Archive for the ‘poesia’ Category

Compagni fratelli Cervi

28 dicembre 2013

28 dicembre 1943-28 dicembre 2013

Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata:
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.

Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi:
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore?

Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d’Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.

(Gianni Rodari, Compagni fratelli Cervi, 1955)

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Viva la libertà

10 settembre 2013

«In certi momenti bisogna immaginare e realizzare proprio l’impossibile – ha scritto Antonio Moresco – perché l’impossibile può diventare la sola cosa possibile, la sola strada degna di essere percorsa». Rileggendo questo passo della “lettera aperta” di Antonio al Parlamento europeo, per assonanza mi è balzata alla mente A chi esita, la toccante poesia di Brecht che Toni Servillo legge nel film di Roberto Andò Viva la libertà: eccola.

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.

Sembra gli siano cresciute le forze, ha preso
una apparenza invincibile. E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.

Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è ora falso di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi contiamo ancora?

Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più
nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta
oltre la tua.

(Bertolt Brecht, An den SchwankendenA chi esita, in Poesie 1934-1956, Einaudi, 2005)

Malia

6 luglio 2013

di Massimo Rizzante

Sono venuta a questo mondo portando
con me molti crimini e soltanto una lacrima
di pudore che in una notte fitta come un porcospino
ha punto il tuo senso di colpa sigillandolo di sale

Nei versetti dei miei antenati nessuno è innocente:
neppure chi scaglia la prima pietra. Infatti, Kamal, solo la pietra
è innocente, e il suo desiderio è già una montagna di orrori
che nei manuali di storia si rincorrono a quattro cifre

Meglio l’indigenza che le orbite vuote di una statua,
meglio la disperazione che il registro con le firme degli invitati,
meglio la cancrena che il fiore appassito tra le pagine di un libro,
meglio i funghi velenosi che essere giudicata

Mio padre una volta lo fece. Ora l’edificio
della sua ragione sta franando sotto il peso
del mio letto vuoto: un vecchio divorato da un branco
di molle che gli sussurrano che l’ora del lupo è alle porte

Ma sono già troppo ubriaca per infilare nel buco
del passato la chiave dei ricordi. Ciò che importa
è che per te non sono ancora un fossile.
Perciò accetto le tue punizioni, anche le più infantili

Lo stile di agosto, dopo un amplesso, è sempre lo stesso:
grilli moribondi, insonnia, torture al ventre, e infine troppe ore
a fissare i crittogrammi delle crepe che il tempo, quel piccolo
burocrate alcolizzato, si diverte a scrivere sui muri

Sulla strada per Ourika siamo come uccelli notturni
che si strappano le ali a vicenda, fino a quando
il becco affonda in un organo cieco per molti,
soprattutto per coloro che sono stati ciechi a lungo

Così l’amore ci chiama. E da uccelli notturni
dobbiamo trasformarci in talpe, e scavare cunicoli nel tempo
e, se necessario, saziarci di tenebre senza poter risalire
in superficie. E questo per un giorno. O per sempre

O in cani che girano su se stessi un numero di volte
pari ai loro anni, moltiplicato per le cagne in calore
che hanno posseduto e che ora ubriachi cercano di ricordare,
prima di trovare una posizione in cui dormire

Massimo Rizzante
Scuola di calore

Effigie. le Ginestre

Itaca

1 luglio 2013

di Dinos Christianòpoulos

Non so se me ne andai per coerenza
o per bisogno di sfuggir da me stesso,
dalla stretta e avara Itaca
con le sue congregazioni cristiane
e la sua asfittica morale.

Comunque, non fu una soluzione; fu una mezza misura.

E da allora sbando di strada in strada
accumulando ferite e esperienze.
Gli amici che amai sono ormai perduti
e sono rimasto solo con la paura che mi veda qualcuno
a cui parlai un giorno d’ideali.

Ora torno con un estremo sforzo
di apparire irreprensibile e integro, torno
e sono, mio Dio, come il figliuol prodigo che lascia
l’errare, amareggiato, e ritorna
al padre misericordioso, per vivere
fra le sue braccia una dissolutezza privata.

Posidone lo porto dentro me,
che mi trattiene sempre lontano;
ed anche se potessi avvicinarmi,
mi troverà Itaca la soluzione?

Ieri ti vidi arrivare nel sonno
severo e cupo, e mi afferravi in modo
violento e rude, e poi mi trascinavi
dentro ad oscuri porti e piazze vuote
finché la tua divisa militare
fu un grande esercito, che passava,
un grande esercito, che mi calcava,
un esercito, che mi schiacciava sotto gli stivali,
mentre avanzava gagliardo; io mi sciolsi,
ero uno straccio, e divenni tutt’uno
col rovente asfalto, che riceveva
le peste degli infiniti stivali.

Fu allora, nel mio sommo avvilimento,
che ebbe sete di te, Signore, l’anima mia.

Dinos Christianòpoulos
Stagione di vacche magre
e altre poesie (1950-1957)

Effigie. le Ginestre

La vista di colui che tace…

28 giugno 2013

…per una terra incompiuta
di Domenico Brancale

…solo un presente senz’ombra di presente
Michele Ranchetti

La fiamma che alimenta le cose si spegne lasciando nell’orbita delle nostre pupille geometrie inconsolabili, simulacri – rimorsi nel vento.

Ascolta la vista di colui che tace. Ascoltala farsi cammino tra le cose che non sono mai state – mai resti. Ascoltala piegarsi all’orizzonte inciso nella linea che sparge il mare.

Qui ti chiamano Ionio. Il mio sguardo lontano abita la linea di questa promessa.

Briser le soleil, direbbe Le Corbusier. Non aver altra soluzione che frangere i raggi del sole. Briser la terre, direbbe un vecchio. Non aver altra soluzione che di frangere la pietra.

Chi frequenta il vuoto allunga le braccia per sfiorarti.

Come la carne, l’aria sa essere umida intorno alle vertebre di cemento in cui il midollo del ferro grida e incendia il tempo. Nessuno direbbe pilastri.

Anche questo è lo spazio che immobilizza il tempo.

Il cielo fa da parete alla piega della fronte. Non oso specchiarmi nel simulacro del mio volto.

Il cemento armato dei nostri pensieri fugge tutta la pena verso l’aria. Fugge dove non si può arrivare. Ogni dove resta sospeso.

Questi metalli che oscillano nella voce perché tu esista nel bianco. Siamo una lingua incompiuta.

Voce di uno: «Qui non resta che cingersi intorno al paesaggio qui volgere le spalle»

Bastava l’assenso

il tuo capo reclino verso il qui lontano
impediva il confronto

l’inconfessabile sui tuoi lobi
staccati dal
predetto
sudore di canto a venire

parlavo la tua stessa lingua incompresa

come se potessimo ancora dire
è possibile resisterle

Domenico Brancale
Controre

Effigie. le Ginestre

Il primo paesaggio si apre

25 giugno 2013

di Alessandro Ceni

Il primo paesaggio si apre
su un gloria di grazie,
e la spilla sulla bocca un’abrasione
è quella troppa terra che i pirati
commerciano con sordomute vele
entrando nei guasti di un
inverno precoce,
in una piscina di paglia cammino
cammino fino a farmi
salvare il cervello,
vorrai allora
del mio suolo fare l’occasione
e guarirmi, mentre bianco il
secondo paesaggio su un accumulo
di gioia e frigidi il sole miagola
i soliti squali da un ospedale
di sani, pare misero e preso
allevandosi a
vivere alla via così sul
dorsale del mondo sceso
a rammendare mura con chiodi
alle braccia, re
che nel terzo paesaggio correvi
correvi con in bocca il fiuto
di un cane o la sua fede
magnificata d’accessi avvenire
da una trinità di tendini
ambi e ritegni m’udiranno
arrivare, fiume
slittato nel parco per una esitazione
d’amore dalla barca che resse
impari mete di un varo verso a cui
perfino vedere
era soltanto troppo, andandosene,
la caccia attonita pallida di stormi
riprovati in un quarto di paesaggio,
mantidi ammanettate da un
rituale dell’alba, celle d’apostoli che
fuggono la mia lingua livida in un coro.

«Per andarsene da qui
lasciarsi cadere,
lasciare cadere a terra
ogni possibile liquido,
la muta, i licheni lanosi delle corna del cervo,
le squame, le penne del corvo e il suo arido volo
d’estate
sopra milioni d’insetti nell’erba delle praterie.
Per sempre non tornare
contemplare il fiume
accendere la radio
immaginare una casa
e pretenderla tua».

Alessandro Ceni
La ricostruzione della casa
Poesie scelte 1976-2006

Effigie. le Ginestre

Soli ancora non nati

23 giugno 2013

di Domenico Brancale

Tocca sentire, soltanto sentire, ancor prima di lasciare al respiro il tentativo di svelare il silenzio che avvolge le sue carte. E in questa costellazione segreta a se stessa, al largo di ogni nostro possibile sguardo, vedere, soltanto vedere il corpo che ci attende lungo la traiettoria della luce scheggiata. Vedere l’avvenire di ciò che un giorno sarà concesso alla nostra carne, quando spegnendosi irrevocabilmente il pensiero, un abbaglio di corolle infuocate cingerà la nostra vita.

Vivi a morte. Morti a vita. Amanti, ritroveremo il mistero del corpo, dopo aver graffiato le pareti della memoria, scavato fino al fondo di qualunque soglia in cui è conficcata la colpa che incatena i desideri riemersi dalle viscere, senza più l’ancora di questo apparire.

Forse finalmente ciechi, qualcosa passerà sulla retina della nostra anima: oasi di pietre nere, saette di animali latranti, processioni di braccia, crepe di vulva, ruote di crani, radici di carne, agavi di pene, cataste di seni, rami d’assedio che sfiorano la lacrima – Soli ancora non nati.

E così che, impresso da un gesto che matura nel buio della traccia,
assisto la pittura di Simone Pellegrini e mi chiedo, se dovrò morire,
che sia il giorno dopo questo avvento, scanno della voce, taglio del
silenzio che tu pittore induci.

Bastava l’assenso

il tuo capo reclino verso il qui lontano
impediva il confronto

l’inconfessabile sui tuoi lobi
staccati dal
predetto
sudore di canto a venire

parlavo la tua stessa lingua incompresa

come se potessimo ancora dire
è possibile resisterle

Domenico Brancale
Controre

Effigie. le Ginestre

Versi di Sant’Agnese a San Sebastiano

20 giugno 2013

di Dinos Christianòpoulos

Muori prima che il pregar ti sia grave.

I soldati del plotone d’esecuzione
amano e giacciono proprio come tutti gli altri,
fumano e si divertono a farsi fotografare
e accendono candele uguali a Venere e Vesta.
Nulla fra loro e il tuo petto;
solo le frecce che t’innalzeranno al cielo
e questa tua fede che travaglia gli uomini.

Spoglio della tunica militare,
nudo appari più santo.

Domani schiere di uomini avran nome Sebastiano:
bambini che giocheranno nei cortili,
          giovani che lavoreranno nelle officine,
presidenti d’istituti benefici, sovversivi e letterati.
Domani il tuo nome passerà di bocca in bocca
e i fratelli ti commemoreranno nei martirologi
e circoleranno litografie del tuo martirio.
Ma tu, legato all’albero, imbrattato di sangue,
lassù in paradiso non ti dimenticare di noi,
noi che per la fede fummo stretti insieme a te,
ma soprattutto non ti dimenticare del nostro contatto
la prima sera dopo la flagellazione,
il contatto dei nostri corpi, il più innocente, il più casuale,
nell’ora che le nostre labbra lodavano il Signore.

Ieri ti vidi arrivare nel sonno
severo e cupo, e mi afferravi in modo
violento e rude, e poi mi trascinavi
dentro ad oscuri porti e piazze vuote
finché la tua divisa militare
fu un grande esercito, che passava,
un grande esercito, che mi calcava,
un esercito, che mi schiacciava sotto gli stivali,
mentre avanzava gagliardo; io mi sciolsi,
ero uno straccio, e divenni tutt’uno
col rovente asfalto, che riceveva
le peste degli infiniti stivali.

Fu allora, nel mio sommo avvilimento,
che ebbe sete di te, Signore, l’anima mia.

Dinos Christianòpoulos
Stagione di vacche magre
e altre poesie (1950-1957)

Effigie. le Ginestre

La lettera ritornata

17 giugno 2013

di Alessandro Ceni

Convinciti ad una valle e a un bosco
per un istinto che invece di guidarti ti minacci,
come quello che non riposa mai
e guarda nel polverìo della porta smurata
sul contrafforte di rena
fiorire la polmonaria
gravitarvi una nuvola
e brattere il vento.

Il messaggio conteneva il modo
per dire la rondine, l’esperide
la mano che lascia la stretta di mano
e l’erba che si rialza nelle impronte,
lo sbandare della pineta
sul rettilineo dei palazzi in attesa
lungo la spiaggia di finissime ossa
e il mortaio calcinante delle colline.

«Per andarsene da qui
lasciarsi cadere,
lasciare cadere a terra
ogni possibile liquido,
la muta, i licheni lanosi delle corna del cervo,
le squame, le penne del corvo e il suo arido volo
d’estate
sopra milioni d’insetti nell’erba delle praterie.
Per sempre non tornare
contemplare il fiume
accendere la radio
immaginare una casa
e pretenderla tua».

Alessandro Ceni
La ricostruzione della casa
Poesie scelte 1976-2006

Effigie. le Ginestre

Ballate degli anni

25 agosto 2012

di Alfonso Gatto

Scritte più di quarant’anni fa per la trasmissione televisiva Almanacco di storia, scienza e varia umanità (1963). Si tratta di componimenti rinvenuti tra le carte conservate nel Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia – inediti per la stampa – in cui vengono evocati i principali eventi dell’inizio del Novecento, anno per anno, tessuti con grazia entro la forma lieve della filastrocca. Giocando con la sua passione per il verso facile e intrecciando rigore storico con cronaca e poesia, Gatto crea canzonette narrative di rara gradevolezza.

La storia è storia se si dà quel tono
di discendenza, se frondeggia opimo
l’albero al frutto: l’”undici” che sono
si fa bello nel dir “decimoprimo”.

E che volete? Scopro il monumento
a Vittorio Emanuele, il Palazzaccio
e la Fontana dell’Esedra, invento
quella Roma umbertina che a casaccio

cerca d’essere almeno una città.
L’Italia Unita compie cinquant’anni,
offre altari alla Patria e all’Unità,
nasce l’aquila aperta nei suoi vanni.

Si montano nei marmi gli sproloqui
della grandezza, schiumano i cavalli
delle bighe dorate, ma ai “Colloqui”
del poeta Gozzano, nelle valli

della serenità canavesana,
la confidenza è l’aria, il non so che
della dolce provincia, la lontana
Felicita che tosta il suo caffè.

L’avventura africana è come un fiore
all’occhiello dei poveri, l’Italia
non ha nemmeno un figlio di colore,
una colònia da tenere a balia.

Alfonso Gatto, Ballate, Effigie, in libreria

Libers…

20 agosto 2012

di Leonardo Zanier

cuant ch’i vevi il fuscîl
i vevi nemîs
ma lu vevi tolet
par dopo cambiâlu
cu la cjaça
par no jessi obleât
a trai
su chei ch’a mi samèin
no si podeva spietâ
nûts

in chê vôlta i sbaravi
e i speravi
e i podevi preâ
ma no vevi bisugna
i fevelavin di dopo
i volevin judâ i oms
a jessi oms
e no caricaturas di oms
e jessi fradis
a volê il ben
e i crodevin tal ben
lu volevin

parcè che una femina
bessola
e i fîs cença pâri
e nô cença afiets
e cença lavôr
e cença sperança
nol è ben

quando avevo il fucile
avevo nemici
ma lo avevo preso
per poi cambiarlo
con la cazzuola
per non essere obbligato
a sparare
su quelli che mi assomigliano
non si poteva aspettare
nudi

allora sparavo
e speravo
e potevo pregare
ma non ne avevo bisogno
parlavamo
di dopo
volevamo aiutare gli uomini
a essere uomini
non caricature di uomini
a essere
fratelli
a volere il bene
e credevamo nel bene
lo volevamo

perché una donna
sola
e i figli senza padre
e noi senza affetti
e senza lavoro
e senza speranza
non è bene

Leonardo Zanier
LIBERS… DI SCUGNÎ LÂ – LIBERI… DI DOVER PARTIRE – LIBERS… DE DOVOIR PARTIR, Effigie
a settembre in libreria

Ballate

15 agosto 2012

di Alfonso Gatto

In fila tutti, gli anni dietro gli anni,
l’ultimo è il primo, il primo è il più bambino.
A parlarvi di me, bando agli inganni,
lascio la Storia e sono a voi vicino.
Io sono il Millenovecentouno,
senza senno di poi, appena nato.
Se dite di sapere, c’è nessuno
che m’abbi a dire perché son passato?
Aveva chiuso il Papa il Giubileo,
Parigi usciva dalla grande fiera,
il secolo moriva col trofeo
della su pace, in guerra coi Boeri.

[…]

Alfonso Gatto, Ballate degli anni, di prossima pubblicazione presso Effigie

Liberi… di dover partire

11 agosto 2012

di Leonardo Zanier

Libers… di scugnî lâ: più che poesie in lingua friulana nella loro declinazione carnica, è una geniale e aspra sintesi della costrizione, della disperazione e della speranza che sono sottese al mondo dell’emigrazione. Scritto da un emigrante figlio di emigranti, il testo viene qui affiancato dalle traduzioni in italiano, arabo e francese. Si vorrebbe in tal modo offrirlo a tutte quelle migliaia di uomini e donne immigrati in Italia da altri mondi, in fuga dalla fame o dalle guerre. È un percorso riconoscibile in quello di molti nostri connazionali, partiti nel secolo scorso in cerca di fortuna lontano dalla propria terra e dai propri cari. Leonardo Zanier usa parole dense e ruvide, restituendo il peso di un’esperienza che trova la propria concreta dimensione nella sofferenza e nella povertà.

a chei ch’a stan partint vuê
a chei che incjimò non san lei
o ch’a sgjambiriin
ta pansa di lôr mâri
ch’a nassaran za vuarfins
di pâri

***

a quelli che stanno partendo oggi
e a quelli che ancora non sanno leggere
o che scalciano
nella pancia della loro madre
che nasceranno già orfani
di padre

Leonardo Zanier, LIBERS… DI SCUGNÎ LÂ – LIBERI… DI DOVER PARTIRE – LIBERS… DE DOVOIR PARTIR, di prossima pubblicazione presso Effigie

Primo Maggio 2012

30 aprile 2012

Il primo canto è di lavoro
ma non di quello che nobilita
lavoro che sporca e fa puzzare
e tinge le maglie sotto le ascelle
e sbrindella le tute già rattoppate
come la carcassa di Arlecchino;
lavoro con le maniche rimboccate
che sputa sui calli prima di cominciare
lavoro di uomini tutti insieme
sotto il sole di luglio a mezzogiorno
che tirano in cadenza e gridano – oh issa!

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