Archive for the ‘racconti’ Category

Disoccupazione

2 dicembre 2010
di di Roberta Salardi

«E' un counseling informale. La prima volta ci si può incontrare fuori, se vuole, anche nei pressi del suo ufficio. Lo dico per lei, così perde meno tempo per farsi un'idea. Una normale chiacchierata fra amici tanto per rompere il ghiaccio. In un secondo tempo si passa in studio».
«Informale…? Non avevo mai sentito parlare di questa pratica…»
«E' nuova infatti. Appena importata dagli States. Innovativa».
«Lei sarebbe in città comunque?»
«Sì».
«Ascolti… Se è così informale, non si potrebbe fare per telefono?»
«No… no. Ecco, il counseling richiede la viva presenza. Il vis-à-vis è importante».
«Sono indeciso. Il suo annuncio mi ha incuriosito ma non saprei…»
«Ci pensi pure. Quando decide, mi richiama».

Perso. Gli indecisi non decidono. Dovevo decidere io per lui; dire qualcosa del tipo: tentar non nuoce o una scemenza così. Quando si rimanda, non richiamano, è scontato.
Lavorare molto sulla chiusura della frase, diceva bene il mio amico…

«E' un counseling informale… Inizialmente ci s'incontra in un bar, in un locale qualsiasi… poi si vede se è il caso di passare in studio…»
«No, così non va: troppo scanzonato, sembra una presa per il culo. Counseling informale fa un buon effetto, va bene; ma devi curare di più il resto della frase. La conclusione è decisiva. Riprova».
«Pronto… Sì, è un counseling informale. Si fanno due chiacchiere per cominciare, poi si passa in studio».
«Così va già meglio. Molti alla parola studio non fanno più motto: percepiscono la professionalità».

Il punto è che avevamo fatto poche prove. Come si fa a improvvisarsi strizzacervelli, dico io? Che diavolo d'idea! Ma il colmo non è ancora questo. Il colmo è che qualcuno ci crede!
Sono quelli che hanno già deciso, quelli che hanno preso la rincorsa senza sapere bene dove andarsi a schiantare. Paradossalmente i disperati come me. Ormai sono partiti in quarta… Eravamo partiti.

«Buongiorno, ho letto l'annuncio».
«Buongiorno».
«Posso parlare? Avrei delle cose da dire».
«Va bene, ma è meglio fissare un appuntamento. Così abbiamo tutto l'agio».
«Senz'altro. Mi dia l'indirizzo. E' in centro? Stasera è possibile?»
«Va bene. Mi dica lei l'ora».
«Finisco alle 17,00. Si può fare alle 18,00?»
«Perché no? Sono in via…»
«Alle 18,00 sono da lei».

Quando ricevetti la prima telefonata di questo genere restai di stucco. Non credevo che mi sarei agitato. Per quanto irresponsabile, dico la verità, un po' preoccupato mi sentivo… Ma ormai ero in ballo…  
E dire che tutto era iniziato per un equivoco. Un mio annuncio, eccessivamente sintetico per questioni tariffarie, «INGOMBRI: UN AIUTO SUBITO», era uscito per errore nel settore CONSULENZE del quotidiano locale. Qualcuno lo aveva interpretato in senso metaforico. Io sono ingegnere, ma la mia ditta ha chiuso. Mi sono trovato a spasso alla bell'età di cinquant'anni. Che fare? La prima idea fu di affittare furgoni e aiutare la gente a far trasloco. In una città abbastanza grande lavoro del genere non manca. Per via dello stato depressivo in cui annaspavo i primi tempi, non riuscivo a immaginare altro che il facchinaggio. Mi offrivo allegramente di sollevare a braccia quanto di più pesante esiste nel ramo elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, bombole del gas… Ero felice di provare a me stesso di essere ancora in grado di lavorare: di lavorare duro perdipiù! Alla faccia di tutti quei fighetti disoccupatini di trent'anni!
Ma mi sentivo solo al mondo la sera che ricevetti la telefonata del primo equivocante… Solo e sempre più depresso…

«Buonasera, è lei che ha messo l'annuncio?»
«Sì, buonasera».
«Senta, ho bisogno di togliermi un peso dalla coscienza».
«Ma… veramente…»
«E' occupato? Quando posso richiamare?»
«A essere sinceri…»
«Va bene, allora richiamo».
«Ma…»
Decisamente quella volta non si trattava di un rinunciatario. Il tono della voce comunque oscillava tra il serio e il faceto: probabilmente uno sfaccendato spirito burlone.
«Buonasera. Ho chiamato poco fa. Posso parlare liberamente adesso?»
«Va bene, mi accenni solo per sommi capi però… Quel che conta è accordarsi sulle date».
«Certo, certo… Lei riceve in studio, immagino».
«Se vuole chiamarlo studio…»
«Bene. Il pomeriggio o la sera?»
«Faccio orario continuato. Non smetto mai di lavorare».
«Ottimo. Coscienzioso. Mi piace. Ah…ah… ah…»
«Bene… Dica pure…»
«Mi pare d'aver capito che lei può dare una mano a liberarsi di pesi e d'ingombri, vero?»
«Ha capito benissimo infatti. In un primo momento temevo avesse frainteso, invece…»
«Ecco… che ne direbbe d'aiutarmi a sbarazzarmi di quel peso massimo di mia moglie? Ih… ih…ih…»
«Lei ha un sacco di tempo da perdere, vero?»
«No, no, aspetti, non riagganci! Ho un forte bisogno di dire a qualcuno che…»
«Mmm…?»
«Mia moglie… l'ho quasi uccisa!»
«Ma lei sta scherzando?»
«Nient'affatto».
«Scusi, ma ha sbagliato numero! Deve chiamare l'ambulanza, la polizia…! Insomma non mi coinvolga. Io sono un privato cittadino…»
Stavo per riagganciare sconvolto, ma quello mi fermò. Ormai ero bloccato tra lo spavento e la curiosità…
«Ma no… Che ha capito? Ho detto quasi uccisa! Mi piace bendarla e strangolarla durante… durante… Ma lei è uno psicologo?»
«No!»
«Come no?»
«C'è stato un equivoco. Io sono un facchino».
«Porca miseria! Avevo quasi creduto che…»
«Porca miseria, può ben dirlo! Se pensa che fino a pochi mesi fa ero ingegnere…»
«Ma lei… lei non dovrebbe… Io mi sento offeso…»
«Pure io, non sa quanto».
«Si vergogni! Ih… ih…ih…»

Nonostante il tono della conversazione fosse chiaramente ludico, non si era trattato di una situazione simpatica, eppure… Altri ansiosi e curiosi nei giorni successivi chiamarono per chiedere delucidazioni, per sapere se potevano con me dar libero sfogo alle loro fantasie. Finii per ascoltare qualche confidenza tanto per interrompere la noia quotidiana (le chiamate per trasloco non erano poi così frequenti). Un sacco di gente, a quanto pareva, aveva una grande urgenza di sputare rospi, rospi ingoiati da chissà quanto tempo che finora nessuno aveva consentito loro di vomitare.
Iniziai ad accarezzare un'idea di successo… Perché no? Da diverso tempo ormai coltivavo e curavo con grande narcisismo una perfetta barba bia
nca. Chissà che una vaga somiglianza con il dottor Freud fortuitamente non mi tornasse utile! Per non parlare dello sguardo intelligente veicolato dai miei inseparabili occhiali da miope!
Urgeva tuttavia un consulto…

«Sai, vecchio mio, ti dirò…» aveva reagito Gianvi nemmeno troppo perplesso, «Non me la sento neppure di biasimarti… Se pensi che la cosa serva a rimetterti in carreggiata…»
«Non ho chiamato perché mi rimproverassi infatti. Su, dammi qualche consiglio piuttosto, tu hai studiato un po' di quelle materie. Un'infarinatura ce l'hai…»
«Io sono solo un professore di liceo… ad ogni modo… sono cose che ormai sa chiunque… Il consiglio che sento di darti è: lasciali parlare. Tu non intervenire quasi. Che non ti salti in mente d'interpretare o qualcosa del genere. Non ti azzardare a credere di sapere… Non si sa mai niente… Hai la fortuna di non conoscere la materia della quale parli. Ricorda il magnifico Socrate: so di non sapere».

Quindi eravamo passati all'attenta elaborazione dell'annuncio, quello vero questa volta: Counseling, ascolto, libera conversazione, massima riservatezza.
Chiamavano esclusivamente uomini, che alla voce maschile parevano trovarsi nel loro elemento e procedevano con inaspettata disinvoltura. Forse erano habitués della psicanalisi e già avevano fatto il giro di tutti gli studi della zona (senza risultati, naturalmente, tranne un certo divertimento, visto che avevano preso la cosa come uno sport). I più erano tuttavia quelli che cercavano uno studio associato, diffidando di un singolo self-made man. Il termine counseling incuriosiva come una pietanza esotica appena importata, ma nello stesso tempo lasciava qualcuno un po' interdetto o libero d'interpretare la pratica a modo suo.
Fui sorpreso una domenica quando un urgente (lo chiamo urgente, non paziente, perché costui decisamente di pazienza non ne aveva neanche un po') mi svegliò alle due del pomeriggio, disturbando il mio miglior passatempo da disoccupato: le sieste postprandiali.

«Scusi, è il numero giusto? Un numero dove si può parlare?»
«Non vorrei essere scortese, ma è domenica!»
«Be'… è proprio di domenica che si concentrano gli stati d'ansia e d'angoscia, non sa? Non sa che la domenica è il giorno preferito dai suicidi?»
Come al solito, erano loro i più informati.
«Va bene, mi dica pure…»
«Ecco, vorrei parlarle di un mio gusto erotico, se posso, di una mia inclinazione molto particolare… Vorrei sapere la sua opinione…»
«Devo informarla che ricevo in studio…»
«Mi lasci iniziare per telefono, ho bisogno di parlarne con qualcuno».
«Capisco. Mi accenni solo brevemente, poi le dico se è il caso che ci vediamo di persona».
«Mi piace legare le bambine. Ho appena rapito due cuginette di sei e sette anni».
«Che cosa mi sta dicendo?»
«Le ho rapite, ma le libererò fra qualche ora, quando i miei zii le porteranno a casa per cena. Tutte le domeniche le lasciano un po' nel mio giardino a giocare…»
Ero tentato di redarguire severamente il mio interlocutore, ma il mio ruolo di ascoltatore passivo m'imponeva di conoscere ancora un po' della sua storia per farmi un'idea più precisa.
«Quello che mi affascina di più in una donna è la pioggia d'oro, come si suole chiamare, quel liquido caldo, dorato e nello stesso tempo limpido, sorgivo… Se penso che viene da dentro quel corpo meraviglioso, che contiene gli organi dove si forma la vita: l'utero, le ovaie… Dal corpo delle bambine, che è un corpo già splendido e ancora innocente, quel liquido zampilla puro come acqua di fonte».
«Senta, se ha intenzione di dirmi…»
«Aspetti, aspetti a giudicare… Non è un telefono amico questo?»
«Non mi metta in una situazione difficile…»
«Bene, adesso sono di là, legate su una sedia per trattenere bene la pipì… Poi finalmente, quando le libererò…»
"Da dove chiama? Mi obbliga ad avvertire…»

A questo punto l'urgente aveva riagganciato. Realtà o fantasia che fosse, questa conversazione mi aveva scioccato. Pensai a tutte le tranquille domeniche di provincia in cui magari si svolgevano indisturbate pratiche morbose o veri e propri crimini. Ebbi quasi un mancamento. No, non ero in grado di affrontare la follia del mondo, nonostante la mia disperata buona volontà di disoccupato.
Venivo trattato da gabinetto pubblico, ecco la verità! I miei amabili concittadini, pur nell'affanno del corri-lavora-corri quotidiano, con la rapidità di un mordi-e-fuggi, trovavano il modo di tirarmi comunque qualche smerdata. Un sacco di gente approfittava del primo numero telefonico che gli capitava sotto tiro per sfogarsi e raccontare le più nefande fantasticherie che covava dentro…
Avevo già deciso di desistere, quando il caso successivo mi si annunciò con discrezione, tramite un messaggio preliminare: «A volte, quando sono solo in casa mi piace travestirmi. Potrei parlargliene?». La delicatezza del personaggio mi tranquillizzò. Vi pensai su una mezza giornata, quindi risposi a mia volta con un sms: «Mi chiami quando vuole».
Passarono alcuni giorni (evidentemente il tipo non aveva fretta, teneva al suo grazioso passatempo). Infine fissò un appuntamento e fece il suo ingresso in casa mia una persona dall'apparenza perfettamente normale. Metà del mio bilocale era stato opportunamente trasformato in studio e lui depose accuratamente nell'ingresso cappotto e cappello. Prese a raccontare con grande naturalezza, senza fare a me alcuna domanda circa i miei titoli o la mia professione.

«Le sembrerà strano ma è stata la mia ragazza a iniziarmi alla cosa. Prima di andarsene una sera (noi ci vediamo spesso di pomeriggio perché lei lavora sul tardi in una paninoteca), dopo essersi data il rossetto, lo passò anche sulle mie  labbra e mi baciò. Vedendo che mi era piaciuto, una volta prese a darmi il suo ombretto azzurro, anche se sotto le mie sopracciglia folte e scure obiettivamente stava male. Allora iniziammo a concentrarci per curare l'effetto e scegliemmo dei cosmetici adatti a me. Si divertiva molto: 'Vedrai che riuscirò a trasformarti in una vera signora…' scherzava. L'aveva presa un po' come una sfida. O forse le piacciono le donne, non so. Non aveva mai manifestato tendenze particolari e che io sappia non le ha neppure adesso. Comunque sia, il gioco la portò a farmi indossare alcuni dei suoi abiti e ad agghindarmi con i suoi gioielli. Una volta che mi fece infilare i suoi slip, mi eccitai al punto che venni da solo. Invece quando si lasciò prendere la mano e insistette per farmi la ceretta, mi ribellai e non osò ritentare. Fino a qui, nulla di strano. Giochi da ragazzi, dirà lei. Il bello viene dopo. Finii per provarci gusto e, rimasto solo, anziché svestirmi e lavarmi, sfilavo in gonna davanti allo specchio, mi ammiravo, accavallavo le gambe, immaginavo di trovarmi assediata da uomini in calore… Insomma, presi a masturbarmi da travestito, quindi mi addormentavo placidamente».

Non sapevo cosa dire. Chissà quale commento si aspettava quest'uomo che sembrava così esperto nelle faccende della vita.
Poiché non distoglieva gli occhi da me e a questo punto non potevo sfuggi
re a un qualche tipo di osservazione (pur annaspando alla ricerca di un'idea e disperandomi in cuor mio), mi venne in mente che nei film di Woody Allen si fa riferimento spesso alla madre (addirittura ce n'è uno in cui la facciona della madre segue passo passo il figlio dal cielo). Così pensai: per male che vada, non farò proprio una pessima figura.
«Che ricordo ha di sua madre?» azzardai.
Il paziente (che si dimostrò davvero estremamente calmo e signorile, da vero conoscitore della materia) prese a parlare a ruota libera dei suoi ricordi d'infanzia. Notai che a ogni mio vago e pur brevissimo incoraggiamento lui iniziava a esporre docilmente un nuovo capitolo della sua vita.
Sapevo che prima o poi avrebbe voluto sdraiarsi sul divano e un po' temevo quel momento. Sarebbe stato opportuno? In realtà avvenne tutto nel modo più naturale: mentre mi faceva le sue confidenze nella massima libertà di atteggiamenti e di espressione, ci ritrovammo entrambi chi sdraiato e chi stravaccato comodamente, ognuno sulla sua poltrona, con gli occhi persi nel vuoto. I suoi racconti rendevano sognatore anche me.
A questo punto fui sfiorato dal mio primo scrupolo: perché imporre una tariffa a una persona che con tale fiducia veniva a parlarmi della sua vita?
Il mio unico paziente-cliente mi stava aiutando a superare un momento difficile, un momento di crisi e smarrimento. Mi dava tutta quella fiducia e io cosa facevo per lui?

"… Vedere me stesso riflesso nello specchio di camera mia è diventato il mio miglior passatempo…» continuava. «Lei non ci crederà, ma ho smesso di uscire la sera. Rimango in casa a travestirmi. Spero non pensi che io sia gay o una cosa del genere… E' qualcosa di diverso, qualcosa che ha un sapore quasi di nostalgia, che mi ricorda sensazioni di quand'ero piccolo, pensi, di quando talvolta mi provavo di nascosto i vestiti di mia madre…»
«E la sua ragazza? Si è fatta un'opinione in proposito?» interruppi a questo punto in maniera poco professionale. A essere sinceri, m'interessava molto più la sua ragazza di sua madre…
«Oh, lei non sa niente… cioè non sa tutto. Una volta uscita per andare a lavorare, non sa che navigo in solitaria davanti allo specchio. Per lei finisce tutto col bacio della buonanotte…»
«Capisco».

Trovavo il racconto del mio paziente estremamente affascinante. Vi riscontrai qualcosa di vagamente familiare. Anch'io osservavo con attenzione i preparativi di mia madre davanti allo specchio prima che uscisse, la sua cura nel trucco, la scelta degli abbinamenti e dei colori… Impiegava sempre un certo tempo per scegliere le scarpe più adatte, per aggiustare più volte la gonna, per controllare come cadevano le pieghe della camicetta. In particolare m'ipnotizzava la nuance perlacea delle calze. Ricordo che fissando ostinatamente le colonne portanti, cioè le gambe delle donne, speravo mi si svelasse prima o poi il mistero di quella struttura magica costituita dall'abbigliamento femminile. I tacchi li avevo provati anch'io qualche volta, per farmi un'idea dell'effetto che doveva fare camminare sui trampoli… Quanto alla fantasia di venir calpestato dal dolce piede femminile, era stata il pensiero dominante di gran parte della mia giovinezza…
La mia attenzione, da distratta e fluttuante, come avevo letto avrebbe dovuto mantenersi nei confronti del mio confidente, si ancorava sempre più ad alcuni dei particolari descritti. Per esempio, il bacio a doppio rossetto mi eccitò moltissimo. Quasi m'innamorai di quella fidanzata così amabilmente trasgressiva. Avrei voluto creare l'opportunità di un incontro. Stavo per proporgli di condurla in studio allo scopo di farmi un quadro più preciso della sua situazione, ma mi trattenni. Per rispetto di un paziente così perbene che era ricorso a me, era giusto osservare il più possibile la prassi.
Finii con l'imitare diverse volte allo specchio il gesto della ragazza, quella doppia mano di rossetto che s'imprimeva sulle labbra come una zeta di Zorro. Zeta come 'zitto!', pensavo: taci e imita. Ma anche zeta come 'zero': io ti cancello e ti rifaccio diverso.
Avrei voluto incontrarla. Avrei voluto dirle: «Trasforma anche me! Ricreami con la tua mano, ridisegnami con la tua matita per labbra, dammi i colori e la forma che ami! Fammi diverso e a te somigliante!». Forse avrei avuto persino il coraggio di continuare: «Pasticciami e imbrattami con pasta cosmetica e, se vuoi, anche con tutti i tuoi mascara e eye-liner!». Sarei crollato ai suoi piedi e avrei supplicato: «Stropicciami, strapazzami, calpestami… Fammi sapere che mi desideri!».
A forza di discutere di quella scena con la donna, riuscii a carpire al mio paziente in quale paninoteca lavorasse la dolce dominatrice e, nonostante le descrizioni approssimative, la individuai. Tuttavia non mi venne in mente niente di meglio che passarle un biglietto con su scritto: «So qualcosa su Valentino».
La prima reazione fu la sorpresa.
«Lei chi è?» le tremò la voce.
«Il suo analista» ribattei senza battere ciglio.
«Ma… perché…?» balbettò non appena fummo soli in una saletta appartata.
«Oh, non si spaventi, signorina… Non volevo turbarla… A dire il vero, desideravo conoscerla. Il suo ragazzo mi ha molto parlato di lei».
«Spero bene…»
«Molto bene, certo. Tant'è vero che ho desiderato sapere qual era la persona che si celava dietro le sue parole…»
«Ma… perché Valentino viene da lei?»
«Oh, niente di speciale… per fare due chiacchiere tra uomini, come si suol dire…»
«Ah, sì? Adesso per fare due chiacchiere bisogna andare dall'analista?»
Stava diventando aggressiva. Non contenta, aggiunse: «E lei che psicologo è, se s'interessa così da vicino alle storie dei suoi pazienti?»
Cercai di cavarmela dicendo che volevo semplicemente mettere a fuoco alcuni aspetti sfuggenti della situazione. Rimanendo nel vago, trovai il modo di chiudere la conversazione.
Ora forse il mio paziente si sarebbe sentito tradito da me. Mi affrettai a riferirgli che avevo voluto incontrare la sua ragazza per farmi un'idea più precisa circa il loro rapporto e la questione del maschile e del femminile.
Ma intuii che le cose si stavano complicando troppo e che correvamo tutti e tre il rischio di restare intrappolati in un gioco di specchi in cui lui si confondeva con la madre, la ragazza con lui, io con la ragazza o con lui o con mia madre… Un bel pasticcio…
«… E così eccomi a mia volta in uno di questi studi associati che vanno tanto di moda. Sono entrato in una stanza qualsiasi senza badare alle varie distinzioni: Gestalt-terapia, natur-terapia, yoga, costellazioni familiari, training di gruppo… Mi è bastato intravedere un lettino per calarmi perfettamente nella nuova parte, non trova…? Da qualche mese ho perso il lavoro, come le dicevo…»

Flash su Garlasco

1 aprile 2009
di Roberta Salardi

Tutti questi flash negli occhi… pugni di riso per gli sposi… fotografati io e la bara; io senza la bara; io e la mamma; io senza la mamma… sempre io al centro… altrimenti io e la mamma abbracciati
«Ma, ecco, è lei! E’ lei!» al mio fianco sul sagrato… vestita di bianco, radiosa… ha un velo semitrasparente davanti al viso per nascondere pudicamente l’emozione («C’era sangue sulla facc…?») la sua espressione dolce, ridente, gli occh…
tutti aspettavano noi qui fuori: il sindaco, i conoscenti, i giornalisti, i carabinieri… la città intera (la famiglia e la città tutta piangono la perdit…
riunita per festeggiarci… gente venuta anche da fuori… abbracci, strette di mano, la gioia collettiva, spontanea per la felicità di due giovani così belli… non osano baciare la sposa perché è velata e un po’ ritrosa… allora stringono la mano a me, m’invidiano… lei irradia luce da tutto il corpo, fa sbocciare la primavera tutt’intorno… la gente la vuole guardare (quello sfregio sull’occhio…
non riusciva più a vedermi… a tentoni nel buio… cercava un me che non riusciva più a trovare
il vento è così dolce e gentile e noi così leggeri che potremmo essere trasportati su una nuvola (no, è impossibile che mi guardi da lassù) le persone ci portano in palmo di mano (uno scricchiolio quasi silenzioso) in onore della giovinezza, della felicità! (un cedimento di qualcosa… cosa avrà ceduto per prima? una falange, una costola? nella spinta contro il muro o giù per le scale) la gente ci solleva, ci porta in trionfo… con le mani riusciamo a sfiorare le fronde degli alberi, i fiori… come bambini sulle altalene… inebriata dal profumo, lei respira profondamente (era mai successo in cantina?) ma saliamo sempre di più, trasportati… entriamo dentro l’ombra fresca, odorosa (a un certo punto una sostanza più scura, più densa) degli alberi (le mani lordate, grondanti, dove…?
a guardare tutto e tutti da questo punto, da questo momento (e se questo fosse l’ombelico del mondo? perché aver paura di scendere?) oggi avrebbe potuto essere (dove lavarmi adesso?) il giorno del nostro matrimonio e questa gente qui radunata i nostri invitati… (ma sì, una doccia e via) che cosa resta della vita di una persona? (Que reste-t-il de nos amours…?) di un corpo? il suo patrimonio genetico sugli asciugamani, sotto le suole delle scarpe… impronte e capelli, sudore e sangue… e le ossa, il franare delle ossa come sabbia… il collasso della gabbia toracica sotto il peso… e la frattura della scatola cranica come un pigolio
una volta dentro l’uovo c’era un pulcino
noi due saremo felici e domani avremo un bambino, riguarderemo insieme le foto di questo giorno… io capelli come il grano, tu occhi come il cielo, le cugine unite dal sorriso (i fotomontaggi sui rotocalchi… «I top erano bianchi o rossi?» e tu come ti vesti?) le vostre braccia intrecciate (i ghigni del taglia-e-incolla sul web, le gemelle scolpite nella roccia come i presidenti degli States) tu e i bambini, io coi genitori (io, la madre e la tomba) chi dei presenti potrà dimenticare il giorno più bello della nostra vita? (o forse dall’alto mi stai guardando e mi dici: per questo tuo sogno di oggi ti perdono) tu coi miei genitori (è così buona) mio padre ti stima molto («Che ricordo avete?» «Un ricordo bellissimo») non una maldicenza, non un commento fuori luogo… è proprio una brava ragazza (ma la luce della taverna è chiara o scura?) un delitto senza movente… chi può averle voluto del male? era troppo buona… un bellissimo nome… non tutti riescono a perdonare… molto superiore alla media… a un certo punto della messa, lo sguardo della madre… un dubbio (non sono più così sicura
una nuvola che è subito passata, scacciata dal sole, che ora è di nuovo forte, accecante, sarebbe bastato un soffio di vento (a volte anche il tono della voce conta, una sfumatura) e tutte quelle nuvole laggiù dietro quegli alberi ora sarebbero sopra di noi (una spinta un po’ più forte) ci avrebbero guastato la giornata… noi oggi non saremmo così felici come adesso… anche il matrimonio è legato a una piccola cosa, una semplice parola: sì… ma il no è una parola terribile, può annientare una persona in un attimo o anche tante persone… l’afflusso di sangue al cervello, buio e sangue, i muscoli contratti (già alla prima spinta ha ceduto qualche osso, è stato un invito a non fermarsi) un invito a nozze… hai voluto infiocchettare personalmente tutte le bomboniere, ore e ore di lavoro minuzioso con le dita sottili… le tue dita ora incoronate da uno splendido anello (che bello! è troppo per me
da qui prendere la rincorsa e partire veloci con le auto, andare a pranzo tutti insieme, ridere fra un sorso e l’altro (i sorrisi stampati e ristampati, fili di trame intessuti dai romanzieri) ha fatto bene Paola a pubblicare i suoi ricordi: non ha diritto ciascuno di raccontare le proprie storie? devono confezionarle, infiocchettarle e spedirle a casa sempre e soltanto i grandi gruppi editoriali? i maitres à penser? gli opinionisti? i benpensanti? gli psichiatri? i preti? i protagonisti di una tragedia lasciati in pasto ai giornalisti… il proscenio di un  teatro antico trasformato in un’arena con lo scempio dei gladiatori… gli animali che si dividono gli avanzi, se li strappano di bocca… cosa restava al centro del Colosseo dopo la lotta coi leoni? l’unico monumento europeo rientrato fra le sette meraviglie… corrono con le jeep nella savana per riprendere da vicino i pasti delle fiere… l’affondo delle zanne nella carotide… membra disfatte in pozze di

tu da sola su quella scala con la faccia voltata… rimarrai per sempre a testa in giù nel buio (o c’era una luce fioca? di colore indefinito? senti, dimmi una volta per tutte: i tuoi occhi sono azzurri o verdi?) abbandonata da tutti… («Alla fine non ho osato avvicinarmi, mi faceva impressione») la caduta nel vuoto… la pena degli ultimi momenti, quando ormai l’ultimo colpo diventa un gesto di pietà (chi potrebbe fare del male a una ragazza così?) ti penserò tutta la vita e anche dopo… per queste cose non c’è perdono, non c’è più fine né inizio… la vita ora non finirà più, non ricomincerà da un’altra parte

intanto scendi la gradinata con le damigelle sorelle che ti reggono lo strascico, i parenti così emozionati che applaudono, non sanno come contenere la gioia di un attimo unico irripetibile, le nostre intere esistenze fissate in un frammento di luce (For ever young…) immortalate per sempre (l’ultimo saluto della folla al feretro bianco) «Magnifico il taglio del vestito! La sagoma di un fiore che si apre…» sono di tutti voi, sposo il mondo… questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per la famiglia… «La sposa vestita di bianco è la vittima sacrificale…» dicevi… e lo faccio con gioia… prendetemi tutti… baciata dal sole sulle palpebre, sulla fronte… i raggi che scendono lungo la gola, sul petto, nella scollatura profonda (il sangue prorompeva così abbondante che non capivo più da dove usciva… anche a volersi fermare come fare? le palpebre, abbassandosi, ti calavano nell’ombra, la
cantina buia ti aspettava… La cantina buia dove noi… chiudeva le sue mura intorno a te, ti riconsegnava all’indistinto che ti ha preceduta di mille secoli e ancora per mille ti terrà
e lì sugli ultimi gradini qualcosa era cambiato: tu non c’eri più… si vedeva una cosa, non so cosa («Il colore del viso non lo ricordo.» «E’ sicuro? Era bianco o insanguinato?» e il vino come lo prendiamo? «C’era del sangue?» «Era bianco, doveva essere bianco per forza, la luce era chiara») fin troppo (Chiara, sei troppo per me) diafana, materia terrosa e molle (gli inquirenti cercano materiale organico sull’intonaco, sullo stipite della porta) ma tu non c’eri più: eri già nel buio, assorbita nel tessuto d’ombra che avvolge l’universo, che ci alita addosso (eri diversa, inquieta, infelice: voglio stare da sola) e a un tratto anche le pareti intorno si sono fatte friabili, sgretolabili (le impronte delle mani insanguinate sulle porte forse le rendono più vere? è per questo che gli obiettivi non fanno che inquadrarle?) forse tutto stava per sparire nel nulla (mi fa un po’ paura scendere in taverna, sai? «Mi faceva impressione la tromba delle scale»
ma da quella parte c’è la strada, con i clacson, le auto infiorate, le pellicole impressionate dalla luce, le divise, il tricolore, i microfoni, le mani alzate, le grida («Viva gli sposi!») gli insulti, i pugni di qualcuno che non riesco a vedere bene in volto… «Eccolo, è lui! E’ lui!»

Brad! Brad, gli occhiali! Gli occhiali scuri, Brad, per favore! Guarda di qua! Brad Pitt! Per favore, solo uno scatto, Brad!

Ladra di bambini

18 febbraio 2009

un racconto di Roberta Salardi

Quando sono ancora a letto, dallo sgocciolio dell’acquaio percepisco ch’è domenica perché non è stata la sveglia a svegliarmi. Cerco di restare sotto le coperte il più possibile.
Appena entro in cucina, la domenica mi si manifesta nel vuoto delle cose. Quel tavolo che non è più luogo di cene fra amici, quell’altra sedia inutile da anni.
Mi accascio in mezzo a quegli oggetti che mancano a se stessi.
Galleggiamo per un po’ sospesi nell’aria senza senso, io e gli oggetti, finché non riesco ad ancorarmi a un residuo di sonno e decido di tornare a letto e di starci il più possibile.
Cerco di ricordare i miei sogni. Qualche notte fa il mio ex mi è venuto a trovare. Sbirciava in una culla dove c’era un bambino. «Non so se è maschio o femmina» gli dicevo.
Potrei provare a risognare qualcosa di simile. Invece s’innesca una spirale di ragionamenti ansiosi. La domenica… l’unico giorno della settimana in cui non si lavora per il proprio futuro. Gli altri giorni si vive in prospettiva di risultati, obiettivi, gratificazioni; si passa la giornata di slancio. La domenica ci riporta invece al presente: è qui e ora. E se al momento nella nostra vita non c’è nessuno, bisogna stare da soli, non c’è scampo. Se non c’è niente, bisogna sorbirsi il niente, un lungo niente, un niente che non finisce più, quasi un “nulla eterno”. (more…)