cultura dei rom ma non è vero. La cultura dei rom prevede la famiglia pensare agire il nomadismo non ha niente a che fare con quello il nomadismo e’ forzato perche’ nessuno li voleva.

In tutti i suoi libri c’e questo problema fuggire dagli altri e cercare gli altri…

Questo è anche un problema personale. Perché non scriverne? A volte non so dove sono esattamente con i miei pensieri, con il mio punto di vista sul mondo, con la mia situazione privata. Non vivo con i rom, vivo da sola, ogni tanto li vado a cercare, sono la voce dei rom in svizzera e adesso anche in Toscana, in Italia. Tutti vengono da me perché risponda ai problemi che hanno. Ho molta esperienza ma non posso rispondere a tutto, sono cose private con questi problemi vai da un prete (e ride)

La felicità sembra un miraggio, ci sono dei momenti i cui intravede delle luci di felicità?

Mi vede … posso essere anche tanto felice. Forse è per questo che scrivo tutta la tristezza nei miei libri, per essere nella vita normale felice anche con gli amici e con altre persone.

http://www.rainews24.rai.it

Zingari

9 ottobre 2008
di Laurence Jourdan

Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta in questo Paese dal 1934 al 1975. A partire dal periodo compreso fra le due guerre, in tutta Europa, sotto la pressione di una "nuova scienza", l’eugenetica, e nel quadro di un’inquietante febbre nazionalista, si attuano politiche di eliminazione o di controllo dei "devianti sociali" e degli stranieri. La Germania nazista le porterà al parossismo, ma esse furono attuate, sotto altre forme, anche dal governo elvetico nei riguardi degli zingari.
 
«Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita […] I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische […] Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto […] tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari». Oggi Mariella Mehr, scrittrice jenische (una comunità gitana), vive in Italia. Da oltre venticinque anni consegna alla carta la memoria di quella comunità della Svizzera vittima, negli anni tra il 1926 e il 1972, di quella vera e propria caccia al nomade che fu l’operazione Enfants de la grand-route (Bambini della strada maestra). Come varie centinaia di altri figli di nomadi, Mariella era stata tolta di forza ai suoi genitori. Nella sua famiglia, tre generazioni sono state vittime di questa politica di sedentarizzazione forzata: prima di lei, sua madre, e poi anche suo figlio. Settantadue anni dopo, i risultati di una ricerca storica hanno dissipato ogni "ambiguità" su questa operazione. Nel giugno 1998 Ruth Dreyfuss, consigliere federale oggi presidente della Confederazione elvetica ha dichiarato pubblicamente: «Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l’Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza».
Nell’arco di quasi mezzo secolo, in Svizzera oltre seicento bambini jenisches sono stati sottratti a forza alle loro famiglie dall’Opera di soccorso Enfants de la grand-route, che aveva un unico mandato: quello di sradicare il nomadismo. Con questo proposito, i figli del popolo itinerante erano sistematicamente sottratti ai genitori e collocati presso famiglie affidatarie o negli orfanatrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici.
Nell’ambito del programma che doveva plasmarli secondo i modelli della società sedentaria, questi bambini hanno subito atti di razzismo, umiliazioni e maltrattamenti. Queste vessazioni, più accentuate nella Svizzera tedesca e nel Ticino, sono state minori nella Svizzera francese.
«Sradicare il male del nomadismo»
L’Opera di soccorso Enfants de la grand-route era stata creata nel 1926 dalla celebre e prestigiosa federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute, cui era stato affidato l’incarico di «proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio».Il fondatore e direttore di quest’organismo, Alfred Siegfried (1890-1972), è stato il terrore dei bambini gitani, tanto che gli jenisches lo paragonano a Hitler. Per braccare gli zingari, il dottor Siegfried beneficiava dell’infallibile collaborazione della polizia e delle autorità pubbliche cantonali e comunali.
Accanitamente determinato a «sradicare il male del nomadismo, fin dall’infanzia, attraverso misure educative sistematiche e coerenti», Siegfried era animato da un razzismo viscerale nei confronti della comunità dei girovaghi, che definiva «inferiori», «psicopatici», «deficienti» o «mentalmente ritardati». Lo scandalo esplode infine nel 1972, grazie al settimanale svizzero "Der schweizerische Beobachter". Un anno dopo, la Pro Juventute è costretta a procedere allo scioglimento dell’Opera.
Messa di fronte a questa pagina nera della sua storia, nel 1987 la Confederazione elvetica riconosce la propria responsabilità morale, politica e finanziaria nell’operazione. Si dovrà tuttavia attendere il 1996 per uno studio storiografico su quel periodo, intrapreso da tre storici della Beratungsstelle für die Landgeschichte (Centro di consulenza storica nazionale) su incarico del Consiglio federale, con il proposito di definire «gli obiettivi, le strutture, i finanziamenti e le attività dell’Opera di soccorso Enfants de la grand-route», e «per porre in evidenza il ruolo della Confederazione e quello della Fondazione Pro Juventute».
I risultati, resi pubblici nel giugno 1998 a Berna, sono agghiaccianti. Fin dagli anni Venti il moderno stato amministrativo elvetico, deciso a combattere ogni forma di marginalità, aveva preso la risoluzione di ricorre a misure coercitive per sottomettere i cittadini non conformi ai suoi ideali di ordine. Gli zingari, considerati «devianti sociali», o anche «fannulloni, gente trascurata e in gran parte degenerata», erano definiti «vagabondi congeniti» dall’antropologia criminale dell’epoca. Il loro stile di vita, incompatibile con i principi morali della società borghese che vedeva «nella vita errabonda la via verso il crimine», doveva quindi essere normalizzato.
Gli jenisches, il cui nomadismo era strettamente legato all’attività economica, si spostavano con tutta la famiglia e davano la preminenza, più che alla scolarizzazione dei bambini, alla trasmissione dei mestieri. La loro cultura e il loro stile di vita divennero il bersaglio delle autorità: «Chiunque voglia combattere efficacemente il nomadismo deve mirare a far saltare la comunità dei girovaghi e porre fine, per quanto ciò possa apparire duro, alla comunità familiare. Non esistono altre soluzioni», scriveva il dr. Alfred Siegfried. L’operazione Enfants de la grand-route, teoricamente inserita nel quadro di una «politica di assistenza sociale e di previdenza», in realtà altro non era che una politica di sedentarizzazione forzata, destinata, come hanno rivelato gli storici, a «liberare la società dai mali rappresentati da queste famiglie e gruppi di nomadi, considerati come inferiori».
Fin dal 1930, il Dipartimento federale di giustizia e polizia pianificava la sottrazione dei bambini per il decennio successivo, mentre il Dipartimento dell’Interno metteva a disposizione i fondi per finanziare l’operazione. Secondo gli autori della ricerca storica, «le sovvenzioni della Confederazione coprivano dal 7 per cento al 25 per cento del bilancio dell’Opera di soccorso». E questo finanziamento è stato rinnovato fino al 1967! L’operazione era inoltre finanziata da vari mecenati e associazioni, oltre che dalla vendita di francobolli e opuscoli propagandistici pubblicati dalla fondazione.
Su richiesta dell’Opera di soccorso fu realizzato un censimento della popolazione itinerante. E Alfred Siegfried si fece nominare tutore di più di 300 bambini, i cui genitori erano stati posti sotto curatela. Secondo la sua tesi, la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare era la condizione previa per la riuscita delle sue mire educative.
Scriveva infatti: «Ogni volta che per la nostra benevolenza, o per un disgraziato (sic) incontro, qualche bambino non ancora adattato, o di carattere instabile, entra in contatto con i propri genitori, il nostro lavoro è azzerato». Robert Huber, sottratto alla famiglia a soli otto mesi, ha incontrato per la prima volta sua madre a vent’anni. «Davanti a me c’era una donna completamente estranea. E questa donna, mia madre, mi ha detto che avevo altri dieci fratelli e sorelle […] La famiglia non esisteva più. Nessun di noi sapeva dove fossero gli altri […] Gli jenisches avevano l’obbligo del servizio militare. E mentre erano sotto le armi, i loro figli venivano portati via. Quando tornavano, trovavano le mogli piangenti. E se protestavano, le autorità minacciavano di rinchiuderli in un ospedale psichiatrico o in carcere».
Cittadini svizzeri, gli jenisches erano assoggettati a tutti i doveri, ma non godevano di alcun diritto. Questa politica fu largamente sostenuta dal clero. I bambini dovevano innanzitutto assimilare i valori dell’ordine e del lavoro per essere socializzati, ma l’istruzione che ricevevano era ridotta al minimo. Per i maschi, l’unica prospettiva era l’apprendistato, mentre le ragazze venivano confinate al lavoro domestico. La loro realtà quotidiana era fatta di maltrattamenti, razzismo e a volte anche abusi sessuali. Erano comandati a bacchetta dalle suore di qualche istituto religioso, nelle aziende agricole (dove venivano utilizzati come manodopera a basso costo) e spesso nei penitenziari. Nell’arco di diciott’anni, la signora Uschi Waser, presidente dell’Associazione Naschet Jenische (Alzati, jenische) è passata per ventitré diverse istituzioni! Sconvolta dalle opinioni che la riguardavano contenute nelle 3.500 pagine del suo dossier, spiega che: «Siegfried sosteneva (che) tutti gli zingari sono cattivi, ladri e bugiardi […], non perché abbiano imparato a mentire, ma perché nascono così».
Diversi scienziati svizzeri condividevano questi pregiudizi e ne hanno tratto spunto per le loro ricerche, approfittando spudoratamente dell’operazione Enfants de la grand-route per architettare tesi sull’«inferiorità ereditaria» dei nomadi.
Furono praticate anche sterilizzazioni forzate, benché non in maniera sistematica. Nel suo rapporto sull’attività dell’Opera di soccorso nel 1964, il dottor Siegfried scriveva: «Il nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne».
Ed ecco la testimonianza di Mariella Mehr: «Quando si accorsero che a tre anni rifiutavo di parlare, decisero di farmi parlare per forza. Usavano una specie di vasca da bagno. […] Il paziente veniva fatto sdraiare lì dentro, bloccato fino alla testa da un’asse di legno perché non potesse uscirne. E là rimaneva finché l’acqua diventava ghiacciata. Si poteva restarci anche per 17, 18 o 20 ore». Lo psichiatra Joseph Jürger, per lunghi anni direttore della clinica Waldhaus di Coira, dove erano stati internati numerosi jenisches, fu uno dei primi ideologi svizzeri dell’igiene razziale. Secondo il resoconto degli storici, nel 1988 molte di queste vittime della scienza al servizio della politica (un centinaio circa) erano tuttora internate nelle cliniche e negli istituti.
Dal 1987 tutti gli incartamenti relativi all’azione dell’Opera di soccorso sono stati depositati presso l’Archivio federale di Berna. A questi documenti, di proprietà dei Cantoni, assoggettati a un periodo di prescrizione di cento anni, possono accedere solo gli stessi jenisches. I quali però impauriti, e nel timore che quelle carte potessero finire per danneggiarli, ne chiesero in un primo tempo la distruzione. Solo più tardi, quando si è finalmente alzato il sipario sull’ipocrisia della neutralità elvetica, si sono resi conto di quanto fosse importante salvaguardare la loro storia. E hanno misurato fino a che punto questa politica aveva minato le fondamenta della loro cultura di popolo itinerante. Secondo le valutazioni, in Svizzera vi erano 35.000 jenisches, divenuti in maggioranza "gitani del cemento" cioè sedentari. Sono ormai solo 5.000 quelli che continuano a percorrere le strade della Confederazione.
L’operazione Enfants de la grand-route si è sviluppata in un contesto europeo "favorevole", nel periodo tra le due guerre, quando abbondavano le pubblicazioni sulla "patologia" del nomadismo e sulla criminalità ereditaria degli zingari. L’Europa, scossa da un’inquietante febbre nazionalista, era tesa a restaurare i valori morali della società e a preservare la cultura occidentale. La situazione demografica preoccupava gli economisti, e l’elevata natalità dei ceti operai e "marginali" era percepita come un pericolo per le élites, oltre che una minaccia per gli interessi della società capitalista. Per essere forte, la nazione doveva liberarsi dalla zavorra di gente «debole», dei «devianti sociali» e degli stranieri, suscettibili di rallentare la sua crescita economica. L’eugenetica antinatalista si rivelava come una soluzione a questo problema di «igiene sociale».
Fin dal 1908, il britannico Francis Galton, inventore di questa nuova scienza che ha preso il nome di eugenetica, e fondatore (nel 1907, insieme a Karl Pearson) del Galton Laboratory for National Eugenics, postulava «la creazione di società eugeniche in tutto il mondo». Quest’ideologia si proponeva di migliorare la specie umana intervenendo sul patrimonio genetico, e raccomandava il controllo della riproduzione attraverso la sterilizzazione o la castrazione di chi avrebbe potuto «indebolire biologicamente» la razza.
Gli scienziati svizzeri incaricati di sradicare il nomadismo, che si ispiravano in larga misura agli ideali nazional-socialisti, hanno contribuito a rafforzare quella politica, sfociata poi, durante la seconda guerra mondiale, nello sterminio di almeno 500.000 zingari. «All’epoca, era in atto una stretta collaborazione tra scienziati, e in particolare tra psichiatri tedeschi e svizzeri […]; e questi ultimi hanno svolto un ruolo importante nell’elaborazione della legislazione del Terzo Reich […]», conferma lo storico Walter Leimgruber, uno degli autori del rapporto. E fu proprio in Svizzera, nel Cantone di Vaud, che nel 1928 si votò la prima legge europea sulla sterilizzazione dei malati mentali.
Lo psichiatra svizzero Ernst Rfdin (1874- 1952), direttore della Psychiatrische Universitètsklinik di Basilea, è stato uno dei cofondatori, e dal 1933 anche presidente, della Società di Igiene razziale tedesca. Rfdin, che prescriveva l’internamento di alcolisti e malati mentali, ha finito per aderire al partito nazional-socialista, ed è stato tra l’altro uno dei tre autori della legge per la sterilizzazione obbligatoria dei ritardati mentali congeniti, dei maniaco-depressivi, degli schizofrenici, degli epilettici, dei ciechi e dei sordi per cause ereditarie, degli alcolisti gravi ecc., votata in Germania nel luglio 1933, che ha portato alla mutilazione di circa 400.000 persone. Sulla base di questo testo si giunse poi, il 18 settembre 1939, alla risoluzione sull’eutanasia dei malati mentali. In Svezia sterilizzazioni forzate fino al 1975. In Francia, il chirurgo e biologo Alexis Carrel, Premio Nobel per la medicina nel 1912, elaborò un programma «di aristocrazia biologica ereditaria attraverso l’eugenetica». L’autore de L’uomo, questo sconosciuto scriveva: «Per perpetuare un’élite, l’eugenetica è indispensabile. È evidente che una razza debba riprodurre i suoi migliori elementi». Grazie al governo di Vichy, Carrel fu autorizzato a creare, nel 1941, la sua Fondazione francese per lo studio dei problemi umani, il cui obiettivo era «lo studio dei vari aspetti e delle misure per salvaguardare, migliorare e sviluppare la popolazione francese».
Negli anni Trenta vari paesi europei adottarono leggi eugenetiche.
Ad esempio, nel 1934 provvedimenti sulla sterilizzazione obbligatoria furono emanati dalla Norvegia e dalla Svezia, seguite nel 1935 dalla Danimarca e dalla Finlandia. Su quella base, gli interventi potevano essere praticati sui malati e ritardati mentali, sugli epilettici e sui soggetti portatori di malattie ereditarie. Inoltre, leggi specifiche dei paesi scandinavi prevedevano la possibilità di praticare questi interventi anche su genitori giudicati inadatti ad allevare adeguatamente i loro figli. Queste misure di sterilizzazione di massa hanno colpito 40.000 persone in Norvegia e 6.000 in Danimarca.
In Svezia, questa politica è stata portata avanti addirittura fino al 1975! In questo paese, il primo a dotarsi (fin dal 1921) di un istituto statale di biologia razziale, le vittime della politica di sterilizzazione, inquadrata in un programma di igiene sociale e razziale, furono circa 63.000. E per il 90 per cento gli interventi, prescritti da medici, erano praticati su donne, a volte adolescenti.
Nel settembre 1997 è stata nominata una Commissione governativa d’inchiesta, che nel marzo 1998 ha proposto un fondo di risarcimento di 175.000 corone (21.000 dollari) per ciascuna delle vittime; il relativo progetto di legge è stato approvato dal parlamento il 19 maggio 1999. Tuttavia, gli aventi diritto ancora in vita, il cui numero è valutato tra 6.000 e 15.000, dovranno dimostrare di essere stati sterilizzati contro la propria volontà, per ragioni inerenti a «disturbi psichici», «epilessia» o «altre deficienze mentali»: dovranno così affrontare una nuova prova, dopo aver dovuto superare il sentimento di vergogna e di umiliazione che li ha imprigionati nel silenzio per tanti anni.

Mariella Mehr. Poesie inedite

8 ottobre 2008
traduzioni di Anna Ruchat 

 

Autrice di numerosi romanzi, quattro raccolte di poesia e diverse opere teatrali, Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947 e vive da molti anni in Toscana. Oltre ai tre volumi pubblicati da Effigie, in Italia sono usciti i romanzi Steinzeit (Età della pietra, Aiep 1995), oggi introvabile, e Brandzauber (Il marchio, Tufani 2001).
Nach der Tarnkappe
hat sich Geist im brackigen Sodom
gesammelt.
 
Nichts mildert das abgesonderte
Licht zwischen
Gedanken und Tod,
ein Teil meiner selbst
hat sich zum Lebewesen
in Schlick bekannt
und wartet geduldig.
 
Die Tarnkappe indes
schützt meinen Schmerz,
ohne den kein Leben wäre.
 
Lübeck 4.10.04
Korr. Jan. 05
 
 
Verso la cappa magica
si è raccolto dello spirito
nella putrida Sodoma.

(more…)