Archive for the ‘oggetti smarriti’ Category

La Luna

3 luglio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n. 10
di Alessandro Zaccuri

Della bellezza non ci fidiamo più. Sospettiamo che ogni capolavoro nasconda un codice segreto, un messaggio cifrato, un complotto, qualcos’altro – qualsiasi cosa, ma non quello che vediamo, ascoltiamo, leggiamo. Non ci fidiamo più, non ci basta più. Siamo o non siamo postmoderni? Siamo o non siamo postumi rispetto a ogni tradizione, a ogni insegnamento ricevuto, a ogni convinzione condivisa? Siamo gli ultimi a essere stati ingannati, i primi ad aver aperto gli occhi. Quello che è stato non ci basta, non possiamo accontentarci di come ce l’hanno raccontata finora. Ed ecco allora Leonardo templare, Shakespeare assassino, Gaudí eliminato per intrighi oscuri. Volendo completare l’elenco, poi, ci sarebbe pure Cristoforo Colombo, che artista non era, ma resta pur sempre un tipo poco affidabile. Anche se in realtà, in quest’ultimo caso specifico, il buon Totò aveva già provveduto ad autodenunciarsi. Ve la ricorderete anche voi, no? la scena della tortura, con il principe de Curtis che, pur di essere lasciato in pace, ammette tutto, perfino di aver scoperto l’America. Codice svelato, complotto sventato.
Con i capolavori, noi, facciamo altrettanto. Li torturiamo, li torchiamo come si meritano, li costringiamo a cantare.
E la colpa non è mica di Dan Brown, intendiamoci. Lui si è semplicemente trovato al momento giusto al posto giusto. Dopo l’11 settembre, tanto per cominciare, quando alle versioni ufficiali non voleva credere più nessuno. Perché forse anche questa è una conseguenza del crollo delle Torri di Manhattan: non ci fidiamo più, neppure della bellezza. Tanto meno della bellezza. Un po’ di photoshop, oggi, non si nega a nessuno, un corpo perfetto può essere il risultato di una giusta calibratura dei pixel o, ancora più prosaicamente, di un giudizioso dosaggio di silicone. (more…)

uno stetoscopio

22 giugno 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n. 09
di Claudio Malvicini

«Questo cos’è, il 14esimo?»
Ecco cosa è diventato questo lavoro – pensa – un continuo conteggio della mia resistenza in una corsa con ostacoli ad altezza variabile. Una corsa senza prospettive, in cui si può solo girare intorno. Come un criceto. E’ come se il correre fosse tutto, non perché dia un senso alle cose ma perché impedisce di pensare alla sua assenza.
Entra il paziente sulle sue gambe e lei sente che a questa notte non ha niente altro da chiedere: solo codici bassi, please.
Sui 30 anni, magro al limite della denutrizione, chiaramente astenico. Non è per questo però che è qui. Dice di sentire da giorni un dolore al petto, sopra il cuore, verso la spalla. Un dolore che sembra una coltellata.
«E’ un dolore che la solitudine acuisce, come se il coltello girasse, e che invece si stempera se penso ad altro».
Più che l’elenco dei sintomi, uguale a mille altri che ha sentito nelle sue notti in Ps, a colpirla sono state la sua voce, profonda e dolorosa, e le parole che ha usato. Un ragazzo colto. Ma quanto ragazzo?
«Quanti anni ha?»
«38».
Pensa che la domanda sia sbagliata. (more…)

una passerella

17 giugno 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.08
di Domenico Settevendemie

Tre ore abbondanti di marcia serrata sul molo, una tesa di cemento conchilifero dritta e stretta, e la mia corsa verso il mare poteva finalmente dirsi compiuta. Non mi restava altro che guardarlo in faccia, il mare, feticcio per le menti, concreto amante per i corpi, complice il vento che a queste latitudini non smette mai di battere il chiodo sulle creature non pinnate che gli si parano contro. Per tutto il tragitto ero stato fermato da diversi gabbiani incipriati di fresco dalla salsedine presa al largo, ne avevo contati ben dodici, tutti visibilmente stanchi, tutti curiosi di sapere il motivo della presenza mia e di quanti tra gli uomini si avventuravano sin lì. La risposta era sempre la stessa: sono, anzi, siamo solo persone a passeggio, ripetevo con tono di sufficienza. Loro parevano non capire. Non si arrendevano all’evidenza, non accettando il fatto che il mare da taluni fosse vissuto come un semplice passatempo, al di fuori di una ferrea disciplina di vita. Nel tentativo di superare le differenze e stabilire una qualche forma primitiva di complicità, a due di loro avevo persino offerto dei fazzoletti per ripulire il piumaggio sporcatosi nel corso della loro quotidiana pesca d’altura. Li accettarono più per cortesia che per reale necessità. Forse che gli uccelli non sanno come togliersi di dosso lo sporco? Si saranno detti, un po’ stizziti. Sì, inutile negarlo, tra me ed i gabbiani, per quanto da entrambe le parti non fossero mancati buoni propositi, era stato impossibile arrivare ad una, seppur minuscola, forma d’intesa. Minuscola come quella lontanissima piattaforma conficcata nell’orizzonte marino al modo di una forchettina ornamentale su di una gigantesca coppa gelato. (more…)

un pezzo di carta

6 giugno 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.07
di Marco Brando

Ciao papà. Tra poche settimane, il 27 giugno, avresti compiuto 88 anni. E – se fossi stato ancora dalle nostre parti – ci saremmo visti domani: per il pranzo con me, Maurizia e Massimo, i tuoi figli, più i tuoi nipoti Davide a Claudio. Negli ultimi tempi il pranzo di compleanno lo facevamo sempre con te, in qualche ristorantino spezzino.
Il tuo ultimo compleanno è stato l’ottantreesimo. Ho le tue foto ai giardini pubblici: avevi il bastone, ma non sapevi ancora che mancavano meno di sei mesi al giorno in cui avresti lasciati.
Beh, noi fratelli ci vedremo anche quest’anno, per festeggiare il compleanno di Massimo e Maurizia (siete tutti di giugno) e il tuo. Mi viene in mente che – finché la mamma è stata bene, fino alle metà degli anni Settanta – si festeggiava tutti assieme il compleanno di ciascuno di noi, comprese la zia Luisa e nonna Ida.
La tavola veniva apparecchiata con le stoviglie belle; e all’arrivo della torta giungeva anche un fotografo che immortalava quel momento. Bello: perché adesso ho le foto di molti anni fa, una dietro l’altra: tutti in posa e sorridenti, man mano più grandi o più vecchi.
Poi morì la mamma, nel 1976; io andai via dalla nostra città per fare l’università (e per non tornare mai più a vivere a La Spezia); Maurizia stava già a Milano… Man mano l’abitudine di celebrare quelle feste si dissolse. Per fortuna ci sono le foto…
Pensa che giorni fa ho fatto stampare, come usava una volta, un bel po’ di recenti fotografie digitali. L’ho fatto perché spero che qualcuna possa arrivare in mano ai miei eventuali figli o nipoti. Temo infatti che la moda delle foto digitali da tenere sui computer (la tua bestia nera, il computer: dicevi che proprio non ti andava giù) non renderà più possibile scovare tra le vecchie carte immagini dei genitori e dei nonni. Né le loro lettere, visto che nessuno scrive più su un pezzo di carta.
Io ho avuto la possibilità di fare queste scoperte, non vorrei privarne chi mi seguirà.
Beh, buon compleanno papà! Saluta tutti lassù.

un verso

23 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.06
di Marcello

«Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri». Così rispose Rainer Maria Rilke al giovane poeta che accusava la realtà quotidiana di essere banale e mediocre, al punto di non offrire motivi per farne dei versi.
Come dire: sta a noi trovarla – la poesia – soprattutto quando la realtà non sembra offrire degli appigli per farlo. Nelle Lettere Rilke dice anche altro: parole che riguardano ciò che si potrebbe chiamare “vocazione”. «Morirebbe, se le fosse negato di scrivere?»
Senza scrivere, senza innaffiare le rose in giardino, senza ridere, senza ascoltare musica, senza scattare foto, senza arrotondare gli spigoli, senza cucinare per gli altri, senza camminare sui trampoli, senza stare a guardare per ore le nuvole, senza godermi il sole. Senza, non potrei vivere.
Non vorrei “smarrire” nulla di tutto ciò.
Il fiore che non sboccia è infelice, e ne muore.

L’intervallo

22 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.05
di Roberta Salardi

C’erano una volta il telefono fisso e un solo televisore in casa. Adesso immagini in movimento e conversazioni telefoniche ci accompagnano pressoché ovunque. Assistiamo al tripudio della telefonia mobile e al proliferare ovunque di schermi pubblicitari o informativi, che ci ossessionano persino lungo i binari dei treni, alle fermate della metropolitana, sugli autobus, nelle sale d’attesa di dentisti o parrucchieri, oltre che nelle grandi piazze o per strada, come a riempire tutti i vuoti possibili. Il nostro è un tempo infarcito di cose, e perdipiù di cose “belle”. Se per esempio accediamo all’atrio di una grande stazione, la varia umanità – con bagagli, cappellini, bambini urlanti e cani abbaianti, coi suoi fastidi e le sue pene – passa presto in secondo piano, poiché la nostra attenzione è attratta in alto, ai lati e in vari punti, da megaschermi che trasmettono caroselli pubblicitari a tambur battente. Onnipresenti immagini rock-and-rolleggianti per la festa inarrestabile degli acquisti e delle vendite, proiettate a ciclo continuo di fronte agli occhi o sopra il nostro capo, c’investono a ondate, ci travolgono, ci disorientano. Magari ci si trova da mezz’ora su un binario della stazione centrale di Milano… ma la nostra inquieta fantasia è invitata ad accomodarsi sui sedili di una vettura di lusso in mezzo a nobili levrieri; può capitare di attendere nella galleria di un tratto di metrò e contemporaneamente venire trasportati su un’assolata spiaggia del Mar Rosso non lontana dalle piramidi. (more…)

una bella piazza

20 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.04
di Armando Barone

Non trovo più i comizi in piazza e, se è per questo, neanche la piazza. Ricordo che una volta c’erano, quegli omini lontani in piedi sul fronte del palco, al fondo della piazza, magari davanti all’antico balcone dei Capitani. Facevano fischiare i microfoni arringando la folla, e la folla fischiava o applaudiva, poi i tanti a casa e i pochi in sezione o in trattoria. Rappresentavano un’altra piazza, giù a Montecitorio, e la loro presenza lì, legittimata dall’autorità e dai notabili del paese, pareva legare le due piazze, questa nostrana a quella lontana, in un raro e prezioso ponte immaginario. E pareva normale che, il giorno dopo, su quella piazza tornasse il mercato e il quotidiano incontrarsi, studiarsi, strusciarsi. In piazza si era sotto gli occhi di tutti, e quel tutti somigliava terribilmente a una comunità. Litigiosa, certo. Ci si innamorava e ci si mandava a fare in culo con eguale, encomiabile impegno.
Oggi, non so: la piazza l’abbiamo rimpiazzata col salotto buono, e «Occhio a non sporcare», «Non alzare la voce», «Non facciamoci riconoscere». Come in casa d’altri. Manca solo che ci mettiamo le pattine.
E i comizi, quelli, li abbiamo trasferiti in hotel e centri congressi, col grande schermo e le poltrone in velluto. E si applaude per forza, perché in platea (al 90%) ci sono i tuoi. Tanto che non sono mica più comizi: le chiamano convention. Come fanno gli agenti di commercio. C’è pure il gadget.
È che prima, quando volevi parlare con la città, andavi in piazza e la città era lì. Adesso, chi lo sa? Vuoi vedere che prima o poi anche la città ci toccherà cercarla all’ufficio Oggetti Smarriti.
Se da grande divento sindaco, la campagna elettorale la faccio in Ape Car.

un paio d’occhiali

20 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.03
di Claudio Malvicini

Non li trovo più, ma non parlo dei miei, che nemmeno li uso. Sono gli occhiali sul volto delle persone che non trovo più, mandati in pensione dalle lenti a contatto. E’ il progresso, va bene.
Ma le lenti a contatto, con quel loro essere una protesi permanente della pupilla, non sono selettive e non costringono chi le porta a fare delle scelte. Inforcare un paio d’occhiali è un gesto che rivela un interesse, qualcosa come gettare un ponte verso l’altro. E’ una fatica che solo la curiosità rende piccola, a volte così piccola da non essere più visibile. Era un modo per dire: «Mi interessa sapere come sei». E meno uno ci vedeva, più doveva dare retta agli altri sensi per capire. Se poi la ragazza che stringevo tra le braccia non ci vedeva era anche meglio, perché quel suo togliersi gli occhiali per sfiorare il mio volto con la guancia era come rinunciare all’armatura; e rinunciare a ogni forma d’armatura è la premessa delle relazioni. Quel metter via gli occhiali era come dire: «Mi fido di te». C’era più amore in quei gesti che nelle parole con cui a volte cerchiamo di rappresentarlo.
Gli sguardi che le lenti a contatto filtrano, invece, sembrano dire: «Ho visto abbastanza, posso andare». Così vedere è una rinuncia più che una conquista.
E poi nell’intimità fa impressione guardare una che armeggia con le proprie palpebre; per non parlare di quando a cadere su di te è la lente, e non l’occhio.
Ho perso gli occhiali e per me da allora è tutto più freddo.

una panchina

10 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.02
di Luisa Voltán

Sopra la panca la capra campa… non l’abbiamo più chiamata panchina da quando il piccolo la ribattezzò ‘lacapacampa’. Fino ad allora era stata un’anonima panchina di pietra che stava a metà strada tra la scuola materna e la casa della nonna. La trovavamo sempre pulita, forse perché nessuno la sporcava (nemmeno i piccioni) o forse perchè qualcuno la puliva. Quando l’avvistavamo libera, all’urlo «lacapacampa!» il piccolo le correva incontro e ci si sdraiava, faccia al cielo. Su quella panchina il piccolo ha imparato un po’ d’educazione: le prime volte è stato arduo motivargli il ‘far posto’ anche agli altri, anche se adulti, anche se sconosciuti. Su quella panchina io ho imparato gran parte di quella misteriosa lingua che era per me il dialetto di questa città. Su quella panchina abbiamo conosciuto la signora Maria, a metà strada tra casa e lo studio del medico. Ci ha fatto spesso ridere di gusto, la signora Maria, coi suoi proverbi anacronistici e la relativa improbabile traduzione in italiano. Mi è capitato di ripassare da quelle parti: c’è una panca di pietra sbreccata e desolata, che nessun passante considera. Lo schienale che la signora Maria non mancava mai di apprezzare è stato malamente divelto. Come fosse scomparsa ‘lacapacampa’ e altrove non ne nascono di nuove, le poche vecchie che resistono non sono in salute. Anche la signora Maria è morta – di morte naturale, come si suol dire – era già molto vecchia in quel tempo, solo una decina d’anni fa. La panchina smarrita mi porta pensieri di paragone tra le ‘panchine d’Abruzzo’ e il ‘nostro terremoto’ sociale ed emotivo, tra cause e colpe dello smarrimento dei nostri e dei loro cuori.

A volte torniamo a ricordare, e nei ricordi anche una fontanella che, poco lontano… ma questa è un’altra storia. O forse è la stessa.

una bandiera rossa

2 maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.01
di Roberta Salardi

Cerco una bandiera rossa rossa, rossa in ogni suo punto, senza segni sovrapposti, senza simboli di partito. All’ultima manifestazione del 25 aprile ce n’era una esattamente così, e alcune simili in un gruppo dei centri sociali. Queste ultime però erano screziate su un angolo dal disegno della falce e del martello, simbolo in cui molti lavoratori salariati non possono più riconoscersi poiché sono cambiati gli strumenti di lavoro. Con la crisi, con le crisi che si succedono, si parla inoltre di progressiva proletarizzazione del ceto medio. I precari, i disoccupati o i molti tecnici di computer, che lavorano con un pc anziché con un martello, sarebbero esclusi dalla bandiera? Per non far torto a nessuno, mi piacerebbe che sventolasse soltanto il colore rosso, in cui tutti coloro che volessero cambiare il mondo potessero riconoscersi.
Ho domandato all’unico possessore di bandiera interamente rossa come se la fosse procurata o se se la fosse fatta da sé, magari ritagliandola da un’altra bandiera, escludendone un simbolo caduto in disuso.

Aveva, questo scampolo di tessuto, un’origine avventurosa. Era caduta in battaglia. Durante gli scontri di Genova del 2001 era caduta a qualcuno durante una fuga per le strade sottoposte alle cariche della polizia. Era stata sollevata e portata in salvo da qualcun’altro, che a sua volta ne era stato salvato! Questo salvatore di bandiere era infatti stato raggiunto da altre incursioni punitive (raccontava forse mitizzando, preso dal racconto di quella giornata straordinaria) era scivolato, istintivamente si era avvolto nel suo drappo e presto l’avevano lasciato stare, come per miracolo.
Non si sa se questo colore nudo e crudo torni presto a comparire da qualche parte, se stia cercando senza dare troppo nell’occhio nuovo spazio, se voglia prendere nuove strade o se sia davvero sparito dalla faccia della terra, tranne che in quel frammento del 25 aprile. Quest’ultima ipotesi, la sparizione, è la più improbabile. Che ne sarebbe del principio speranza, delle utopie che non si può smettere di sognare, del motore della storia? In che cosa dovrebbero credere gli uomini? Forse che la resurrezione dei corpi è più plausibile di una società senza ingiustizie? E poi perché dovrebbe essere così intollerabile il pensiero di un mondo senza classi in cui a tutti venisse dato in base alle proprie necessità?
Hanno provato a dirci, oltre un ventennio fa (e prima ancora) che la storia era finita, che tutto ormai era fermo… io cerco ancora una bandiera rossa da risollevare.