Archive for the ‘roberta salardi’ Category

Altri libri salvati dalle fiamme

1 aprile 2013

di Roberta Salardi

Il forte calore ha incollato parte delle pagine, alcuni volumi si presentano come mattoncini di carta compattata, dalla copertina plastificata mezza fusa. I risvolti di copertina sono saldati ad alcuni fogli, i margini sono carbonizzati ed emettono un odore acre. Per un doppio salvataggio, materiale e simbolico, trascrivo qui alcuni brani di volumi andati a fuoco nella cantina-magazzino dell’editore Giovannetti.

Dario Lanzardo, nell’Ombra della Gulfstream racconta un’allegria di naufragi da cui si possono salvare anche bambini nella culla, marinai malinconici diventati folli per la troppa solitudine, un singolare assedio di cavallette in mare aperto, traffico d’armi e d’oro su imbarcazioni che battono bandiere ombra, morti che scivolano silenziosamente in mare. È la solitudine uno dei temi più interessanti del libro, solitudine o nostalgia per le quali si può anche impazzire oppure per le quali si può entrare in una più profonda intesa col mondo animale. Durante la risalita del corso dell’Orinoco si crea la convivenza fra un marinaio e una scimmietta. Questi,

memore della sua passione giovanile per i film di Tarzan, cominciò a darle un’identità chiamandola con il nome di Cita. Le parlò nominando le cose che toccava e che sembravano interessarla maggiormente. Un giorno le raccontò qualche episodio delle sue avventure scoprendo il piacere di ascoltare la propria voce evocare fatti realmente accaduti o sognati. Le parlò di Beppe e dell’amicizia, di Pinto e del tradimento, della rivoluzione che avrebbe riportato gli uomini ad amare la natura e della donna che gli aveva fatto tremare i polsi; le descrisse il Porto delle nuvole dove non sarebbe più tornato. Non aveva mai parlato con tanta facilità come di fronte al piccolo primate che, per qualche gesto della mano o particolari luccichii degli occhi, sembrava capirlo. Quando poi la scimmietta si addormentava sulla stuoia che fungeva da scendiletto o sul cuscino sopra la sedia, Tullio s’inteneriva come un padre di fronte al sonno della sua bimba.

(more…)

La trilogia in fiamme

30 marzo 2013

di Roberta Salardi

Ho partecipato all’acquisto di alcuni libri in vendita solidale seguito all’incendio doloso che ha avuto come oggetto, nella notte fra il 30 e il 31 dicembre 2012 a Pavia, la casa dell’editore giornalista scrittore Giovanni Giovannetti. Nel rogo sono andati in fumo molti libri del magazzino. Quell’incendio secondo gli inquirenti è da mettere in relazione con altre azioni intimidatorie compiute nell’ultimo periodo ai danni di attivisti politici che si battono da tempo contro la criminalità organizzata, la speculazione edilizia e il consumo del territorio nell’area pavese e lombarda.

Uno dei libri bruciacchiati, salvati e ritornati nel circolo delle letture grazie all’iniziativa della vendita solidale, è Accusata di Mariella Mehr, autrice svizzera d’origine zingara dalla vita travagliata e traumatica. Nella prima infanzia fu infatti strappata alla madre e affidata a famiglie diverse e orfanotrofi, per via di una legge tesa alla sedentarizzazione forzata che restò in vigore in Svizzera fra il 1926 e il 1972. Ci troviamo di fronte a un’autrice che è stata traumatizzata e psichiatrizzata.
Per combinazione, questo libro parla di una piromane, di una psicotica che fa il resoconto dei suoi delitti a un giudice istruttore e ad altri carcerieri/carceriere. Un monologo talvolta frastagliato che in alcune parti drammatiche diventa flusso di coscienza senza punteggiatura, altrove, seppur raramente, puro delirio.
Ecco alcuni brani interessanti per lo stile.
Nell’incipit il delirio è lucido, espresso in forma razionale e comprensibile, perfino saggia (di una sua propria forma di saggezza che deriva dalla profondità delle esperienze vissute):

Sono in stato di grazia. Uccido. Dunque sono.
Se riduco la mia vita a questa formula breve, posso considerarla pienamente riuscita. Come un’opera d’arte compiuta, cui non manca nessuna sfumatura e che è perfetta sotto ogni punto di vista. Che Lei ci creda o no, vi sono contenuti perfino i colori dell’amore. Persone come me sono considerate incapaci d’amare, com’è noto. A torto o a ragione, dipende dal modo da cui si guarda una vita. (more…)

Disoccupazione

2 dicembre 2010
di di Roberta Salardi

«E' un counseling informale. La prima volta ci si può incontrare fuori, se vuole, anche nei pressi del suo ufficio. Lo dico per lei, così perde meno tempo per farsi un'idea. Una normale chiacchierata fra amici tanto per rompere il ghiaccio. In un secondo tempo si passa in studio».
«Informale…? Non avevo mai sentito parlare di questa pratica…»
«E' nuova infatti. Appena importata dagli States. Innovativa».
«Lei sarebbe in città comunque?»
«Sì».
«Ascolti… Se è così informale, non si potrebbe fare per telefono?»
«No… no. Ecco, il counseling richiede la viva presenza. Il vis-à-vis è importante».
«Sono indeciso. Il suo annuncio mi ha incuriosito ma non saprei…»
«Ci pensi pure. Quando decide, mi richiama».

Perso. Gli indecisi non decidono. Dovevo decidere io per lui; dire qualcosa del tipo: tentar non nuoce o una scemenza così. Quando si rimanda, non richiamano, è scontato.
Lavorare molto sulla chiusura della frase, diceva bene il mio amico…

«E' un counseling informale… Inizialmente ci s'incontra in un bar, in un locale qualsiasi… poi si vede se è il caso di passare in studio…»
«No, così non va: troppo scanzonato, sembra una presa per il culo. Counseling informale fa un buon effetto, va bene; ma devi curare di più il resto della frase. La conclusione è decisiva. Riprova».
«Pronto… Sì, è un counseling informale. Si fanno due chiacchiere per cominciare, poi si passa in studio».
«Così va già meglio. Molti alla parola studio non fanno più motto: percepiscono la professionalità».

Il punto è che avevamo fatto poche prove. Come si fa a improvvisarsi strizzacervelli, dico io? Che diavolo d'idea! Ma il colmo non è ancora questo. Il colmo è che qualcuno ci crede!
Sono quelli che hanno già deciso, quelli che hanno preso la rincorsa senza sapere bene dove andarsi a schiantare. Paradossalmente i disperati come me. Ormai sono partiti in quarta… Eravamo partiti.

«Buongiorno, ho letto l'annuncio».
«Buongiorno».
«Posso parlare? Avrei delle cose da dire».
«Va bene, ma è meglio fissare un appuntamento. Così abbiamo tutto l'agio».
«Senz'altro. Mi dia l'indirizzo. E' in centro? Stasera è possibile?»
«Va bene. Mi dica lei l'ora».
«Finisco alle 17,00. Si può fare alle 18,00?»
«Perché no? Sono in via…»
«Alle 18,00 sono da lei».

Quando ricevetti la prima telefonata di questo genere restai di stucco. Non credevo che mi sarei agitato. Per quanto irresponsabile, dico la verità, un po' preoccupato mi sentivo… Ma ormai ero in ballo…  
E dire che tutto era iniziato per un equivoco. Un mio annuncio, eccessivamente sintetico per questioni tariffarie, «INGOMBRI: UN AIUTO SUBITO», era uscito per errore nel settore CONSULENZE del quotidiano locale. Qualcuno lo aveva interpretato in senso metaforico. Io sono ingegnere, ma la mia ditta ha chiuso. Mi sono trovato a spasso alla bell'età di cinquant'anni. Che fare? La prima idea fu di affittare furgoni e aiutare la gente a far trasloco. In una città abbastanza grande lavoro del genere non manca. Per via dello stato depressivo in cui annaspavo i primi tempi, non riuscivo a immaginare altro che il facchinaggio. Mi offrivo allegramente di sollevare a braccia quanto di più pesante esiste nel ramo elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, bombole del gas… Ero felice di provare a me stesso di essere ancora in grado di lavorare: di lavorare duro perdipiù! Alla faccia di tutti quei fighetti disoccupatini di trent'anni!
Ma mi sentivo solo al mondo la sera che ricevetti la telefonata del primo equivocante… Solo e sempre più depresso…

«Buonasera, è lei che ha messo l'annuncio?»
«Sì, buonasera».
«Senta, ho bisogno di togliermi un peso dalla coscienza».
«Ma… veramente…»
«E' occupato? Quando posso richiamare?»
«A essere sinceri…»
«Va bene, allora richiamo».
«Ma…»
Decisamente quella volta non si trattava di un rinunciatario. Il tono della voce comunque oscillava tra il serio e il faceto: probabilmente uno sfaccendato spirito burlone.
«Buonasera. Ho chiamato poco fa. Posso parlare liberamente adesso?»
«Va bene, mi accenni solo per sommi capi però… Quel che conta è accordarsi sulle date».
«Certo, certo… Lei riceve in studio, immagino».
«Se vuole chiamarlo studio…»
«Bene. Il pomeriggio o la sera?»
«Faccio orario continuato. Non smetto mai di lavorare».
«Ottimo. Coscienzioso. Mi piace. Ah…ah… ah…»
«Bene… Dica pure…»
«Mi pare d'aver capito che lei può dare una mano a liberarsi di pesi e d'ingombri, vero?»
«Ha capito benissimo infatti. In un primo momento temevo avesse frainteso, invece…»
«Ecco… che ne direbbe d'aiutarmi a sbarazzarmi di quel peso massimo di mia moglie? Ih… ih…ih…»
«Lei ha un sacco di tempo da perdere, vero?»
«No, no, aspetti, non riagganci! Ho un forte bisogno di dire a qualcuno che…»
«Mmm…?»
«Mia moglie… l'ho quasi uccisa!»
«Ma lei sta scherzando?»
«Nient'affatto».
«Scusi, ma ha sbagliato numero! Deve chiamare l'ambulanza, la polizia…! Insomma non mi coinvolga. Io sono un privato cittadino…»
Stavo per riagganciare sconvolto, ma quello mi fermò. Ormai ero bloccato tra lo spavento e la curiosità…
«Ma no… Che ha capito? Ho detto quasi uccisa! Mi piace bendarla e strangolarla durante… durante… Ma lei è uno psicologo?»
«No!»
«Come no?»
«C'è stato un equivoco. Io sono un facchino».
«Porca miseria! Avevo quasi creduto che…»
«Porca miseria, può ben dirlo! Se pensa che fino a pochi mesi fa ero ingegnere…»
«Ma lei… lei non dovrebbe… Io mi sento offeso…»
«Pure io, non sa quanto».
«Si vergogni! Ih… ih…ih…»

Nonostante il tono della conversazione fosse chiaramente ludico, non si era trattato di una situazione simpatica, eppure… Altri ansiosi e curiosi nei giorni successivi chiamarono per chiedere delucidazioni, per sapere se potevano con me dar libero sfogo alle loro fantasie. Finii per ascoltare qualche confidenza tanto per interrompere la noia quotidiana (le chiamate per trasloco non erano poi così frequenti). Un sacco di gente, a quanto pareva, aveva una grande urgenza di sputare rospi, rospi ingoiati da chissà quanto tempo che finora nessuno aveva consentito loro di vomitare.
Iniziai ad accarezzare un'idea di successo… Perché no? Da diverso tempo ormai coltivavo e curavo con grande narcisismo una perfetta barba bia
nca. Chissà che una vaga somiglianza con il dottor Freud fortuitamente non mi tornasse utile! Per non parlare dello sguardo intelligente veicolato dai miei inseparabili occhiali da miope!
Urgeva tuttavia un consulto…

«Sai, vecchio mio, ti dirò…» aveva reagito Gianvi nemmeno troppo perplesso, «Non me la sento neppure di biasimarti… Se pensi che la cosa serva a rimetterti in carreggiata…»
«Non ho chiamato perché mi rimproverassi infatti. Su, dammi qualche consiglio piuttosto, tu hai studiato un po' di quelle materie. Un'infarinatura ce l'hai…»
«Io sono solo un professore di liceo… ad ogni modo… sono cose che ormai sa chiunque… Il consiglio che sento di darti è: lasciali parlare. Tu non intervenire quasi. Che non ti salti in mente d'interpretare o qualcosa del genere. Non ti azzardare a credere di sapere… Non si sa mai niente… Hai la fortuna di non conoscere la materia della quale parli. Ricorda il magnifico Socrate: so di non sapere».

Quindi eravamo passati all'attenta elaborazione dell'annuncio, quello vero questa volta: Counseling, ascolto, libera conversazione, massima riservatezza.
Chiamavano esclusivamente uomini, che alla voce maschile parevano trovarsi nel loro elemento e procedevano con inaspettata disinvoltura. Forse erano habitués della psicanalisi e già avevano fatto il giro di tutti gli studi della zona (senza risultati, naturalmente, tranne un certo divertimento, visto che avevano preso la cosa come uno sport). I più erano tuttavia quelli che cercavano uno studio associato, diffidando di un singolo self-made man. Il termine counseling incuriosiva come una pietanza esotica appena importata, ma nello stesso tempo lasciava qualcuno un po' interdetto o libero d'interpretare la pratica a modo suo.
Fui sorpreso una domenica quando un urgente (lo chiamo urgente, non paziente, perché costui decisamente di pazienza non ne aveva neanche un po') mi svegliò alle due del pomeriggio, disturbando il mio miglior passatempo da disoccupato: le sieste postprandiali.

«Scusi, è il numero giusto? Un numero dove si può parlare?»
«Non vorrei essere scortese, ma è domenica!»
«Be'… è proprio di domenica che si concentrano gli stati d'ansia e d'angoscia, non sa? Non sa che la domenica è il giorno preferito dai suicidi?»
Come al solito, erano loro i più informati.
«Va bene, mi dica pure…»
«Ecco, vorrei parlarle di un mio gusto erotico, se posso, di una mia inclinazione molto particolare… Vorrei sapere la sua opinione…»
«Devo informarla che ricevo in studio…»
«Mi lasci iniziare per telefono, ho bisogno di parlarne con qualcuno».
«Capisco. Mi accenni solo brevemente, poi le dico se è il caso che ci vediamo di persona».
«Mi piace legare le bambine. Ho appena rapito due cuginette di sei e sette anni».
«Che cosa mi sta dicendo?»
«Le ho rapite, ma le libererò fra qualche ora, quando i miei zii le porteranno a casa per cena. Tutte le domeniche le lasciano un po' nel mio giardino a giocare…»
Ero tentato di redarguire severamente il mio interlocutore, ma il mio ruolo di ascoltatore passivo m'imponeva di conoscere ancora un po' della sua storia per farmi un'idea più precisa.
«Quello che mi affascina di più in una donna è la pioggia d'oro, come si suole chiamare, quel liquido caldo, dorato e nello stesso tempo limpido, sorgivo… Se penso che viene da dentro quel corpo meraviglioso, che contiene gli organi dove si forma la vita: l'utero, le ovaie… Dal corpo delle bambine, che è un corpo già splendido e ancora innocente, quel liquido zampilla puro come acqua di fonte».
«Senta, se ha intenzione di dirmi…»
«Aspetti, aspetti a giudicare… Non è un telefono amico questo?»
«Non mi metta in una situazione difficile…»
«Bene, adesso sono di là, legate su una sedia per trattenere bene la pipì… Poi finalmente, quando le libererò…»
"Da dove chiama? Mi obbliga ad avvertire…»

A questo punto l'urgente aveva riagganciato. Realtà o fantasia che fosse, questa conversazione mi aveva scioccato. Pensai a tutte le tranquille domeniche di provincia in cui magari si svolgevano indisturbate pratiche morbose o veri e propri crimini. Ebbi quasi un mancamento. No, non ero in grado di affrontare la follia del mondo, nonostante la mia disperata buona volontà di disoccupato.
Venivo trattato da gabinetto pubblico, ecco la verità! I miei amabili concittadini, pur nell'affanno del corri-lavora-corri quotidiano, con la rapidità di un mordi-e-fuggi, trovavano il modo di tirarmi comunque qualche smerdata. Un sacco di gente approfittava del primo numero telefonico che gli capitava sotto tiro per sfogarsi e raccontare le più nefande fantasticherie che covava dentro…
Avevo già deciso di desistere, quando il caso successivo mi si annunciò con discrezione, tramite un messaggio preliminare: «A volte, quando sono solo in casa mi piace travestirmi. Potrei parlargliene?». La delicatezza del personaggio mi tranquillizzò. Vi pensai su una mezza giornata, quindi risposi a mia volta con un sms: «Mi chiami quando vuole».
Passarono alcuni giorni (evidentemente il tipo non aveva fretta, teneva al suo grazioso passatempo). Infine fissò un appuntamento e fece il suo ingresso in casa mia una persona dall'apparenza perfettamente normale. Metà del mio bilocale era stato opportunamente trasformato in studio e lui depose accuratamente nell'ingresso cappotto e cappello. Prese a raccontare con grande naturalezza, senza fare a me alcuna domanda circa i miei titoli o la mia professione.

«Le sembrerà strano ma è stata la mia ragazza a iniziarmi alla cosa. Prima di andarsene una sera (noi ci vediamo spesso di pomeriggio perché lei lavora sul tardi in una paninoteca), dopo essersi data il rossetto, lo passò anche sulle mie  labbra e mi baciò. Vedendo che mi era piaciuto, una volta prese a darmi il suo ombretto azzurro, anche se sotto le mie sopracciglia folte e scure obiettivamente stava male. Allora iniziammo a concentrarci per curare l'effetto e scegliemmo dei cosmetici adatti a me. Si divertiva molto: 'Vedrai che riuscirò a trasformarti in una vera signora…' scherzava. L'aveva presa un po' come una sfida. O forse le piacciono le donne, non so. Non aveva mai manifestato tendenze particolari e che io sappia non le ha neppure adesso. Comunque sia, il gioco la portò a farmi indossare alcuni dei suoi abiti e ad agghindarmi con i suoi gioielli. Una volta che mi fece infilare i suoi slip, mi eccitai al punto che venni da solo. Invece quando si lasciò prendere la mano e insistette per farmi la ceretta, mi ribellai e non osò ritentare. Fino a qui, nulla di strano. Giochi da ragazzi, dirà lei. Il bello viene dopo. Finii per provarci gusto e, rimasto solo, anziché svestirmi e lavarmi, sfilavo in gonna davanti allo specchio, mi ammiravo, accavallavo le gambe, immaginavo di trovarmi assediata da uomini in calore… Insomma, presi a masturbarmi da travestito, quindi mi addormentavo placidamente».

Non sapevo cosa dire. Chissà quale commento si aspettava quest'uomo che sembrava così esperto nelle faccende della vita.
Poiché non distoglieva gli occhi da me e a questo punto non potevo sfuggi
re a un qualche tipo di osservazione (pur annaspando alla ricerca di un'idea e disperandomi in cuor mio), mi venne in mente che nei film di Woody Allen si fa riferimento spesso alla madre (addirittura ce n'è uno in cui la facciona della madre segue passo passo il figlio dal cielo). Così pensai: per male che vada, non farò proprio una pessima figura.
«Che ricordo ha di sua madre?» azzardai.
Il paziente (che si dimostrò davvero estremamente calmo e signorile, da vero conoscitore della materia) prese a parlare a ruota libera dei suoi ricordi d'infanzia. Notai che a ogni mio vago e pur brevissimo incoraggiamento lui iniziava a esporre docilmente un nuovo capitolo della sua vita.
Sapevo che prima o poi avrebbe voluto sdraiarsi sul divano e un po' temevo quel momento. Sarebbe stato opportuno? In realtà avvenne tutto nel modo più naturale: mentre mi faceva le sue confidenze nella massima libertà di atteggiamenti e di espressione, ci ritrovammo entrambi chi sdraiato e chi stravaccato comodamente, ognuno sulla sua poltrona, con gli occhi persi nel vuoto. I suoi racconti rendevano sognatore anche me.
A questo punto fui sfiorato dal mio primo scrupolo: perché imporre una tariffa a una persona che con tale fiducia veniva a parlarmi della sua vita?
Il mio unico paziente-cliente mi stava aiutando a superare un momento difficile, un momento di crisi e smarrimento. Mi dava tutta quella fiducia e io cosa facevo per lui?

"… Vedere me stesso riflesso nello specchio di camera mia è diventato il mio miglior passatempo…» continuava. «Lei non ci crederà, ma ho smesso di uscire la sera. Rimango in casa a travestirmi. Spero non pensi che io sia gay o una cosa del genere… E' qualcosa di diverso, qualcosa che ha un sapore quasi di nostalgia, che mi ricorda sensazioni di quand'ero piccolo, pensi, di quando talvolta mi provavo di nascosto i vestiti di mia madre…»
«E la sua ragazza? Si è fatta un'opinione in proposito?» interruppi a questo punto in maniera poco professionale. A essere sinceri, m'interessava molto più la sua ragazza di sua madre…
«Oh, lei non sa niente… cioè non sa tutto. Una volta uscita per andare a lavorare, non sa che navigo in solitaria davanti allo specchio. Per lei finisce tutto col bacio della buonanotte…»
«Capisco».

Trovavo il racconto del mio paziente estremamente affascinante. Vi riscontrai qualcosa di vagamente familiare. Anch'io osservavo con attenzione i preparativi di mia madre davanti allo specchio prima che uscisse, la sua cura nel trucco, la scelta degli abbinamenti e dei colori… Impiegava sempre un certo tempo per scegliere le scarpe più adatte, per aggiustare più volte la gonna, per controllare come cadevano le pieghe della camicetta. In particolare m'ipnotizzava la nuance perlacea delle calze. Ricordo che fissando ostinatamente le colonne portanti, cioè le gambe delle donne, speravo mi si svelasse prima o poi il mistero di quella struttura magica costituita dall'abbigliamento femminile. I tacchi li avevo provati anch'io qualche volta, per farmi un'idea dell'effetto che doveva fare camminare sui trampoli… Quanto alla fantasia di venir calpestato dal dolce piede femminile, era stata il pensiero dominante di gran parte della mia giovinezza…
La mia attenzione, da distratta e fluttuante, come avevo letto avrebbe dovuto mantenersi nei confronti del mio confidente, si ancorava sempre più ad alcuni dei particolari descritti. Per esempio, il bacio a doppio rossetto mi eccitò moltissimo. Quasi m'innamorai di quella fidanzata così amabilmente trasgressiva. Avrei voluto creare l'opportunità di un incontro. Stavo per proporgli di condurla in studio allo scopo di farmi un quadro più preciso della sua situazione, ma mi trattenni. Per rispetto di un paziente così perbene che era ricorso a me, era giusto osservare il più possibile la prassi.
Finii con l'imitare diverse volte allo specchio il gesto della ragazza, quella doppia mano di rossetto che s'imprimeva sulle labbra come una zeta di Zorro. Zeta come 'zitto!', pensavo: taci e imita. Ma anche zeta come 'zero': io ti cancello e ti rifaccio diverso.
Avrei voluto incontrarla. Avrei voluto dirle: «Trasforma anche me! Ricreami con la tua mano, ridisegnami con la tua matita per labbra, dammi i colori e la forma che ami! Fammi diverso e a te somigliante!». Forse avrei avuto persino il coraggio di continuare: «Pasticciami e imbrattami con pasta cosmetica e, se vuoi, anche con tutti i tuoi mascara e eye-liner!». Sarei crollato ai suoi piedi e avrei supplicato: «Stropicciami, strapazzami, calpestami… Fammi sapere che mi desideri!».
A forza di discutere di quella scena con la donna, riuscii a carpire al mio paziente in quale paninoteca lavorasse la dolce dominatrice e, nonostante le descrizioni approssimative, la individuai. Tuttavia non mi venne in mente niente di meglio che passarle un biglietto con su scritto: «So qualcosa su Valentino».
La prima reazione fu la sorpresa.
«Lei chi è?» le tremò la voce.
«Il suo analista» ribattei senza battere ciglio.
«Ma… perché…?» balbettò non appena fummo soli in una saletta appartata.
«Oh, non si spaventi, signorina… Non volevo turbarla… A dire il vero, desideravo conoscerla. Il suo ragazzo mi ha molto parlato di lei».
«Spero bene…»
«Molto bene, certo. Tant'è vero che ho desiderato sapere qual era la persona che si celava dietro le sue parole…»
«Ma… perché Valentino viene da lei?»
«Oh, niente di speciale… per fare due chiacchiere tra uomini, come si suol dire…»
«Ah, sì? Adesso per fare due chiacchiere bisogna andare dall'analista?»
Stava diventando aggressiva. Non contenta, aggiunse: «E lei che psicologo è, se s'interessa così da vicino alle storie dei suoi pazienti?»
Cercai di cavarmela dicendo che volevo semplicemente mettere a fuoco alcuni aspetti sfuggenti della situazione. Rimanendo nel vago, trovai il modo di chiudere la conversazione.
Ora forse il mio paziente si sarebbe sentito tradito da me. Mi affrettai a riferirgli che avevo voluto incontrare la sua ragazza per farmi un'idea più precisa circa il loro rapporto e la questione del maschile e del femminile.
Ma intuii che le cose si stavano complicando troppo e che correvamo tutti e tre il rischio di restare intrappolati in un gioco di specchi in cui lui si confondeva con la madre, la ragazza con lui, io con la ragazza o con lui o con mia madre… Un bel pasticcio…
«… E così eccomi a mia volta in uno di questi studi associati che vanno tanto di moda. Sono entrato in una stanza qualsiasi senza badare alle varie distinzioni: Gestalt-terapia, natur-terapia, yoga, costellazioni familiari, training di gruppo… Mi è bastato intravedere un lettino per calarmi perfettamente nella nuova parte, non trova…? Da qualche mese ho perso il lavoro, come le dicevo…»

Re-sciamano o re-maschera?

21 aprile 2010
di Roberta Salardi

Il capo è colui che elargisce favori, esaudisce desideri. Al super-capo, poi, si chiede pure l'impossibile, proprio lì sta il bello. Le sue prerogative hanno qualcosa d'inverosimile e in parte inspiegabile. Com'è possibile, per esempio, che sia così ricco? Eppure lo è. Da dove viene tutta quella ricchezza? Non si sa, la risposta fa parte della sua aura di mistero. Se gli manca l'immortalità, può contare tuttavia su una giovinezza intramontabile. Gli agi, il lusso, la mondanità, le occasioni, le cene ravvivano e allietano le sue giornate densissime d'impegni e d'imprese. Il super-capo non è mai stanco. Tiene a bada gli oppositori, espande la sua area d'influenza, accresce i tesori per sé e per i sudditi, soddisfa aspettative. Ed ecco che le donne si assiepano al suo passaggio… a decine, a centinaia lo circondano e corteggiano. Hanno una quantità di favori da chiedere per sé o per gli uomini che si celano dietro di loro in lunghe catene di aspettative. Se il capo riesce a soddisfare tutte quelle donne (simbolicamente tutte le donne), vuol dire che è certamente in grado di rendere felici tutti, no? Nei rapporti con il capo il desiderio circola in continuazione. Il capo mette in moto i desideri. A chi se non a lui si può chiedere di dirimere un'intricatissima storia di eredità e terreni contesi da generazioni, il permesso di edificare su spazi non edificabili oppure di sospendere un provvedimento già reso attuativo da varie sentenze? E' una fortuna che possieda in quantità smisurata tutto quello che tanti vorrebbero avere! Qualcuno con un bel po' di chance e con le entrature giuste seguirà le sue orme… il grande capo stimola fantasie di emulazione.
In epoca arcaica dovevano esservi dei "re-sacerdoti", sciamani e maghi, rappresentanti in terra delle divinità, incaricati di dominare gli eventi naturali e quindi facilmente accusabili di non riuscire a dominarli, puniti spesso e volentieri per un nubifragio o per la siccità, per questo o per quello. Immagine del padre e del divino, il capotribù in tempi preistorici si prestava a essere ucciso per via delle relazioni ambivalenti che generava: venerato nella speranza che gli dei fossero favorevoli ma ritenuto gravemente responsabile in caso di avversità e comunque circondato dall'invidia. Si può facilmente presumere che il singolare destino del capotribù venisse talvolta spostato su una vittima sacrificale, il capro espiatorio di turno, cannibalizzato e successivamente divinizzato nei culti dei popoli antichi secondo gli studi di René Girard (La violenza e il sacro, Adelphi 1980, Il capro espiatorio, Adelphi 1999, Miti d'origine, Transeuropa 2005 ecc.).
I capitribù e i capri espiatori dovevano essere due facce della stessa medaglia, mete privilegiate delle pulsioni dei singoli che, sfociando su un unico oggetto, venivano incanalate anziché disperse; cosa, quest'ultima, che sarebbe risultata particolarmente dannosa nel caso della pulsione mimetica aggressiva, la quale, se lasciata libera di fissarsi su più individui, avrebbe lacerato costantemente le piccole comunità in lotte fratricide.
Il capo del genere "re-sciamano onnipotente" abbacina i sudditi con l'illusione di poter operare miracoli. Lo guarda con venerazione un'umanità arcaica o infantile, incapace di andare oltre un'abnorme fase orale, una dipendenza e un'avidità senza limiti, dal momento che funzione primaria del capo padre primitivo resta quella di procurare da mangiare ai figli costantemente affamati, di parare le disgrazie, di essere enormemente ricco di risorse e generoso, buono e capace di perdonare persino l'odio inconscio che avverte su di sé (il capo Superman sa che tutti lo invidiano eppure, siccome è indistruttibile e gli altri in fondo sono solo dei bambini, ci sorride sopra e ci racconta pure le barzellette).
Nella raccolta di scritti di Slavoj Zizek contenuta nel volume America oggi. Abu Grahib e altre oscenità (Ombre corte, Verona 2005) si trova la tragica constatazione che "… si dà forse il caso che tutte le comunità debbano necessariamente essere basate sulla figura del Padrone (è questa la lezione di Freud in Totem e tabù) o comunque su un suo derivato…" (p. 59). Si cita come caso principe quello del passaggio, nel giro di pochi decenni, dallo zar a Stalin, con vertiginoso salto dei fondamenti egualitari della rivoluzione (in nome del culto della personalità). Pochi anni dopo la rivoluzione francese, Napoleone; pochi anni dopo la rivoluzione russa, Stalin! Come si spiega una tale incredibile tendenza regressiva? E' l'ombra lunga del complesso d'Edipo, affermano gli psicanalisti sulle orme di Freud, complesso che continua ad agire oggi come nell'età primitiva. Uccidendo interiormente il padre o desiderandone la morte per lunghi periodi dell'infanzia, secondo il Freud di Totem e tabù e del saggio su Mosè, ognuno sentirebbe il bisogno di onorare vita natural durante per incancellabile senso di colpa un suo sostituto, un capo sulla terra e un dio nei cieli.
In epoca non più preistorica ma storica il sovrano assume più nettamente i tratti del re-guerriero. Nel Leviatano di Hobbes, filosofo politico del Seicento, il potere non deriva dall'alto, da Dio, ma dal basso, dai sudditi, e il problema della gestione dell'aggressività umana all'interno del gruppo viene risolto in modo istituzionale. Al sovrano tutti i cittadini delegano in blocco la loro soggettiva violenza affinché non venga dispersa o scaricata nella vita quotidiana ma gestita adeguatamente ai fini della difesa o del rafforzamento della nazione. Il problema dell'aggressività nel patto sociale è così risolto demandandone l'uso a uno o più settori specifici, l'esercito e la polizia; concetto, questo della delega della violenza, ripreso in ambito psicanalitico nel Novecento da Wilfred Bion con la sua teoria dei gruppi di base (Wilfred Bion, Esperienze nei gruppi, Armando, Roma 1971).
E' il guerriero che diventa Padrone nella visione della storia di Hegel (La fenomenologia dello spirito, 1807), in virtù del fatto che rischia la vita in combattimento e dimostra in tal modo una superiorità nei confronti delle leggi di natura che gli animali non possiedono. Viene dunque riconosciuto come essere umano, capace di svincolarsi dai bisogni e dalla paura cui sono sottomessi gli animali, e ammirato dal Servo. Nella lunga durata della storia tuttavia si sviluppa una dialettica servo-padrone in cui viene dimostrato il valore inizialmente misconosciuto del servo: il servo, capace di lavoro, trasforma la natura e forgia un mondo completamente diverso da quello soggetto alle leggi naturali e alla violenza. La classe dei lavoratori col tempo s'impone su quella dei guerrieri poiché in grado di trasformare continuamente il mondo con la sola capacità produttiva, mentre la superiorità dei guerrieri resta legata alla distruttività. Hegel prefigura un'umanità fondata sul lavoro in cui ci si dà da fare per guadagnarsi la stima degli altri. Non si va più alla guerra ma si lavora. L'impegno, la fatica di capire e diventare quello che viene richiesto dagli altri, costa sacrificio, ridimensionamento delle proprie ambizioni di onnipotenza: il passaggio da una posizione infantile all'età adulta.
Secondo la prospettiva di Hegel e di Marx l'emancipata ed emancipante società dei fratelli lavoratori dovrebbe riuscire a distribuire uniformemente la ricchezza da e
ssa prodotta.
Finora non è andata così. Al contrario i capitali, le ricchezze accumulate, anziché frammentarsi, polverizzarsi e ricadere su ampie fette di popolazione mondiale, si sono vieppiù rafforzati e concentrati in monopoli. Un'oligarchia di uomini d'affari acquista sempre più peso a livello internazionale. La figura del guerriero torna alla ribalta come colui che fa la guerra dei mercati, rischia un proprio capitale iniziale ingigantendolo a spese di altri meno forti nelle speculazioni di borsa o investendolo laddove si può guadagnare a minori costi con maggior esproprio di chi produce. Questa figura sociale si ripresenta nella variante meno nobile di chi difficilmente rischia molto di suo nella competizione per arricchirsi, mettendo in gioco solo parte del suo capitale in modo avveduto e calcolato.
Troviamo scritto nella Dialettica dell'illuminismo di Adorno e Horkeimer (datata 1947) che i capi somigliano sempre meno a dei padri, quanto piuttosto ad attori che recitano la parte di capi: "spazi vuoti su cui il potere è venuto a posarsi". E in effetti, se pensiamo a figure come Bush o Blair, ci torna alla memoria soprattutto quanto talento da attori abbiano mostrato negli anni della massima carica rivestita. Veri uomini di spettacolo, al tempo della guerra in Iraq dovevano sapere molto bene raccontare storie, inventare bugie se era il caso, avere una faccia buona per dire una cosa e magari essere smentiti dopo qualche tempo, spesso obbligati dalle circostanze a dare giustificazioni ma, per le falsità più grosse, a rinnegare l'evidenza.
Nell'Italia della prima Repubblica Andreotti appariva come una maschera, quasi una mummia egizia che sarebbe stata sepolta con tutti i suoi segreti
Berlusconi invece pare più simile a un capo arcaico secondo l'analisi dello storico Antonio Gibelli che, nel tentativo di definire fin da oggi un'età berlusconiana, riconosce al singolare personaggio potere e carisma "basato su fattori irrazionali e personali di tipo arcaico…" (Berlusconi passato alla storia. L'Italia nell'era della democrazia autoritaria, Donzelli, Roma 2010, p. 84). L'autore si era già occupato di alcuni tratti infantili del popolo italiano nel volume Il popolo bambino: infanzia e nazione dalla grande guerra a Salò (Einaudi, Torino 2005).
Ma il discorso sull'infantilismo delle masse a livello globale è stato affrontato, fra gli altri, dal sociologo Jean Baudrillard (Il sistema degli oggetti, Bompiani 1972; Il sogno della merce, Lupetti 1987, raccolta di scritti 1968-79; Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Cortina 1996 ecc.). Cito una frase dal Sogno della merce: "Ciò cui l'individuo è sensibile, è la tematica latente della protezione e della gratificazione, è l'attenzione con cui lo si sollecita e lo si persuade (…) Questa funzione materna e regressiva svolta dalla pubblicità rende quindi possibile che i consumatori, pur non credendo al prodotto, credano in fondo a quel messaggio euforico ed euforizzante presentato dalla pubblicità" (p. 5). Guarda caso viene presa in considerazione una società infantilizzata da televisione e pubblicità…
Viene da pensare che nei periodi di crisi le popolazioni si affidino di più a personalità carismatiche, da cui si aspettano il cambiamento, la salvezza. In misura minore, qualcuno ha osservato, per il caso italiano, che anche Bossi e Di Pietro rispondano ad analoghe aspettative.
Su scala internazionale invece un presidente come Obama, figura dal carisma indiscusso, è continuamente costretto a misurarsi, nella pur forte volontà innovativa e riformatrice, con le potenti lobby americane. Evidentemente nel mondo moderno il ruolo paterno e paternalistico delle personalità d'eccezione è sottoposto a notevoli attacchi e ridimensionamenti. Il capo che oggi abbia la vocazione dello sciamano e persino del demiurgo trasformatore deve comunque adeguarsi ai giochi dei ben più potenti signori della guerra (economica) internazionale.

Busi e l’Isola che non c’è

23 marzo 2010
di Roberta Salardi

L’Isola che non c’è è quella della sincerità e probabilmente anche della libertà d’opinione, visto che ci troviamo davanti, nel giro di poche settimane, all’ennesimo caso di censura.
Fra gli espulsi dai programmi RAI di questo periodo ecco arrivato anche lo scrittore istrionico anticonformista e ribelle Aldo Busi. Sarà un caso, sarà una pulsione dettata dal gusto per la provocazione e il protagonismo, che ha spinto il colto letterato a partecipare a un reality show e a mettersi nelle condizioni ideali per esserne presto espulso come un corpo estraneo; o sarà al contrario una tendenza all’ostracismo che, inventata per le immediate settimane preelettorali, sta già diventando un’abitudine e in pochissimo tempo si sta estendendo a macchia di leopardo in vari programmi e per diversi motivi.
È doveroso sottolineare innanzitutto che Busi non è solamente un personaggio bizzarro e superlativamente narcisista. Non è insomma quello che appare in televisione a uno spettatore superficiale. Egli stesso l’ha precisato nei suoi scritti nell’eventualità che non ci si accorga della sua acuta sensibilità.
Nel saggio a lui dedicato, Busi in corpo 11 (Il Saggiatore, Milano 2006), Marco Cavalli fa un’osservazione interessante a proposito dell’empatia umana che nelle nostre abitudini di italiani medi stiamo perdendo, salvo imprevisti o piccole catastrofi. Siamo abituati da una vita a frequentare persone molto simili a noi: i compagni di scuola provenienti dallo stesso quartiere (non si tiene conto naturalmente dei bambini che sono bambini oggi), i colleghi d’ufficio, il gruppo di amici più o meno coetanei, le persone con gli stessi interessi. Si è persa o molto ridotta la possibilità d’incontro con individui di estrazione sociale molto diversa o con chi ha esperienze di vita radicalmente differenti. In altre epoche storiche non era proprio così. Oggi la tendenza delle classi medie a vivere in compartimenti stagni si è accentuata, consuetudine che Busi decisamente non approva. Tra i motivi che l’hanno spinto ad accettare l’invito del programma di Simona Ventura dev’esserci stata pure la volontà di andare controcorrente e tuffarsi in un ambiente che poteva rivelarsi del tutto incompatibile. Un po’ per sfida, un po’ per desiderio di conoscenza e un po’ per simpatia nei confronti di un’umanità che offre sempre un nuovo lato da scoprire ed è meritevole di attenzione agli occhi di uno scrittore molto poco snob, in qualunque ambiente ci si trovi. «Io sono un uomo di esperienza e di esperienze, sono una coscienza storica ed emozionale dell’Occidente» si trova scritto in Grazie del pensiero (Mondadori, Milano 1995). Perché non fare dunque anche questa esperienza “estrema” e chissà magari scriverne un giorno?
In questo desiderio di mettersi così violentemente in gioco inoltre l’autore dimostra un’energia e una giovinezza interiore che lo legano ancora moltissimo al protagonista autobiografico del Seminario sulla gioventù (Adelphi, Milano 1984), ventunenne dotato di una curiosità e di un’apertura verso gli altri ai limiti del rischio della vita, come sa chi ha letto il romanzo. Il suo modo di vivere e di scrivere s’incardina nell’incontro con gli altri. Ciò che scriveva ancora giovanissimo in quel «Diario di un barista» che probabilmente fu la prima cellula del Seminario («Almeno la sera, soprattutto la sera, vorrei incontrare una persona per parlarle, per far circolare le emozioni, darmi arie, scoprire me stesso tramite lei, la mia sensibilità formulata se non pallidamente sulla carta». Seminario, p. 142), deve valere ancora oggi, come testimonia la malinconia di uno degli ultimi libri, E io che ho le rose fiorite anche d’inverno? (Mondadori, Milano 2004). Questo testo, edito a vent’anni di distanza dal romanzo d’esordio, mi pare costituisca implicitamente quel “seminario sulla vecchiaia” che non è unicamente rappresentato, a mio modesto parere, dalla breve appendice posta alla fine della sesta edizione del Seminario, quella Adelphi 2003, definita infatti «romanzo interrotto e interrato», un tema a cui l’autore deve avere per lunghi anni pensato in modo latente. E io che ho le rose fiorite anche d’inverno? è il vero “seminario sulla vecchiaia” di Aldo Busi, composto da un uomo saggio e disincantato che in un preciso momento della sua vita scopre di non avere più desiderio del mondo. Un toccante romanzo sulla solitudine, acrobaticamente arrampicato sugli specchi del nulla, su una trama limitata al giro del proprio appartamento, una volta finita la stagione dei viaggi. Dopo una breve serie di voli in capo al mondo molto deludenti e presto esauriti, il narratore protagonista si ritira infatti nel proprio eremo, colpito da una profonda delusione per il genere umano. Ciononostante, con una materia così sfuggente e difficile, lo scrittore è riuscito a comporre un’opera che può stare alla stessa altezza del celebre Seminario, contrapponendoglisi specularmente.
Può darsi che sia stato anche per reazione allo stile di vita degli ultimi anni dedicati alla scrittura, che Busi si è lasciato persuadere dall’invito di RAI 2 e ha voluto prendere il toro per le corna. Spronato da un temperamento impavido ed esuberante come dal gusto per la contraddizione, che non vede di frequente la partecipazione attiva di intellettuali a spettacoli televisivi ritenuti per molti versi “degenerati”, si è deciso a questa full immersion nel girone infernale di un reality show.
Il rapporto con gli altri giocatori si è rivelato fin dall’inizio tempestoso. A giudizio di tutti ha dimostrato di non avere rispetto per gli altri. A questo proposito è doveroso fare alcuni distinguo. In primo luogo, se ha fustigato un po’ tutti per i loro atteggiamenti o limiti, va detto che, a differenza di molti personaggi del gruppo, non se l’è presa con i più deboli. Non gli si è riconosciuto abbastanza, per esempio, che nei confronti di alcuni partecipanti particolarmente ingenui, indifesi e per questo esposti al pubblico ludibrio, egli ha invece assunto un atteggiamento protettivo.
A differenza che nei suoi libri, tuttavia si è comportato più da combattente che da psicologo. Forse esasperato dalla prolungata convivenza gomito a gomito con persone tanto diverse, ha combattuto più di quanto si sia limitato a osservare, ha agito più che interagito. Alcuni suoi interventi deponevano a favore del suo impegno etico-politico, ma lo esponevano molto sul piano dei singoli rapporti umani. In una delle ultime dichiarazioni sull’isola si è definito un combattente nato, avendo impostato con i suoi compagni d’avventura un rapporto conflittuale ma sano, puro e vergine nonostante tutto, perché incapace di rancore o di intrighi segreti. In qualche modo per lui l’incontro con un altro essere umano è sempre finalizzato allo smascheramento degli errori, delle piccole ipocrisie o mancanze, con l’obiettivo del miglioramento dell’altro e di sé. È il doloroso processo della conoscenza a entrare in gioco nel rapporto con Busi e non si può sfuggirgli. Di un elemento importante della psicanalisi tuttavia egli non tiene conto, probabilmente perché gli importa più della diagnosi che della terapia: la resistenza. Se uno sbatte in faccia a un’altra persona quello che è (o che pensa di lei), potrà anche colpi
re nel segno ma non smuoverà di un millimetro quella persona dalle sue posizioni, anzi contribuirà a irrigidirle ulteriormente, poiché ognuno è attaccato affettivamente alle sue maschere, c’è un dover essere delle strutture psicologiche, insomma l’io è pur sempre un meccanismo di difesa, per citare un celebre titolo della letteratura psicanalitica. Ne deduco che Busi sia più interessato a cambiare la società che i singoli individui che incontra, nei confronti dei quali manifesta in principio viva attenzione e rara umanità priva di snobismi, salvo poi, nella maggioranza dei casi, attaccarli aspramente in quanto immaturi, condizionabili, deboli, incapaci di esigere di più da se stessi, di coltivarsi, di guardare oltre il loro orizzonte originario, di formarsi delle idee autonome, come i naufraghi dell’isola che definisce “marionette”. Busi denuncia senza mezzi termini i limiti psicologici e morali dell’umanità del nostro tempo, ha fretta di chiarire subito come stanno le cose, perché in lui prevale il combattente: desidera fortemente che il mondo cambi e non ha tempo di aspettare, non può fare troppe concessioni perché ciò che è veramente in gioco è il destino collettivo, è la storia. Infatti subito dopo le critiche ai “naufraghi” (emblema anche nel nome di un’umanità semidisperata alla deriva), arrivano prontamente i fendenti menati a destra e a manca alla politica. La critica alla destra è di non avere mantenuto una delle sue principali promesse, la riduzione delle tasse; ma anche sulla sinistra si abbatte un giudizio pesante: «È inesistente. Finché la sinistra sarà clericale, sarà solo la brutta copia della destra». Il discorso sul clericalismo s’intreccia subito strettamente con quello della secolare condanna dell’omosessualità. Non capisco perché ci si debba scandalizzare tanto se lo scrittore riporta una teoria ragionevole e condivisibile, asserendo che l’omofobo è un omosessuale represso che non tollera le scelte omosessuali altrui perché in fondo non accetta componenti omosessuali che sono presenti anche dentro di lui, con un’aggressività che si può prevedere proporzionale alla sua pulsione omoerotica. Questa considerazione sull’omofobia tange la gerarchia ecclesiastica ma non riguarda solamente la Chiesa (in ogni caso semmai si potrebbe annoverare tra i fatti di costume più che fra le questioni di fede), e la si è voluta leggere come un’offesa diretta al papa, che tra l’altro non risulta nemmeno nominato distintamente durante la trasmissione. Da quello che ho udito, si parlava in modo generico del clero e comunque in cosa consisterebbe l’offesa? Nel dare a qualcuno dell’omosessuale da parte di un omosessuale dichiarato che si è sempre battuto per i diritti dei gay? Dobbiamo pensare che l’offesa sia il termine “omosessuale”? O forse Busi viene radiato dalla RAI per parole che gli si attribuiscono ma che non ha neppurepronunciato?
L’invettiva di Busi aveva toni accesi ma non da vilipendio, e le parole non erano dette a vanvera. Soprattutto non erano pronunciate per fare del male ma semmai per modificare atteggiamenti scorretti e discriminanti. Quanto al finale battibecco con la Venier sulla chirurgia plastica, si è trattato di un trascurabile battibecco.
A parte quest’ultimo episodio davvero irrilevante, non bisogna dimenticare che elementi entrati prepotentemente nel costume attuale, come la chirurgia estetica e la moda, non sfuggono alla sottile analisi di Busi. La seguente frase dello scrittore è riportata nel saggio di Marco Cavalli sopra citato: «Sapere, come Benjamin, che nella moda sono in gioco gli interessi di un sistema economico, e saper indicare come agisce questo sistema in cui la moda è un ingranaggio e insieme uno specchietto per le allodole, non dà luogo ad alcuna conoscenza, se non si è compreso che la gente si fa schiava della moda proprio per poter ignorare il funzionamento dell’economia» (p. 53).
È una persona capace di riflessioni così profonde che si è voluto escludere «per sempre» dalla televisione di Stato.

Prove di caccia al clandestino

28 agosto 2009
di Roberta Salardi

Agosto 2009: nonostante le polemiche, i numerosi appelli, le raccolte di firme su Facebook, le lettere al Presidente della Repubblica, pare che sia proprio cominciata sulle spiagge italiane la caccia ai clandestini.
In una tranquilla mattina vacanziera, nella massima calura estiva sospesa su di un mare appena ventilato, sbuca  di sorpresa da dietro le cabine di una spiaggia ligure affollatissima un manipolo di guardie di finanza vestite di tutto punto, comprese pistole nella fondina e un manganello in mano a uno di loro. Si dirigono in ordine sparso verso i muretti e dietro le barche che costeggiano la spiaggia libera delle vecchie 'fornaci' di Savona, talvolta luogo di sosta dei vu' cumprà durante i loro lunghi e sovraccarichi percorsi sul lungomare. Un "rastrellamento" davvero paradossale, considerato che i giudici di pace, già allarmatissimi per la mole di lavoro che si prospetta, hanno dichiarato di non volersi occupare del reato di clandestinità se non dopo il 16 settembre. Ma la manovra così spettacolare sembra fatta più che altro per intimidire. Negli anni scorsi passavano moltissimi venditori ambulanti in confronto a quest'anno, si erano cominciate a vedere anche alcune donne africane sovraccariche di vestitini e asciugamani, che riuscivano perdipiù a tenere in equilibrio sulla testa, oltre che sulle braccia, ancora altra mercanzia. Ma quest'anno, spariti quasi tutti.
Quelli rimasti si notano ancora sugli autobus negli orari serali del ritorno dalle coste più turistiche oppure sui treni per Genova.
Proprio alla vigilia di ferragosto, su uno di questi autobus che rientra da Finale Ligure, così carico di turisti, bagnanti e lavoratori stagionali che ad alcune fermate non è stato possibile raccogliere altri passeggeri, ecco un'altra sorpresa che lascia tutti sbigottiti. L'autobus viene fermato e fatto accostare a destra da un uomo in borghese che si rivela poi evidentemente un poliziotto. Viene aperta soltanto una porta e l'uomo in borghese comincia a gridare senza preamboli: «Hai i documenti? Fammi vedere i documenti! Scendi subito! ». Senza salire si rivolge all'uomo di colore che vede più vicino alla porta. Accanto a quest'ultimo si notano altri due o tre africani con le sacche piene degli oggetti del loro modesto commercio e sparsi per la vettura se ne conteranno al massimo altri due o tre. Più mimetizzati nella folla, di bassa statura, silenziosi e appartati, osservano la scena anche due indiani o cingalesi con le loro tavole ripiegate grondanti gioielli artigianali o bigiotteria. Uno zainetto sparisce velocemente sotto un sedile, ma non si notano gesti scomposti o particolarmente agitati.
Gli indiani mostrano un distacco orientale esemplare: non fanno una piega. Quando l'autobus, passata questa lunga attesa, ripartirà, loro saranno rimasti ai loro posti con le loro borse e tavole regolari o irregolari che siano.
Tutti indistintamente siamo stupiti per questa inusuale fermata: un autobus stracarico fermo sul ciglio della strada senza che sia successo niente, tutti fermi all'interno, nessuno che scende, un uomo che grida da basso con una radio in mano, gli automobilisti che, sorpassando, si affacciano incuriositi, il traffico rallentato… ed è quasi ora di cena. I minuti passano ma continua a non succedere niente. Si aspetta di vedere che cosa accadrà. Gli indiziati clandestini, ben lontani dall'obbedire alle grida di scendere, a poco a poco scivolano tutti verso la coda dell'autobus, ma sono imbottigliati, la loro situazione sembra senza uscita. Forse tra poco l'uomo in borghese o qualche guardia salirà sull'autobus, comincerà a chiedere a tutti i documenti (tra parentesi non so se io li ho portati…), le persone assiepate si accalcheranno ancor di più, i numerosi bambini e ragazzini di una colonia rideranno o piangeranno, non si sa, può darsi che scoppi anche qualche tafferuglio. Una delle guide del gruppo di ragazzi comincia a preoccuparsi, ne fa spostare alcuni di lato; un'altra invece fa una battuta su uno dei ragazzini sotto la sua custodia che ha la pelle scura: «Attento, ora prenderanno anche te!». «Ma io sono italiano!» risponde lui immediatamente. I compagni ridono e continuano a giocare coi loro giochi elettronici e telefonini.
L'uomo che aspetta fuori dell'autobus invece continua a essere particolarmente concentrato sui neri, persiste nel fare le stesse domande sui documenti o sull'identità, cui nessuno risponde.
Sarà già passato un quarto d'ora o venti minuti e l'uomo con la radio pare sollevato. «Finalmente! Era ora!» Sulla corsia opposta sta lentamente procedendo una volante della polizia, si profila poco distante anche un'auto dei carabinieri. Non riesco a seguire più bene dal finestrino i movimenti dell'uomo, che dev'essersi diretto insieme con l'autista ad accogliere gli altri poliziotti sopravvenuti.
Ma i colpi di scena non mancano su questa corriera trasformata per una manciata di minuti in una diligenza del Far West… Inaspettatamente qualcuno riesce a forzare con il solo impiego delle braccia la porta posteriore: gli africani si dileguano velocemente a lunghe falcate. I ragazzini, che hanno visto meglio la scena, mi dicono che sono riusciti ad aprire la porta spingendola tutti insieme. Nessuno li insegue, guardandosi intorno non si scorgono nemmeno più.
Ripartiamo senza che salga nessun controllo.

Non è un gioco per bambini

5 luglio 2009
Andar per rospi
di Roberta Salardi

Diverse specie animali e vegetali in via d’estinzione non sono tutelate come altre dall’aspetto più simile al nostro. Chi infatti non prova simpatia per delfini, panda o lupi, dal musetto quasi antropomorfico, e chi invece sarebbe pronto a prodigare energie, tempo e fondi per rettili e anfibi ugualmente a rischio? Chi penserebbe mai, per esempio, ai rospi? Qualcuno c’è, persone rare ed encomiabili. Una di queste è Anna della LAC. Oltre a essere attivista della Lega per l’abolizione della caccia, si prodiga anche per la salvezza di alcune preziose specie selvatiche messe a dura prova dal crescente consumo del territorio.
Spesso nelle campagne sono stati facile oggetto di persecuzione da parte dei ragazzini. ma la peggior sventura dei rospi è stata causata dall’usurpazione territoriale da parte di strade e centri abitati, che ha portato come non ultima conseguenza anche l’inquinamento delle acque.
Il Bufo bufo – rospo comune – è ormai un animale a rischio d’estinzione, sebbene abbia in natura pochi predatori, deponga migliaia di uova; nonostante si sia sempre dimostrato utilissimo per l’agricoltura, in quanto nella catena alimentare riduce la proliferazione di alcuni tipi d’insetti infestanti. E’ protetto dalla Convenzione di Berna del ’79, che tutela la fauna selvatica, divenuta legge italiana nel 1981.
La fase di riproduzione dei rospi di conseguenza viene il più possibile seguita e monitorata da LAC, WWF ed ENPA ai fini della salvaguardia dell’ecosistema lacustre.
In aprile, nel mese del risveglio dal letargo, i volontari dei vari enti, fra cui Anna – si ritrovano a Lezzeno, paesi limitrofi e dintorni – si armano di secchi, torce e guanti di lattice per aiutare i preziosi anfibi ad attraversare le strade incolumi, affinché depositino le uova sulle sponde del lago di Como.
In seguito i salvarospi aiutano gli animali anche nella fase di risalita lungo le pendici dei monti, dove incontrerebbero di nuovo le pericolosissime vie di comunicazione umane. Nonostante lo sforzo e l’attenzione degli animalisti, migliaia di rospi ogni anno restano comunque investiti e spiaccicati dal flusso continuo delle automobili.
Questo lavoro, che potrebbe sembrare un assurdo gioco da bambini, risulta davvero importante per la salvaguardia della specie. La LAC è impegnata nella strenua difesa di quel che resta oggigiorno, ai margini delle nostre metropoli, della vita selvatica; organizza annualmente campi di addestramento antibracconaggio e corsi per il recupero di animali selvatici.
La battaglia per la difesa della vita selvatica è una lotta per la nostra stessa sopravvivenza, per la continuazione della vita sulla terra.
La rivendicazione dei diritti degli animali è la rivendicazione dei nostri stessi diritti: alla salute, a una società dal volto umano, al rispetto per il diverso, alla pietà. Chi è capace di pietà non accetterà facilmente una guerra, un regime ingiusto, l’offesa nei confronti dei viventi.
Il 16 maggio si è tenuto a Milano il Veggie Pride – manifestazione dell’orgoglio vegetariano – che ha ribadito con cartelli, slogan e resoconti di varie associazioni, il feroce sfruttamento degli animali da parte della nostra società, che li confina spesso in allevamenti industriali intensivi, riservando loro una vita breve, di prigionia e completamente avulsa da ogni relazione con i membri della stessa specie… una vita da macchine di produzione, snaturata e incentivata con ormoni e medicinali pericolosi per la stessa alimentazione umana.
Animavano la manifestazione persone molto informate, consapevoli e generose, che con sacrifici anche personali lavorano controcorrente rispetto alla cultura dello spreco delle risorse e dell’indifferenza per l’ambiente.

L’intervallo

22 Maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.05
di Roberta Salardi

C’erano una volta il telefono fisso e un solo televisore in casa. Adesso immagini in movimento e conversazioni telefoniche ci accompagnano pressoché ovunque. Assistiamo al tripudio della telefonia mobile e al proliferare ovunque di schermi pubblicitari o informativi, che ci ossessionano persino lungo i binari dei treni, alle fermate della metropolitana, sugli autobus, nelle sale d’attesa di dentisti o parrucchieri, oltre che nelle grandi piazze o per strada, come a riempire tutti i vuoti possibili. Il nostro è un tempo infarcito di cose, e perdipiù di cose “belle”. Se per esempio accediamo all’atrio di una grande stazione, la varia umanità – con bagagli, cappellini, bambini urlanti e cani abbaianti, coi suoi fastidi e le sue pene – passa presto in secondo piano, poiché la nostra attenzione è attratta in alto, ai lati e in vari punti, da megaschermi che trasmettono caroselli pubblicitari a tambur battente. Onnipresenti immagini rock-and-rolleggianti per la festa inarrestabile degli acquisti e delle vendite, proiettate a ciclo continuo di fronte agli occhi o sopra il nostro capo, c’investono a ondate, ci travolgono, ci disorientano. Magari ci si trova da mezz’ora su un binario della stazione centrale di Milano… ma la nostra inquieta fantasia è invitata ad accomodarsi sui sedili di una vettura di lusso in mezzo a nobili levrieri; può capitare di attendere nella galleria di un tratto di metrò e contemporaneamente venire trasportati su un’assolata spiaggia del Mar Rosso non lontana dalle piramidi. (more…)

una bandiera rossa

2 Maggio 2009
ufficio oggetti smarriti – catalogo n.01
di Roberta Salardi

Cerco una bandiera rossa rossa, rossa in ogni suo punto, senza segni sovrapposti, senza simboli di partito. All’ultima manifestazione del 25 aprile ce n’era una esattamente così, e alcune simili in un gruppo dei centri sociali. Queste ultime però erano screziate su un angolo dal disegno della falce e del martello, simbolo in cui molti lavoratori salariati non possono più riconoscersi poiché sono cambiati gli strumenti di lavoro. Con la crisi, con le crisi che si succedono, si parla inoltre di progressiva proletarizzazione del ceto medio. I precari, i disoccupati o i molti tecnici di computer, che lavorano con un pc anziché con un martello, sarebbero esclusi dalla bandiera? Per non far torto a nessuno, mi piacerebbe che sventolasse soltanto il colore rosso, in cui tutti coloro che volessero cambiare il mondo potessero riconoscersi.
Ho domandato all’unico possessore di bandiera interamente rossa come se la fosse procurata o se se la fosse fatta da sé, magari ritagliandola da un’altra bandiera, escludendone un simbolo caduto in disuso.

Aveva, questo scampolo di tessuto, un’origine avventurosa. Era caduta in battaglia. Durante gli scontri di Genova del 2001 era caduta a qualcuno durante una fuga per le strade sottoposte alle cariche della polizia. Era stata sollevata e portata in salvo da qualcun’altro, che a sua volta ne era stato salvato! Questo salvatore di bandiere era infatti stato raggiunto da altre incursioni punitive (raccontava forse mitizzando, preso dal racconto di quella giornata straordinaria) era scivolato, istintivamente si era avvolto nel suo drappo e presto l’avevano lasciato stare, come per miracolo.
Non si sa se questo colore nudo e crudo torni presto a comparire da qualche parte, se stia cercando senza dare troppo nell’occhio nuovo spazio, se voglia prendere nuove strade o se sia davvero sparito dalla faccia della terra, tranne che in quel frammento del 25 aprile. Quest’ultima ipotesi, la sparizione, è la più improbabile. Che ne sarebbe del principio speranza, delle utopie che non si può smettere di sognare, del motore della storia? In che cosa dovrebbero credere gli uomini? Forse che la resurrezione dei corpi è più plausibile di una società senza ingiustizie? E poi perché dovrebbe essere così intollerabile il pensiero di un mondo senza classi in cui a tutti venisse dato in base alle proprie necessità?
Hanno provato a dirci, oltre un ventennio fa (e prima ancora) che la storia era finita, che tutto ormai era fermo… io cerco ancora una bandiera rossa da risollevare.

Psicopatologia della vita democratica 2

28 aprile 2009
«Tu non hai santi in Paradiso» (con sfida finale)
di Roberta Salardi

Nella prima parte di Psicopatologia della vita democratica, avevamo incontrato la frase «Fatti gli affari tuoi», molto usata dagli italiani e già emblematica, ma rivelatasi esemplare anche per fatti recenti, come il crollo di edifici in cemento armato simile allo sfarinarsi di castelli di sabbia, edifici di vitale importanza costruiti appunto secondo il principio degli affari propri e del chi-se-ne-frega.
Oggi è la volta di un altro slogan sulla bocca di tutti: «Tu non hai santi in paradiso». Così mi è stato recentemente risposto in ufficio a proposito di una temporanea richiesta di part-time. Risposta formale non c’è nemmeno stata. La battuta è stata assolutamente informale e amichevole, come a dire che non occorrono tanti passaggi di carte o giustificazioni quando si sa benissimo a priori dove sta il punto e come tutto funziona. Qualche collega più solidale ha persino commentato: «Ma come, tu non ce l’hai un sindacalista di riferimento?» Eccetera eccetera: lascio immaginare il seguito. Persino in tempo di crisi non si riescono a ottenere part-time o riduzioni d’orario, andando quindi controcorrente, se certi santi non ci mettono parola.
Cambiamo scena: i festival della letteratura, le fiere del libro, le premiazioni autorevoli: ecco il paradiso in cui si muovono i santi patroni delle nostre Lettere, che per un giorno, per alcuni giorni, ci passano accanto miracolosamente come persone normali (di un Paese normale che l’Italia non è, come qualcuno ha recentemente osservato), si rivolgono a noi, pubblico, direttamente dal vivo, possono persino rispondere ad alcune domande, diventano uomini fra gli uomini.
L’Olimpo dell’editoria e del giornalismo, della scrittura e della critica, strettamente imparentate (quasi reami di uno stesso potere condiviso, così come nella mitologia classica i reami di cielo, mare e inferi erano affidati a divinità diverse ma sorelle), mostra per alcuni giorni all’anno (è noto: una rondine non fa primavera, semel in anno licet insanire…) il gioco di prestigio di una democraticità apparente e appariscente, di una comunicazione possibile. Può accadere anche che, come in un ballo in maschera, ciascun partecipante indossi la maschera di un altro, si camuffi, e conceda un giro di danza all’ignoto lettore. E’ quello che è successo, per esempio, domenica scorsa 19 aprile al Festival del racconto di Cremona, che durava da giovedì ma di cui ho potuto fruire, da brava lavoratrice, solamente l’ultimo giorno. Ero già stata in più occasioni al Festival di Mantova, alla Fiera della piccola editoria di Pavia, per non dire della Fiera del libro di Torino, ma il senso di frustrazione che ne ho ricavato è stato simile tutte le volte, quindi parlerò di quest’ultimo festival, quello di Cremona, la cui memoria è recentissima. Ogni illustre invitato leggeva un autore celebre del calibro di Boccaccio, Bontempelli, Pavese e altri. Nonostante il richiamo all’improvvisazione (!), addirittura all’interattività (!) del manifesto pubblicitario e la designazione del luogo all’aperto che avrebbe dovuto ospitare l’evento, la piazza cittadina (!), ottime premesse che lasciavano ben sperare, la scelta di racconti molto lunghi e impegnativi non ha consentito nemmeno un fiato, che dico? nemmeno uno schiarirsi di gola, da parte degli ascoltatori. Stringatissimi commenti (fatti soltanto da qualcuno) chiudevano irrevocabilmente gli interventi mentre il palco veniva lasciato di corsa al lettore successivo. Ringrazio ovviamente Cordelli di avermi ricordato che un tempo è esistito Boccaccio, o Vinci che fino a tempi recenti è esistito Pavese, ma direi che tutti i partecipanti se la sono cavata davvero con poco. Non tanto per la scelta dei brani. Va bene la classicità del Boccaccio per dare un esempio di quale spessore può essere anche un solo racconto; va bene l’eterogeneità dei Dialoghi con Leucò per dimostrare che la voce narrante può anche sdoppiarsi o moltiplicarsi, così da trasformare e ibridare i generi. Colgo l’occasione, anzi, per ringraziare, l’intera organizzazione d’aver portato in viva voce bellissime parole scritte in tempi dimenticati. Non ringrazio invece chi, indossata la maschera del ci-sono-e-non-ci-sono, sono-io-ma-non-sono-io, parlando per voce di un altro, ha usato la maschera dell’autore del passato come scudo per non mettersi in gioco e ancora una volta ha lasciato il lettore nel suo mutismo, nel suo silenzio, alla sua solita distanza incolmabile. Intendiamoci, il silenzio è prezioso; dirò di più, ci manca. Mancano lunghi silenzi riflessivi nel nostro tempo. La tecnologia tende a tappare tutti i buchi, i vuoti, le occasioni di pensiero. Uno squillo, una notizia ansa, una réclame ci raggiungono persino nei tempi morti delle attese in stazione o dei viaggi in metropolitana. Si sa che il silenzio non si trova più da nessuna parte. Che abbiano fatto sparire anche la solitudine? E’ un’impressione, ancora una volta un gioco da illusionisti.
L’unico autore di best-seller (in cima alla classifica) che ha interloquito col pubblico e si è assunto in toto la responsabilità della sua viva presenza è stato Vito Mancuso (guarda caso non propriamente uno scrittore), lì per parlare della prima forma di racconto, la cronaca dei fatti del giorno riportata dai giornali, ma anche per promuovere il suo libro in modo, bisogna riconoscerglielo, tollerabile e opportuno, con ampi riferimenti all’attualità. E’ ovvio, le domande del pubblico possono riservare imprevisti come banalità, velate critiche come esplicite polemiche, persino eccessi di follia, ma è un rischio che a mio avviso si deve correre in determinate occasioni, rischio d’altronde facilmente contenibile con la semplice presenza di un moderatore. Nel caso di Vito Mancuso, che peraltro sa difendersi da solo, il presentatore c’era. Al teologo scrittore non dispiace, per sua stessa ammissione, il ruolo di apologeta, di combattente sul campo, di attivista in mezzo alla gente, anzi lo rivendica come necessario, quindi non è del tutto un caso che lui si sia esposto e altri invece si siano un po’ nascosti.
L’attività dello scrittore, si dirà, avviene essenzialmente nell’ombra. Non dev’essere per forza sua l’attitudine alla comunicazione, al presenzialismo, al  confronto o al dialogo, tutt’al contrario.
L’evento della lettura pubblica di racconti si è trasformato così, come di consueto, in una passerella, in una sfilata. Gli Eventi, questi fenomeni tanto richiesti dalla società dello spettacolo, tanto caldeggiati dagli organizzatori culturali, ci lasciano tutte le volte il senso amaro di un’occasione mancata, di un incontro non avvenuto, di qualcosa che avrebbe potuto essere vivo con persone vive, nel cuore pulsante del tempo che fugge, che è qui e ora soltanto una volta e non sarà più, non si ripeterà più… invece si è risolto in niente. Che sia questa la solitudine?
Ma c’è il blog, qualcuno dirà. Non si pensa alla grande occasione offerta a tutti gli uomini della terra da quando esiste internet, la rete universale? Nazione Indiana, 24-4-09: si discute appassionatamente se Scurati meriti di vincere o meno lo Strega. Si scambiano più di un centinaio di commenti e in mezzo a tante argomentazioni, controargomentazioni, arguzie, frasi ad effetto, ironie e sottintesi degni, ne sono sicur
a, di un salotto francese del Settecento, affiora la domanda: «Ma qualcuno scrive ancora romanzi?»
Dal momento che ne scrivo (inediti) da diversi anni, in un intervento che pensavo chiudesse il discorso lasciando tutti senza motto, ho avuto la sfacciataggine, forse l’improntitudine, di lanciare una sfida. Ho proposto la lettura di almeno uno dei miei romanzi inediti a chi avesse il coraggio di affrontare un testo non convenzionale e non commerciale, inedito appunto. E’ proprio questa la critica nuda e cruda, se vogliamo: il coraggio, la curiosità (visto che siamo nei giorni della Liberazione, usiamo pure una parola grossa: il prendersi la libertà) di affrontare qualcosa di non conosciuto prima, forse un po’ alieno, non ancora codificato. Tale coraggio sarebbe magari premiato con una scoperta inconsueta: la visionarietà o la policentricità dell’io narrante, multipersonalità, chiamiamola pure in tanti modi: forme creative a quanto pare in estinzione nelle praterie delle belle pagine italiane, secondo gli stessi indiani della riserva indiana.
Più ancora della sparizione delle stroncature o della decadenza della critica, di cui ci si rammarica dandosi al contempo una pacca sulla spalla nei blog di critica letteraria, continua a parermi sconcertante il netto rifiuto (già segnalato da Moresco negli anni novanta) o le incredibili difficoltà di fronte alla lettura degli inediti dei tanti signori Nessuno (Nessuno è anche il nome di Ulisse, non dimentichiamolo) che abitano il mondo.
Vediamo se qualche santo in paradiso risponderà. Voi che cosa scommettete?

(La breve scaramuccia che ne è seguita, si può leggere nei commenti all’articolo di Gilda Policastro, su Nazione Indiana).

Flash su Garlasco

1 aprile 2009
di Roberta Salardi

Tutti questi flash negli occhi… pugni di riso per gli sposi… fotografati io e la bara; io senza la bara; io e la mamma; io senza la mamma… sempre io al centro… altrimenti io e la mamma abbracciati
«Ma, ecco, è lei! E’ lei!» al mio fianco sul sagrato… vestita di bianco, radiosa… ha un velo semitrasparente davanti al viso per nascondere pudicamente l’emozione («C’era sangue sulla facc…?») la sua espressione dolce, ridente, gli occh…
tutti aspettavano noi qui fuori: il sindaco, i conoscenti, i giornalisti, i carabinieri… la città intera (la famiglia e la città tutta piangono la perdit…
riunita per festeggiarci… gente venuta anche da fuori… abbracci, strette di mano, la gioia collettiva, spontanea per la felicità di due giovani così belli… non osano baciare la sposa perché è velata e un po’ ritrosa… allora stringono la mano a me, m’invidiano… lei irradia luce da tutto il corpo, fa sbocciare la primavera tutt’intorno… la gente la vuole guardare (quello sfregio sull’occhio…
non riusciva più a vedermi… a tentoni nel buio… cercava un me che non riusciva più a trovare
il vento è così dolce e gentile e noi così leggeri che potremmo essere trasportati su una nuvola (no, è impossibile che mi guardi da lassù) le persone ci portano in palmo di mano (uno scricchiolio quasi silenzioso) in onore della giovinezza, della felicità! (un cedimento di qualcosa… cosa avrà ceduto per prima? una falange, una costola? nella spinta contro il muro o giù per le scale) la gente ci solleva, ci porta in trionfo… con le mani riusciamo a sfiorare le fronde degli alberi, i fiori… come bambini sulle altalene… inebriata dal profumo, lei respira profondamente (era mai successo in cantina?) ma saliamo sempre di più, trasportati… entriamo dentro l’ombra fresca, odorosa (a un certo punto una sostanza più scura, più densa) degli alberi (le mani lordate, grondanti, dove…?
a guardare tutto e tutti da questo punto, da questo momento (e se questo fosse l’ombelico del mondo? perché aver paura di scendere?) oggi avrebbe potuto essere (dove lavarmi adesso?) il giorno del nostro matrimonio e questa gente qui radunata i nostri invitati… (ma sì, una doccia e via) che cosa resta della vita di una persona? (Que reste-t-il de nos amours…?) di un corpo? il suo patrimonio genetico sugli asciugamani, sotto le suole delle scarpe… impronte e capelli, sudore e sangue… e le ossa, il franare delle ossa come sabbia… il collasso della gabbia toracica sotto il peso… e la frattura della scatola cranica come un pigolio
una volta dentro l’uovo c’era un pulcino
noi due saremo felici e domani avremo un bambino, riguarderemo insieme le foto di questo giorno… io capelli come il grano, tu occhi come il cielo, le cugine unite dal sorriso (i fotomontaggi sui rotocalchi… «I top erano bianchi o rossi?» e tu come ti vesti?) le vostre braccia intrecciate (i ghigni del taglia-e-incolla sul web, le gemelle scolpite nella roccia come i presidenti degli States) tu e i bambini, io coi genitori (io, la madre e la tomba) chi dei presenti potrà dimenticare il giorno più bello della nostra vita? (o forse dall’alto mi stai guardando e mi dici: per questo tuo sogno di oggi ti perdono) tu coi miei genitori (è così buona) mio padre ti stima molto («Che ricordo avete?» «Un ricordo bellissimo») non una maldicenza, non un commento fuori luogo… è proprio una brava ragazza (ma la luce della taverna è chiara o scura?) un delitto senza movente… chi può averle voluto del male? era troppo buona… un bellissimo nome… non tutti riescono a perdonare… molto superiore alla media… a un certo punto della messa, lo sguardo della madre… un dubbio (non sono più così sicura
una nuvola che è subito passata, scacciata dal sole, che ora è di nuovo forte, accecante, sarebbe bastato un soffio di vento (a volte anche il tono della voce conta, una sfumatura) e tutte quelle nuvole laggiù dietro quegli alberi ora sarebbero sopra di noi (una spinta un po’ più forte) ci avrebbero guastato la giornata… noi oggi non saremmo così felici come adesso… anche il matrimonio è legato a una piccola cosa, una semplice parola: sì… ma il no è una parola terribile, può annientare una persona in un attimo o anche tante persone… l’afflusso di sangue al cervello, buio e sangue, i muscoli contratti (già alla prima spinta ha ceduto qualche osso, è stato un invito a non fermarsi) un invito a nozze… hai voluto infiocchettare personalmente tutte le bomboniere, ore e ore di lavoro minuzioso con le dita sottili… le tue dita ora incoronate da uno splendido anello (che bello! è troppo per me
da qui prendere la rincorsa e partire veloci con le auto, andare a pranzo tutti insieme, ridere fra un sorso e l’altro (i sorrisi stampati e ristampati, fili di trame intessuti dai romanzieri) ha fatto bene Paola a pubblicare i suoi ricordi: non ha diritto ciascuno di raccontare le proprie storie? devono confezionarle, infiocchettarle e spedirle a casa sempre e soltanto i grandi gruppi editoriali? i maitres à penser? gli opinionisti? i benpensanti? gli psichiatri? i preti? i protagonisti di una tragedia lasciati in pasto ai giornalisti… il proscenio di un  teatro antico trasformato in un’arena con lo scempio dei gladiatori… gli animali che si dividono gli avanzi, se li strappano di bocca… cosa restava al centro del Colosseo dopo la lotta coi leoni? l’unico monumento europeo rientrato fra le sette meraviglie… corrono con le jeep nella savana per riprendere da vicino i pasti delle fiere… l’affondo delle zanne nella carotide… membra disfatte in pozze di

tu da sola su quella scala con la faccia voltata… rimarrai per sempre a testa in giù nel buio (o c’era una luce fioca? di colore indefinito? senti, dimmi una volta per tutte: i tuoi occhi sono azzurri o verdi?) abbandonata da tutti… («Alla fine non ho osato avvicinarmi, mi faceva impressione») la caduta nel vuoto… la pena degli ultimi momenti, quando ormai l’ultimo colpo diventa un gesto di pietà (chi potrebbe fare del male a una ragazza così?) ti penserò tutta la vita e anche dopo… per queste cose non c’è perdono, non c’è più fine né inizio… la vita ora non finirà più, non ricomincerà da un’altra parte

intanto scendi la gradinata con le damigelle sorelle che ti reggono lo strascico, i parenti così emozionati che applaudono, non sanno come contenere la gioia di un attimo unico irripetibile, le nostre intere esistenze fissate in un frammento di luce (For ever young…) immortalate per sempre (l’ultimo saluto della folla al feretro bianco) «Magnifico il taglio del vestito! La sagoma di un fiore che si apre…» sono di tutti voi, sposo il mondo… questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per la famiglia… «La sposa vestita di bianco è la vittima sacrificale…» dicevi… e lo faccio con gioia… prendetemi tutti… baciata dal sole sulle palpebre, sulla fronte… i raggi che scendono lungo la gola, sul petto, nella scollatura profonda (il sangue prorompeva così abbondante che non capivo più da dove usciva… anche a volersi fermare come fare? le palpebre, abbassandosi, ti calavano nell’ombra, la
cantina buia ti aspettava… La cantina buia dove noi… chiudeva le sue mura intorno a te, ti riconsegnava all’indistinto che ti ha preceduta di mille secoli e ancora per mille ti terrà
e lì sugli ultimi gradini qualcosa era cambiato: tu non c’eri più… si vedeva una cosa, non so cosa («Il colore del viso non lo ricordo.» «E’ sicuro? Era bianco o insanguinato?» e il vino come lo prendiamo? «C’era del sangue?» «Era bianco, doveva essere bianco per forza, la luce era chiara») fin troppo (Chiara, sei troppo per me) diafana, materia terrosa e molle (gli inquirenti cercano materiale organico sull’intonaco, sullo stipite della porta) ma tu non c’eri più: eri già nel buio, assorbita nel tessuto d’ombra che avvolge l’universo, che ci alita addosso (eri diversa, inquieta, infelice: voglio stare da sola) e a un tratto anche le pareti intorno si sono fatte friabili, sgretolabili (le impronte delle mani insanguinate sulle porte forse le rendono più vere? è per questo che gli obiettivi non fanno che inquadrarle?) forse tutto stava per sparire nel nulla (mi fa un po’ paura scendere in taverna, sai? «Mi faceva impressione la tromba delle scale»
ma da quella parte c’è la strada, con i clacson, le auto infiorate, le pellicole impressionate dalla luce, le divise, il tricolore, i microfoni, le mani alzate, le grida («Viva gli sposi!») gli insulti, i pugni di qualcuno che non riesco a vedere bene in volto… «Eccolo, è lui! E’ lui!»

Brad! Brad, gli occhiali! Gli occhiali scuri, Brad, per favore! Guarda di qua! Brad Pitt! Per favore, solo uno scatto, Brad!

Effetto notte

2 marzo 2009
di Roberta Salardi

Si parla molto di stranieri stupratori; molto meno di straniere condannate a una vita di violenze perché ‘professioniste del sesso’. Anzi, sul vasto fenomeno della prostituzione dopo la legge del settembre 2008, che ha reso meno visibile la contrattazione per strada, pare calato per così dire un sipario.
Non sempre si riflette sul fatto che, accanto agli stupri per le vie delle città o nei giardini pubblici, appena dietro l’angolo del nostro vivere civile si svolgono quotidianamente atti di violenza di matrice analoga. Moltissime donne, ragazzine e ragazzini immigrati si prostituiscono per necessità di sopravvivenza o nella speranza di qualche chance che possa cambiare la loro vita. Se la legge del 2008 li ha resi meno visibili, introducendo multe e pene giudiziarie per i clienti, sul fenomeno si è soltanto gettato un velo pietoso ma non lo si è certo eliminato. Fino a qualche anno fa se ne vedevano lunghe file sui viali di Milano, specialmente donne africane, a tutte le ore del giorno, persino esposte sotto la pioggia nelle brutte giornate, a pochi metri l’una dall’altra, lungo le principali arterie di traffico che collegano la periferia, ma anche in quartieri più centrali. Ricordo in particolare un episodio di cui fui testimone più di una decina d’anni fa una domenica pomeriggio in zona Città studi: una donna di colore imprecava contro un’auto che l’aveva appena lasciata sul marciapiede nuda dalla vita in giù. Evidentemente il cliente l’aveva lasciata senza gonna e senza indumenti intimi per dispetto o per scherzo… lei doveva camminare nuda sotto gli occhi di tutti cercando di ripararsi e di raggiungere qualche luogo dove trovare altri vestiti, una parola coi negozi e coi bar chiusi… E questa era soltanto una goccia nel mare, uno scherzo nel mare di violenze ben più gravi che sicuramente saranno state perpetrate di nascosto.
Non sempre si riflette sul fatto che ogni tipo di violenza è destinata a numerose immigrate, rapite o illuse o consenzienti, comunque afflitte da gravi difficoltà. Violenze che avvengono all’oscuro di tutti, protratte nel tempo, che non si possono denunciare né arginare né interrompere. Una condanna all’ergastolo che, per alcune rimaste prigioniere nelle maglie di clan sfruttatori, può tradursi anche in una condanna a morte. Ma che in ogni caso può considerarsi uno stupro collettivo da parte di chi si trova nella posizione sociale di permettersi l’uso e l’abuso del corpo altrui ai danni di chi si trova nella posizione sociale di non poter difendere nemmeno la propria carne.
Maria Rosa Cutrufelli in un’inchiesta dei primi anni ottanta, ma sempre attuale (Il cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione, 1981) ha messo in luce con grande sensibilità il grado di alienazione, sofferenza, oppressione cui la stragrande parte delle prostitute sono sottoposte, minorenni o maggiorenni che siano. Una forma di schiavitù sopravvissuta fino ai giorni nostri, riservata in larga maggioranza alle donne più deboli per condizione sociale o avversità della storia. Si sa che non tutti hanno avuto le stesse possibilità alla nascita; mentre l’umana aspirazione all’uguaglianza avrebbe comportato «… le stesse possibilità di far fruttare i propri talenti…» (cito una definizione del concetto di uguaglianza dato da Sergio Baratto (Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono; “Il primo amore” n. 5).
Non mi addentro nella questione della prostituzione d’alto bordo o di casi psicologici particolari poiché riconosco la complessità del comportamento umano. Mi limito a osservare che, se si parla di violenza sessuale, si fa riferimento a una realtà ben più ampia rispetto a ciò che viene messo in risalto dai titoli in prima pagina, a tutta una realtà sommersa non solo fra le mura domestiche, ma anche in pratiche sociali generalmente tollerate o legalizzate. Restando in campo lavorativo, le libere scelte, com’è noto, sono alquanto limitate da premesse incontrovertibili legate a origini, ambiente ecc.; ulteriormente ridotte in tempo di crisi. Il mio discorso non vuole essere semplificatorio e neppure assolutorio nei confronti di stupratori singoli, privati, italiani o stranieri che siano, arrestati e condannati a norma di legge. Tengo solamente a ricordare che l’aggressività dell’uomo sulla donna o su ragazzi e bambini è pure un fatto quotidiano, strisciante, in qualche modo tollerato, in qualche modo ammesso, seppure con qualche se e con qualche ma. Basti pensare all’esplosione della pornografia, che della prostituzione rappresenta la versione più spettacolarizzata e tecnologizzata, attuale e deresponsabilizzante, diffusa attraverso molti canali della comunicazione, dalla carta stampata a internet ai telefonini. In qualche modo certe cose avvengono, passano, vengono fatte passare, molti ne usufruiscono, sta bene così, nessuno si lamenta. Per rendere il tutto più accettabile e libero di circolare, vengono celebrate le pornostar più ricche e famose, lasciando nell’anonimato e nel silenzio le situazioni più problematiche, coi riflettori puntati su un successo e una serenità apparente, mentre larga parte della scena rimane in ombra. Un classico trucco propagandistico: mettere in risalto l’immagine di felicità di pochi per nascondere meglio il reale disagio di molti.
Pure nel mondo dello spettacolo e delle lettere si registra a mio parere un uso eccessivo della metafora della prostituzione, adottata frequentemente per alludere all’adeguamento dei propri prodotti artistici alle esigenze del mercato; figura retorica tesa a sminuire la grave ingiustizia cui sta alludendo scherzosamente, sdrammatizzandola, rinnegandone la sostanza avvilente, il nocciolo di sconfitta, condannandola in questo modo a perpetuarsi. Dirò di più: nella banale esclamazione «porca puttana», che ci arriva dal tempo dei tempi, modo di dire di uso comune, patrimonio collettivo, è racchiusa un’antica grande ingiustizia per cui colpevolizzata è la vittima, non l’aggressore. Le colpe sono sempre proiettate sulle vittime.
Ma non mancano le novità nello sterminato campo della violenza sessuale socialmente imposta. Allo scenario descritto da Cutrufelli  negli anni ottanta possiamo aggiungere una sfumatura d’amarezza, dal momento che si va delineando qualche altro elemento. Il lavoro femminile, tradizionalmente secondario, più precario e meno retribuito di quello maschile (un’indagine aggiornata in materia si trova in Lavorare stanca. Statistiche, ricerche, bibliografie e ragionamenti sul lavoro delle donne, a cura di Rosa Calderazzi, Lidia Cirillo, Tatiana Montella, Quaderni viola, ed. Alegre 2008) già nei primi mesi della crisi è stato fortemente colpito. In alcune recenti trasmissioni televisive gruppi di operaie o centraliniste licenziate hanno mimato spogliarelli o sfilate di biancheria intima per attirare l’attenzione sul loro caso di licenziamento. In rappresentazioni che volevano essere soltanto simboliche, comunque fatte con intelligenza, è stato evocato uno spettro: lo spettro di una nuova povertà, lo spettro di una rinnovata fragilità della condizione della donna.

Ladra di bambini

18 febbraio 2009

un racconto di Roberta Salardi

Quando sono ancora a letto, dallo sgocciolio dell’acquaio percepisco ch’è domenica perché non è stata la sveglia a svegliarmi. Cerco di restare sotto le coperte il più possibile.
Appena entro in cucina, la domenica mi si manifesta nel vuoto delle cose. Quel tavolo che non è più luogo di cene fra amici, quell’altra sedia inutile da anni.
Mi accascio in mezzo a quegli oggetti che mancano a se stessi.
Galleggiamo per un po’ sospesi nell’aria senza senso, io e gli oggetti, finché non riesco ad ancorarmi a un residuo di sonno e decido di tornare a letto e di starci il più possibile.
Cerco di ricordare i miei sogni. Qualche notte fa il mio ex mi è venuto a trovare. Sbirciava in una culla dove c’era un bambino. «Non so se è maschio o femmina» gli dicevo.
Potrei provare a risognare qualcosa di simile. Invece s’innesca una spirale di ragionamenti ansiosi. La domenica… l’unico giorno della settimana in cui non si lavora per il proprio futuro. Gli altri giorni si vive in prospettiva di risultati, obiettivi, gratificazioni; si passa la giornata di slancio. La domenica ci riporta invece al presente: è qui e ora. E se al momento nella nostra vita non c’è nessuno, bisogna stare da soli, non c’è scampo. Se non c’è niente, bisogna sorbirsi il niente, un lungo niente, un niente che non finisce più, quasi un “nulla eterno”. (more…)

Psicopatologia della vita democratica

11 febbraio 2009
di Roberta Salardi

<br /
Psicodramma in un ufficio postale. Un ufficio postale è fatto quasi ad anfiteatro, è aperto quasi 12 ore su 24 a tutti quelli che passano come un porto di mare, la gente perlopiù è nervosa, ha fretta, è costretta all’attesa, magari non trova i moduli che vanno a ruba sugli scaffali, gli impiegati sono in front line per tutto l’orario di lavoro, sei o sette ore, con forti ondate di affluenza in certi periodi. Niente di strano dunque se spesso vi si svolgono psicodrammi divertenti o violenti, secondo i casi. L’altro giorno ho assistito coi miei occhi a questa scena: un handicappato di circa diciott’anni che ho già visto altre volte sta prendendo vari moduli di qua e di là per giocarci poi a casa. E’ un tipo espansivo e dice a voce alta a tutti che per esempio il bollettino delle tasse automobilistiche gli serve per prendere la patente, lui si è fatto questa convinzione, oppure che il modulo per le ricariche telefoniche gli serve a «farsi il telefonino» perché non ne ha uno tutto suo. Noi naturalmente immaginiamo a cosa è destinata questa persona: vede che tutti hanno la macchina e lui non potrà mai guidare, vede che tutti parlano sul proprio telefono portatile e lui non ne può avere uno proprio perché chissà chi chiamerebbe, tutti hanno un lavoro e lui non ce l’ha (chiede insistentemente girando fra gli impiegati: «Mi assumete? Mi fate assumere alla Posta?»), e naturalmente si possono immaginare anche le rinunce più terribili che lo attendono al di là di queste piccole rinunce: non uscirà con altri ragazzi della sua età, non andrà mai al cinema con loro, non uscirà con le ragazze, non avrà una ragazza eccetera. All’improvviso dalle postazioni degli operatori si stacca un’impiegata più decisa degli altri che gli dice di non prendere troppi moduli e, vedendo che lui resiste, gliene strappa letteralmente alcuni dalle mani, perché li sta consumando inutilmente, li sta sprecando. Interviene il padre del ragazzo che gli dice di stare bravo e lo accompagna fuori. La situazione non esplode in contumelie, resta sotto il controllo di un padre molto affettuoso che fa da mediatore intelligente e garbato. Tuttavia, uscito il ragazzo, io, che ho seguito tutta la scena, non posso fare a meno di dire all’impiegata che poteva anche lasciargli quei pochi fogli bianchi, una piccola cosa per lei ma molto significativa per quel ragazzo. La risposta è: «Si faccia gli affari suoi».
Altro teatrino di strada: una fermata della metropolitana. Un tale (ce n’è ancora qualcuno ogni tanto) si accende la sigaretta sotto il metrò in attesa che arrivi il treno. Ci vuole molto coraggio, lo so: bisogna prepararsi allo scontro eventualmente anche fisico, bisogna rompere le scatole a una persona evidentemente nervosa che avrà i suoi motivi per essere così nervosa, bisogna rinunciare a questi minuti che potrebbero essere di quiete, rompere la quiete pubblica, infrangere il quieto vivere… tuttavia il treno non arriva, è in leggero ritardo comincia a darmi fastidio questo dover respirare per forza il fumo di questo sconosciuto mentre siamo sotto terra in una situazione lievemente claustrofobica in ansia perché il treno non arriva. Il dado è tratto: gli dico di spegnere la sigaretta perché siamo sotto terra e c’è poco ossigeno. La risposta è: «Si faccia i fatti suoi».
Altro teatro: il proprio ufficio, situazione com’è noto, conflittuale per eccellenza. Un coacervo delle persone più diverse, che hanno ben poco in comune, in alcuni casi nulla, costrette tutto il giorno nel medesimo spazio a fare cose che in linea di massima non interessano oppure, se interessano, possono portare ai ferri corti per motivi di rivalità, antagonismo, schieramento a gruppi diversi, antipatia personale, incompatibilità eccetera. Si sa che in queste circostanze si cerca di pazientare il più possibile, come osserva Jankélévitch nel saggio sull’ironia intesa anche come comportamento quotidiano: in uno scenario sociale surdeterminato di conflitti com’è il nostro, in cui tutto si gioca in una cornice agonale, dai microrapporti quotidiani fra individui ai grandi rapporti della politica e dell’economia, l’ironista prende una distanza di sicurezza, cerca di non scoprirsi troppo, anzi si copre il più possibile, mettendosi fuori dalla portata dei colpi che da ogni parte possono arrivare. Ma, in seguito a un lungo accumulo di disagi e sofferenze, può capitare che qualcuno saltuariamente tenti di uscire dalla corazza d’indifferenza in cui bada bene di barricarsi il più possibile e cerchi di dire qualcosa. A me per esempio capita durante quest’ultima settimana e faccio lo sforzo di segnalare una cosa che non va. La risposta dell’ambiente è: «Fatti i fatti tuoi.»
Tre situazioni qualsiasi, della vita di tutti i giorni, in cui mi si costringe a collezionare questo piccolo slogan dell’italiano medio, ignorante, egoista, miope, meschino, menefreghista. Lo slogan del popolo che ha votato per tre volte il padrone delle televisioni alla Presidenza del Consiglio; del popolo della Lega, di coloro che vedono in una preghiera islamica all’aperto soltanto dei culi per aria, senza curiosità, senza stupore per un fenomeno culturale diverso, senza ammirazione, per esempio, del fatto che una preghiera possa essere recitata dovunque sotto la volta del cielo, poiché qualunque luogo, se Dio esiste, è sacro. Lo slogan di un popolo omertoso, tutto casa e lavoro, tutto casa e famiglia, tutto casa e chiesa, tutto casa e supermercato, soddisfatto dei suoi bei paraocchi, che gli consentono il tran tran quotidiano delegando ad altri tutti i problemi, tutte le questioni collettive, lo stesso pensare, riflettere sugli avvenimenti, come se non lo riguardassero.
Mentre mi viene in mente la canzone di Gaber «…democrazia è partecipazione…». Democrazia è farsi i fatti degli altri, dimostrando la capacità d’immedesimarsi anche negli altri, di condividere la loro sensibilità, le loro esperienze: degli handicappati come degli stranieri come dei miscredenti; anche se può sembrare inopportuno, antipatico, fastidioso. Poiché si è capito che i diritti dei disabili, degli stranieri, dei diversi sono anche i nostri; anche noi siamo per certi versi, in alcuni momenti, disabili, stranieri, diversi, o possiamo diventarlo. Democrazia è rompere le scatole, poiché se nessuno le rompesse mai, vorrebbe dire che siamo soltanto dei muli alla macina, delle pecore al pascolo, degli esecutori passivi, dei soldati, dei robot teleguidati.
Democrazia è rifiutare di essere il popolo degli indifferenti, il popolo dei fascisti secondo Moravia.