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Bombe e petrolio

17 febbraio 2016

Il risiko mondiale tra guerre e barili

di Marco Bonacossa

“E’ una guerra per il petrolio”. Quante volte abbiamo detto e sentito questa frase in occasione dei conflitti internazionali. Anche per la guerra siriana, uno dei tanti teatri bellici che dilaniano il nostro pianeta, possiamo parlare di una guerra militare geopolitica e di una guerra per il petrolio che si intrecciano, divenendo un’unica ingarbugliata matassa di interessi economici e politici regionali e internazionali.
Facendo una breve sintesi degli schieramenti bellici schierati sul “campo da gioco” siriano troviamo da una parte la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti che appoggiano una non ben definita “opposizione moderata” siriana contro il tiranno Assad sostenuto da Russia e Iran.
Tutti a parole si dichiarano contro l’Isis che controlla la parte nord-est del Paese, tutti dichiarano di voler scendere in campo per sconfiggere militarmente il califfato e ognuno di loro ha bombardato o ha dato supporto tecnico per bombardare le postazioni dei fondamentalisti islamici di Al Bagdadi.
Come abbiamo visto, ed è ormai noto, il vero scopo dei turchi è eliminare o quantomeno ridurre all’osso la capacità militare dei curdi, gli unici attori realmente e quotidianamente coinvolti nella guerra alle truppe del califfato.
L’Arabia Saudita affianca il governo di Erdogan per eliminare un rivale storico come Assad e riaffermare il proprio ruolo egemone nell’area mediorientale messo a repentaglio dallo stato sciita iraniano che può contare sull’amicizia del presidente siriano e dell’Iraq.
La Russia, già vicina alla famiglia Assad dai tempi dell’Unione Sovietica, non può permettere che un suo storico alleato venga deposto dagli amici degli americani e possa perdere ulteriori territori di interesse, oltre a quei territori europei già URSS (vedi paesi baltici, Polonia, Ucraina) e poi passati sotto l’ombrello della Nato.
Oltre all’aspetto militare è importante analizzare anche il ruolo del petrolio in questa storia.
Il prezzo del petrolio nel giugno 2014 era di 115 dollari al barile, oggi siamo a circa 30 dollari.
Una caduta vertiginosa dei prezzi che ha come responsabile, ma non unicamente, gli Stati Uniti d’America che, grazie, alle estrazioni di Shale gas sul proprio territorio riesce a garantire il fabbisogno energetico interno del 55%.
In una situazione mondiale profondamente scossa dalla crisi economica il consumo di petrolio è calato notevolmente e l’Arabia Saudita, che gioca da decenni un ruolo da protagonista, non ha diminuiti affatto i livelli della propria produzione petrolifera, consapevole che ciò avrebbe portato ad un abbassamento dei prezzi, per non regalare fette di mercato ad altri paesi, come Russia, Venezuela, Iran, Iraq, Kuwait. Forte dei suoi dei suoi circa 350 miliardi di dollari di riserve l’Arabia Saudita potrebbe interrompere completamente la propria produzione petrolifera e resistere tranquillamente per circa tre anni (fonte: Limes, n. 12. 2014, p. 244).
Chi invece non può aspettare è la Russia che, ripresasi dal tracollo economico sovietico con la massiccia produzione ed esportazione di petrolio, è entrata in un periodo di recessione e non ha la forza e il tempo di diversificare la propria economia e trovare altrove le entrate per il proprio fabbisogno. Le spese per sostenere la propria politica militare, mai così alta dal 1991, e il discreto benessere della classe media russa, che per la maggior parte è la spina dorsale del sostegno politico di Putin, necessitano di un prezzo medio del petrolio a circa 100 dollari al barile.
Una grossa mano le è stata tesa dalla Cina che ha siglato, nella primavera del 2015, con il proprio vicino di casa un accordo trentennale di forniture di idrocarburi del valore complessivo di 300 miliardi di dollari. Un accordo commerciale che è una vera e propria alleanza.
L’Iran, uscita da poco meno di un mese dal regime delle sanzioni, ha la necessità di far ripartire, velocemente, la propria economia ed ha annunciato l’intenzione di riportare la produzione del petrolio dai 2,9 milioni di barili al giorno di oggi a 4 milioni, ovvero la quota pre-sanzioni.
L’Iraq, invece, che vede drenare tutte le sue entrate nel mantenimento dell’esercito in guerra contro l’Isis, ha una produzione petrolifera molto alta, circa 4,4 milioni di barili al giorno.
Sul Ilsole24ore di oggi è stato scritto di un accordo tra i paesi Opec e la Russia per congelare la produzione di petrolio sui livelli attuali ed evitare così un abbassamento dei prezzi o la perdita di clienti in caso di diminuzione della produzione. Un accordo voluto dall’Arabia Saudita, appoggiata dal Kuwait e dal Venezuela, la cui condizione economica è disastrosa, e accettato malvolentieri dalla Russia che si trova, attualmente, impossibilitata a muoversi. Iran e Iraq, per i motivi sopracitati, non sono affatto d’accordo e se l’ex paese persiano volesse davvero aumentare la propria produzione petrolifera l’accordo salterebbe, il prezzo del petrolio crollerebbe e le economie di molti paesi, Russia in primis, oltre ai loro partner commerciali, vivrebbero un’altra profonda crisi economica. Una matassa davvero inestricabile.

Raffinato scandaloso diabolico 1

10 febbraio 2011
L’affare petrolifero italiano
di Stefano Marchetti
..

Mandando un commento in un sito Internet dal titolo Clamore in Italia su un accordo segreto tra Stato e mafia negli anni 90, ho ricevuto una risposta da un certo Saverio Esposito di Nola Napoli che mi ha posto delle domande. Prima di rispondere ai suoi quesiti, per maggiore chiarezza espositiva, consiglio a tutti quelli che avessero la stessa curiosità di Saverio – e la voglia di leggermi – di fare due cose: studiare molto attentamente tutto quello che è pubblicato in Internet a proposito dello “scandalo dei petroli degli anni 80”; leggere un articolo dal titolo Nel fondo del barile pubblicato dal giornale “Narcomafie” uscito dalla penna di Lucia Vastano. Finita l’introduzione, parto dalla prima domanda di Saverio.

Come funziona il sistema del commercio del petrolio e dei suoi derivati nel nostro paese? L’Italia non è un paese produttore di petrolio. O meglio, in Italia esistono dei giacimenti di petrolio, ma la densità abitativa del territorio ne impedisce lo sfruttamento – ad esempio, in Lucania, è stato scoperto un grosso giacimento, ma se lo sfruttiamo, per via dell’inquinamento e quant’altro… beh, i lucani, con 4 pozzi attivi e la prospettiva di vedersene costruiti almeno altri 40, già adesso stanno giustamente e saggiamente protestando come matti.
L’Italia resta sostanzialmente un paese non produttore e per questo, tutto il prodotto (raffinato e non), arriva via mare. Nei porti italiani esistono delle raffinerie o dei depositi costieri, che possono essere di proprietà dell’Agip o della Tamoil o di chi si vuole, ma che hanno un unico comun denominatore: sono tutti costruiti su terreno demaniale. Una bella spada di Damocle per chi, cercando di fare il “furbo”, potrebbe vedersi sequestrati i terreni sui quali ha costruito degli impianti che costano fior di miliardi? Sì, potrebbe esserlo se questa forma di “ricatto statale” in passato (leggi: scandalo dei petroli degli anni 80) non fosse mai stata applicata. E adesso? Adesso, non sempre ma di tanto in tanto, si sentono suonare le campane per una vendita dei terreni demaniali. Domandina facile, facile: le campane, suonate da chi dice di voler rimpinguare le dissanguate casse statali, possono essere messe in moto soltanto per far la felicità dei bagnini che vogliono comprar le spiagge dove l’italiano medio prende il sole e pianta gli ombrelloni? Demaniali sono le spiagge quanto demaniali sono i terreni nei quali le società petrolifere hanno costruito i loro costosissimi impianti. Perciò, vendendo entrambe le cose, facendo una bella campagna stampa dove si fa molta pubblicità ad una cosa invece che ad un’altra, si fa la felicità sì del bagnino, ma anche del petroliere che, senza più avere sulla testa quell’odiosa spada di Damocle, può fare il “furbo” quanto vuole.
La proprietà dei terreni non è l’unica forma di controllo che lo Stato impone sul petrolio perché, in ogni raffineria o deposito costiero (d.c.), c’è un ufficio della Guardia di Finanza che ha il compito di supervisionare su tutte le lavorazioni e ai movimenti delle merci.

Per essere chiaro va detto che, il controllo delle raffinerie e dei d.c., è molto importante se si pensa al ruolo “fiscale” di questi due soggetti che, quando acquistano il prodotto lo fanno in assenza di “accisa”, mentre, quando lo vendono, lo devono fare ricaricandolo di quella costosissima tassa che appartiene allo Stato e che tutti dobbiamo pagare. Messa così la cosa, si potrebbe pensare che le raffinerie o i d.c. si mettano in tasca le accise dovute allo Stato, ma non è così: i controllori messi dallo Stato all’interno delle loro strutture ci sono apposta per far sì che, con scadenza quindicinale fissata per legge, tutte le “accise” incamerate dalle raffinerie e dai d.c. finiscano nelle casse statali.

Chi paga le “accise”? Le persone che fanno rifornimento alle pompe di benzina, o che acquistano i prodotti per riscaldare la casa, sono sicuri d’esser loro a pagare le “accise”. In realtà non è così che funziona: le “accise”, sono già state pagate! E qui, una domanda sorge spontanea: chi è quel fesso che fa un piacere così grande al consumatore finale? Lo Stato italiano passa per essere pigro e lento, ma in questo caso, dimostrando una prontezza di riflessi eccezionale nel gioco d’anticipo, si fa pagare le “accise” da chi – munito di apposita licenza – ha il permesso di andare a caricare la merce presso le super controllate raffinerie o ai sempre super controllati d.c..

Ci possono essere degli “inghippi” in questo “giro” fiscale? Di inghippi ce ne è uno solo: tutti quelli che stanno nel “giro”, compresi i politici che ne son fuori solo per modo di dire… vogliono, fortissimamente vogliono, mettere le mani nell’appetitosa saccoccia degli alti ricavi petroliferi e delle “accise” statali.

Possono farlo? Innanzitutto va detto che il mercato dei prodotti petroliferi assoggettati ad “accisa” è diviso in due, pressappoco come una mela. Il 50% viene venduto dalla “rete” di distributori stradali (abbrev. “rete”), e il restante 50% viene trattato dagli operatori che provvedono alle consegne della merce presso il domicilio del cliente (fuori dalla rete dei distributori, abbrev. “extra-rete” ).
Prima della liberalizzazione il prezzo imposto dallo Stato attraverso il Cip, non facendo distinzione tra “rete” ed “extra-rete”, metteva d’accordo tutti gli operatori commerciali dei due settori costringendoli a lavorare con circa 40 lire di margine lordo al litro.

Rete”

Attualmente, passati 16 anni dalla liberalizzazione, il fenomeno economicamente più strano e paradossale presente sul mercato di “rete” è rappresentato dai distributori chiamati “bianchi” che, apparentemente contro ogni logica commerciale, applicando prezzi estremamente concorrenziali, tengono testa allo strapotere degli impianti delle soc. petrolifere.
Dalla rete Internet si possono apprendere alcune cose sul loro conto: vengono chiamati “bianchi” perché nell’insegna non espongono nessun logo “colorato” delle grandi soc. petrolifere (Agip, Esso, Shell, ecc. ecc.); sono presenti nel mercato da circa un decennio; vivono in una bolla economica fatta di 2000 impianti contro i 23000 gestiti dalle soc. petrolifere; sono di proprietà di alcuni privati in possesso di regolare licenza rilasciata dall’UTF competente per zona; sono appoggiati dalle associazioni dei consumatori (Federconsumatori, Codacons); stanno facendo degli accordi con l’Auchan, la Carrefour, e la Conad per vendere i prodotti petroliferi nei piazzali di questi centri commerciali; promettono un risparmio di circa 7-8 centesimi sui prodotti erogati, ed infine, tirando in ballo la
concorrenza delle grandi multinazionali del petrolio, parlano vagamente di mafia petrolifera e di concorrenza sleale.
Fino a tre mesi fa – per motivi che più tardi spiegherò – pensavo che i “bianchi” potessero essere uno dei tanti fenomeni di illegalità presenti nel mercato. Ma ho avuto di che ricredermi perché, durante un lungo viaggio, incuriosito dal prezzo basso del gasolio esposto da un distributore, mi sono fermato per fare rifornimento. Durante il tempo necessario per l’erogazione ho cominciato a chiacchierare con il gestore e, in maniera francamente non tanto velata, gli ho fatto presente tutti i dubbi che avevo nei confronti dei “bianchi”. Lui dopo avermi chiesto se ero del settore, approfittando della pausa pranzo, me li ha smontati uno ad uno poi, prima di congedarmi, mi ha detto che se avevo bisogno di qualche altra spiegazione tornassi pure a trovarlo.
In data 16 marzo 2010 sono tornato per chiedergli il prezzo di acquisto del gasolio normale e, senza fare una piega, mi ha messo in mano una bolla-fattura della Tamoil del giorno prima.
Il prezzo riportato era di 0,885 più IVA al 20% = 1,062 euro pagamento in contanti.
Il prezzo di vendita esposto dal gestore era di 1,132 e gli dava un margine lordo di 1,132 – 1,062 = 0,070 euro al litro pari 185 lire.
Percorsi circa 200 metri dal distributore “bianco”, ho trovato un impianto della Esso che vendeva l’identico prodotto a 1,192: 1,192 – 1,062 = 0,130 euro, pari ad un margine lordo di 252 lire.
La settimana dopo, per controllare se il valore d’acquisto era esatto, sono andato a trovare un mio amico che lavora nell’”extra-rete” e, senza nessuna difficoltà, raccomandandomi solo di non fare il nome del fornitore, mi ha fatto vedere la fattura del 15 marzo 2010 con il prezzo di 0,887 più IVA per litro pagamento 30 giorni.

Indagine troppo semplicistica e riduttiva per trarne delle conclusioni? Può darsi, ma il margine delle 40 lire del prima e le 252 lire o le 185 lire “risparmiose” del dopo liberalizzazione rappresentano un divario economico-settoriale troppo grande per essere considerato colmabile; perciò, senza fare altre indagini che potrebbero portare a delle variazioni minime rispetto al dato base riscontrato, cercherò di dare una spiegazione allo strano fenomeno dei distributori “bianchi”.

La situazione della “rete”, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, era quasi totalmente ribaltata rispetto all’attuale: il 90% era in mano a dei “padroncini” che, con la licenza debitamente rilasciata dall’UTF, coprendo capillarmente quasi la totalità della rete viaria nazionale, gestivano in modo quasi sempre famigliare un solo punto vendita. Il restante 10% delle stazioni di servizio, ubicate prevalentemente nelle arterie di grande traffico, era di proprietà delle grandi compagnie petrolifere.
Non si può certo negare che già all’inizio degli anni 80 la categoria dei “padroncini” fosse vecchia e, oltretutto sofferente di acciacchi quali: mancanza di una mentalità imprenditoriale (erano da sempre abituati a lavorare con i margini stabiliti dal monopolio di Stato e, con questi, avevano sempre vissuto poveri, ma in compenso felici e contenti); sindacalmente erano una frana (proclamavano degli scioperi ai quali puntualmente non aderivano); mancato ricambio generazionale (i figli avevano studiato e si erano trovati un altro lavoro), infine, in più di qualche caso avevano impianti vecchi, obsoleti o ubicati in luoghi non idonei alla pericolosità del prodotto trattato. Ma nonostante tutte queste carenze avrebbero potuto resistere ancora per anni sul mercato se, come il vaso di coccio in mezzo ai due vasi di ferro, la loro fragile figura commerciale non si fosse trovata tra il martello statale e l’incudine delle soc. petrolifere che avevano sì la quota minoritaria del mercato, ma nel caso si fosse presentata l’occasione di diventare maggioritarie avevano i vantaggi di essere l’unica possibile fonte di approvvigionamento e di conoscere perfettamente pregi e difetti di quella che a tutti gli effetti era la loro clientela, ma che “forse” non vedevano l’ora di trasformare in concorrenza.

C’è stato un accordo tra Stato e petrolieri per dividersi da soli il ricco e grasso grisbi della liberalizzazione? Le 250 lire di margine e il ribaltamento delle quote di mercato – almeno per me – parlano chiaro però, sotto a quel “da soli” sottolineto ci sta una perfida, ingiusta ed immonda sozzura: lo Stato, dopo aver ridotto alla fame i “padroncini” usando il metodo di non adeguare mai i margini al reale costo della vita, per vessarli fino al punto di fargli chiudere i battenti, si è servito non solo di nuove leggi, di nuove normative e nuovi obblighi, ma anche delle Asl, dei Vigili del fuoco, dell’Anas e dei funzionari all’urbanistica però, mai e poi mai ha sentito il bisogno di servirsi della Guardia di Finanza. La categoria era fatta di galantuomini? Sì, erano fior di Galantuomini e lo Stato lo sapeva…
Va ricordato che i “bianchi”, non sono i soli sopravvissuti allo schifo che ho appena descritto. Ci sono anche quelli che, pur riuscendo a tenersi la licenza ben stretta fra i denti, sono stati costretti a firmare un “contratto” capestro e se non avessero un’officina dietro l’insegna del distributore farebbero la fame con quei miserabili ed iniqui 3 centesimi di margine lordo per litro concessi da chi – sul loro lavoro e sulle loro spese – di euro ne pigliano ben 0,130.

Tenendo conto che i “contrattisti” appena citati non hanno nessun paladino che tuteli quelle che potrebbero diventare le loro sacrosante rimostranze, i “bianchi” dovrebbero stare molto attenti a chi scelgono come compagni di viaggio.

Cosa hanno fatto le associazioni per la tutela dei consumatori quando la liberalizzazione veniva spacciata come la panacea di tutti i mali? Dormivano o pensavano “forse” che le soc. petrolifere fossero delle fondazioni con scopi benefici, umanitari e caritatevoli come le Dame della Carità o la Fatebenefratelli?
Per quanto riguarda la Federconsumatori oltre a quello che ho appena scritto non so niente, ma sul Codacons so più di qualcosa: otto anni fa, al tempo delle mie prime indagini, ho contattato un loro uomo: l’avv. Conte di Venezia. Il primo incontro è stato bellissimo, dopo aver discusso e dato come prova concreta delle mie parole un discreto fardello fatto di bilanci e documenti, mi sono sentito rispondere: «Sig. Marchetti, mi creda: io m’impegno fin da subito a lottare anche contro il mio partito per far sì che la sua causa vada avanti». Il secondo incontro fu molto più freddino del primo, e, per quello che riguarda il terzo; quando il Conte aveva parlato della questione con il presidente del Codacons Rienzi, la causa l’avevano bella che spostata in quel di Trento. Alla mia domanda: «Perché Trento se tutti i papabili imputati son di Padova?», ho ottenuto come risposta: «Zitto e mosca! Si fa come vogliamo noi!» Una settimana dopo l’avv. Conte doveva restituirmi tutti i documenti allo Sheraton di Padova: io c’ero ma lui, con tutto il suo idealismo e le mie carte… chi l’ha più visto?
Al tempo dei “padroncini”, c’erano delle leggi alle quali era difficile scappare, una di queste era ed è: chi trucca o manomette il conta-litri, prima perde la licenza e poi…
Trent’anni fa bastava la perdita della licenza UTF per mettere una paura fottuta al “padroncino” che, con quel pezzo di car
ta, doveva far campare tutta la famiglia. Poveraccio, non serviva nemmeno che la legge prevedesse la reclusione. Era talmente tanta la paura di perdere il lavoro e di ridursi alla fame che, per essere sicuro che quel “coso” pieno di sigilli funzionasse a dovere, armato di asta metrica, lo prendeva in contropiede misurando con assiduità quasi maniacale non quello che quel “coso” misterioso e intoccabile erogava, ma quello che non erogava e che si trovava nelle cisterne.
E adesso, cosa può succedere a quel che dovrebbe essere un intoccabile “coso”?
Ma scherziamo! La legge è legge e, l’articolo, è ancora fermo lì a dire che: chi trucca o manomette il conta-litri, prima perde la lice…

Adesso? Chi va a ritirare la licenza all’Agip, alla Q8, alla Esso, alla Tamoil, all’IP, alla Shell o alla Repsol? Possibile che nessuno si sia accorto che il 90% delle licenze in mano a delle persone che hanno una paura fottuta di vedersela ritirata è una cosa, mentre, il 90% delle licenze in mano a delle soc. petrolifere che non hanno paura di niente e di nessuno, è un’altra.
Una piccola distrazione? Ne dubito fortemente, ma casomai lo fosse stata… per fortuna che quelli di “Striscialanotizia” tanto distratti non sono e con gli scarsi mezzi messi a disposizione dal loro padrone, servendosi di precise segnalazioni venute fuori dall’ambiente dei distributori “bianchi”, con un’inchiesta alla quale marginalmente ho partecipato (ho mollato tutto quando, dopo essere stato mandato avanti un po’ troppo allo sbaraglio ed aver raccontato tutta la questione al mio legale, mi sono sentito rispondere, parole testuali: «Sito mato? Voto morire par chi…par el Gabibbo?!») hanno dimostrato che, adesso, “taroccare” il conta-litri: Si-può-fare!
In fondo, la faccenda del conta-litri è sempre la solita vecchia storia: fino a quando nessuno crede che il Re possa sporcarsi le mani rubando le caramelle, il Re ruba anche le caramelle.
Cosa si può fare per far sapere ai consumatori che tutti i Re possono avere le dita inzuccherate? Credo che un bel “amico” chilo-litro tarato messo bene in vista in mezzo alle pompe “bianche” potrebbe servire a far capire che, il Re – magari residente a soli 200 metri dall’anonimo suddito senza insegna e senza colore – può benissimo rubare anche le caramelle.

Da un po’ di tempo, come per incanto, nascono dei prodotti buonissimi, purissimi, poco inquinanti e altamente tecnologici. Dal cilindro dell’Agip, ad esempio, è venuto fuori il BluDiesel. Un buon prodotto? Un ottimo prodotto se si pensa che, per produrlo, le teste d’uovo dei tecnici dell’Agip hanno avuto la bella pensata di ricorrere alla miscelazione del “super-accisato” gasolio con dei diluenti che all’erario statale non devono dare nemmeno il becco di un quattrino. Domandina facile, facile: il Blu Diesel costa di più o di meno del gasolio normale? Tutti lo sanno, costa di più. Ed ecco spiegata la vera ammaliante magia di quel super-tecnologico prodotto che nella pubblicità è rappresentato da una goccia scintillante che, come sospinta da un energetico vento impetuoso, corre veloce in un tubo cromato: per effetto della miscelazione con i diluenti dovrebbe costare molto meno, invece costa “solamente” un po’ di più.
Ottimo prodotto sì, ma per chi?
Per dovere di cronaca va detto che se qualcuno dotato francamente di una curiosità un po’ morbosa volesse levarsi lo sfizio di sapere… che ne so, per esempio le percentuali di miscelazione del BluDiesel…
E che cavolo, ci mancherebbe altro, siamo in un paese libero, certo che può farlo! Solo che può farlo solo in modo non ufficiale: i laboratori ufficiali sono quelli delle Agenzie delle Dogane oppure, in una sorta di utopica ed ironica alternativa, quelli dell’Agip.
Può un pizzicagnolo comprare la mortadella a chilo e venderla a litro?
Prima di parlare di paradosso, giro la domanda: può un distributore stradale di gas metano comprare il prodotto dall’Eni a metro cubo e rivenderlo alla clientela a chilo?
Ecco io trovo che, nella Nazione dov’è nato e ha vissuto Galileo Galieliei, vendere un gas a chilo più che un paradosso sia una demenza bestiale.
Chi ci guadagna?
Gli utenti, la scienza, la dignità, la decenza e la logica no di sicuro!

(1 – continua)

Le ceneri rimosse

9 aprile 2010
Perché i critici letterari non vogliono la verità su Pasolini?
di Carla Benedetti

Il 1° aprile su "La stampa", Marco Belpoliti ci ha invitati a non parlare più dell’omicidio di Pasolini. È uno strano invito, per me abbastanza inquietante. Sarebbe come se qualcuno sostenesse che è inutile farsi troppe domande sulla morte di John Kennedy, tanto si sa già tutto. In America sarebbe ridicolo. In Italia lo si fa spesso per la morte di Pasolini. Ogni volta che sui giornali se ne torna a parlare, immancabilmente si alza una voce per dire che non c’è nulla più da scoprire. Così fanno da anni Nico Naldini (cugino e biografo di Pasolini), Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini e moglie di Vincenzo Cerami) e altri. Ora anche Belpoliti. E proprio nei giorni in cui, in seguito a nuovi fatti, la Procura di Roma ha deciso di riaprire il caso.
Perché lo fanno? Sinceramente non lo capisco. A chi o a che cosa potrebbero nuocere ulteriori indagini? Non sta anche a loro a cuore la verità? Certo, Pasolini era un "poeta". Ma forse che la ricostruzione di un omicidio può essere più approssimativa quando la vittima è un "poeta"? Gli assassini non sono ugualmente assassini? E la verità sulla morte di un poeta non è altrettanto sacra di quella sulla morte di un qualsiasi altro uomo o donna?
Nella replica a Mario Martone su "La Stampa", e gia’ prima nella versione pubbicata su Nazione Indiana, Belpoliti sostiene anche che non c’era alcuna ragione per eliminare Pasolini, e cerca di portarne un "prova" filologica. Scrive che le fonti di Petrolio (il romanzo a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte) sono tutte note e quindi Pasolini non sapeva niente di più di ciò che altri sapevano. Pasolini ha infatti ripreso molti materiali da articoli di giornale e dalle fotocopie di Questo è Cefis (uno strano libro, scritto da qualche nemico dell’ex presidente dell’Eni, e poi ritirato dalla circolazione – ora lo si può leggere anche qui, e su ilprimoamore.com), che gli aveva passato Elvio Fachinelli.
È vero. Tutte quelle carte sono visibili all’archivio Vieusseux di Firenze. Però Belpoliti omette di dire che quelle sono le fonti del Petrolio edito. Ma nessuno sa cosa ci fosse nel capitolo intitolato "Lampi sull’Eni", al cui posto ora non resta che una pagina bianca. E se non se ne sa niente, non si può nemmeno sapere quali ne fossero le "fonti". Come può allora Belpoliti sostenere con tanta perentorietà che Pasolini non avesse ricevuto da qualcuno dei materiali compromettenti sul delitto Mattei o sul suo successore Eugenio Cefis?
Proprio di quelle parti "mancanti" si è tornato a parlare nelle ultime settimane dopo l’annuncio di Dell’Utri. E’ possibile che Pasolini non le avesse ancora scritte. Ma in molti resta il sospetto che invece siano state sottratte. C’è un indizio dentro al testo stesso: in una pagina successiva di Petrolio Pasolini rimanda il lettore proprio a quegli appunti mancanti, come se li avesse già scritti.
Oltre che studiosa di Pasolini, io sono una delle tante persone che vorrebbero si facesse luce su quell’atroce delitto. Nel 2005 la rivista “Il primo amore” lanciò un appello per la riapertura delle indagini. Fu firmato da un migliaio di cittadini italiani e stranieri, tra i quali personalità note della cultura come Andrea Camilleri, Bernard Henri-Lévy, Luca Ronconi e molti altri. Il testo dell’appello non dava alcun adito al complottismo. Semplicemente diceva: «Noi non sappiamo se a far tacere uno degli artisti più fervidi e una delle voci più scomode e tragiche di questo paese sia stata una decisione politica. Quello che però sappiamo – come lo sa chiunque abbia prestato attenzione alla vicenda – è che la versione blindata della rissa omosessuale tra due persone non sta in piedi. Sappiamo che essa è stata solo una copertura servita a sviare le indagini e a coprire un altro tipo di delitto».
Quella versione infatti non regge. Non solo perché il reo confesso l’ha ritrattata, ma perché già non reggeva per il Tribunale di Primo grado, che infatti condannò il Pelosi «assieme a ignoti». Naldini, Belpoliti e qualche altro letterato se ne sono invece innamorati. La trovano «poetica». Permette loro di fare molti bei ricami sulla morte sacrificale e sullo «scandalo dell’omosessualità». Un poeta omosessuale ucciso mentre cercava di violentare il suo oggetto di desiderio! Un poeta delle lucciole ucciso da una lucciola mutante… E se non fosse vera? A loro non importa.
Ma se Naldini e Belpoliti sono così certi che la rissa omosessuale spiega il delitto, perché non ci dicono chi erano gli "ignoti" che presero parte all’omicidio? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto.
Per di più tendono a far apparire chi ha dubbi come dei dietrologi fanatici, innamorati dei complotti, stravolgendo i loro argomenti. Belpoliti lo fa anche nei confronti di un mio articolo uscito sull’"Espresso" del 31 marzo e leggibile anche qui. Fa persino passare per incontro "notturno" la conversazione che ebbi nel 2003 con il giudice Vincenzo Calia alla Casa delle Letterature di Roma, al termine di un convegno su Pasolini, a cui presero parte anche Gianni D’Elia e Gianni Borgna. Perché tanta fretta di mettere in ridicolo chi vorrebbe la verità? Non la vogliono forse anche loro?

La brutta morte che spettava a Pasolini

5 aprile 2010
di Franco Buffoni

Questo racconto, apparso cinque anni fa su "Nuovi Argomenti" (n. 32, ott-dic 2005), appena ripubblicato da "Nazione Indiana", rilancia – con argomentazioni assai lucide e acute – le considerazioni sulla morte di Pasolini che si stanno sviluppando da quando, ai primi di marzo, il senatore Dell'Utri ha annunciato di essere in contatto con qualcuno che possiede il capitolo inedito di Petrolio, intitolato Lampi sull'Eni.

«Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento
Prese le forme sue, si comprese
Che la rimozione urgente non bastava».

Sono i versi conclusivi di una poesia datata 5 novembre 1975, intitolata PPP la sua inchiesta, e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo. Avevo ventisette anni, ero omosessuale e vivevo in Lombardia.
«Ti faccio fare la fine di Pasolini», me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti, veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da 'clienti'.
Pasolini lo avevo incontrato in una occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell'Istituto Tecnico-Linguistico Femminile "Caterina da Siena" di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n'era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino. Aveva vent'anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove qualche volta mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla nuova comprata a rate e targata Varese. La sera ci piaceva scorrazzare su è giù fino a Piramide e poi al centro. Tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido. Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più 'storie' con nessuno. Mentre per me allora non era concepibile non vivere la storia. E con l'aiuto-bagnino Riccardo, che la sera indossava camicie sgargianti e portava pantaloni lucidi a zanna di elefante, io vissi una bellissima storia.
Tre anni dopo, quando accadde il disastro, Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.
Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo 'menava' aveva nuove chance di incontro.
PER QUESTO MI PARVE VEROSIMILE IL PRIMO RACCONTO DI PELOSI.
Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti – da subito e molto saggiamente, dico oggi – parlò di agguato ordito contro di lui. Erano le attribuzioni relative all'agguato che proprio non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse stava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall'interno può capire. Ero d'accordo con Bellezza, con Naldini.
Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio.

Apparve Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo nel salotto: narcisista. Carlo si autoaccusa, tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo si fa dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili. Certe parti contro l'Eni e la DC le saltai a pie' pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.

Perché oggi sono qui ad accusarmi di miopia e a chiedere scusa alla sua memoria e a coloro che colsero subito la verità? Perché in rete ho visto finalmente le foto del suo corpo martoriato.
Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. Persino ammettendo che lo abbia davvero travolto fuggendo in auto. Erano in tre o quattro, avevano le catene, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (NON PIU' INTERROGATO): gli gridavano «arruso» e «comunista», lui gridava «basta» e poi «mamma», che fu la sua ultima parola. Il volto e il corpo recano i segni della lapidazione. Solo nell'estate del 2005 ho visto quelle foto. Dopo la confessione televisiva di Pelosi del 7 maggio 2005.
E sono grato a Gianni D'Elia e al suo editore Giovanni Giovannetti (Effigie) che – invitandomi a presentare a Milano alla Festa dell'Unità nell'agosto 2005 L'eresia di Pasolini insieme a Barbacetto di "Diario" – mi indussero a rileggere Petrolio.
Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi fu esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce per farlo tacere fattegli giungere in carcere, immediatamente dopo l'arresto. Pelosi doveva scappare e basta. A piedi. Nel piano degli assassini.
Ormai che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice. Come D'Elia ricorda a p.98 del suo libro: «Secondo il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato». E ancora: «Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all'ente petrolifero nazionale». Pubblicato nel 1972 sotto pseudonimo, Questo è Cefis (L'altra faccia dell'onorato presidente) fu subito ritirato dalla circolazione e mandato al macero per ordine della magistratura. Pasolini riuscì ad averlo in fotocopia. In Petrolio «l'onorato presidente» si chiama Troya.
PASOLINI E' STATO UCCISO PERCHE' STAVA PER SCRIVERE SUL CORRIERE LA VERITA' SUL CASO MATTEI.
Stava per dimostrare che le Sette sorelle non c'entravano, che la questione era interna, nostra, italiana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture 'resistenziali' per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.
E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi interni alla fine drammatica del fratello maggiore Guido.
Come ho potuto per tanti decenni – io intellettuale, io poeta, io omosessuale – non capire?
In parte, certamente, fu per i comportamenti di Pasolini nella sua vita 'pr
ivata'. Che di privato non aveva nulla. E furono proprio quei comportamenti che indussero i mandanti e gli assassini ad andare sul sicuro: stavano costruendo un delitto verosimile con tanto di movente. Ci cascarono molte persone oneste, come il pittore Gabriele Mucchi, rigorosamente marxista, che si schierò violentemente a difesa di Pelosi, considerandolo vittima dello sfruttamento sessuale di chi adescava minorenni con l'Alfa 2000.
Per incidens, alla fine di maggio 2005, dopo la confessione televisiva di Pelosi, nella trasmissione di Rai 3 che si occupa di critica televisiva con i giovani analisti della Cattolica di Milano, la signora Poggialini, critico di "Avvenire", definì Pasolini «pedofilo», tout court. Un'accusa assurda alla quale nessuno dei presenti ritenne di dover obiettare.
Ma la vera ragione per cui, per tanti decenni, sono rimasto al buio, l'ho capita casualmente imbattendomi in questa frase del libro di D'Elia: «L'omicidio di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto omosessuale».
UN DELITTO OMOSESSUALE?
La questione non è solo lessicale. Diventa subito di sostanza. Nel delitto di gelosia è il geloso che uccide. Ad uccidere gli omosessuali, invece, sono sempre degli eterosessuali che ci tengono tantissimo a dichiararsi tali. (Ed è questa la ragione per cui gli omosessuali li cercano). Ricorrendo a tale definizione, se ne perpetua oggettivamente l'assassinio, inducendo quelli ottusi e miopi come me a ritenere verosimile, concepibile, spiegabile un delitto 'omosessuale'. Un delitto omofobico, piuttosto, si dovrebbe dire.
Quindi, non si dica che Pasolini – comunque – è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni 'a rischio' con i maschi 'eterosessuali'. L'omofobia ha solo reso più cruento un delitto politico.
PASOLINI SAREBBE STATO UCCISO LO STESSO. AVREBBE FATTO LA FINE DEL GIORNALISTA MAURO DE MAURO. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc.
Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo – il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio – è riuscito a trasformare l'inchiesta che gli costò la vita nell'opera letteraria-summa della realtà italiana nel secondo dopoguerra.

Questo è Veltroni

18 marzo 2010
"agenzie" di giornata

Apc-Pasolini/Governo chiederà a CC chiarimento su capitolo Petrolio. Interrogazione di Veltroni su dattiloscritto citato da Dell'Utri Roma, 18 mar. (Apcom) – Rispondendo ad un'interrogazione di Walter Veltroni (Pd), il ministro dei Beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, ha preannunciato l'intenzione di investire le forze dell'ordine del compito di fare chiarezza sull'esistenza e la proprietà di un capitolo scomparso di Petrolio, romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, che Marcello Dell'Utri, senatore Pdl e bibliofilo, ha di recente detto di aver letto.
«L`ho letto ma non posso ancora dire nulla – ha dichiarato Dell'Utri a quanto riferito da alcuni quotidiani nei giorni scorsi – è uno scritto inquietante per l'Eni, parla di temi e problemi dell`azienda, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese». Dell'Utri ha precisato di non essere in possesso del dattiloscritto, ma di averlo letto da qualcuno che gli aveva proposto di acquistarlo. Dichiarazioni «confuse e contraddittorie», per Veltroni, intervenuto stamane nell'aula della Camera per mettere in dubbio l'esitenza stessa del dattiloscritto e chiedere cosa il Governo intenda fare sulla vicenda. A nome del Governo, Bondi ha chiarito: «Dell'Utri mi ha confermato quanto comunicato nelle scorse settimane. E cioè che avrebbe preso visione un manoscritto di circa 70 pagine di carta velina che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo di Pier Paolo Pasolini. Il senatore Dell'Utri sarebbe stato contattato da una persona che gli avrebbe mostrato il manoscritto. Egli aveva la speranza di poterlo esporlo nella mostra del libro antico di Milano. Dopo la risonanza che questa notizia ha avuto sulla stampa, questa persona non avrebbe più preso contatti con il senatore dell'Utri, presumibilmente intimorita dall'eco che tale notizia aveva nel frattempo suscitato. Personalmente non so niente di più. Era doveroso da parte mia rispondere alla sua interrogazione, considerata l'importanza che questa vicenda può avere sulla morte di Pasolini e su alcune vicende della nostra storia nazionale. Mi riservo di svolgere per quanto è mia competenza ulteriori accertamenti, anche attraverso il comando generale dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale del nostro paese, e ne informerò immediatamente il Parlamento». Veltroni ha ringraziato il ministro, aggiungendo: «La invito ad attivare subito, come lei ha detto, le forze dell'ordine, affinché questo mistero della storia del nostro paese venga chiarito».

PASOLINI:BONDI,DELL'UTRI HA LETTO CAPITOLO RUBATO PETROLIO VELTRONI PRESENTA INTERROGAZIONE, CARABINIERI INDAGHINO
(ANSA) – ROMA, 18 MAR – Sandro Bondi, ministro dei Beni e delle Attività culturali conferma: il senatore Marcello Dell'Utri ha avuto tra le mani e letto le 70 pagine del capitolo scomparso del libro postumo di Pier Paolo Pasolini Petrolio. La conferma arriva nell'aula della Camera durante la risposta ad una interrogazione urgente presentata da Valter Veltroni ulla vicenda. Dell'Utri ai primi di marzo aveva annunciato che aveva visto il capitolo Lampi sull'Eni che, secondo alcuni studiosi, conterrebbe elementi capaci di fornire elementi nuovi sulla orte di Enrico Mattei, del giornalista Mauro De Mauro e dello stesso Pasolini. Dell'Utri aveva successivamente detto che il clamore suscitato dalla vicenda aveva spinto la persona che gli aveva proposto il dattiloscritto a interrompere i contatti. (ANSA).

LIBRI: VELTRONI-BONDI, SUL GIALLO DI PETROLIO. LA PALLA AI CARABINIERI. BOTTA E RISPOSTA IN AULA ALLA CAMERA
Roma, 18 mar. (Adnkronos) – Saranno i Carabinieri a occuparsi del giallo dell'ultimo capitolo perduto di Petrolio, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. Un intervento delle forze dell'ordine è stato fortemente sollecitato da Walter Veltroni, che ha portato il caso in Parlamento facendone oggetto di una interpellanza urgente al ministro della Cultura. Ma lo stesso Sandro Bondi, replicando in aula all'esponente del Pd, ha promesso di «svolgere ulteriori accertamenti,anche attraverso i Carabinieri», per poi informare ancora il Parlamento. Il caso è stato sollevato qualche tempo fa proprio dal Veltroni, dopo alcune dichiarazioni del senatore Marcello Dell'Utri sull'esistenza di un manoscritto di 70 pagine riconducibili a Pasolini e a Petrolio. «Se questo capitolo esiste, come è arrivato nelle mani di Dell'Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell'opera di Pasolini? -ha chiesto Veltroni- Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?».
Veltroni, comunque, non ha dubbi: «In ogni caso ci troviamo in una fattispecie di reato». Secondo l'esponente del Pd, l'intervento del governo è indispensabile: «Non si tratta solo di una discussione di carattere letterario, ma di qualcosa di piu' importante che ha a che fare con la parte piu' oscura della storia italiana».

LIBRI: VELTRONI-BONDI, SUL GIALLO DI PETROLIO LA PALLA AI CARABINIERI (2)
(Adnkronos) – Veltroni, in aula, ha riletto alcune interviste di Dell'Utri in cui il senatore spiegava che le pagine del manoscritto avrebbero contribuito «a fare luce sulla morte di Pasolini, su alcune vicende dell'Eni, sulla morte di Enrico Mattei, su Cefis». Secondo l'ex sindaco di Roma, «sulla morte di Pasolini deve essere fatta luce. Ci sono state sentenze contraddittorie, dal punto di vista storico rimangono moltissimi dubbi accompagnati da una parte consistente dell'opinione pubblica».
Un passaggio, questo, su cui il ministro della Cultura ha convenuto: «Io sono interessato a capire, a fare luce sula vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese», ha detto Bondi spiegando di avere preso «contatti diretti» con Dell'Utri «il quale mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo».
Veltroni ha ringraziato Bondi ed ha sottolineato il fatto che «Dell'Utri, come prima cosa che avrebbe dovuto fare, era rivolgersi all'autorita' giudiziaria. Lei ha confermato, in Parlamento, che Dell'Utri ha letto quelle pagine, ha detto quello che ha detto», si tratta di «qualcosa che si configura come una fattispecie che non rientra nelle dinamiche naturali».

PASOLINI:BONDI,DELL'UTRI HA LETTO CAPITOLO RUBATO 'PETROLIO' (2)
(ANSA) – ROMA, 18 MAR – Bondi ha detto che il suo ministero non ha nessuna notizia diretta sulla questione. «Per la delicatezza e importanza della questione ho chiesto direttamente al senatore Dell'Utri che mi ha confermato quanto detto nei giorni scorsi più volte e cioè di aver preso visione e letto un manoscritto di circa 70 pagine, in carta velina, che sarebbe un capitolo inedito di Petrolio. Il senatore era stato contattato tempo fa da una persona e il senatore sperava di poter esporre il testo inedito alla mostra del libro antico. Dopo la risonanza avuta dall'annuncio questa persona non ha più preso contatto con Dell'Utri. Non so nulla di più di quanto riferito. Ho chiesto ulteriori accertamenti al Comando generale dei carabinieri preposto alla difesa del patrimonio culturale vista l'importanza di quel testo che potrebbe far chiarezza su temi rilevanti della nostra storia recente». Walter Veltroni ha ch
iesto chiarezza sulla vicenda: la famiglia sostiene che quel testo non è mai esistito. Se ora Dell'Utri dice di averlo visto – ha detto – bisogna capire perché il senatore non sia andato subito a denunciare il fatto ai carabinieri perché è chiaro che o quel testo a lui sottoposto è frutto di un furto realizzato a casa Pasolini oppure, in via di ipotesi, potrebbe essere un falso. Comunque non si tratta di un fatto che rientra nella normale contraffazione letteraria. Quel capitolo è un patrimonio da tutelare perché potrebbe farci capire tante cose della nostra storia. «Alcune settimane fa – aveva scritto Veltroni nell'interpellanza – la stampa aveva dato ampio risalto alla notizia della esposizione, nell'ambito della manifestazione denominata ''Mostra del Libro Antico'', di un appunto dattiloscritto inedito dell'autore. Ora si apprende che questo testo non più esposto sarebbe in mani misteriose». questo appunto, ricorda Veltroni conterrebbe alcune vicende dell'Eni e altre relative alla morte di Enrico Mattei. Questo «potrebbe rappresentare una nuova importantissima chiave di lettura di alcuni episodi misteriosi della storia recente del nostro Paese non esclusa la stessa morte di Pier Paolo Pasolini. Per questo chiedo al Ministro della Cultura di fare chiarezza su questa intricata ed oscura vicenda e di accertare l'esistenza di tale ''appunto''. Se questa fosse accertata chiedo che il governo si adoperi per mettere il testo a disposizione della famiglia alla quale sarebbe stato sottratto, dell'autorità giudiziaria e dell'opinione pubblica alla quale sarebbe così consentito di conoscere le parole 'sparite' di uno dei più grandi intellettuali italiani». Veltroni ha chiuso la sua replica insistendo su una attivazione diretta dei carabinieri e indagini per capire chi ha in mano quel dattiloscritto inedito di Pasolini.(ANSA).

CULTURA. VELTRONI: CARABINIERI CERCHINO TESTO FANTASMA PASOLINI INTERPELLANZA A BONDI, IL MINISTRO: DELL'UTRI HA LETTO CAPITOLO
(DIRE) Roma, 18 mar. – Il mistero del capitolo 'fantasma' di Pier Paolo Pasolini approda nell'aula della Camera e diventerà oggetto di un'indagine dei carabinieri. Con un'interpellanza urgente al ministro dei Beni Culturali, sottoscritta anche dal deputato Pd, Michele Ventura, Walter Veltroni chiede al governo «di far luce» su quanto dichiarato su alcuni organi di stampa dal senatore del Pdl Marcello Dell'Ultri. Nell'aula della Camera, l'ex sindaco di Roma ricorda che qualche settimana fa Dell'Utri, attraverso alcune interviste, aveva dato notizia di aver visionato un appunto dattiloscritto inedito dell'autore che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo incompiuto 'Petrolio' in cui sarebbero descritte vicende dell'Eni e altre relative alla morte di Enrico Mattei. Dell'Utri, continua Veltroni, «aveva anche annunciato l'intenzione di esporre il testo all'interno della sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini allestita nell'ambito della 'Mostra del Libro Antico' di Milano. Poi- continua l'ex segretario Pd- in interviste successive, il senatore ha detto che quel testo non verrà esposto e sarebbe in mani misteriose perché la persona che glielo ha proposto è sparita».

La quinta porta su Petrolio

3 marzo 2010
di Carla Benedetti

Pubblico qui Quattro porte su 'Petrolio di Pasolini', un mio saggio uscito nel 2003 in Progetto Petrolio (Cronopio). Quattro porte, cioè quattro possibili ingressi al romanzo e alla sua complessa costruzione.
La prima, intitolata "potere", parla di Lampi sull'Eni (cioè di quella parte "mancante" che Marcello Dell'Utri oggi dichiara di possedere), di come essa doveva legarsi al resto del romanzo secondo il progetto di Pasolini, di una paginetta "superstite" forse sfuggita a chi sottrasse quegli appunti, e di come essa nel 2001 abbia attirato l'attenzione del magistrato Vincenzo Calia, che stava indagando sulla morte di Mattei.
Il senatore Dell'Utri, del Pdl, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, non dice da chi ha avuto quelle pagine, ma annuncia che verranno esposte il 12 marzo alla Mostra del Libro antico di Milano. Nel caso che la sua dichiarazione corrisponda a verità, non ci troveremo di fronte a un semplice scoop librario o filologico, ma – non dimentichiamolo – a un vero e proprio corpo di reato, quelle pagine essendo state trafugate o da ladri penetrati nella casa di Pasolini subito dopo la sua morte, oppure sottratte in altro modo da chi poteva avere accesso alle sue carte. E tante domande allora si riaprono.
Chi si impossessò di quelle carte doveva essere a conoscenza del loro contenuto. Sapeva che vi si parlava dell'omicidio di Mattei e che si faceva anche il nome del mandante, Eugenio Cefis. Ma il suo bisturi non lavorò alla perfezione. Forse per la fretta, forse  per scarsa dimestichezza con la strana forma compositiva usata da Pasolini in Petrolio, egli non si accorse che in uno schema riassuntivo,  intitolato "Storia del petrolio e retroscena", collocato fuori dalla sequenza di appunti intitolati "Lampi sull'Eni", Pasolini faceva riferimento a cose scritte in quelle pagine, e ne diceva anche concisamente il succo. E' una paginetta che contiene anche uno specchietto (l'immagine è riportata dentro al mio saggio Quattro porte su Petrolio, e  questa frase:

In questo preciso momento storico (I° BLOCCO POLITICO) Troya [leggi Cefis] sta per essere fatto presidente dell'Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti).

Quindi Pasolini spiegava il delitto Mattei in modo molto diverso da quello che per tanto tempo è stato il più accreditato, che chiamava in causa gli interessi internazionali, le sette sorelle, l'OAS, i servizi segreti stranieri ecc. (è l'ipotesi che viene ventilata anche nel film di Francesco Rosi, Il caso Mattei). Niente di tutto questo. Per Pasolini Mattei era  stato ucciso per far posto a Cefis (in cui si deve leggere "fisicamente Fanfani", come è scritto sopra il diagramma). Dunque un intrigo interno all'Italia e ai suoi blocchi di potere.
Fu questo passo e questo diagramma a attirare l'attenzione di Vincenzo Calia. Con un'indagine durata molti anni, e un lungo lavoro di ricostruzione e di interrogatori (fu sentito anche Verzotto, ex senatore democristiano, segretario regionale della corrente rumoriana in Sicilia, e nemico di Cefis),  il magistrato pavese aveva ricostruito questo scenario: Mattei fu fatto fuori da un'oscura regia politico istituzionale tutta interna all'Italia, le cui fila erano tenute in mano da Cefis.
Egli era, in altre parole, giunto nel 2001 alle stesse conclusioni che Pasolini aveva già  elaborato nel 1975. E a cui probabilmente era già arrivato anche Mauro De Mauro, il giornalista di Palermo che fu fatto sparire nel 1970, e che aveva svolto un'indagine sugli ultimi giorni di Mattei per incarico del regista Francesco Rosi. Anche in questo caso le ragioni vere dell'omicidio furono coperte da un apparente delitto di mafia (De Mauro aveva svolto indagini giornalistiche anche sul traffico di droga).
Si ipotizza anche che le informazioni contro Cefis siano arrivate a De Mauro e poi a Pasolini dalla stessa mano, che aveva interesse a "armarli", con prove fornite dall'interno, quindi particolarmente pericolose per chi dovevano colpire.
Petrolio uscì postumo ben 17 anni dopo la morte di Pasolini, a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi, con una nota filologica di Aurelio Roncaglia (Einaudi, 1992). Un tempo incredibilmente lungo, giustificato solo in parte dallo stato frammentario del romanzo, e certamente dovuto anche, come ricorda Roncaglia stesso nella nota al libro, a titubanza sull'opportunità di rendere pubblica una materia così scottante anche da un punto di vista politico.
Ammesso quindi che il senatore Dell'Utri sia davvero in possesso di quelle pagine, esse non sarebbero solo un prezioso ritrovamento letterario, ma anche una miccia accesa, che potrebbe far saltare in aria un'intera struttura di potere. E soprattutto – come mi auguro – potrebbe indurre a riaprire tutto il capitolo, sia sulla morte di Pasolini, sia sulle lunghe connivenze che per tanti anni hanno blindato la verità su quell'atroce delitto, lasciando impuniti i colpevoli.

"Lampi sull’Eni" in mano a Marcello Dell’Utri?

2 marzo 2010
di Giovanni Giovannetti

La notizia è clamorosa. Stamane Marcello Dell’Utri ha annunciato di essere entrato in possesso di Lampi sull’Eni, 75 pagine, il capitolo mancante dell’incompiuto Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Ripropongo allora queste mie brevi annotazioni in margine alla richiesta di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini. Questo è Cefis di Giorgio Steimetz – l’introvabile e fondamentale interfaccia dell’incompiuto Petrolio – è stato pubblicato a puntate da questo blog, e presto anche in libreria per le edizioni Effigie.

Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).


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Pagine corsare 2

3 agosto 2009

Un magistrato e la sua inchiesta coraggiosa
di Angela Molteni

Una grande quantità di informazioni, come ho detto, è derivata soprattutto dall’inchiesta condotta dal Pubblico ministero Calia, e rappresenta uno stimolo di grande rilievo, uno stimolo soprattutto a non rassegnarsi mai. Tra i contenuti della sua relazione, Calia cita anche stralci da Petrolio, l’ultimo romanzo incompiuto che Pier Paolo Pasolini aveva iniziato a scrivere nella “Primavera o Estate del 1972” – proprio l’anno in cui fu presentato il film di Francesco Rosi – e al quale Pasolini aveva continuato    a lavorare fino al giorno in cui è stato assassinato:
«Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola “Petrolio” in un articoletto credo dell’Unità, e solo per aver pensato la parola “Petrolio” come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa ‘traccia’ era pensata e scritta». (Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi 1992, p. 543).

Mi ha molto colpito che sia stato un magistrato – avvezzo all’audizione di testimoni oppure ad analizzare oggettivamente documenti che possano guidarlo nella ricerca di verità e quindi, almeno professionalmente, estraneo ad ambienti letterari che in qualche modo avrebbero potuto essere condizionati e condizionanti – a considerare, appunto senza condizionamenti di sorta, l’ultima opera letteraria di un intellettuale alla stregua di un vero e proprio documento di denuncia da mettere in relazione alle indagini che stava conducendo:

«Anche Pier Paolo Pasolini (ucciso a Ostia il 2 novembre 1975) aveva avanzato sospetti sulla morte di Mattei, alludendo a responsabilità di Cefis. Tali allusioni sono rintracciabili nella frammentaria stesura del suo ultimo lavoro incompiuto […]».(relazione al Gip del Pm Vincenzo Calia)

Ma più avanti si vedrà per esteso il riferimento a Pasolini nella relazione conclusiva dell’inchiesta del magistrato della Procura pavese.

Rilettura di “Petrolio”

Ed è proprio partendo da questo esteso richiamo che ho riletto in questi giorni Petrolio, l’ultima fatica letteraria di Pier Paolo Pasolini. Il primo tentativo organico di scrivere un romanzo sul buio: Mattei, l’Eni, Cefis, la strategia della tensione, l’Italia.
L’ho fatto, penso con maggiore attenzione di molti recensori del libro – che, salvo rarissime eccezioni quando fu pubblicato nel 1992 si limitarono a rilevarne gli aspetti di carattere sessuale. Nello Ajello, editorialista di “la Repubblica” ed ex condirettore de “L’Espresso”, per esempio, fu tra i commentatori più scriteriati e rabbiosi, e si espresse così:

«[…] un immenso repertorio di sconcezze d’ autore, un’enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso”, una “galleria di situazioni omo ed eterosessuali come soltanto dall’autore di Salò o le centoventi giornate di Sodoma ci si può aspettare». (“la Repubblica”, 27 ottobre 1992);

Al giornalista di “Repubblica” rispose Federico De Melis dalle pagine del “manifesto”:

«Ajello ama a tal punto Pasolini da resistere stoicamente alla tentazione di vendette postume. Perché un motivo ci sarebbe» [De Melis, cita il pesante giudizio di Pasolini, poi raccolto nel volume Einaudi Descrizioni di descrizioni, al saggio di Ajello Lo scrittore e il potere, definito “un miserabile perbenistico libello”, nda]. «Ajello – sosteneva nel ’74 Pasolini – dà dei fatti letterari il resoconto che potrebbe dare una cameriera entrando e uscendo in salotto per servire il tè e ascoltando i discorsi delle signore […]. Ciò che conta sono i successi e gli insuccessi, le simpatie e le antipatie, e soprattutto il non venir mai meno a un certo perbenismo […]. Il disprezzo per coloro che non sanno attenersi a queste regole è in Ajello uguale a quello che i fascisti nutrono per gli ‘esaltati’, per i ‘rossi’. Presunzione di sé e riduzione degli altri, anzi, di tutto, dominano il linguaggio, moscio e livido, di questo disprezzo […]”».

E ancora entrando nel merito dell’ultimo romanzo pasoliniano, De Melis scrive:

«[…] Ajello deve essersi scandalizzato davvero molto a leggere il “coitus ininterruptus” (che ridere!) “cui Carlo, il funzionario dell’Eni che è protagonista del libro, si dedica sul pratone della Casilina con venti nerboruti giovinetti odorosi di sudore sano e di ferro dell’officina”. Il brano, che è tra l’altro uno dei più compiuti nel libro frammentario, è altissima letteratura proprio perché attraverso la reiterazione, l’ossessione del sesso orale, che copre quasi trenta pagine, Pasolini ottiene, sadianamente, il raggiungimento di una dimensione metafisica, e insieme liturgica, come in Salò, con quel che comporta sul piano del rapporto tra sesso e potere. […] Forse la verità è che nell’Italia “onesta” e “pulita” che sogna “la Repubblica” non c’è posto per Pasolini, la cui opera, compreso Petrolio, rappresenta una turbativa permanente per le “coscienze democratiche”; è il solo fatto di continuare a porre interrogativi, rifiutarsi di chiudere lo spettro ampio dell’esistenza, della cultura e della politica, che non va giù». (Federico De Melis, Brucia il Petrolio di Pasolini, “il manifesto” 28 ottobre 1992).

È da parte mia la quarta rivisitazione del romanzo pasoliniano, dicevo, ma questa volta non l’ho fatto per ripercorrere le vicende di Carlo Valletti, anzi dei “due Carlo” (il protagonista, infatti, “è scisso in un Carlo di Polis e in un Carlo di Tetis, che poi   corrispondono alle due dimensioni in cui vive l’opera, quella del pubblico, del politico, e quella dell’intimo, del sessuale – uno sdoppiamento che lo stesso Pasolini adottò per La Divina Mimesis).
Nella prefazione a La Divina Mimesis Pasolini scrive: «… do alle stampe oggi queste pagine come un “documento”, ma anche per fare dispetto ai miei “nemici”: infatti, offrendo loro una ragione di più per disprezzarmi, offro loro una ragione di più per andare all’Inferno […] (1975)». Pasolini sceglie come Virgilio il se stesso degli anni Cinquanta – «piccolo poeta civile che ingiallisce con i suoi libri» – e lasciate le tre fiere comincia il suo viaggio in un Inferno neocapitalistico. Sdoppiandosi in Dante e in Virgilio, è ritornato sui nodi polemici del suo inesausto confronto con la letteratura ma anche con la realtà del suo tempo (nda).
Questo Carlo, industriale del petrolio, funzionario dell’Eni, “è metà donna e metà uomo, un androgino che condensa in sé il rispettabile borghese, però di aperte vedute, di sinistra, e quella, atroce, dell’essere simbiotico, orgiastico, che come Mister Hyde ha obliato ogni possibilità di redenzi
one” (Federico De Melis, Brucia il Petrolio di Pasolini, cit.). Non l’ho fatto neppure per ripercorrere le avventure argonautiche (che sono argonautiche solo metaforicamente…) o i racconti compiuti, cioè non   frammentari, che si trovano all’interno dell’ultimo romanzo di Pasolini. Né per rinnovare lo stupore di leggere un accenno inquietante come questo:

«La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’» (Petrolio, cit., p., 546).

La strage alla stazione di Bologna è del 2 agosto 1980 e, in questo suo ultimo romanzo incompiuto, pare che la “visione” l’abbia avuta proprio Pasolini. Il quale – come scrive Carla Benedetti anche se riferendosi ad altro contesto, quello del Pasolini regista di Medea – mette insieme mitico e realistico facendoli convergere “per esprimere la miseria della convenzione realistica nel separare le cose da quello spessore allucinatorio che è la realtà, e che si può cogliere solo per visioni”.
Il mio intento nel rileggere Petrolio era anche il tentativo – ché non avrei potuto fare altro che tentare, umilmente, e in maniera del tutto soggettiva – di ritornare, per così dire, sui passi percorsi dallo stesso scrittore per narrarci alcune storie, per catturare la nostra attenzione, per stimolare la capacità di comprensione di coloro che avrebbero letto le sue pagine, con molta partecipazione e forse anche qualche sconcerto. Ma che dico… narrare? Avrei forse meglio definito la sua scrittura ipotizzando, oltreché una narrazione, un susseguirsi di ragionamenti, di stimoli, di critiche polemiche, di proposte e per certi versi anche di rivelazioni.
Per azzardarmi a esplorare analiticamente l’universo creativo pasoliniano avrei dovuto, intanto, ancorarmi saldamente alla realtà, così come concepita da Pasolini, seguendo proprio la sua “lezione”:
«Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos’altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà […]» (Petrolio, cit., p. 419).

E dunque avrei dovuto procurami, per esempio, i documenti che lo stesso Pasolini stava utilizzando per realizzare alcune parti    del suo libro. E ancora: era indispensabile che mi mettessi in grado di padroneggiare, per così dire, anche il minimo riferimento socioculturale e politico, informandomi sui fatti per i quali le mie conoscenze fossero carenti per analizzarli attentamente. Questo ultimo compito che mi ero autoassegnata era probabilmente il meno arduo, se non altro per  motivi di anagrafe, che mi hanno visto attraversare numerose stagioni nelle quali lo stesso Pasolini ha vissuto, stagioni durante le quali ho potuto condividere le analisi,   le critiche, le polemiche e le denunce che via via formulava: dalla presenza di nazisti e fascisti  in Italia, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, alla Resistenza infine vincente, alla successiva trasformazione del nostro Paese in una democrazia, anche se in essa sono stati, fin dall’inizio, troppo presenti corpi estranei, corruzioni e intrighi, scandali e prevaricazioni, oltre a consistenti residui del regime appena abbattuto. Tra l’altro, tutti elementi agevolmente verificabili e comunque storicamente accertati.
Di Petrolio riporterò qui alcuni passaggi che ritengo chiarificatori per acquisire e comprendere anche le circostanze da cui è necessario prescindere, così come ricorderò alcuni elementi essenziali o controversi del processo che seguì la morte del poeta e gli sviluppi successivi. Tutto quello che riferirò non ha certamente carattere organico e potrebbe dunque risultare frammentario, e me ne scuso subito con chi avrà la pazienza di leggermi. Ma ciò che mi prefiggo è proprio ricordare, prima di tutto a me stessa, alcuni elementi che possano concorrere a chiarire un po’ di più, se possibile, l’orrendo sfregio che Pasolini ha subito quel 2 novembre 1975. E soprattutto fornire ai lettori di “Pagine corsare” tutti gli elementi che consentano loro di “rileggere” il più analiticamente possibile non solo Petrolio, ma ciò che riguarda la vita e la morte di Pasolini.
Al termine di queste riflessioni elencherò alcune postille e anche i riferimenti alle pagine di pasolini.net in cui si trova ulteriore documentazione per un possibile, ulteriore approfondimento delle notizie sull’ultima opera incompiuta di Pasolini e sul suo assassinio (articoli di giornali, libri pubblicati, riflessioni di lettori e visitatori del sito ecc.). Infine – e come logica conseguenza del mio lavoro, quello sul sito pasoliniano, che considera tutti coloro che visitano (e spesso scrivono) le pagine dedicate al Poeta quali reali e preziosi collaboratori ai quali pasolini.net è debitore in primo luogo del senso stesso della propria esistenza – vi sono poi le opinioni di alcuni dei visitatori di “Pagine corsare” ai quali avevo chiesto di esprimersi sulle ultime risultanze legate al caso Pasolini. Li ringrazio, così come ringrazio Giovanni Giovannetti di Effigie che, oltre ad avere pubblicato Questo è Cefis, mi ha trasmesso il testo della relazione dell’inchiesta condotta da Vincenzo Calia. Infine, le immagini molto significative riportate in queste che ho chiamato semplicemente riflessioni, sono fotogrammi del film di Marco Tullio Giordana, Pasolini. Un delitto italiano (1995).
Propongo subito, quasi emblematicamente, due brani tratti da Petrolio che rappresentano in un certo senso una cornice al pensiero politico pasoliniano, oltre a dare un particolare rilievo, nella prima delle due citazioni, anche al sottile grado di ironia con il quale si rapporta alla spaventosa situazione della società in cui vive. Una ironia spesso osservata in Pasolini. Mi viene in mente, in particolare, un indimenticabile passaggio del suo film I racconti di Canterbury (1971-72) in cui Pasolini impersona Geoffrey Chaucer, lo scrittore e poeta inglese autore originario di The Canterbury Tales: il sorriso ironico-malizioso di Pasolini/Chaucer sembra proprio accompagnare il brano di Petrolio riprodotto qui di seguito (Carlo, il personaggio principale che riflette sui suoi “appunti-memoriale” – il grassetto è mio, così come in tutte le parti della presente riflessione).

«[…] Avrebbe nominato solo alcuni aspetti o elementi di quel qualcosa di innominabile che era il nuovo Potere reale: avrebbe fatto cioè del nominalismo, magari a carattere e struttura liturgici. Per esempio, a proposito dello sviluppo e del suo rapporto col progresso, chiamato però prudentemente ‘sviluppo civile’, ecco un brano dei suoi appunti di perfetta osservanza a un ‘cursus’ di carattere catechistico: […]

“Constatati i danni che derivano al paese dalla mancata connessione tra programma di sviluppo civile e programma economico, abbiamo tratto due conclusioni: primo, i partiti che assumono la responsabilità del governo del paese debbono, senza le impazienze dei tempi corti, cercare insieme di definire l’ispirazione, gli obiettivi, i modi, i tempi di un programma di sviluppo civile, il quale deve avere per sommo scopo l’espansione della personalità di ogni cittadino in una società democratica ad alta partecipazione civica e con forti vincoli comunitari, e di conseguenza non può essere un programma a corto respiro.
Secondo: in coerenza col programma di sviluppo civile i partiti di governo debbono definire il programma economico. Constatate le manchevolezze sinora registrate dalla politica di programmazione economica, ne abbiamo dedotto, che essa oggi, utilizzando tutte le risorse naturali, le capacità tecniche, le energie umane disponibili – e quindi eliminando gli sprechi della inadeguata ricerca, della fuga dei cervelli e di capitali, dell’emigrazione – deve fissare le condizioni per un moderno equilibrato sviluppo…”

Dove il lettore è pregato di notare il valore eufemistico degli ablativi assoluti (“Constatati i danni ecc.”, e “Constatate le manchevolezze ecc.”). La dignità linguistica ‘ricalcata’ con spirito notarile dal latino conferisce alla materia quell’ufficialità che all’esame dei fatti indubbiamente manca loro nel modo più totale. Fuori dall’ablativo assoluto, quei “danni” e quelle “manchevolezze” sono [indubbiamente] criminali; dentro l’ablativo assoluto invece si normalizzano, divengono momenti sia pur deplorevoli di negatività necessaria o inevitabile. L’elemento eufemistico del discorso diventa esplicito nelle espressioni “senza le impazienze dei tempi corti” e “non può essere un programma di corto respiro”. Cioè i fatti criminali possono essere perpetrati ancora. Il lettore è pregato ancora di notare gli ‘elenchi’, nel più squisito – quasi cantabile – cursus didascalico delle liturgie: “definire l’ispirazione, gli obiettivi, i modi, i tempi di un programma di sviluppo civile”, “tutte le risorse naturali, le capacità tecniche, le energie umane”, e infine “gli sprechi della inadeguata ricerca, della fuga di cervelli e di capitali, dell’emigrazione”: elenchi che hanno il potere liberatorio dell’“Atto di dolore” pronunciato al confessionale, con voce monotona e ufficiale, in quanto che, rendendo nominali i peccati compiuti nel momento ‘codificato e ufficiale’ del pentimento, li vanifica: e li vanifica, nella fattispecie, attraverso una tecnica mnemonica.Ma soprattutto pregherei il lettore di meditare sulla grande trovata consistente nell’invenzione dell’espressione governativa: “programma di sviluppo civile”, a sostituire l’espressione tipica invece delle sinistre: “progresso”. Qui c’è qualcosa di diabolico. Ossia la fiducia quasi magica nel potere dei nomi, che nasconde: primo, il carattere fascista di uno “sviluppo economico” non includente il“progresso”; secondo, il cambiamento di tale carattere fascista in quanto attuato appunto attraverso uno“sviluppo economico” e non più attraverso la classica violenza conservatrice; terzo, l’abbandono dei valori tradizionali simboleggiati (e non certo solo platonicamente) dalla Chiesa, a vantaggio della assunzione di nuovi valori (per esempio l’edonismo derivante dallo “sviluppo economico”) che cambia la realtà del potere da servire. Ma questi concetti nascosti non sono nominati appunto perché lo stile di tale ‘esame di coscienza’ è perfettamente e unicamente nominalistico! [La liturgia continua ancora più] avanti, nel programma stilato nel cuore del nostro democristiano nuovo, che, liberatosi da un fascismo, non intende (a parole | almeno in parte!) cadere in un fascismo nuovo, che è innominabile. Stavolta si tratta di un ‘esame di coscienza’ esercitato all’interno del proprio essere; un’‘autocritica’ il cui oggetto è il ‘parassitismo’ che è un problema esclusivamente tipico di chi è al potere: per comodità del lettore traspongo la prosa nel suo reale schema di ‘cursus’ recitabile secondo il modello dell’omelia, o del “Mistero”:

Il fenomeno del parassitismo riguarda tutti coloro che di volta in volta,
in cambio di un determinato guadagno ricevonobeni
o servizi che ne valgono assai meno,
o addirittura intascano senza ceder nulla e tutto ciò fanno:
o sfruttando particolari posizioni di monopolio
o quasi monopoliooooo, o tempi difficiliiiii,
o altrui bisogni pressantiiiii,
o ignoranza dei richiedentiiii,
o deficiente sorveglianza dei soprastantiiii,
o esecuzioni trasandateeeee,
o non rispetto di giorni e di orari di lavorooooo,
o pratiche fraudolenteeee…

A cui viene irresistibile di aggiungere il suggello, recitato [a gran voce], di un “Aaaamen”, che retrodati definitivamente nella formula del rito o nella [semincoscienza] mnemonica questo (…) “Parassitismo”.
Idem più avanti: quando viene il momento di protestare la ferma (ma non precipitosa) volontà di assicurare la continuità del progresso economico, non disgiunto da quello civile:

Ma contemporaneamente va attuata una politica anticongiunturale fatta di misure contro l’inflazione,
atte a ridurre la domanda non necessaria,
le voci di deterioramento della bilancia dei pagamenti,
l’esuberanza di mezzi monetari in circolazione,
la fuga di capitali,
le evasioni fiscali,
gli squilibri di bilanci pubblici –
e fatta altresì di misure per l’aumento o almeno la
conservazione del ritmo di produzione,
del livello di occupazione,
del volume di esportazioni,
con il controllo qualitativo e quantitativo del creditooooo,
con misure di incentivazione,
con la difesa della domanda proveniente da ceti di bassi redditiiiii,
con agevolazione alla fornitura di prodotti e di servizi per i mercati esteriiiii…

“Aaaaamen”. Il cursus della voce recitante i “Misteri” inclina qui nettamente verso inflessioni di “Ritmi” goliardici, e il sentimento del sacrilegio e del fescennino è incombente. Ad ogni modo, his fretus, ossia col suo memoriale in tasca, (…) Carlo fece la sua ricomparsa ufficiale in società in occasione della Mostra dell’Automobile […]» (Petrolio, cit., pp., 527-529)

«Carlo guardava quei fascisti che gli passavano davanti. […] Le persone che passavano davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell’orbita dell’angoscia e del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società “sviluppata” aveva infilato loro in saccoccia. […] I giovani avevano i capelli lunghi di tutti i giovani consumatori, con cernecchi e codine settecentesche, barbe carbonare, zazzere liberty; calzoni stretti che fasciavano miserandi coglioni. La loro aggressività, stupida e feroce, stringeva il cuore. […] Quella massa di gente sciamava per quella vecchia strada senza il minimo prestigio fisico, anzi fisicamente penosa e disgustosa. Erano dei piccoli borghesi senza destino, messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui venivano omologati a tutti gli altri». (Petrolio, cit., pp., 501-503)

Sulla presenza dei fascisti, quelli di ieri e quelli di oggi, commentava tempo addietro anche dalle pagine di pasolini.net il giornalista e scrittore Enrico Campofreda:

«La forza intuitiva dell’intellettuale [Pasolini] sta comunque nell’aver compreso meglio dei politici della Sinistra parlamentare ed extraparlamentare che il Nuovo Fascismo andava ben oltre le sigle e le pratiche degli stragisti legati al Msi. Il disegno organico d’un Potere palese e occulto, democristiano e malavitoso e poi cangiante nelle formule politiche (centrosinistra e consociativo; Caf; oggi forzitaliota- postfascista) è tuttora in corso. All’interno di molti partiti non si sviluppa più una linea or
ganica, magari con maggioranza e opposizione, bensì un disegno che coinvolge trasversali affarismi e gestione del Potere. Non è qualunquistico affermare che personalismi e affarismo più o meno celati esistono ormai ovunque e seppure fosse una questione personale nessuna Sinistra s’è liberata delle sue “mele marce”. Nei partiti gli uomini degli “affari” e della gestione occulta del potere hanno la meglio sugli uomini della moralità. È questo il Nuovo Fascismo che Pasolini temeva e combatteva e che ha ordinato la sua atroce fine». (settembre 2005)

2/8 – continua

27 ottobre 1962

20 giugno 2009

oggi ripasso di storia 3 – con nota finale

[da “Il caso Enrico Mattei ” di Giovanni Minoli]

..

Domani pubblicheremo il ventesimo e ultimo capitolo dell’introvabile Questo è Cefis di Giorgio Steimetz. Nell’attesa si possono rileggere le motivazioni che ci hanno spinto a farlo nelle brevi annotazioni in margine alla richiesta di riapertura delle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini [qui].

La povera gente

14 giugno 2009

oggi ripasso di storia 2

[da “Il caso Mattei” di Francesco Rosi, con Gian Maria Volonté, 1972]

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Il gatto di Enrico Mattei

10 giugno 2009
oggi ripasso di storia 1

[Enrico Mattei, archivio RAI, 1960]

La fonte del Petrolio

2 aprile 2009

brevi annotazioni in margine alla richiesta di riapertura delle indagini
sulla morte di Pier Paolo Pasolini
di Giovanni Giovannetti

Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).

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